sabato 29 dicembre 2007

Le antiche Calàndar, ovvero le previsioni meteo fai da te…

di Agide Vandini


Siamo ormai prossimi all’Anno Nuovo e, per il nostro folkore, è tempo di previsioni a lungo raggio, meteo e non solo. Ecco allora qualche consiglio per chi vuol cimentarsi nelle tradizionali Calàndar, ossia nel «lunario popolare» di origine antichissima. E’ una attenta e paziente osservazione che qualche vecchietta fa ancora qui nella campagna filese e che, assicura, è talvolta più affidabile dla talevision.

Con un po’ di pazienza e molta fede nella Tradizione, vediamo allora come, dal clima che avremo dall’1 al 24 gennaio, si possono ricavare le previsioni meteo per tutto l’anno che ci aspetta.

Per inoltrarci nella tecnica, vale però la pena tornare indietro di un paio di secoli e rileggere con attenzione quanto scriveva nel lontano 1818 Michele Placucci nel suo famoso Usi e pregiudizi de’ contadini della Romagna, Titolo VI (Degli usi e pregiudizj sugl’influssi celesti ed intemperie), Capitolo VI (Delle stagioni in generale):

- Vantandosi i contadini astronomi, e conoscitori della qualità delle stagioni, pretendono di sapere ritrarre una regola sicura per congetturare del corso, o temperato, o stravagante delli 12 mesi, che compongono l’anno; ed ecco in qual modo.

- Dai primi dodici giorni dell’anno chiamati Calendario da calende[1] [a Filo: Calàndar o Calèndar], si fissa il calendario per tutto l’anno, facendoli corrispondere per ordine progressivo ai dodici mesi.

- Non bastano perciò; devono servire da scandaglio anche gli altri seguenti dodici giorni d’applicarsi a ciascun mese, ma con ordine retrogrado.

- Da questa doppia osservazione deducono i contadini il più, o meno temperato corso dell’anno.

Per chi fatica a seguire queste indicazioni scritte in un italiano che oggi ci appare un po’ astruso, niente paura, è sufficiente compilare lo schemino nell’illustrazione a fianco. Scrivendovi il clima dei primi 24 giorni di gennaio nell’apposita casella, ne scaturiscono le previsioni per il mese corrispondente, ossia: Capodanno vale per il mese di gennaio, il giorno 2 per febbraio, e così via fino al 12, che vale per dicembre.

Dal 13 gennaio in poi inizia invece la fase di arturnêda che può rafforzare oppure attenuare la previsione precedente; qui si va a ritroso, ossia: il 13 corrisponde a dicembre, il 14, a novembre e così via, fino al giorno 24 che si riferisce a gennaio.

Tutta la previsione meteo però, - e questo Placucci non lo dice - è subordinata al clima del 25 gennaio, giorno chiave e rivelatore, conosciuto in Romagna come San Péval di’ segn. Se fosse una brutta giornata, ogni validità sarebbe persa, come attestano diversi detti e proverbi: dal calàndar a n'um cur, se e' dè d’San Péval l’è bur (delle calàndar non mi curo, se il giorno di San Paolo è buio), oppure no guardê calàndar, né calandren, guêrda che e’ dè d’ san Pèval e’ seia sren (non guardare calàndar d’alcun tipo, controlla che il giorno di San Paolo sia sereno) oppure ancora, quando lo si vuol dire in modo più colorito ed esplicito: se e’ dè d’ san Pèval l’è scur, ciapa al Calàndar e pu sbattli int e’ cul (se il giorno di San Paolo è buio, prendi le calèndar e sbattitele nel posteriore…).

I segni rivelatori del giorno di San Paolo vanno poi, in senso generale, così interpretati:

- se c’è il sole: abbondanza per l’annata,

- se c’è cattivo tempo: segno di malattie;

- se c’è vento: segno di guerra prossima (e se è curena, ovvero libeccio, è guerra a primavera…)

- se c’è nebbia: segno di carestia o moria;

- se c’è «aria rossa»: sarà un anno piovoso,

- se, infine - come si è già detto -, è una giornata buia, le indicazioni delle calàndar sono inservibili.

Si tratta dunque di previsioni, quelle basate sul clima del 25 gennaio, che vanno ben oltre l’aspetto meteorologico. Il loro significato viene efficacemente riassunto dalla voce popolare:

Se e’ dè ‘d San Pèval l’è sren,

tota la zént la starà ben;

se e’ vent e’ tirarà,

la guëra la-s farà;

se e’ vent e’ tira fôrt

e’ sarà una guëra a môrt,

s’u j è nebia par la veia,

l’è segn ‘d mureia.

Sulle Calàndar, questo è quanto. Per chi non ha la necessaria pazienza e diligenza e il meteo dell’anno vuol conoscerlo fin dal giorno di Capodanno, c’è sempre un altro metodo più spiccio, suggerito sempre dal nostro folklore. Consiste nel salare, la sera di San Silvestro, una bella cipolla divisa in dodici spicchi, ossia nei dodici mesi dell’anno, si distendono i pezzi in un piatto che poi va messo fuori, al fresco della notte magica. Sulla base del colore che gli spicchi mostrano il mattino successivo, si possono trarre, con una certa abilità interpretativa, sommarie previsioni del tempo con largo anticipo sulla talevision.

Ovviamente, però, questo, rispetto alle Calàndar è un metodo più empirico e meno sicuro…


[1] Il primo giorno del mese secondo il calendario romano antico.

L’irôla, simbolo del blog

di Agide Vandini


L’irôla de’ fugh, la spaziosa piattaforma che sta attorno al tradizionale focolare romagnolo, è sembrata l’immagine più appropriata per caratterizzare la testata de’ il «Mondo del Filese».

Quanto al termine dialettale in se stesso, sembra non esista un vero e proprio corrispondente nella lingua italiana. Il Morri nel suo Vocabolario Romagnolo-Italiano (1841) la tradusse a fatica definendola “aiuola o spazzo del focolare”. Irôla (arôla in altre parti della Romagna) pare perciò derivare direttamente dal latino, ossia da ara-ae: altare, rogo, dedicato ai Lares, divinità domestiche tutelari della casa e del focolare e questa etimologia già può spiegare come, nelle nostre case, essa abbia sempre costituito, fin da tempi immemorabili, un punto di particolare raccoglimento della famiglia.

E’ qui, del resto, davanti all’irôla del camino, che, nelle più fredde serate d’inverno, ci si radunava in passato dopo cena, chi rannicchiato sulla sedia, chi seduto direttamente sulla nuda pietra, e si stava stretti stretti, davanti al zöch che ardeva lentamente.

Erano quasi sempre momenti di piccolo intrattenimento in cui facilmente fluiva il racconto orale, quasi sempre proposto dagli anziani della famiglia, ed era un piacere, quello della narrazione e dell’ascolto, che caratterizzava quella cultura semplice, fatta di forme espressive tramandate fino ad allora di generazione in generazione, senza avvertibili mutamenti di costume.

