venerdì 27 novembre 2009

Quando l’URSS faceva ancora sognare …

Echi degli anni ’50 da una bella zirudëla

di Agide Vandini


Pochi giorni fa si è celebrato in mondovisione il 20° anniversario della caduta del muro di Berlino, evento che tutti percepiamo come simbolico, oltre che della riunificazione della Germania, della caduta del «comunismo» e dell’URSS, di quel gigante dai piedi d’argilla che nel dopoguerra si contrappose animosamente all’altra grande potenza vincitrice del conflitto mondiale.

Oggi, possiamo dire, l’Unione Sovietica e il suo regime sono più che altro ricordati per le grandi deficienze democratiche di base, una palla al piede che ne impedì il decollo economico e tecnologico. Giorno dopo giorno, quel gap economico-politico determinò una sconfitta che venne a consumarsi al cospetto dei paesi vicini, rimasti ancorati all’economia di mercato ed a tutte le libertà fondamentali.

Col crollo del Muro, si dissolsero così anche le residue speranze riposte dalla nostra classe lavoratrice nel «mondo nuovo», nella «grande Utopia» che avrebbe dovuto, secondo concezioni ottocentesche, creare maggiore ricchezza e, allo stesso tempo, riequilibrare le tante e troppe differenze fra ricchi e poveri.

Seppure la fine di quei regimi non giungesse né improvvisa, né inaspettata, seppure i movimenti e partiti occidentali storicamente ispirati ai valori della rivoluzione d’ottobre avessero scelto da tempo di coniugare Libertà e Democrazia, in quell’inesorabile ‘89 finirono ingloriosamente nella polvere, icone e simboli storicamente cari alle lotte operaie, bandiere e parole d’ordine in nome delle quali in occidente si era lungamente lottato e sofferto. Finirono mestamente nel cestino della storia: falce e martello, bandiere rosse e quant’altro si ispirava al cosiddetto «socialismo reale», icone e simboli che avevano saputo dare, qualche decennio prima, forza ideale a tanta gente, spinto ad ottenere diritti fino ad allora negati, incoraggiato ad opporsi alle prepotenze nazi-fasciste, fino a ridare, in Italia come in Francia, una dignità ad un Paese umiliato, occupato e distrutto. Oggi, nel ricordo di chi visse nel dopoguerra tanti sogni mal riposti, rimane un forte sentimento di tristezza e di frustrazione al pensiero di tante speranze, poco a poco, disilluse.


Eppure nei primi anni del dopoguerra ci fu un momento, breve ed illusorio, in cui sembrò che l’URSS avesse una marcia in più della Grande Potenza Americana. Fu nel ’57 col lancio a sorpresa dello Sputnik, ossia del primo satellite artificiale della terra, un fatto epocale che segnò l’inizio di una nuova era.

Quel bip-bip dallo spazio, mentre i tentativi americani finivano in fiaschi clamorosi, parevano testimoniare di una silente ma efficace macchina tecnico-industriale in grado di far progredire quel grande Paese anche in altri campi. Così almeno sembrò ai nostri paesani, soprattutto a chi trepidava per l’Idea Socialista, a chi, insomma, si sentiva quasi partecipe di un evento che, comunque, stava sconvolgendo l’anima dei contemporanei, stupiti e meravigliati dal fatto in sé, che andava oltre ogni immaginazione.

Un esempio di come lo Sputnik colpì la fantasia dei ceti popolari romagnoli, lo possiamo vedere nella zirudëla che pubblico qui, ritrovata in soffitta proprio in questi giorni. E’ firmata da Giuseppe Baioni, autore di chiare origini longastrinesi, figlio di Erminio e nato ai primi del ‘900 a due passi da Filo.

