venerdì 14 aprile 2017

Un bell’articolo sul Carlino e…

Tanti Auguri!
di Agide Vandini

Quale autore de "I briganti della palude" e nel contesto del clima che tutti stiamo vivendo di caccia ad Igor il Russo, ovvero Norbert, o chissà-mai-come-si-chiama, ieri sono stato contattato da un giornalista del Carlino, il bravo Stefano Lolli, a proposito delle tante analogie fra l'imprendibile "Igor" di questi giorni ed i briganti che nel passato scorazzavano nel nostro territorio.
Ne è uscito un simpatico e ben ispirato articolo per l’edizione ferrarese, leggibile anche sul sito internet del giornale a questo link:  http://www.ilrestodelcarlino.it/ferrara/cronaca/igor-briganti-1.3039237
Voglio qui sentitamente ringraziare il giornalista per il pezzo di ottima fattura, dove ha affrontato in pregevole stile un tema che non è certo facile trattare. L’articolo ha riscosso molte lodi nell’ambito delle mie personali amicizie, ed in particolare nell’unico social che frequento, ossia nel forumrossoblu di cui mi onoro di far parte praticamente da sempre e dove ho pensato, stamattina, di aprire un apposito thread (link: http://www.forumrossoblu.org/forum/index.php?showtopic=259077 ).
Da uno dei forumisti ho appreso che l’articolo è presente anche nell’edizione di Bologna a pagina 5.
Penso di far cosa gradita agli amici di questo blog riportando qui la pubblicazione su carta, ricordando che la si può portare a grandezza video con un semplice clic sull’immagine.
Ne approfitto per estendere a tutti gli amici e lettori i miei più cordiali auguri per una

Buona e Serena Pasqua 2017




sabato 18 marzo 2017

Feste e tempi lontani

Com’eravamo: divertimenti e Feste dell’Unità negli Anni ‘50
di Agide Vandini

Ogni tanto il pensiero va al mio paese ai tempi dell’infanzia, ai primi anni del dopoguerra, alla gente sempre affaccendata che passava davanti a casa mia, lungo l’Oca-Pisana ghiaiata ed a tratti di colore rossastro per le pietre sbriciolate con cui erano state chiuse un paio di grandi buche provocate dalle bombe. Passavano in bici, a piedi, sul carretto trainato dalla cavalla o dal somarello, cantando e fischiettando, diretti alle tante bottegucce disseminate lungo la strada alta, fra le poche pietre rimaste su nel Borgo Maggiore.
A quell’epoca i divertimenti erano ben pochi, ma tutta la comunità cercava in qualche modo di vivacizzare quella vita di sacrifici coi pochi mezzi a disposizione. Considerato, poi, che spostarsi altrove era assai scomodo e costoso, quel poco che ci si poteva permettere veniva regolarmente offerto in paese.
Il cinema, al Teatro Tebaldi, vi si dava quattro volte la settimana (martedì, giovedì, sabato e domenica) e, in quel luogo di ritrovo, di tanto in tanto, vi si organizzava qualcosa di diverso: rivista, commedia, ricorrenti ed allegre feste da ballo, in particolare in occasione delle festività.
Un paio di volte l’anno, nel prato chiamato «Campicello» capitava qualche circo di piccole o medie dimensioni, mentre, in occasione della Festa patronale di Sant’Agata, in ogni casa si ospitavano amici e parenti dei villaggi limitrofi, si onorava la tavola come non mai e le strade pullulavano di gente col vestito della festa, nonché di bancarelle, baracconi da luna park, piccoli giochi d’azzardo ecc.
Tempi che, vedendo il paese nelle condizioni di oggi, appaiono lontani qualche era geologica.
In quell’epoca di ritorno alla Libertà, di Pace finalmente raggiunta dopo le terribili distruzioni e i tanti lutti provocati al nostro territorio dal Conflitto Mondiale, gli animi guardavano al Domani con grandi attese e speranze. Fu proprio in quei primi anni di Repubblica che si ebbe il grande boom delle nascite, sorsero Cooperative e Collettivi Agricoli, si cercò con un grande spirito di solidarietà di distribuire equamente il lavoro e di portare ad un decoroso livello di vita le tante famiglie povere e bisognose. Si organizzarono con pochi soldi colonie estive al mare ed in montagna per noi bambini. Nei campi, nelle risaie e nei cantieri si lottò strenuamente per avere contratti migliori, forti della grande unità fra lavoratori. Furono anni duri, combattivi, fruttuosi che beneficiarono di un’unità politica e sindacale destinata a durare, ahimè, assai poco.
Chi scrive, che a cavallo del ’50 andava di porta in porta ad augurare il «Buon Anno!», ricorda ancora i tanti bassorilievi in gesso raffiguranti i visi appaiati di Nenni e Togliatti, esposti con orgoglio nelle case degli operai. E’ a quel tempo che i partiti della sinistra cominciarono ad organizzare feste in ogni cellula, sezione o paese, unico modo immaginabile per finanziare i loro giornali, ossia «L’Unità» e l’«Avanti!».
Le foto che espongo qui risalgono a quel tempo fecondo, quando nella stagione estiva si succedevano in paese due Feste dell’Unità (una a cura della Sezione « Babini» di Filo d’Argenta, nel Campicello; un’altra a cura della Sezione «Bezzi» di Filo d’Alfonsine, nelle adiacenze della Casa del Popolo Ravennate), feste poi unificate, ed anche una Festa dell’«Avanti!» (di quest’ultima ne rammento nitidamente una, al Campicello, col Palo della Cuccagna piantato al centro).
Ricordare oggi quei lontani anni ’50, ripensare ai sogni che traspaiono da quei visi pieni di speranza, rivedere quelle persone così attive e fiduciose nel futuro, può dare qualche brivido ed anche un po’ di pelle d’oca, soprattutto se si pensa alle tante disillusioni degli anni successivi, ed ancor più allo sgretolamento, ai personalismi ed alla mortificante rissosità politica di questi giorni. Riviviamo però per qualche attimo quei bei tempi andati:


Filo, Festa dell’Unità, 1950 circa (Dall’album di Ester Felletti). Gino Felletti (e’ Göb) (sopra a sinistra), Paolo Coatti (Ciarĕñ) e Giovanni Marconi (Miarôl) cuociono l’anguilla sulla graticola. A fianco e’ Göb e Miarôl sono a posizioni invertite.





Queste tre vecchie foto provengono invece dalla Mostra Fotografica allestita durante la Festa del 1997 dal titolo «Il Lavoro, la Campagna, il Paese» di cui fui coordinatore.
Nella foto in alto a sinistra, dei primi anni ’50, lo stand della Coop Terra e Lavoro nel «Campicello» ove ora sta il Monumento ai Caduti. Sullo sfondo la casa del Parroco.
La foto in alto a destra, sempre di quegli anni,  ritrae la festa di Filo d’Alfonsine, allestita nelle adiacenze della Casa del Popolo. Il ragazzo in primo piano dovrebbe essere «La Föca» (Luciano Baccarini).
La foto qui a destra con le scritte propagandistiche, è stata scattata anch’essa, sempre in quel periodo, a Filo d’Alfonsine. Sullo sfondo la Casa del Popolo Ravennate.









Le due foto a fianco, invece, dovrebbero collocarsi intorno al ’54. Nella prima, a sinistra, scattata nell’attuale «Piazza Agida Cavalli», si nota il Monumento ai Caduti (inaugurato nel 1955) ancora in costruzione. Sullo sfondo, al lato sinistro, il cartellone con le figure appaiate di Lenin e Stalin (quest’ultimo rimosso dalle icone di partito nel ’56). Fra le persone sedute par di riconoscere Fìšul (Ernesto Tarroni) (in camicia bianca in basso a sinistra) e, appena al di sopra della signora con vestito a fiori ed occhiali da sole, Leoni Werter detto Pëcia col figlio Giuliano sulle ginocchia.
Nell’ultima foto, i filesi assistono, forse nel Borgo Ravegnano, al comizio di Arrigo Boldrini (Bulow) di cui, ai bordi, si intravedono profilo, microfono ed appunti. Qui par di riconoscere: Landi Raul (il ragazzo in camicia chiara sulla sinistra in basso), Gnaro (Guerriero Mancini, con cappello e occhiali), sotto di lui, con la sigaretta in bocca Stellino (Fernando Stella) con la figlia Maria. Dietro Stellino, in camiciola bianca Scricciolo (Carlo Squarzoni) e più indietro Silvio Balella. Quasi sul margine destro, fra i due uomini col cappello, si affaccia Barös-c (Secondo Mondini).

Cliccare sulle immagini per vederle ingrandite

giovedì 23 febbraio 2017

La famiglia della ‘Medéa

Una foto una storia (6)
di Agide Vandini


Filo, 1917. Da sinistra in basso: Irma Tagliati (1915, in piedi sulla seggiola), Amedea Righini (1894-1984) che regge sulle ginocchia Santina Tagliati (31-10-1916) e Lilia Tagliati (1913, con la bambola). In alto, da sinistra, verosimilmente i nonni materni delle tre bambine Antonio Righini (1853-1935) e Flaminia Roverati (1859-?).