Il viso degli astanti si accendeva, un po’ per il forte calore, e un po’ per i fumi del «vin brulè» che di tanto in tanto faceva la sua comparsa sull’irôla, e veniva fatto assaggiare talvolta anche ai bambini, sempre desiderosi, in ogni epoca, di emulare i grandi.

I racconti si incentravano di solito su vecchie storie affioranti sull’onda dei ricordi, spesso corredate da improvvisate aggiunte personali, storie, quindi, che apparivano agli attenti ascoltatori fra il reale e l’immaginario. Altre volte invece gli aneddoti si riferivano più semplicemente a fatti di giornata, oppure a qualche episodio degno di essere messo a conoscenza di tutta la famiglia.

I racconti dei nonni erano ovviamente i più seguiti, vuoi per una forma di rispetto, vuoi per un intento educativo e morale che non appariva mai coercitivo, nell’incertezza sempre incombente fra verità ed interpretazione; sta di fatto che questi racconti affascinavano giovani ed adulti e finivano per promuovere l’amalgama e la comunione tra generazioni.

Il fuoco sembrava a volte godere egli stesso dello sviluppo della conversazione e pareva attendere, consumandosi interiormente, la conclusione di ogni estemporaneo racconto. Di tanto in tanto, nel partecipato ascolto, il focolare mandava vivaci fiammelle o sprazzi di scintille, al lùdal o falèstar, che parevano salire al cielo in allegria come giochi pirotecnici in miniatura.

E’ dunque, quello dell’irôla, un’immagine ed un simbolo che vuol essere di buon augurio, soprattutto in un’epoca in cui l’invadenza dei mass-media ha pressoché annullato il colloquio familiare, messo in disparte tradizione e cultura popolare e tolto il piacere di stare assieme fra generazioni, un’epoca in cui, come sappiamo, si vive con difficoltà il rapporto tra giovane ed anziano, anello emotivo ed affettivo di grande valenza formativa per ogni progenie che s’affacci alla vita.

Ora, seppure soltanto virtualmente, abbiamo l’irôla de’ fugh su In - ter - net…Io e gli amici che vorranno contribuire, cercheremo di tener vivo il fuoco con buona legna da ardere…

martedì 18 dicembre 2007

Auguri, auguri, auguri


A tutti i lettori e a tutti gli amici, che voglio ringraziare per l’interesse in tanti modi manifestato, giungano i miei più affettuosi auguri di Buon Natale e di Felice Anno Nuovo.

Agide Vandini

La «Valle che non c’è più» ad Argenta


Col pezzo rievocativo di Benny Carlotti dedicato a e’ zöch d’Nadêl, si interrompono per un paio di settimane, nel periodo delle Festività, le pubblicazioni del «Mondo del Filese». Ho il piacere di segnalare, nell’occasione, una iniziativa di carattere culturale che mi riguarda da vicino e che vedrete riprodotta nella locandina a fianco. Ringrazio di cuore l’amministrazione comunale di Argenta ed il suo Assessorato alla Cultura per avermi dato questa bella opportunità di incontro. Rivolgo agli amici, a tutti coloro che hanno interesse per gli argomenti da me trattati l’invito a partecipare: sabato prossimo, 22 dicembre, ore 16 (Agide Vandini).

E’ zöch d’Nadêl


di Beniamino Carlotti

Anche a Filo, come in tutta la Romagna, un tempo (quando cioè l’abete natalizio era ancora lontano a venire), alla vigilia della Festa nelle nostre case era consuetudine bruciare un ceppo d'olmo (un zöch d’ójum), raccolto durante l’estate ed essiccato con cura, quale buon auspicio per l’anno nuovo.
Era una tradizione secolare che, con genuina sobrietà, univa la famiglia davanti al focolare nel rituale evento, e che aveva lo scopo di esorcizzare carestie e conseguenti epidemie che ricorrentemente mietevano uomini e bestiame.
Poco prima della mezzanotte, dopo aver recitato l’Ave Maria ed il Pater Noster, si poneva sul fuoco il ceppo che doveva riscaldare il nascituro Bambin Gesù e, poi, tutta la famiglia in festosa allegria intonava (in dialetto) la filastrocca: «Si rallegri il ceppo, domani è il giorno del pane , ogni grazia di Dio entri in questa casa. Le donne facciano figlioli, le capre capretti, le pecore agnelletti, abbondi il grano e la farina e si riempia la conca di vino».
Il ceppo doveva bruciare sino all’alba, ma non consumarsi del tutto, i suoi resti in parte si sotterravano in campagna per preservare le piante dalle intemperie, ed in parte si conservavano per proteggere i raccolti dal flagello della grandine (la timpësta). Gli avanzi meno carbonizzati si riaccendevano al momento della nascita dei bachi da seta, ossia di cavalir chi nascéva par San Zôrz, per farli crescere forti ed immuni da malattie.
La festa si completava con un piccolo assaggio delle tradizioni culinarie locali: uscivano dalle “matre” i succulenti caplëz cun la saba, al mistuchin di farina di castagne e si stappava una bottiglia di quello buono. Per la gioia dei più piccoli appariva talvolta pure un arancio o un mandarino (un portugal).
Gli uomini giocavano a carte perchè portava bene e l’Azdór frugava con il ferro (e’ zampen) nella brace, creando spruzzi di faville da cui si traevano presagi. Davanti al focolare si ponevano anche alcune sedie vuote, addobbate con scialli e coperte, per ospitare la Sacra Famiglia che nella notte santa avrebbe visitato tutte le case.
L’amico Silvano Tebaldi, uno degli ultimi superstiti di una antica e numerosa famiglia contadina (i Mlarina), racconta che la sua nonna, per consuetudine e tradizione culturale, al minacciare di un temporale, in particolare con nubi provenienti da Nord-Ovest (quand che e’ temp e gnéva da e’ canton d’Verona), si affrettava a praticare l’esorcismo di rito. Provvedeva cioè a sgnêr e’ temp e il rituale imponeva un rigoroso rispetto della tradizionale cerimonia: al centro dell’aia si incrociava il ferro del camino (e’ zampen), la paletta (la paleta) per raccogliere cenere e braci, vi si poneva sopra parte dei resti de’ zöch, la pêlma banadeta, cioè la palma d’ulivo ricevuta in chiesa la domenica delle Palme, il tutto scandendo un preciso rituale fatto di preghiere ed esortazioni a Santi e Protettori. Essi dovevano proteggere le messi (l’arcôlt) dal flagello della grandine; di tutto quel rituale oggi, purtroppo, si è persa conoscenza e memoria.
Religiosità e superstizione, dunque. Era un misto di cristianesimo e paganesimo, ciò di cui era permeata la civiltà e la cultura contadina, quella che per secoli ha garantito continuità nella tradizione e che negli ultimi decenni è stata così sconvolta da perdersi quasi ogni traccia e memoria.
Riscopriamo allora volentieri le nostre tradizioni così frettolosamente abbandonate nel nome di un modernismo estraneo alla nostra cultura, e riproponiamo almeno una volta l’anno la festa della famiglia, riunita nell’intima gioia dello stare insieme, lontano dai clamori e dal fragore dei quotidiani riti consumistici che ci vengono imposti dalla moderna civiltà industriale.