Se ne partì, così mi dice l’amico Sergio Felletti, prima della guerra, lasciando al paese natio i fratelli Mario, falegname, ed Evaristo, fabbro. Andò a Fusignano alle dipendenze di Piancastelli e lì ebbe l’ispirazione per composizioni come questa. All’epoca le rime di E’ Sputnich furono date alle stampe (v. a fianco) e lette, io credo, in qualche occasione conviviale a cui mio padre presenziò. Dovettero piacergli perché poi, la zirudëla tutta spiegazzata, me la portò a casa. Avevo 12 anni nel ’57, ma l’ho sempre conservata incollata ad un foglio del quaderno di scuola. Ora l’ho trascritta per l’occasione in una grafia più coerente e con la fonetica del nostro dialetto locale.

Rileggendola in tutti i suoi piacevoli passaggi, si prova l’emozione di chi, correndo velocemente all’indietro con la memoria, ritrova ragionamenti e pensieri dell’epoca. Ci si imbatte in sentimenti ancora intatti, grazie a quella straordinaria macchina del tempo che può essere la zirudëla, una forma compositiva antica quanto la Romagna che ha sempre consentito ai ceti popolari di esprimersi nell’idioma preferito, nel linguaggio quotidiano.


E’ uno spaccato di vita di mezzo secolo fa, è un pezzettino di noi e delle passate generazioni che riemerge. Ora, in tutta tranquillità e nel ricordo dei tempi dello Sputnik, fuori tempo e fuori luogo per ogni tipo di polemica politica, possiamo regalarci qualche sorriso e gustarci queste rime baciate, magari attorno all’Irôla (non solo virtuale), nelle buie serate autunnali che ci aspettano, fra una manciata di castagne calde e un bicchiere di profumata cagnina. Prosit.




E’ SPUTNIC

di Giuseppe Baioni


Nèñch la Siéñza fẹñ adës

La s’è mẹsa a fê i su pës

Guêrda pu che žira e vôlta

D’ins la têra la s’è tôlta

La s’è mẽsa cun de’ fër

A švulê dagli êtar tër

Int la lóna, int la Cuméta

I vô andê in di étar pianéta.


U s capẽs che ‘sti sienzié

L’univérs i l vô avdé

A sèñ a quà par môd d’un dì

Fra dö ór u s pô murì

U n è mej che i opresùr

Che j invéñta di mutùr

E ch’i s bọta a la cunquẹsta

D’una tëra chi-l’à-vẹsta

U s capẹs che tẽmp indrì

Žéñt chi è mùrt chi éra istruì

Chi ‘scuréva d fê ‘sti fët

I paséva tọt par mët…


U ngn è gnìt ch seia impusèbil

Rioplèñ e dirigèbil

Avtomòbil e rëž vuléñt

L’è dê fura int i ùltum tẽmp

E’ teléfan, e’ vapór

E pu döp un êt lavór,

Int i Stét televišiòñ

Aparẹc’ a reaziòn

E pu döp i s’i è mẹs drì

Un satëlit a l’avdì

L’à žirê intórn a la tëra

L’è pasê par l’Inghiltëra

Òt chilòmitar int un šgòñd

E’ pô andê par dlà de’ mòñd


E pinsê che mẹl èn fa

I vivéva séñza cà

Prẹma d Crèst ae’ tẽmp antìg

I vivéva stra ‘l furmìg

Stra i leòñ, vita selvagia

I durméva avšèñ a la spiagia

I durméva in di fët bùš

Séñza càmbar cun la luš

Int un bùr che a quẹ da nọñ

U ngn è gnënch int al paršòñ


Invézi adës séñza pavura

I s’è mẹs adiritura

Cun e’ studi a cunquistê

L’univérs ch l’è scunfinê

Da la Rọssia l’è partì

Un satëlit bèñ furnì

Cun la radio trašmitẽñt

T pu sintì s’e’ tira e’ véñt

‘Ste gnòc d fër d’acsẹ luntàñ

E’ déscrìv coma dö màñ

Cun un tic e tac speciêl

Che in Italia i n’è bọñ d fêl


In America l’êt dè

Un satëlit e’ scupiè

Cun un ciòc che a Lungastrẽñ

L’è cadù tọt i camêñ

Šgombra via, cus èl stê?