Tagliati  Pietro di  Giovanni  e  di  Elisa  Vecchiattini, nato  a Portoverrara  il  03.06.1894, soldato, morto in prigionia in Austria (31.7.1918, 14° Rgt Bersaglieri).
Quante cose può raccontarci la foto a fianco fornita da mia cugina Rita Toschi. Sul verso si leggono le annotazioni di quanto le riferì sua madre, ovvero zia Lilia: «Nonna Amedea Righini - Mamma Lilia Tagliati con bambola - 1917».
Noi, la generazione dei nati nell’ultimo dopoguerra, la ‘Medéa la ricordiamo ovviamente molto più anziana, nella casa-negozio dal tetto a quattro acque, ai piedi della rata che scendeva davanti all’attuale piazzetta «Giulio Bellini» e che conduceva, a passo sempre più svelto, alla butéga ad S-ciflĕñ, ovvero al luogo preferito da noi bambini.
Prima di ricordare quella favolosa bottega, però, va fatto un passo indietro per conoscere la storia composita della famiglia della ‘Medéa, una storia certamente non comune a quei tempi e che ho potuto ricostruire, con un po’ di pazienza, attraverso i preziosi registri parrocchiali.
Amedea Righini, nasce a Filo il 28.10.1894 da Antonio (di Andrea e Coatti Francesca) e da Flaminia Roverati (di Girolamo e Carmela Galli) entrambi filesi[1]. Non ha neppure vent’anni quando il 23.5.1913 nasce la sua prima figlia, ossia zia Lilia (futura moglie di zio Pipèñ - Giuseppe Toschi - e madre di Renza e Rita).
Dal marito Pietro Tagliati, con cui si è unita civilmente, nascono poi anche Irma il 23.3.1915 (futura moglie di Renato Tarozzi, madre di Giovannino - il ben noto Johnny - e Giovanna), nonché Santina che vede la luce il 31.10.1916 (futura moglie di Ennio Veduti detto Magnaccia, madre di Carlo e Anna, una famiglia emigrata a Milano negli anni ‘60).
Pietro e Amedea dopo il battesimo della terza figlia si sposano anche in chiesa, a Filo, il 14-3-1917, in piena guerra ’15-’18. Pietro, bersagliere, viene però chiamato al fronte. Lì, catturato dagli austriaci, muore in prigionia negli ultimi mesi del conflitto (luglio 1918).
Lilia, Irma e Santina hanno anche un fratellastro. Il padre, Pietro Tagliati ha avuto infatti ancor prima di loro un altro figlio naturale ad Argenta cui non ha dato il cognome: è Renzo Bonaveri (che vediamo a fianco), uomo che tutti ricordiamo abile e solerte operatore in cabina di proiezione al cinema Tebaldi di Filo.
Renzo Bonaveri



Con tre figlie piccole e col marito in guerra, Amedea, bracciante, si dà da fare come può. Si presta anche a lavori di fatica solitamente riservati agli uomini, per mettere in tavola qualcosa davanti alle tre bocche da sfamare. Nelle due foto che seguono, scattate con ogni probabilità proprio negli anni a cavallo del Primo Conflitto mondiale, la vediamo «alla carriola» nei pressi della sopraelevazione ferroviaria, alle prese con pesanti lavori di sterro e trasporto manuale, assieme ad altre donne come lei, energiche, instancabili e coraggiose.

Nella foto sopra (E. Checcoli, Filo della Memoria, p. 45) la ‘Medéa è in primo piano, dietro la carriola, appoggiata al manico del paletto; in quella a fianco, con lo stesso abbigliamento, è sulla passerella, vicino al palo di sostegno.



Divenuta, ahimè, vedova di guerra, ‘Medéa, a cavallo dei trent’anni, fa una scelta di vita e si accompagna al filese Alberto Bolelli (1883-1963) in paese conosciuto come S-ciflèñ. Questi commercia un po’ di tutto ed è anche un piccolo possidente, poiché ha la casa di suo, proprio nel bel mezzo del paese.
Medéa e S-ciflẽñ a Bologna

Primi Anni ’40, da sinistra: Ester Felletti (figlia dei vicini), Loretta Bolelli e il cugino Giovannino Tarozzi. Sullo sfondo i capanni dietro casa.
La ‘Médea è ora in grado di crescere dignitosamente le tre figlie e altre ne arrivano dal buon S-ciflèñ. Nascono prima Ermisde (1927), che muore nel ‘31 a poco più di quattro anni, e poi Loretta Bolelli (1933).