Sopra: E' zöch d'Nadel di Giuliano Giuliani.

venerdì 7 dicembre 2007

Personaggi filesi (2) : Martin ( Ezio Natali,1908-1936)

di Agide Vandini


In famiglia sentii parlare del leggendario Martin fin dalla prima infanzia. Me ne parlava spesso mio padre che lo ricordava come un personaggio filese di rara e proverbiale intelligenza, morto in giovinezza prima della guerra. Si chiamava in realtà Ezio Natali ed era il fratello maggiore di quel Vincenzo, da noi tutti chiamato Cencio o, ancor più affettuosamente, Cincióni.

Da ragazzo lo sentii ancora ricordare nei ritrovi (trĕb) che nelle sere d’estate si tenevano davanti a casa mia. Allora non c’era ancora né l’aria condizionata, né la televisione ad invadere la mente della gente comune, sicché di sera, dopo una giornata di lavoro in campagna o in fornace, si andava regolarmente a far due chiacchiere e prendere un po’ di fresco in cortile. Ci si ritrovava tutti, grandi e piccoli, sul ponticello di accesso al nostro condominio che tutti chiamavano «Case operaie».

Ricordo che in quegli anni di immediato dopoguerra, l’allegria faticava talvolta a farsi strada, dominava sempre su tutto l’eco di lutti e tragedie umane che avevano molto provato e coinvolto emotivamente il paese. Nonostante questo però il simpatico e geniale Martin faceva di tanto in tanto la sua comparsa nei discorsi degli anziani. I coetanei in quegli anni ’50, lo ricordavano ancora con spiccata ammirazione, ma anche una certa tenerezza la si percepiva dal toccante e' pòvar Martin che introduceva ogni accenno alla sua figura, tanto che, ad un paio di decenni dalla sua morte prematura, pareva esserci attorno a lui un alone di leggenda. Chi l’aveva conosciuto lo descriveva come un giovane di tali straordinarie qualità e talento che, senza quel crudele ed avverso destino ed in un mondo un po’ più giusto, avrebbe forse potuto diventare scrittore o giornalista, o qualcosa di simile.

Più di tutti ne parlava la Minghina, una mia cara vicina che ricordava con precisione molte strofe della sua scanzonata Parodia dei Nasi che la vedeva fra i protagonisti, una bella composizione in rima in cui, con metrica approssimativa, ma con toni garbati e raffinati, egli ebbe a canzonare con stile i nasi più vistosi di Filo. Ai suoi tempi la composizione aveva compiuto il giro dei trebbi entusiasmando i presenti e facendo, poco alla volta, s-ciupê de’ rìdar un intero paese.

Una sera riuscii finalmente a coinvolgere la Minghina, che ne sapeva alcune parti a memoria, in un tentativo di ricostruire la parodia per intero, con l’aiuto di mio padre Guerriero e mia sorella Carla che ne conoscevano altri brani sparsi. In una lontana sera del ’56 fu nostra ospite ed io potei annotare quelle rime in un vecchio quaderno di scuola, prendendo i preziosi appunti che poi ho gelosamente conservato. Con qualche piccolo aggiustamento è proprio da quelle note che ho ricavato il testo già divulgato e che qui vorrei riproporre prossimamente, assieme agli adeguati approfondimenti sui personaggi citati.

Ora è bene tornare all’uomo Martin, nato a Filo il 5 dicembre 1908 da Anita e da Antonio Natali, vissuto nel suo amato paese fino alla morte che gli giunse per peritonite acuta nell’agosto 1936. Un filese suo contemporaneo, Libero Ricci Maccarini, in un testo pubblicato nel 1983, gli dedicò un ampio profilo che, sia pure in un linguaggio assai ricercato, ci fornì i tratti di una personalità davvero fuori dal comune[1].

Innanzi tutto pare fosse «piccolo di statura, magrolino e patito, tutto naso e bocca, sempre senza un soldo, attento a rapinarti la cicca che poi infilava con l’ago per usurarne l’aspirazione fino a scottarsi le labbra»; sapeva essere «accattivante, preconizzava le sapide battute a lui benevolmente rivolte, che prontamente e senz’astio ritorceva, più in particolare alle ragazze del luogo, con lui in confidenza fino all’arguzia più ardita, per quel tanto che era a quei tempi concesso ad una piacevole macchietta, e che, invece, dagli altri sarebbe stata intesa quale sconveniente licenza».

Si apprende anche di qualche mancanza di praticità, di qualche sogno irrealizzato e soprattutto della sua simpatia innata: «Sarto sbagliato, bracciante senza nerbo, sportivo senza taglia, gaudente in astinenza, innamorato disamato, sembrava essere nato per dare il senso dell’incompiutezza, meno che per la simpatia e l’affetto, di cui faceva dono a tutti e più ne riceveva, tanto da chi imparava a conoscerlo, all’istante, quanto da chi ogni giorno era con lui ed ogni volta era ancora più compiaciuto della sua presenza».

Libero ricordò anche tanti gustosi momenti che lo ebbero come protagonista in veste di grande appassionato di sport e di musica, aneddoti che darebbero certo meglio l’idea del personaggio, ma che richiederebbero molto spazio. Non può però essere sottaciuta in alcun modo la generosità innata che stava alla base di doti inconfondibili di narratore di prima grandezza.

Essendo, il suo, un altruismo fatto di «sconfinata bontà per chi era povero e buono come lui» e come la «gran parte della gente a lui eguale e che l’amava», ne conseguiva che, anche parlare, raccontare, rivivere con la sua gente le emozioni di un’impresa sportiva o l’intensità dei suoi divertenti episodi era «vivere fuori dal mondo, o, meglio, elevarsi nel mondo in cui credeva; quello per il quale sentiva di esser nato, per essere felice e donare la più lieta compagnia a chi gli era più vicino, uomini e donne, forestieri o paesani che fossero» In definitiva: «in quegli istanti di pace avulsi dai bisogni di sempre e da tutto quanto gli stava attorno, certo, lui apparteneva gioiosamente agli altri».

E’ così che Martin diventò: «Animatore di trebbi, anche fuori paese, si affidava al suo parlare sciolto e faceto ed alla prodigiosa, colorita memoria che aveva dei fatti accaduti e degli episodi appena appresi da una prima ed unica lettura» e infine «quasi a siglare la serata, si esibiva con una parodia da lui tratta da una poesia del Fusinato “Il Passatore”, e ritmata con tocco paesano, per dileggiare i nasi più vistosi, il suo compreso».

All’illustre compaesano, ho voluto dedicare nel 2002 le mie Letture Filesi. Scrissi nell’«Introduzione»:

[…] gustosa risulterà forse la famosa e comica Parodia dei nasi composta tantissimi anni fa da Martin, una manciata di memorabili strofe in rima, delle quali si era quasi persa traccia e che, attraverso la prodigiosa memoria dei miei familiari e vicini, ho potuto ricostruire e corredare di indispensabili note e commenti.