E’ srà i Rõs chi s vô mazê…

E pu dòp pu i s n’è adé

L’éra i quẹl di su sienzié

E stal bëlichi idei

Al divẹn da Galilei

Che pu dòp l’è andê a finì

Che in Italia e’ murè inžghì

Sol l’Italia l’à l’unór

D’avé inžghì ste prufesór

E ad tọt quent i òman chi studiéva

I piò tènt i j amazéva


E acsè e’ finẹs la stôria

E l’armasta la mimôria

Ad Galileo Galilei

E pu dòp e vẹns Orfei

E pu dòp Napulajòñ

E Badoglio cun Sandròñ

La Pulögna e Fašulèñ

L’è e’ nöst Gvéran ch’a l’avdèñ…

L’è sêlt fura int i ùltum tẽmp

Ch’i prapêra di armamèñt

I vô fê dal bëš navêli

E pu dòp dagli êt zentrêli

Di’ missili cun di’ vdọl

Da puté ciapê di’ pọl.



LO SPUTNIK

di Giuseppe Baioni


Anche la Scienza ora

S'è messa a fare i propri passi

Ecco infatti che gira e rigira

Dalla terra s’è tolta

E sta cercando con un oggetto di ferro

Di scoprire altre terre

Sulla Luna, sulle Stelle

Vogliono andare in altri pianeti.


Certo che questi scienziati

L’universo lo vogliono vedere

Siamo qui per modo di dire

Fra due ore si potrebbe morire

Non è meglio allora chi gli oppressori

Inventino dei motori

E che si lancino alla conquista

Di una terra mai vista

E pensare che tempo addietro

Se gli istruiti di una volta

Parlavano di fare cose simili

Passavano tutti per matti …


Non c’è più nulla di impossibile

Aeroplani e dirigibili

Automobili e razzi volanti

Sono stati scoperti negli ultimi tempi

Il telefono, il vapore

E poi dopo altre cose,

In ogni Stato la televisione

Apparecchi a reazione

E infine han costruito

Un satellite e lo vedete

Ha girato intorno alla terra

E’ passato sopra l’Inghilterra

Otto chilometri in un secondo

Può andare al di là del mondo


E pensare che mille anni fa

Vivevano senza casa

Prima di Cristo nell’età antica

Vivevano tra le formiche

Tra i leoni, vita selvaggia

Dormivano vicino alla spiaggia

Dormivano in certi buchi

In camere senza luce

In un buio che qui da noi

Non c’è neppure nelle prigioni


Invece adesso senza paura

Sono riusciti addirittura

Con lo studio a conquistare

L’universo sconfinato

Dalla Russia è partito

Un satellite ben fornito

Con la radio trasmittente

Puoi sentire se tira vento

Questa palla di ferro da tanto lontano

Descrive come avesse due mani

Con un tic e tac speciale

Che in Italia non si è capaci di fare


In America l’altro giorno

Un satellite è scoppiato

Con un botto che a Longastrino

Son caduti tutti i camini

Sgombra via, cos’è stato?

Che siano i Russi che ci vogliono ammazzare?

Poi però si sono accorti

Che erano le trovate dei loro scienziati

E queste strane idee

Provengono da Galileo

Che poi andò a finire

Che in Italia fu stecchito

Solo l’Italia ha l’onore

Di avere eliminato questo professore

E di tutti gli studiosi

La maggior parte l’ammazzavano


E così finisce la storia

E rimane la memoria

Di Galileo Galilei

Poi dopo venne Orfei

E poi ancora Napoleone

E Badoglio con Sandrone

L’Apollonia e Fagiolino

E’ il nostro Governo che vediamo …

Si è saputo negli ultimi tempi

Che preparano armamenti

Vogliono fare basi navali

E poi altre centrali

Dei missili con dei pioppi

Per poter acchiappare dei polli.