Nell’anteguerra le tre sorelle Tagliati si sposano e mettono su famiglia con altrettanti baldi giovanotti filesi, Lilia con zio Pipèñ ad Capitëni (10.6.1934), Irma con Renato ad Taròz (9.3.1935) e Santina con Magnaccia Veduti (28.7.1940).
‘Medéa e S-ciflèñ vivono con la piccola Loretta nella casa a fianco della Cà Longa, ossia nella più alta che vediamo al centro della ben nota foto a fianco, scattata dagli Alleati il giorno della Liberazione di Filo.
Proprio in quella casa, demolita negli anni ‘70, ai piedi della rampa adiacente la strada principale del paese, abbiamo conosciuto, noi bimbi dell’immediato dopoguerra la favolosa Butéga ad S-ciflèñ.
Lì, una volta entrati al dolce dindon azionato dalla porta a vetri, i bambini della mia età  potevano vedere ed ammirare ogni ben di Dio, spendere le magre mancette dei genitori e finanche il modesto ricavato dei ferrivecchi ottenuto dallo strazér (straccivendolo). Non c’era che da scegliere: miclézia (liquirizia in stecche), lègn dólz (tranci di liquirizia in natura), mistöca e mistuchina (schiacciate di farina castagna), luéñ (lupini), brustlìñ (semi di zucca), ziž (arachidi), zižĕñ (ceci), cuciarùl (castagne secche), patóna (dolci in quadretti spugnosi), cìc (gomme da masticare), caramelle e ogni altra leccornia di allora; e poi: figurine dei calciatori in cartoncino ante Panini (che ci giocavamo a marëla oppure a zacàgn), palline di terracotta (che ci giocavamo a maclĕt), palline di vetro (prignǒñ) con cui giocare a cichê o alle trè buši; e ancora: girandole, scherzi di carnevale, mascherine, coriandoli, stelle filanti, i primi giochi in plastica come i dischi volanti a molla, gli hula-hop ecc.
Insomma, ogni sorta di golosità, o giochino da pochi soldi per bambini, aveva il suo posto in quella specie di bottega magica, sopra un fitto banco a più ripiani dietro al quale comparivano come folletti, a volte il piccolo S-ciflĕñ col cappello sulla nuca, a volte invece la cerimoniosa Medéa, fino a quando, ormai piuttosto anziani, i due decisero di lasciare l’attività alla figlia Irma e di trasferirsi a Bologna con la figlia Loretta.
Riposano entrambi, per loro espresso desiderio, nel cimitero di Filo.
Una complessa storia familiare; volti, luoghi, vicende cui ripensare con struggente nostalgia; frammenti di vita filese che andavano qui ricordati e raccontati.




[1] Antonio e Flaminia, sposatisi a Filo nel 1878 ebbero fra il 1879 ed il 1900, oltre ad Amedea (1894) questi altri figli: Giuseppa (6.12.1879), Teresa (3.6.1883), Clotilde I (29.4.1885/1-9-1885), Clotilde II (14.4.1886/29-3-1888), Clotilde III (9.11.1891), Benilde (11.7.1897/1919), Maria (16.7.1899), Andrea (13.5.1900/25.11.1905). Clotilde III sposò (solo civilmente) Aderito Geminiani (Pisini) da cui ebbe Maria, Giovanni (Giuanòñ), Antonio (e’ Gàg’) e Giuliana. Benilde, morì molto giovane, dopo aver sposato Mario (Mariẽñ) Vandini da cui era nata Elda. I due anziani  ritratti nella foto del 1917, sono dunque anche i bisnonni di Edmondo Belletti figlio di Maria, di Aderito (Pippi) e Maria Pia di Giovanni, di Enrico di Antonio (Ricco dla Lina), nonché di Giorgio e Roberto Minguzzi (de’ Mèstar) figli di Elda. Non risultano pronipoti filesi invece nella discendenza di Giuseppa che sposò Giuseppe Leoni.

venerdì 10 febbraio 2017

Il «Quaderno» dell’Irôla n.14

Filo e la sua Riviera


Ho provveduto a caricare nel mio Google Drive il Quaderno dell’Irôla n.14. Contiene il compendio storico del territorio che in queste settimane ho pubblicato sul blog scomposto in due parti. Il link per l’accesso al file (di 13 pagine, scaricabili gratuitamente), è il seguente:


L’elenco completo dei «Quaderni» sin qui usciti è consultabile nell’Indice apposito (già aggiornato) che si trova sulla destra della videata nello spazio dedicato alle “Pagine Importanti” del blog.
Circa la modalità di raccolta dei Quaderni, rinnovo i suggerimenti che seguono:


1.      Una volta scelto il Quaderno [dall’Indice o dal presente avviso], cliccare sul link di accesso
2.      [comparsa l’immagine del file prescelto] cliccare su una delle due icone in alto a destra, ossia:




per dar corso immediato alla stampa





per procedere allo scarico del file sul proprio PC




La foto qui a lato indica come io raccolgo i «Quaderni». Chiunque può farlo allo stesso modo dotandosi di un comune raccoglitore e perforatore. Si viene a comporre un «Libro» a tutti gli effetti, comodo, pratico da consultare e da leggere.
Chi è interessato ai Quaderni, e non frequenta il web, o non è attrezzato per ottenere stampe adeguate, può sempre rivolgersi all’Edicola Bellettini di Filo, in grado di produrre senza alcuna difficoltà le stampe richieste.






a.v.

domenica 5 febbraio 2017

Filo e la sua Riviera - Parte Seconda

Compendio di storia del territorio filese e delle sue vie di comunicazione
 di Agide Vandini