Proprio il nostro Martin, autore, intrattenitore ed indimenticato personaggio di un tempo ormai lontano, mi pare il concittadino-simbolo di una cultura «popolare» che lui stesso ebbe a definire «l’espressione di una ricchezza interiore della quale fare dono agli altri».

Soprattutto a lui, al tenero, adorabile ed indimenticato Martin che non ho mai potuto conoscere, ho pensato spesso di compiacere durante il paziente lavoro di raccolta. Alla fine ho finito per immaginarmelo davanti, circondato dal fumo denso delle consuete sigarette «popolari», assorto in queste Letture e completamente in trance come davanti al suo Meazza. Me lo sono visto alzarsi lentamente, sorridente di fronte a tanta ricchezza, allargare lo sguardo tutt’intorno e poi concedersi finalmente, lui tanto umile e generoso, un dolce sospiro di legittimo orgoglio[2].

Al grande filese Martin ed ai suoi nasi “distinti” ritornerò perciò molto presto e ancora con infinito piacere.


[1] L.Ricci Maccarini, Dal Palazzone, Argenta, Centro Stampa Offset, 1983, pp. 4-16.

[2] Si veda l’Introduzione in A.Vandini, Letture filesi, Edizione su CD, 2002. Vi si può trovare una più ampia biografia di Ezio Natali (Martin) e la sua Parodia dei nasi distinti (pp.90-95).

lunedì 3 dicembre 2007

Quando a Filo si pregava in dialetto…

di Luciana Belletti

A proposito dell’appartenenza della mia terra natia di Filo all’«area culturale» romagnola, un tenero ricordo mi porta alla mia bisnonna Paola Pagani detta Cléta (che abitava alla S-ciapeta verso Case Selvatiche), alla quale da bambina mi sentivo particolarmente legata. Lei era molto devota e praticante, recitava abitualmente una lunga preghiera in dialetto e qualcuna delle strofe in metrica stentata che mi ripeteva io le ho sempre portate nel mio cuore. Essa usava mormorare ad esempio:

« Spiritu Sent, a toti agli ór,

venite a visitê l’anima meja…»


Qui, faceva una pausa ed aggiungeva regolarmente:


« E quela d’chiétar quàtar dla mi fameja...»


Poi riprendeva e completava la sua preghiera con accorate implorazioni alla Beata Vergine, allo Spirito Santo e con le più rispettose raccomandazioni ai Santi a cominciare da «Santa Lena», «Sant’Elisabeta» ecc.

Qualche anno fa, io filese da anni trapiantata a Ravenna, ho avuto la bella sorpresa di ritrovarla per intero in un volume comprato al mercatino. Reca il titolo “Signór mi ponghi zo” e rileggendola ho potuto risentire con tanta emozione le devote parole in dialetto della mia nonna, capire che si trattava di preghiera diffusa e conosciuta in quei termini in un territorio ben più vasto di Filo e pensare, allo stesso tempo, al grande, immenso patrimonio culturale dei nostri vecchi che purtroppo non sempre siamo stati capaci di conservare e di trasmettere ai nostri figli.

Ecco il testo integrale della preghiera, che si conclude in lingua italiana:

Signór mi ponghi zo

(trascrizione in dialetto filese di Agide Vandini)


Signór mi ponghi zo,

d’ livêm a-n so piò;

trë grezi av cmend a vo:

Cunfsion, Cumignon, Oli Sent;

a m’aracmend a vo, Spiritu Sent


Spiritu Sent, a toti agli ór

venite a visitê l’anima meja

fasì ch’la seja sêlva da e’ Signór,

da la Biêta Vergine Mareja,

a la Madóna a j ò dunê e’ mi cór,

a so sérva dla su Cumpagneja

a m’j arivulz cun dulór e pient,

a m’aracmend a vo, Spiritu Sent…


A m’aracmend a Senta Lena,

incóra a la su mèdar Mareia Madalena;

a m’aracmend a Senta Elisabeta

incóra a la su mèdar Mareja banadeta;

tot i Sent chi seja de’ vostr umór

chi vegna a praghê dnenz a e’ Signór.


Am guérd da i pì,

a jò l’ènzal ‘d Dì;

Am guérd dachent

A j ò e’ Spiritu Sent;

Am guérd da la tësta,

a j ò la Madunena ch’la m’aspeta.


Angelo che stai alla buona destra,

per la buona guardia che m’ha dato Dio,

tu mi scampi dal demonio,

angelo guardami, ben custodiscimi,

sii meco ad ogni lato.

Quando sarò dal mio Signor chiamato

Potrò dire: “Questo è l’angelo che mi ha ben guardato”.

In manu tua Domine, raccomando lo spirito mio. Amen[1]



[1] Da F.Balilla Pratella, Poesia, narrazioni popolari in Romagna, Ravenna, Ediz. Del Girasole, 1974, Vol.I, pp. 119. Secondo il testo si tratta di «riduzione non completa in dialetto - dal verso 28 alla fine è in italiano - con corruzioni, dimeticanze, contaminazioni, di altre preghiere probabilmente toscane o italiane».

sabato 1 dicembre 2007

Cosa può raccontarci la S-ciapèta di Filo...


La S-ciapeta, la borgata che si incontra giungendo a Filo da ovest e lungo la Strada Provinciale, deve il suo curioso toponimo alla diramazione stradale che, in quella posizione, si collocò per alcuni secoli.

Prima della diversione fluviale del 1782, infatti, l’alveo del Po di Primaro, in corrispondenza del territorio di Filo, era affiancato alla sua sinistra da due strade parallele. A ridosso del fiume ed alla sua sinistra, alla quota più alta dell’arginatura, passava una carraia chiamata Via di Sopra, mentre ad una quota più bassa scorreva per la spalla più esterna la Via di Sotto, a sua volta sopraelevata rispetto al suolo.

La Via di Sotto a fine Ottocento divenne poi la Strada Provinciale Filo-Longastrino, mentre la Via di Sopra, che ai primordi e per secoli ebbe l’importantissima funzione di «alzaia» per il traino dei natanti, fu abbandonata quasi ovunque, spianata ed occupata dai privati. Di essa sopravvivono appena alcuni brevissimi tratti nel borgo maggiore di Filo (la Via Pradina proprio alla S-ciapeta, un «Vicolo non denominato» che scorre dietro l’attuale sede della delegazione comunale), ed un altro a Molino di Filo (la Via Mario Babini).

Ritornando allo scenario antico, ossia al tempo in cui il Po di Primaro occupava il vecchio alveo, è importante sapere che, lungo le poche centinaia di metri fra il centro di Filo e La S-ciapeta, il corso del fiume ebbe a subire un lieve spostamento verso sinistra; di conseguenza la Via di Sopra fu erosa dalle acque in quello stesso tratto e si provvide quindi, per proteggere l’abitato, al rialzo dell’arginatura esterna, quella percorsa dalla Via di Sotto.