venerdì 20 novembre 2009

Rintracciato il foglio matricolare di Felloni Selvino


Importanti notizie sul caduto filese del Laconia reperite dallo studioso G.P.Bertelli

di Agide Vandini


Torno sull’affondamento del Laconia, e nuovamente sulla vicenda del soldato filese Selvino Felloni che vi perse la vita, argomento già trattato nel settembre 2008 in un articolo consultabile a questo indirizzo:

http://filese.blogspot.com/2008_09_01_archive.html


Ho avuto infatti dal gentilissimo studioso ferrarese Gian Paolo Bertelli, autore dell’interessante e documentato Da El Alamein al Laconia, (Modena, Digital Borghi, 2008), copia integrale del foglio matricolare del nostro milite e questo ci fornisce precise notizie sugli spostamenti, sul curriculum militare ed infine sulla morte atroce che, come tanti suoi compagni, trovò nelle acque dell’Oceano ove sprofondò il «Laconia», nave-prigione inglese.

Felloni Selvino risulta dunque nato a Formignana nel ferrarese il 30 Agosto 1913 da Antonio e da Agniori Pasqua, alto 1.63, castano, riccio, in grado di leggere e scrivere per aver frequentato la scuola elementare fino alla classe seconda, di professione contadino.

Nel ‘35 presta servizio militare nel 23° Fanteria, è congedato nel luglio del ’36 e richiamato alcune volte fra il ’39 ed il ’40 nel 79° Fanteria. Richiamato nel marzo del ‘41, viene poi dislocato (6.4.41) sul fronte italo-jugoslavo, a Fiume, nel XXVII settore di copertura delle Guardie di frontiera. Qui, un paio mesi dopo (31.5.41) riporta una ferita da arma da fuoco giudicata dipendente da causa di servizio. Viene allora ricoverato in Ospedale Militare, inviato in convalescenza il 19.6.41, terminata la quale, viene giudicato all’Ospedale Militare di Bologna «inabile alle fatiche di guerra» e fatto rientrare al corpo.

Due mesi dopo (22.12.41) egli è aggregato all’84° Fanteria (deposito) per un mesetto. Da qui, il 17.1.42, finisce all’8a squadra di pilotaggio per zone desertiche. Il 4.5.42 s’imbarca all’aeroporto di Castelvetrano, giunge lo stesso giorno a Tripoli e viene integrato nel 27° Fanteria Pavia. Dal 4.5.42 al 15.7.42 la sua squadra di pilotaggio «partecipa alle operazioni di guerra svoltesi in Africa settentrionale». Il 1° luglio tutta la divisione è impegnata in violenti combattimenti e sottoposta ai successivi contrattacchi inglesi del 21-27 luglio nella zona di El Alamein.

Felloni Selvino, come tanti altri soldati, viene dunque fatto prigioniero dagli inglesi il 15 Luglio 1942 ad El Alamein. Due mesi dopo, il 12 settembre 1942 perisce, come sappiamo, in una delle più terribili tragedie della seconda Guerra Mondiale, «disperso in mare in seguito all’affondamento del piroscafo “Laconia” che lo trasportava in prigionia» in circostanze raccapriccianti e già riportate nel precedente e richiamato articolo.

Dunque, nonostante la ferita di guerra, nonostante l’inabilità alle fatiche, a Selvino toccarono due mesi al fronte nell’Africa Settentrionale ed altri due di prigionia sotto gli inglesi, fino alla tragica fine nell’Oceano Atlantico, al largo delle coste africane, dove, più ancora di altre circostanze, la follia della guerra portò gli uomini a coprirsi di vergogna, fino a comportarsi alla stregua di animali feroci, come vuole del resto la triste definizione latina che fa ancora rabbrividire: homo homini lupus.

Cosa poi fu detto in quei mesi alle famiglie disperate, in apprensione per la sorte dei loro cari, non è dato sapere con precisione. Certo la confusione negli apparati militari doveva essere tanta, forse anche la vergogna di una guerra scatenata per cecità e vanagloria da un regime vittima del suo fanatismo, una guerra insensata e funesta che si stava rivelando una rovina per gli italiani e per l’Italia.