[segue dalla Parte Prima]
4. Modifiche della dipendenza amministrativa: come quando e perché
Con la perdita di Argenta e del suo territorio la Riperia Padi viene a rivestire per il ravennate ancor più importanza strategica. Nella seconda metà del Trecento i Da Polenta erigono una Bastia sul Po di Primaro, allo sbocco del fossato Zaniolo, ove riscuotono i diritti di passaggio sul fiume (il rastellum, 1383).
Gli Estensi interessati a quei profitti e intenzionati ad espandersi verso sud, vogliono fare della Bastia scurtapassi il loro caposaldo difensivo, e trattano a più riprese coi Da Polenta la nostra Riperia. Tentano una permuta nel 1394 dando in cambio nientemeno che Bagnacavallo, Cotignola e 6000 scudi, ma l’accordo viene annullato da un arbitrato appena pochi anni dopo (1398).
A seguito dei rovesci dello scontro militare con Venezia (1404) i Signori di Ferrara, avuta in assegnazione Argenta a titolo definitivo (1421), si assicurano anche la Riviera e portano, nel nostro territorio, la linea di confine al Primaro (1433).
E’ questo l’atto che segna il parziale cambio di giurisdizione del territorio. La parte sinistra della Riviera entra nel Ducato Estense in forma autonoma da Argenta, ne diventa un caposaldo difensivo e militare[1], ma i centri abitati di Filo e Longastrino, distribuiti fra le due rive del fiume (si veda il Disegno veneziano del 1460), vengono scomposti in due Comunità distinte, una ravennate e l’altra di dipendenza ferrarese: una separazione che, come ben sappiamo, si trascina ancora oggi.

Archivio Storico Venezia, disegno 177; metà del sec. XV (1462)

L’appartenenza delle due sponde non muterà infatti all’estinzione della casa d’Este (1598) ed al conseguente incameramento del Ducato nello Stato Pontificio, ove ne diventa la «Provincia ferrarese» con alle proprie dipendenze la Riviera di sinistra Primaro[2]. La stessa sorte toccherà al Lughese ed alle altre quattrocentesche conquiste romagnole, territori tuttavia che Ferrara perderà con l’Unità d’Italia.
A Filo intanto, sul finire del Medioevo, si materializza un nuovo centro cittadino in posizione intermedia  fra Filvecchio e Cà Salvatiche, a poca distanza dall’Hospitale di S. Giovanni in Villa Lombardia, toponimo quest’ultimo che poco a poco scompare dai documenti, inglobato in quello di Filo. Viene edificata la cinquecentesca chiesa di Sant’Agata con a fianco l’aitante torre campanaria: è la bella chiesetta demolita nel 1929 in epoca fascista e malamente sostituita dall’odierno chiesone senza campanile.
Il funzionamento della Podestaria della Riviera, articolata nelle tre comunità (o Comuni) di Filo, S. Biagio e Longastrino, si deduce da un documento di fine ‘700[3]:

Comuni della Riviera di Filo. Loro Podestà nato è il Signor Governatore di Argenta, e così il Cancelliere Criminale; ma il Notaro Civile di detta Riviera si deputa privativamente dal Signor Tesoriere di Ferrara. Ha questa Riviera un’estensione di circa diciotto miglia di lunghezza, ma di poca in larghezza, perché il territorio argentano, poi le valli Camerali di Comacchio molto la restringono. Confina a Levante col Ravegnano, e colle suddette valli, a Ponente coll’Argentano, a mezzodì col Po d’Argenta, ed a Tramontana colle suddette Valli Camerali. Nello Spirituale è soggetta al Vicario di Ravenna residente in Argenta. Sono tre ville che la compongono, ma la principale si è Filo, che le ha dato il nome. Ogni una di esse si eleggono dal Loro Consiglio, unito in un solo alla presenza del signor Podestà, due Consoli, che governano e durano un anno.