A memoria d’uomo si ricorda ancora come proprio quella parte di argine antico sia stata abbassata in anni a noi vicini, precisamente negli anni Sessanta del Novecento al tempo dell’asfaltatura della Provinciale, e come, il materiale di sterro sia finito nella banchina e nel largo gradone a fianco della strada.

La Via di Sotto perciò, fra il Settecento e l’Ottocento, dirigendosi da Filo verso la Bastia e Argenta, riceveva la Via di Sopra più o meno all’attuale confluenza di Via Rondelli, in quello stesso punto compiva una brusca salita, scorreva alta e stretta per alcune centinaia di metri, poi scendeva alla quota precedente all’altezza dell’attuale Via Pradina. Lì una biforcazione stradale la ricollegava alla Via di Sopra che così riprendeva il suo corso proseguendo, parallela alla principale, fino alla Bastia.

Il luogo della biforcazione ebbe perciò l’appellativo «La s-ciapeta», dal verbo dialettale S-ciapê (“dividere per lo lungo” come recita nel suo antico dizionario il «Morri»), termine che oggi sembra non avere corrispondenza nella lingua italiana. Deriva comunque dall’arcaico «schiappare» (fendere o spaccare il legno) a sua volta mutuato dal provenzale clapar (battere, rendere il suono di cosa rotta o percossa).

Fino a che, poi, nell’alveo di Po vecchio rimase in vita un modesto canale per dare acqua ai molini di Filo, il paesaggio non mutò, tanto che la Via di Sopra e l’alveo stesso mantennero la loro funzione con una portata d’acqua molto ridotta rispetto al passato. Nella seconda metà dell’Ottocento, tuttavia, si passò a nuove forme d'energia per la macinazione del grano; la chiavica della Bastia non fornì più acqua al canale e, davanti alla perdita di utilità dell’alveo, delle arginature e, in alcuni punti, delle strade che le percorrevano, molti privati, caduto lo Stato Pontificio, poterono di fatto occupare ed acquisire parte dei vecchi terreni golenali. In pochi anni il territorio fu stravolto e si determinò la fine dell’ambiente fluviale e rivierasco, quello che i filesi, per secoli e secoli, avevano avuto sotto gli occhi. Alcuni di quei terreni furono utilizzati per edilizia privata, altri per uso pubblico (il cimitero), altri ancora ed in misura prevalente, per lo sfruttamento agricolo.

Allo stesso modo la Via di Ravenna, la strada che - probabilmente con funzione di alzaia - affiancava in territorio ravennate l’argine destro del Primaro, subì notevoli rimaneggiamenti perdendo molti pezzi, incorporati nelle campagne e nelle proprietà confinanti. Nei tratti non sopprimibili quella strada fu chiamata dal volgo «Bassa» poiché situata a quota inferiore rispetto alle due strade parallele dell’altra sponda.

In proposito va ricordato che il versante destro del fiume, di giurisdizione ravennate, non fu mai arginato, dovendo le acque limacciose facilmente tracimare e rialzare per colmata i terreni adiacenti, ossia la vasta area paludosa all’epoca denominata «Valli di Filo e Longastrino». Per questo il suolo ravennate di Filo ha oggi qualche metro d’altitudine in più rispetto alla zona ferrarese.

Col mutare dello scenario, poi, con la sparizione della Via di Sopra e per uno dei tanti paradossi della storia, la Via di Sotto, rimasta la sola strada sopraelevata, fu chiamata dal volgo la strê élta, la strada «alta».

Dei percorsi stradali minori oggi restano piccoli tratti della Via di Sopra e consistenti pezzi della «Via di Ravenna». Dell’antico letto fluviale permangono alcuni chilometri d’alveo abbandonato di Po Vecchio fra Molino di Filo e Menate. E’ invece rimasta completamente integra tutta la Via di Sotto, poi Via Provinciale e di recente Via 8 settembre 1944 - Via M.Margotti divenuta arteria principale di comunicazione del basso argentano.

Sopravvivono infine, dure a morire ad un paio di secoli di distanza, molte testimonianze del paesaggio antico nelle espressioni dialettali, nei modi di dire e negli strani toponimi. Fra questi ultimi, un appellativo dialettale ignorato dalla toponomastica locale, un termine d’uso popolare dall’efficace fonetica e dal chiaro significato, che, di tutto lo sconquasso ambientale che qui si consumò, è ancora in grado di raccontarci la storia: La S-ciapeta (Agide Vandini, luglio 2006[1]).

Nelle foto ed illustrazioni:

A. Parte del territorio di Filo tratto dalla carta «Napoleonica» del Ferrarese (1812-1814)

B. «Alzaie» per il traino dei natanti, funzione un tempo svolta dalla Via di Sopra e dalla Via di Ravenna.

C. L’alveo di Po “Vecchio”, oggi, fra Molino di Filo e Menate. Una pioggia abbondante sembra ridar vita all’antico fiume.



[1] Per approfondimenti sull’argomento ed in generale sulla storia ed il folclore del territorio, si veda il testo A.Vandini, Filo, la nostra terra, Faenza, Edit, 2004.


mercoledì 21 novembre 2007

Due belle poesie di Orazio Pezzi


Orazio Pezzi è nato a Filo nel 1947 e vive da tempo a Ravenna. Ha composto alcune ispirate poesie dalle quali traspaiono autentici sentimenti d’amore, uniti a grande nostalgia per il paese natio e, più in generale, per i luoghi dell’infanzia e della gioventù.
Personalmente provo ogni volta grande emozione nel leggere i suoi versi.
In nome della bellissima amicizia che a lui mi lega da sempre, mi è caro pubblicare questi due testi, convinto che in essi si rispecchino i sentimenti di una generazione di filesi, una generazione, quella a cui appartengo io stesso e che ora volge alla terza età, capace per lunghi anni di grande dedizione e sacrificio e, allo stesso tempo, di mai dissimulata gratitudine verso luoghi, paesaggi e persone, verso sbiadite immagini care al nostro cuore che tuttavia ne hanno segnato i momenti più belli (Agide Vandini).

Don Lolli cappellano a Filo (1903)

Un ricordo del grande sacerdote

di Agide Vandini

Lo scorso 7 ottobre sono iniziate a Ravenna le celebrazioni per il 50° anno della morte del Servo di Dio[1] Mons. Angelo Lolli (1880-1958), fondatore dell’Opera di Santa Teresa del Bambino Gesù. L’opera di Don Angelo è piuttosto nota ed il suo zelo sacerdotale fu solennemente ricordato a Ravenna l’11 maggio 1986 da Papa Giovanni Paolo II durante la sua visita pastorale in Romagna. «A lui che fu strumento docile del Signore ed esempio di dedizione totale ai fratelli sofferenti – sottolineò durante l’incontro con gli ammalati-, va il mio pensiero riconoscente».