Ai familiari di Selvino non fu neppure detto dove, come e quando, egli avesse trovato la morte. Parecchi mesi dopo quel 12 settembre 1942, non riuscendo a sapere nulla del loro caro di cui non avevano più notizie, fu loro detto da qualche Autorità che era caduto in una data qualunque (8 aprile 1943) su «nave silurata nei mari d’Egitto», ultima traccia evidentemente conosciuta, e questo fu scritto, nel dopoguerra, nel mesto ricordino funebre che i Felloni vollero dedicargli, unitamente all’altro congiunto, Andrea, morto in Germania.

Soltanto più tardi la burocrazia statale deve aver fatto il suo corso, ristabilendo una verità rimasta per anni nelle anagrafi comunali, oggi attestata e documentata inconfutabilmente da un foglio matricolare che dobbiamo alla pazienza e alla costanza di Gian Paolo Bertelli.

Righe, timbri, annotazioni di una precisione agghiacciante e che sembrano scandire, con la vita militare del soldato Selvino Felloni, quei mesi e quegli anni terribili e dissennati, i tanti lutti e rovine che segnarono e sconvolsero la vita di alcune generazioni di italiani.

Quelle connerie la guerre… (che coglionata la guerra…) scriveva accoratamente Jacques Prévert nei bellissimi versi di «Barbara», ma credo che una riflessione ben più amara, possa venire, ancora oggi, dalla lettura della sua, attualissima, «La Guerre», che forse vale la pena di rileggere attentamente:



La guerre

(Jacques Prévert)


Vous déboisez

imbéciles

vous déboisez

Tous les jeunes arbres avec la vieille hache

vous les enlevez

Vous déboisez

imbeciles

vous déboisez

Et les vieux arbres avec leurs vieilles racines

leurs vieux dentiers

vous les gardez

Et vous accrochez une pancarte

Arbres du bien et du mal

Arbres de la Victoire

Arbres de la Liberté

Et la forêt déserte pue les vieux bois crevé

et les oiseaux s’en vont

et vous restez là a chanter

Vous restez là

imbéciles

à chanter et à défiler.


La guerra

(Jacques Prévert)


Voi disboscate

imbecilli

voi disboscate

Tutti i giovani alberi con la vecchia ascia

voi distruggete

Disboscate

imbecilli

Voi disboscate

E gli annosi alberi con le loro vecchie radici

e le loro vecchie dentiere

voi li conservate

E un cartello attaccate

Alberi del bene e del male

Alberi della Vittoria

Alberi della Libertà

E la foresta deserta appesta il vecchio bosco crepato

e partono gli uccelli

e voi restate là a cantare

Voi restate là

imbecilli

a cantare e a fare la parata.


(Cliccare sulle immagini per vederle ingrandite)

giovedì 12 novembre 2009

Ricordando il tempo delle bietole…

E il vecchio zuccherificio di San Biagio d’Argenta

di Agide Vandini


Son parecchi anni ormai che non si fabbrica più zucchero a San Biagio di Argenta, nello stabilimento a pochi passi dal mio paese, eppure non c’è volta che, giunto in fondo alla rampa della Bastia, io non giri la testa verso l'ampio piazzale che immetteva al grande complesso dell’Eridania, preso dal ricordo dei brevi trascorsi lavorativi e sempre più incredulo davanti al silenzio innaturale di un luogo un tempo così operoso.

Le mie brevi esperienze allo zuccherificio risalgono ormai ai primi anni ’60, quando la campagna filese e tutto il territorio limitrofo erano in prevalenza coltivati a barbabietola e l’Eridania utilizzava molto personale avventizio nell’attività di trasformazione che si concentrava fra metà agosto e fine settembre. Per un giovane studentello come me «fare la campagna saccarifera» d’estate, durante le vacanze, era un’opportunità da non perdere. Significava dare, con quei due mesi scarsi di paga, un contributo importante alla famiglia in grado di ridurre finalmente il costo dei miei studi, un sacrificio all’epoca piuttosto gravoso.