4. Trasformazioni del territorio e delle sue vie di comunicazione
L’acqua rimane l’elemento dominante del paesaggio ai due lati del Primaro (Po vecchio) fino ai prosciugamenti su larga scala che hanno inizio a fine Settecento. Fino ad allora il fiume, con portata sempre minore, scorre a fianco della strada provinciale che oggi ne percorre l’argine sinistro (Via Di Sotto poi Comunale / Provinciale). Da quella parte si distendono verso nord, a perdita d’occhio, le valli salate le cui propaggini lambiscono il paese e le sue borgate.
Alla destra del Po, nella parte tuttora ravennate, gli scenari mutano nel tempo.
A cavallo del Millennio, all’epoca di Bergunzo e dei suoi coloni, la portata del fiume è più o meno quella dell’odierno Po Grande, portata che subisce una prima drastica riduzione con la rotta di Ficarolo (1152), quando il corso maggiore delle acque si sposta verso nord. Il Primaro non ha arginature alla sua destra, sicché in quella direzione le acque tracimano ad ogni piena, favorendo via via nei terreni allagati la progressiva «bonifica per colmata». Ai due lati dell’alveo ristretto scorrono le due «alzaie», ossia le strade d’alaggio utilizzate dagli animali da tiro per il traino dei natanti. L’alzaia di sinistra, di cui restano alcuni brevi tratti, verrà chiamata più tardi la Via Di Sopra, quella di destra la «Via di Ravenna» e poi «Via Bassa».
Il ridursi della portata ed il rialzo dei terreni adiacenti provoca l’allontanamento delle Valli Ravegnane di destra Po, ove i torrenti appenninici sfogano le loro acque, riducendone poco a poco il bacino. Vengono messi a coltura i campi che ne scaturiscono e si creano allora condizioni di abitabilità anche nella riva destra del Primaro di fronte al paese. Il processo pare divenire irreversibile allorché viene decisa l’immissione nel Po del Santerno (1460), del Senio (1537) e del Lamone (1504), rispettivamente alla Bastia, a valle di Longastrino e di fronte a Sant’Alberto. [v. Cartografia: Tavole 05 e 07 -08]
Le paludi di destra Po, si veda il disegno veneziano (1460), in parte si prosciugano, ma, vuoi per l’accresciuto interrimento del fiume, vuoi forse per ottenere nuove colmate, i fiumi appenninici ad inizio ‘600 sono nuovamente distolti dal Primaro e fatti spagliare nelle campagne, dove rialimentano le Valli d’acqua dolce.
La situazione, però, dura poco. Vista l’impossibilità di tornare ad una accettabile navigabilità del fiume, si pensa a nuove soluzioni col taglio Caetano a nord di Sant’Alberto (1606) [v. Cartografia Fig.09] e la reintroduzione in Po del Senio e del Santerno (1625-1626), quest’ultimo tramite una «Voltana» che lo conduce da San Bernardino al Passetto [v. Cartografia Tavole 05-06].
In quello stesso periodo fra Cà Selvatiche e Sabbionara sorgono le Grandi Chiaviche Paoline ove si vorrebbero convogliare le acque del Po nelle Valli del Mezzano, ma l’intento fallisce: alla prima piena, l’apertura delle paratie provoca disastri immani.
A Filvecchio, nella seconda metà del Cinquecento, il Marchese Bentivoglio utilizza la vecchia chiavica sul Canale dei Ravennati per un grande progetto di utilizzo dell’acqua del Po ai fini industriali ed agricoli.

Mappa Vaticana (1580)


Sorge il Molino che dà linfa e un nuovo nome alla borgata e che accende interminabili liti coi comacchiesi. Essi non tollerano acque torbide nelle valli, temono per sale ed anguille già in pericolo per il progressivo deteriorarsi  dell’Argine del Mantello, vedi Mappa Vaticana (1580), l’istmo che da qualche tempo unisce Filvecchio con Paviero, a protezione (come un mantello appunto) delle valli salate di Comacchio da quelle meno saline del Campo del Mezzano.
L’acqua derivata dal Po, dopo aver fatto girare le macine del Molino, prima di immettersi in valle del Mezzano nei pressi della Pioppa, alimenta una delle prime risaie del territorio (la coltura del riso inizia in Italia a metà Quattrocento). Un grande edificio ospita, alla Möta, il pillatore da’ Risi (pileria, essiccatoio e magazzino): è la Risara che dà il nome alla valle circostante.
Alla parte destra, invece, verso Ravenna, il fiume continua a sfogare per apposite «bocche» le acque di piena nelle Valli Ravegnane, prima di «San Bernardino», poi, una volta contenute dalla deviazione del Santerno, «di Filo e Longastrino».

La carta Napoleonica 1812-1814

Le premesse per il prosciugamento e la progressiva bonificazione del territorio vengono poste dalla messa in opera di rettificazioni fluviali che l’innalzamento dell’alveo ha reso indispensabili, soprattutto dopo l’immissione delle acque del Reno nel Po di Primaro a Traghetto (Cavo Benedettino, sec. XVIII).
Sono tre i drizzagni fra Argenta e Sant’Alberto; la diversione più ampia, quella che ci riguarda e che va dalla Bastia al Passetto (osservabile nella carta napoleonica 1812-1814), si completa nel 1782 e reca con sé il definitivo spostamento, di fronte a Filo, della foce del Santerno. Nei pressi di quest’ultima prende corpo il villaggio di Chiavica di Legno[4], mentre, a partire dal primo ‘800, grazie a nuove opere idrauliche, la palude fra il Po vecchio[5] e il Po nuovo viene prosciugata, popolata e coltivata. Calano in quegli anni, dal ravennate e dalla Romagna estense, coloni e braccianti che vengono ad incrementare, e non di poco, la popolazione di Filo.