Ciò che ben pochi sapranno, però, è che Don Angelo Lolli, nato a Ravenna il 21 agosto 1880, non appena ricevuta l’ordinazione sacerdotale (6 giugno 1903), fu destinato a Filo per alcuni mesi come cappellano alla nostra Parrocchia di S.Agata. Il primo dei 24 battesimi che celebrò lo si trova annotato al 6 agosto 1903 (n.52) e l’ultimo (n.75) reca la data del 25 novembre dello stesso anno.

Chi fu comunque Don Angelo Lolli come uomo e come sacerdote?

I suoi biografi lo descrivono come uomo d’azione e di fede ardente calatosi profondamente nella realtà umana e sociale in cui visse. Fu uomo di creatività sbalorditiva che diede vita a numerose iniziative con le quali Ravenna imparò a conoscere e praticare una nuova forma di carità cristiana. Nel 1911 diede vita a due istituzioni parallele, le prime ed uniche nel loro genere a Ravenna: la Biblioteca circolante e l'Opera Assistenza per gli infermi poveri a domicilio. Qualcosa per il corpo, qualcosa per la mente, il tutto per l'anima. «Andare all'anima attraverso il corpo», diceva. Coadiuvato da un gruppo di ragazze, girava da una casa all'altra della città, incessantemente, visitando centinaia di famiglie, portando sussidi in denaro, biancheria, cibo, praticando le cure mediche necessarie. Allargò in seguito questo gruppo di infermiere cui trovò un lavoro per le ore libere dalle visite. Istituì infatti un laboratorio di maglieria, che procurò un reddito sufficiente alla vita della comunità e diede lavoro e assistenza a ragazze altrimenti disoccupate. Il laboratorio, che nel 1916 contava ottanta dipendenti, permise allo stesso tempo di raggiungere un terzo scopo: quello di fornire mezzi per l'assistenza degli infermi poveri. Nei vasti locali Don Lolli allestì così un ambulatorio gratuito per i poveri. Nel 1914 diede il via ad un negozio di beneficenza, tuttora funzionante. Nel 1919-1920 aprì le colonie di Bertinoro e di Fognano per ospitare i bambini poveri e gracili e nel 1929 comprò una farmacia per poter usufruire delle medicine a minor costo.

Don Lolli insomma fin dalle sue prime iniziative utilizzò ogni mezzo per poter alleviare i poveri e i sofferenti. Facendo poi visita nelle loro case, Don Lolli conobbe la condizione degli ammalati cronici: bambini, adulti, anziani, in difficoltà fisiche e psichiche che, per la gravità della malattia dovevano essere curati altrove, ma che, privi dei soldi necessari per la retta, non potevano essere ricoverati in adeguate strutture. Maturò così in lui l'idea dell'Ospizio Santa Teresa per i cronici, i più poveri, i più ammalati, i più abbandonati che fu inaugurato nel 1928. Al suo sorgere il servizio era garantito dal personale religioso che gratuitamente metteva la propria vita al servizio dei più poveri.

Attualmente, ad 80 anni di distanza, sono ancora accolte quasi 200 persone all’interno dell’Opera e circa 150 nei vari Centri. Gli Ospiti non pagano una retta, ma versano la loro pensione che spesso è minima, mentre al resto pensa la Provvidenza che giunge attraverso le persone di buona volontà e generosità.

Monsignor Angelo Lolli diceva spesso: «Compi il bene e gettalo in mare, Dio lo raccoglierà». Tanta fede e coraggio furono certamente alla base delle molteplici attività, assieme allo sconfinato amore per i poveri e gli infermi, per i malati cronici e abbandonati. Per essi conservò sempre un profondo spirito di umiltà, di silenzioso raccoglimento, senza mai far mostra di sè e delle sue attività.

La morte «sua ultima impresa e coronamento di tutte le altre», come ebbe a definirla, gli giunse il 17 aprile 1958.

Al grande uomo e sacerdote, vada, ora e sempre, il caro e devoto ricordo dei filesi.


[1] Servo di Dio è un titolo che la Chiesa cattolica assegna post mortem a persone che ritiene si siano distinte per «santità di vita» o «eroicità delle virtù», e per le quali è stato avviato il processo canonico di beatificazione. Per una biografia più completa, si veda: www.donangelololli.it/index.html.

martedì 13 novembre 2007

A sen di Rumagnul…

(Il punto sul controverso Confine Nord della Romagna)

di Agide Vandini

Scriveva in prima pagina la Ludla di ottobre[1] che: «quando noi diciamo Romagna intendiamo quell’area culturale che va dal Sillaro sin quasi al Foglia, dal crinale dell’Appennino al Reno, anzi al suo corso storico, più settentrionale dell’attuale».

Poiché ci si riferiva all’«area culturale» e non alla «dipendenza amministrativa», credo che sia il caso di approfondire. Pochi cenni di storia e qualche informazione forse aiuteranno a capire come e perché, tutta la terra fra il corso attuale del Reno e le antiche Valli di Comacchio (bonificate fra il 1870 ed il 1965), appartenga decisamente all’area culturale romagnola.

Si saprà che l’antica «Riperia Padi», ovvero il territorio che, da ovest ad est, annovera, a nord del Reno (ex Po di Primaro) i centri abitati di: Bastia di S.Biagio, Case Selvatiche di Filo, Filo, Molino di Filo, Menata di Longastrino, Longastrino, Anita, S.Alberto, centri con confini amministrativi col ferrarese che scorrono ancora lungo l’alveo di Po Vecchio e, quindi, comunità che sono a cavallo fra la provincia di Ferrara (com.Argenta), e quella di Ravenna (com. Alfonsine e Ravenna). Ricordato che il capoluogo provinciale più prossimo è di gran lunga Ravenna, ciò che dovrebbe avere rilievo nella questione «culturale» è una visione «storica». Se si osserva infatti la posizione degli abitati in una mappa anteriore alle sistemazioni fluviali di fine Settecento ed alle bonifiche successive[2], balza all’occhio l’enorme barriera naturale costituita per secoli e millenni dall’ampio bacino d’acqua salata a nord del territorio rivierasco, per tutta la sua lunghezza.

Di qui la logica e facile deduzione di come, nel corso della storia, i traffici, i commerci nonché l’interscambio culturale in senso lato di queste popolazioni non abbiano potuto avvenire che in direzione del Ravennate, del Lughese e di tutta la ex Romagna Estense. Nondimeno i legami furono (e sono tuttora) unidirezionali verso Ravenna in campo religioso (con gli impliciti effetti civili fino all’Unità d’Italia) data la mai cessata dipendenza di tutto il territorio dall’Archidiocesi Ravennate, la cui competenza s’estende ancora oggi ben oltre l’argentano.

Con questi presupposti, va da sé che la cultura popolare, le tradizioni e soprattutto il dialetto, ovvero la lingua parlata dalla quasi totalità della popolazione fino all’alfabetizzazione del Novecento, siano sempre stati «romagnoli», pur con comprensibili variazioni fonetiche rispetto alla «bassa» centro-romagnola[3]. Chi ben conosce queste zone, sa anche che il dialetto, nei pochi chilometri che vanno dalla Bastia a Boccaleone, volge poi al ferrarese, passando per un’area limitata quanto ibrida di dialetto «argentano», attraverso una interessante mutazione morfologica che sarebbe forse il caso di approfondire in altra trattazione.