Fin dall’anteguerra l’Eridania aveva costruito nel territorio capaci e moderni stabilimenti, considerata l’abbondanza di bietole e la valida e disponibile manodopera. A San Biagio era stata addirittura predisposta una lunga derivazione ferroviaria dalla stazione allo stabilimento, opera importante e costosa che dava di per sé un’impressione di efficienza e di razionalità fuori dal comune.

I salariati fissi di Bando e di San Biagio erano, per la verità, poche decine, ma col reclutamento estivo le fabbriche si riempivano letteralmente di persone. All’apertura della campagna il piazzale diventiva tutto un pullulare di carri e rimorchi e, nei cambi di turno, un continuo viavai di persone da e verso gli ingressi fra le quali tanti giovani avventizi che in quei due mesi stavano alle direttive degli operai in organico permanente a cui spettavano di diritto le mansioni e le funzioni di capi-reparto o capi-turno.

I più fortunati erano aggregati al laboratorio chimico, ove si raccoglievano e si analizzavano ad ogni ora del giorno campioni di vario genere, ma molti, come me, studenti in materie di poca utilità pratica in uno zuccherificio, andavano invece ad integrare la forza lavoro produttiva e perciò adibiti ai lavori più umili, talvolta faticosi e pericolosi.

Ero felicissimo comunque quando, compiuti i sedici anni, riuscii a farmi assumere per due campagne saccarifere consecutive (1962 e 1963) durante le quali lavorai come fuochista e inserviente alle gigantesche caldaie dello stabilimento, sotto le direttive di capi-reparto che rispondevano ai nomi e soprannomi di Bẹsca, Giuanàz e Taddeo, tre ottime persone che ricordo ancora con molto affetto e gratitudine: operosissimo il primo, mite e simpaticissimo il secondo, allegro, estroverso e bonaccione il terzo. Avevano grande attaccamento al lavoro, profondo rispetto per la loro fabbrica e i compagni degli altri reparti, nonché per i preziosi macchinari tenuti sempre con la massima cura. Era un amore e un rispetto che trasmettevano con facilità anche al personale avventizio.

Non posso dire che quel lavoro mi gratificasse, anzi, lo trovavo talmente monotono e noioso che le otto ore filate non mi passavano mai. Di notte poi, tenere gli occhi aperti non era facile. Sostituiti e puliti i bruciatori, lavoro delicato che richiedeva molta attenzione ma che si esauriva in un’ora di tempo, era poi tutto un cercare rimedi contro il sonno. La crisi veniva sempre verso le quattro del mattino, quando si comiciava a camminare freneticamente, ed a passare di continuo sotto i rubinetti d’acqua fresca.

Il mio compito di base, peraltro, era quello di fissare in continuazione il manometro che stava all’altezza di alcuni metri e lo si controllava da tutta l’ampia sala. Dovevo regolare tramite un volante apposito la spinta del combustibile in modo che la lancetta stazionasse a ridosso delle 20 atmosfere senza superarle mai. In questo malaugurato caso avrebbero “soffiato le valvole”, ossia si sarebbe messo in moto il meccanismo previsto per la pressione eccessiva del vapore che avrebbe potuto far scoppiare le enormi caldaie.

Quando lo zelante Bẹsca mi spiegò il delicato compito, ebbe cura di impressionarmi per bene, e ci tenne a raccontarmi come le caldaie ad Sanbiëši fossero già scoppiate tragicamente un’altra volta, appena dopo la guerra, quando, purtroppo, si verificò una pressione superiore al dovuto. A quell’epoca le caldaie dello stabilimento erano cinque, più piccole e a carbone, certo anche meno sicure delle due imponenti colonne in laterizio in cui operavamo, grandi caldaie alimentate a nafta e costruite con maggiore oculatezza dopo la disgrazia di cui fu vittima il capo - reparto di allora, un filese di nome Orlando Gennari.