5. La questione dei territori fra Po Vecchio e Po Nuovo (poi Reno).
I mutamenti apportati al territorio forniscono il pretesto per rimettere in discussione il confine ravennate-ferrarese all’indomani dell’Unità d’Italia (1861). Negli anni della II° Guerra d’Indipendenza (1859) il Governatore delle Romagne, Luigi Farini, aveva disposto la fusione di alcuni comuni minori in quelli maggiori. Il Comune di Filo, divenuto semplice appodiato nel 1831, ne fa le spese. I rivaroli non ne vogliono sapere di fondersi in Argenta, ma ottengono soltanto di mantenere rendite e passività separate dal capoluogo designato[6]. Gli altri Comuni della Romagnola estense, ferraresi anch’essi da circa quattro secoli, non toccati dal provvedimento, col formarsi delle province del Regno chiedono ed ottengono di tornare in Provincia di Ravenna e di riportare la linea di confine al Primaro.
In un primo tempo pare che il nuovo confine debba intendersi lungo la linea del fiume nuovo e che questo comporti, per la Provincia di Ferrara e il Comune di Argenta, l’acquisizione dei territori di Filo e Longastrino fra il Po vecchio e il Po nuovo. Sono terre trasferite da poco (1815) dal Comune di Ravenna a quello nascente delle Alfonsine. Molte autorità sembrano orientate in tal senso, ma la questione in quei primi anni di Unità, quando ancora la capitale è a Torino, non appare né chiara, né definitiva.
Ne nasce (1862) un’accesa disputa: mesi di liti e contestazioni fra romagnoli e ferraresi, una serie di pronunciamenti contraddittori; i proprietari delle terre interessate si rifiutano di pagare le tasse agli argentani, finché, dietro la pressione di potenti deputati ravennati (Rasponi) si decide il mantenimento dello status quo, lasciando il confine che ci riguarda al Po vecchio (1863). Argenta e il suo sindaco Giuseppe Vandini restano con un pugno di mosche in mano, vanno su tutte le furie, il consiglio comunale viene addirittura sciolto e la questione viene di fatto ibernata, rimandata alle «calende greche».
Non se ne parla neppure in occasione degli aggiustamenti territoriali d’epoca Fascista, perché, così riporta Vespignani, Alfonsine evita rivendicazioni, allargamenti e razionalizzazioni per il suo comune sbilenco, nel timore di «revanche» argentane. Lì perciò, in ghiacciaia, la questione ancora giace e, date le implicazioni non solo burocratiche, lì è assai probabile che rimanga per sempre.

L’Unità d’Italia e la fusione con Argenta creano però le condizioni per metter mano alla bonifica del territorio paludoso alla sinistra del fiume, liberandolo dagli acquitrini fino alla linea dell’Argine Circondario Pioppa. Si prosciugano le Valli Brancole e la Valle Risara ed il radicale mutamento ambientale in gran parte si compie: dal Po Nuovo alle Valli di Comacchio, le paludi non ci sono più.
 Un territorio da sempre dominato dalle acque e che per tanti secoli ha tratto linfa vitale dal Grande Fiume, si ritrova ormai convertito, ai due lati del vecchio alveo abbandonato, ad una economia prevalentemente agricola, col destino tutto legato alla terra, un destino che si completerà con gli ulteriori e successivi incrementi della superficie bonificata.
Il totale prosciugamento delle acque salate della valle del Mezzano, che ci consegna il territorio così com’è oggi, avviene con le bonifiche degli anni ’30 e ’60 del Novecento.         
                    
***





Appendice alla Parte Seconda


Dalla prima delle due Tavole a fianco (05) si può facilmente desumere il vecchio corso del Santerno che, in epoca Estense, ne condusse la foce alla Bastia (1460). Fino ad allora le sue acque, così come quelle del Senio e del Lamone, si immettevano nelle Valli Ravegnane d’acqua dolce, vestigia dell’antica Padusa, dette anche «Valli di San Bernardino» e, più tardi, in estensione più ridotta, «Valli di Filo e Longastrino».
 Alle Tavole 07 e 08 si possono osservare le prime foci in Po del Senio e del Lamone in epoca Estense, la prima al Passetto (1537) e la seconda a S.Alberto (1504).
Le immissioni in Po di Primaro dei tre torrenti appenninici, nonché quella del Reno sopra Ferrara (1523-26), furono considerate causa del rapido interrimento del fiume e dei disastri che ne derivarono.
Ciò consigliò, ad inizio ‘600, il ritorno alla situazione preesistente e lo studio di nuove soluzioni idrauliche che prevedessero nuovi punti di sbocco agli stessi torrenti.
Così nel 1626 il Santerno, con  una lunga diversione da Giovecca al Passetto, fu portato a sboccare in prossimità della prima foce del Senio. L’anno dopo quest’ultimo fu portato ad una nuova foce di fronte ad Humana (Anita), mentre il Lamone fu condotto una prima volta direttamente al mare, nell’alveo poi utilizzato, nel XX secolo, per il canale di destra-Reno.