Stupisce che, dell’appartenenza culturale alla Romagna dei paesi che fanno capo all’ex comune di Filo (ora «basso-argentano»), siano ben coscienti i ferraresi e lo siano assai meno le Associazioni romagnole contemporanee, che spesso semplificano ed arretrano il confine «culturale» al corso attuale del Reno. Eppure non è la prima volta che si puntualizza e si argomenta sulla questione.

Scriveva ad esempio la Gazzetta Ferrarese nel primo Novecento al tempo della «settimana rossa»: «Da Argenta apprendiamo che il contraccolpo dei gravi moti rivoluzionari della Romagna limitrofa ha sollevato un vivo fermento in tutti i paesi che più sono in contatto col Ravennate: e la cosa non deve molto meravigliare se si pensa che la parte bassa dell’Argentano è più romagnola che ferrarese per costumi, e che romagnolo puro è il dialetto che parla»[4].

E’ interessante rileggere anche qualche passo del «Corriere Padano» del 6 aprile 1939[5] : «V’è una parte, sia pur minima della provincia di Ferrara, da considerarsi etnicamente romagnola? Per chi conosce l’ubertosa zona dell’argentano, posta al limite meridionale della provincia stessa, tale domanda è quasi oziosa. Infatti non v’è dubbio alcuno che storia, tradizioni, dialetto, toponomastica, stiano ad affermare l’asserto. [...]»« [...] lo stesso Rossetti conferma che i nuclei rurali di Longastrino, Filo, S.Biagio, Argenta, pur trovandosi nel ferrarese, sono romagnoli o “quasi” [...] » L’articolista conclude addirittura in tono di sfida : «Dite ad un [basso-]argentano ch’egli non è romagnolo: buon per voi se non capite il suo dialetto e le laudi che egli vi intona

Quanto alla dipendenza amministrativa, per comprendere il formarsi dell’assetto territoriale odierno che complica la vita a queste genti, e che è allo stesso tempo arduo rimuovere, si vedano le note storiche più sotto.

Gli elementi e le notizie, sia pur riportati in mera sintesi, credo possano convincere anche i più riottosi circa il caso di differenziare, in merito al confine nord della Romagna, il concetto di «area culturale» da quello di «dipendenza amministrativa». Se, in sostanza, si considerano «romagnoli» territori che sconfinano nel marchigiano, toscano o bolognese, oppure ancora nella Repubblica di S.Marino, non si vede perché, il lembo di terra un tempo fra il Po e le Valli, da sempre romagnolo di lingua e di tradizioni, non possa ancora definirsi con altrettante buone ragioni: «Romagna ferrarese».

Concluderei ricordando con piacere la definizione di «area culturale romagnola» di Icilio Missiroli (1924): « Dai tre pinnacoli arditi di S.Marino, alle cime del Montefeltro; dai colli di Cesena, a Polenta, a Bertinoro, a Rocca S.Casciano; da Modigliana, a Brisighella, alle colline dell’imolese, i colli opimi di vigne tendono le braccia uno all’altro, stringendosi in dolce catena che accompagna la linea ferroviaria che allaccia le città di Romagna a Bologna, cervello dell’Emilia. Sono essi le sentinelle che la natura ha posto a guardia della vasta pianura che dal riminese, dal cesenate, dal forlivese, dal faentino, degrada ricca di messi, di orti e di frutteti fino alla campagna lughese e alle valli di Comacchio. Questa è la Romagna, bambino mio. Tu la troverai un po’ diversa nelle divisioni provinciali, ma in tutte queste terre si parla il nostro aspro dialetto, e gli abitanti di esse sono fieri di dire con te: « A so Rumagnol»[6]. Insöma, a fêla piò curta: a Fil a sen di Rumagnul…

Notizie storiche essenziali

- La striscia rivierasca del Po di Primaro, la più importante via d’acqua del territorio, fu abitata fin da tempi antichissimi. Filo, il centro più antico, sorse presumibilmente nell’Alto Medioevo. L’esistenza di una chiesa è documentata a Filo (S.Maria) dall’anno 1022 ed a Longastrino (S. Giuliano) dall’anno 1195. Alle villae ultra padum Sancto Blaxio ad mare ed ai loro abitanti erano dirette speciali norme degli Statuti Ravennati del Duecento e di quelli successivi[7].

- Tutta la Riviera, sia a sud che a nord di Po Vecchio fino alle Valli, appartenne al Comitatus Ravennatis fino al primo Quattrocento. Le villae ultra Padum della Riperia Padi, in quanto parte della Romagna, furono nell’anno 1371 opportunamente censite nella Descriptio provincie Romandiolae del Cardinale Anglic Grimoard de Grisac, fratello del papa Urbano V[8].

- Nel 1433 la parte ultra padum della Riviera di Filo, con la sua Bastia del Zaniolo, passò ai Duchi di Ferrara, nel quadro di un’espansione territoriale che interessò tutta la cosiddetta Romagna Estense. La Riviera si resse a comune autonomo fino all’Unità d’Italia (1861). A quell’epoca si restituirono a Ravenna i territori a sud del Po Nuovo (Lugo, Bagnacavallo ecc.); il comune di Filo (di Ferrara), invece, fu incorporato gradualmente - e non senza opposizione - in quello di Argenta fra il 1861 ed il 1888; le zone ravennati di Filo, Longastrino, Humana (poi Anita) e S.Alberto vennero trasferite da Ravenna ad Alfonsine[9].

- Le sistemazioni fluviali di fine Settecento comportarono l’immissione delle acque del Reno nell’alveo del Po di Primaro (Po Vecchio) e uno spostamento del fiume quasi ovunque verso sud[10], tramite alcune rettificazioni fluviali (Po Nuovo). I paesi e le borgate di Filo e Longastrino si ritrovarono lungo un fiume abbandonato, mentre dal prosciugamento delle valli ravegnane si ebbe tanta terra da lavorare. Nel primo Ottocento affluirono così dalla Romagna, in particolare dal lughese, molte famiglie contadine i cui soprannomi sono, ancora oggi, gli stessi delle zone d’origine. La popolazione aumentò, nacque un nuovo villaggio romagnolo «Chiavica di legno» di fronte alla foce del Santerno ed in prossimità di due passi fluviali, villaggio che fu poi abbandonato a fine Novecento, quando i suoi abitanti si spostarono a Filo. Questi apporti hanno in tutta evidenza rafforzato i tradizionali legami col ravennate.


[1] Periodico Associazione Istituto Fredrich Schürr per la valorizzazione del patrimonio dialettale romagnolo.

[2] Si veda, ad esempio, A.Baruffaldi, Corographia del Ducato di Ferrara, 1758 in A.Vandini, La valle che non c’è più, Faenza Edit, 2006, p. 7.

[3] Tale è ad esempio l’assenza dei suoni nasali centro-romagnoli, assenti peraltro anche in altre zone periferiche dell’area linguistica.