Tavola 05 - Orma della 1° Foce del Santerno in Po Vecchio alla Bastia (1460) e della sua deviazione verso la 2° foce al Passetto (1626) (tratto Giovecca - Voltana). Sopra quest’ultima si osserva l’attuale corso del fiume Santerno verso la sua 3° foce in Po Nuovo (Reno) alla Chiavica di Legno di Filo (1782) (tratto Passogatto - Villa Pianta)


Tavola 06 - Orma del corso del Santerno verso la sua 2° foce al Passetto (1626) (tratto Voltana – Passetto). Sopra quest’ultima l’attuale corso verso la 3° foce in Po Nuovo (Reno) alla Chiavica di Legno di Filo (1782) (tratto Villa Pianta- Chiavica di Legno)





Tavola 07 – Orme delle Foci del Senio (1537 e 1625)
Tavola 08 - Orma Foce del Lamone a Sant’Alberto (1504)




In quel primo ‘600 si era anche ormai compreso quanto fosse divenuto necessario il raddrizzamento del corso del Po di Primaro nei tratti più tortuosi onde migliorarne la scorrevolezza e diminuirne la pericolosità.
La prima delle grandi opere a venire realizzata, fu il Taglio Caetano sopra Sant’Alberto, eseguito nel 1606. Il nuovo corso, di fatto, ricollocò il paese rivierasco da nord a sud del fiume e l’abitato ne uscì unito, compatto e totalmente nell’orbita ravennate.
La Tavola 09 permette di osservare la tortuosità del vecchio corso del fiume in corrispondenza di S.Alberto, e la striscia di terra, fra Po Vecchio e Po Nuovo che, fino ad inizio ‘600, fu parte della Riviera di Filo.


Tavola 09 - Il Taglio Caetano a Sant’Alberto (1606)







Un secolo e mezzo dopo, nella seconda metà del Settecento, decisa l’immissione del Reno nel Po di Primaro a Traghetto, furono realizzati altri tre drizzagni nel tratto di fiume fra Argenta e l’attuale Anita (Tavole 10-11-12).
In pratica, il letto del Po di Primaro (Po Vecchio) da Argenta a Mandriole, fra inizio ‘600 e fine ‘700, con esclusione dei due tratti Confina di San Biagio / Bastia e Passetto / Madonna Boschi, fu completamente raddrizzato e rifatto in zone non interrite (Po Nuovo).

Rappresentazione grafica dei tre drizzagni (F.L. Bertoldi, 1785)

Tavola 10 Drizzagno di Argenta (1774)
Tavola 11
Drizzagno di Longastrino (1782)
(dalla Bastia al Passetto)

Tavola 12
Drizzagno di Humana (poi Anita)(1780)

Come sappiamo le soluzioni idrauliche di Età Moderna e le rettificazioni apportate al corso del Po, hanno finito per determinare un cambio di denominazione geografica per le nostre acque fluviali. Per tutto il XVIII e XIX sec. si distinsero vecchio e nuovo corso con le denominazioni «Po Vecchio» e «Po Nuovo»; nella cartografia del XX sec. cominciò poi ad affermarsi la nuova denominazione di Reno, spesso affiancata a quella, storica, di Po di Primaro, come ancora riscontriamo nella qui riportata Cartografia Geologica.
Il grande fiume, tuttavia, nei nostri cuori e nei nostri detti è ancora, e forse sarà sempre, «Po», nome radicato nelle menti e tramandato dagli avi, nome amico, compagno e allo stesso tempo nemico, nome che tuttora resiste e vive nella nostra parlata, al punto che «Reno», in dialetto non è mai stato accolto o tradotto, anzi. Personalmente, ma la cosa credo di condividerla largamente coi miei paesani: pur con tutto il rispetto per le carte, le acque e la geografia, al solo tentativo di chiamarlo Rèñ, mi si inceppano lingua e budella, o, per dirla alla maniera del buon Olindo Guerrini (Preludi ai Sonetti): l’è pröpi òna ad cal parôl ch’agli um liga i dent… (a.v.)

                                                                                                        (2 – fine)



[1] Si veda in proposito la quattrocentesca carta Minorita (A.Vandini, op. cit., p. 57). La Bastia verrà ad avere importanza vitale nelle guerre e conflitti del Ducato Estense di fine ‘400 ed inizio ‘500.
[2] Le comunità della Riviera chiesero all’epoca ed ottennero dalle nuove Autorità una serie di importanti Privilegi ed Esenzioni fra cui alcune parificazioni tariffarie con la sponda ravennate (A.Vandini, op. cit., pp. 183-189).
[3] «Notizie del Contado Argentano», 1784. La Villa di Sant’Alberto non fa più parte del Comune della Riviera. Dopo la realizzazione del Taglio Caetano (1606), drizzagno sul Po a nord del paese (5,5 Km dall’attuale traghetto fino all’altezza di Mandriole) [v. Cartografia: Tavola 09], è venuta a trovarsi totalmente a sud del fiume e quindi nel «Ravegnano».
[4] Il nome risale al Passo fluviale omonimo che per molti anni collegò il luogo alla sponda opposta, alla chiavica (di legno) sul Bonacquisto, canale che a quel tempo sboccava sul fiume nuovo, a lato della foce del Santerno.
[5] Il vecchio alveo ristretto di Po vecchio fungerà, per pochi decenni, da canale di alimentazione dei Molini di Filo.
[6] La soluzione viene adottata con Regio Decreto del 22-11-1866, poi abrogata da Umberto I con Decreto 6-11-1888, mettendo fine ad ogni residua autonomia del territorio dell’antica Riviera (Ibidem, pp. 195-196).