[4] Anno LXVIII N.159, venerdì12 giugno 1914.

[5] Articolo a firma «U.Emme» dal titolo «Romagna ferrarese».

[6] I. Missiroli, Romagna, Firenze, R.Bemporad & F., 1924, pp. 39-40.

[7] I capitoli interessati sono integralmente trascritti e tradotti in A. Vandini, Filo la nostra terra, Faenza, Edit, 2004, pp. 175 ss.

[8] Cfr. Anglic D.G., La Descriptio Romandiolae a cura di L. Mascanzoni, Bologna, La Fotocroma Emiliana, 1985, pp. 238-240. Argenta, affittata e poi venduta agli Estensi qualche anno prima (1344) dopo un paio di secoli di scontri e litigi, non fu censita.

[9] L’opposizione al trasferimento di S.Alberto fu accolta, sicché questo paese rimase in comune di Ravenna.

[10] In corrispondenza di S.Alberto la rettificazione si fece a nord, sicché esso è venuto a trovarsi a sud del Po Nuovo (poi Reno).

lunedì 5 novembre 2007

Blìgul e turtlen… (Ombelichi e tortellini)


Agide Vandini, grande appassionato di calcio, partecipa da anni col nickname di «Filese» al forum del sito www.forumrossoblu.org, scrivendo di tanto in tanto per i siti sostenitori del Bologna FC 1909 corsivi di contenuto storico-folclorico dal tono scherzoso, dedicati di volta in volta all’attualità della sua squadra del cuore. Questo è il secondo pezzo per il «Mondo del Filese» e per i tanti amici che, in paese come in ogni parte del globo, seguono con amore e con passione le vicende del glorioso Bologna.

In questo nostro paese, di santi, di navigatori e di poeti, di inventori fantasiosi, strateghi insigni, donne sontuose ed Artisti con la A maiuscola, non nascono più bellezze raffinate e sublimi come la leggendaria Dama che con le sue meraviglie incantò il duecentesco oste di Castelfranco fino a spingerlo niente meno che alla creazione dei tortellini; nascono però squadre pratiche, concrete, capaci di imprese funamboliche e di rapide conversioni tattiche come il Bologna di Daniele Arrigoni, una formazione che, senza clamori e senza cantori, sta facendosi largo a suon di gomiti nella palude prestipedatoria chiamata serie B e che, alla fine della stagione, potrebbe ridare alla città il rango che le spetta, vale a dire il liberatorio ritorno in serie A.

Si racconta a Castelfranco che in un anno imprecisato del Duecento arrivò, proprio alla locanda della Dogana, una bellissima signora che, con fare elegante, scese da una carrozza tirata da quattro cavalli. Il locandiere con zelo inusitato accompagnò la bella dama in camera perché potesse rinfrescarsi a dovere e riposare dopo il lungo viaggio.

Il buon uomo, che in quella locanda era padrone, cuoco ed anche cameriere, colpito da tanta bellezza si attardò, poi, accanto alla porta della stanza della sconosciuta, diede uno sguardo al corridoio e, infine, appiccicò un occhio al buco della serratura. Ciò che gli apparve, e che lo fece andare in brodo di giuggiole, fu il delizioso e conturbante ombelico della dama. Sconvolto dalla inebriante visione, il locandiere corse in cucina e si mise a preparare la cena.

Lavorò la pasta con le mani e prese a formare quasi inconsciamente pezzetti di pasta secondo l’archetipo del grazioso ombelico che aveva ormai fisso in mente. Felice che gli fossero ben riusciti, il locandiere preparò poi con gli ombelichi di pasta, che aveva accuratamente riempito di condimento, una saporitissima minestra asciutta.
Quando la bella dama ebbe mangiato un piatto di questa pasta sconosciuta e così squisita, chiese a chi andasse il merito di tanta bravura, e il locandiere, arrossendo, rispose con sincerità: «… A vossignoria….”. Erano nati i tortellini.

Altrettanta ammirazione avrebbe dovuto suscitare sabato scorso il Bologna di Arrigoni in quel di Modena. Si dice che per i primi venti minuti del «derby della secchia rapita» i canarini modenesi non abbiano neppure visto da che parte fosse il pallone. Semplicemente correvano all’indietro quando correvano in avanti i rossoblu e viceversa. Ad un certo punto il pallone è comparso alla vista dei poveri modenesi, ma era ormai in fondo al sacco, scagliato colà dallo scultoreo romagnolo Simone Confalone che poi si è messo a saltare per il campo con incredibili balzi da saltimbanco.

Chiunque sarebbe rimasto incantato da simili visioni e sarebbe magari andato in cucina per creare qualcosa alla maniera del celebre locandiere del Ducento; chiunque, appunto, ma non di certo i modenesi d’oggi, poco sensibili, ahimè, alle misteriose forme cui può assurgere talvolta la più sublime bellezza.

I canarini invece hanno cominciato a darci dentro come forsennati senza capirci quasi nulla, soprattutto quando il tecnico rossoblu si è messo a cambiare in continuazione l’assetto tattico della squadra. Neppure la seconda rete bolognese, un’altra perla mai vista a queste latitudini, col pallone accompagnato in rete addirittura col fondo schiena, ha riportato i modenesi alla realtà. Quasi accecati dal loro stesso furore, essi non ce la facevano a contemplare ed ammirare questi prodigi: avevano momentaneamente perso il dono della vista, quello che, si sa, è fondamentale per sbirciare, come insegnano gli antichi, almeno dal buco della serratura.

Sicché a fine partita altro non hanno saputo fare se non cianciare intorno all’arbitro che – quando mai? – li avrebbe trattati da banditi, concedendo rigori per falli commessi mezzo metro fuori area e via di questo passo. Insomma i poveri canarini col loro rancoroso allenatore in testa, un minimo merito ai loro avversari non hanno voluto riconoscerlo. Si spiega così perché certe creazioni, come quelle dei tortellini, oggi non sono più possibili: manca la giusta umiltà davanti a certe inebrianti bellezze.

Dunque cosa si può consigliare allora agli amici modenesi in preda a tanto livore? Non resta loro che ricorrere alle terapie dell'antica e sapiente medicina popolare del loro ducato, che suggeriva, davanti a certi casi gravi, rimedi portentosi.

I dolori artritici ad esempio si guarivano con una pomata maleodorante fornita dagli stregoni, ossia l’«unto di marmotta», le ferite fresche – come quella di sabato – si rimarginavano con sterco di bue. Per il mal di denti servivano patate affettate da appoggiare alla guancia dolorante, mentre l’itterizia, anche quella provocata dalle più amare sconfitte, andava curata, come in altre regioni, inghiottendo pidocchi vivi.

La ricetta che più potrebbe venire buona, però, nella fattispecie, era quella prevista per chi soffriva di allucinazioni. Pare che non ci fosse niente di meglio che prendere un salutare quanto terribile spavento.

Mutti e compagni allora, forse sono già sulla strada della guarigione.

Il Filese, 5 novembre 2007