Va da sé che di quella tragedia sul lavoro, sentii parlare spesso in quelle due campagne, ma l’episodio era più che altro ricordato come monito ai giovani senza entrare in troppi particolari. Di quella vicenda drammatica, lontana e dolorosa, forse si preferiva, da parte di chi l’aveva vissuta, non rinnovare il dolore. Sono perciò grato a Vanni Geminiani, che mi ha procurato in questi giorni le trascrizioni di alcuni articoli d’epoca. Li metto volentieri a disposizione qui in appendice. Sono cronache da cui emergono aspetti che mi erano sconosciuti e che documentano fedelmente il sacrificio ed il comportamento eroico del povero Orlando d Figiòn, allora quarantacinquenne, marito di Fedelina Vandini, mia lontana parente.

Quelle ore in fabbrica furono, per tanti versi, molto istruttive e formative per un giovanotto e per uno studente come me. La «fabbrica» e la disciplina lavorativa vissuta in estate ci riempivano d’orgoglio, al punto da ricordarla spesso nei racconti agli altri compagni che affollavano ogni giorno i treni per studenti nella tratta San Biagio-Ferrara. Fu una molla importante, un modo di maturare più in fretta e di diventare adulti, di capire meglio l’importanza dello studio e della sua necessità per elevarsi nella scala sociale e professionale.

Tornare con la mente all’epoca delle “bietole” e dello zuccherificio significa però anche, per un filese come me, ricordare il modo singolare attraverso il quale si finanziava la società sportiva locale, all’epoca ancora chiamata «Circolo Sportivo Culturale». Le contribuzioni in denaro, infatti, erano in quei tempi di poca bajucaia per tutti, difficili da ottenere; in natura, invece, al tempo delle bietole, veniva più facile trovare adesioni. Fu così che si trovò un modo intelligente per raggiungere lo scopo.

Un paio di domeniche mattina di fine estate i dirigenti e gli atleti del CSC Filo si mobilitavano, si procuravano un trattore ed un carro agricolo, poi, u s’andéva a biédul, si faceva insomma con coraggio e pazienza il giro dei contadini. Quando i nostri paesani vedevano arrivare il carro schiamazzante e pieno di giovani operosi, indicavano il mucchietto di bietole che intendevano offrire, quasi sempre già pronto per noi. Anche chi aveva già consegnato il prodotto allo zuccherificio si teneva premurosamente un mucchietto pr i Spurtìv a cui non voleva far mancare l’obolo. A volte, se si tardava nella raccolta, ci si sentiva anche rimbrottare più o meno così: A géva ch’a n gnivi piọ… (temevo quasi che non veniste più…).

Le bietole del rimorchio venivano mano a mano conferite allo zuccherificio a nostro nome e il ricavato, grazie alle capacità organizzative dei giovani e alla straordinaria generosità dei contadini filesi, fu sempre assai congruo, tale per lo meno da consentire per anni il regolare svolgimento dei campionati, persino nelle più alte categorie dilettanti dell’epoca.

Vecchie abitudini, vecchi modi di pensare e di agire di un paese, si dirà, con un DNA particolare, iniziative che si sono irrimediabilmente perse con la chiusura delle fabbriche vicine e col variare delle colture agricole. A ciò, sarebbe sciocco non vederlo, si sono inevitabilmente aggiunti quei cambiamenti di costume dovuti al passaggio ad una economia più industrializzata e votata al consumismo. Nel nuovo scenario e modello, che ha rapidamente sostituito il precedente, c’è meno posto per le iniziative di solidarietà all’interno delle comunità locali, mentre il cittadino-consumatore pone la sua attenzione altrove, pensa in grande e, preso nella morsa di problemi nazionali e planetari, fatica anche a capire perché muoiono poco a poco le cose piccole di casa sua.

A tutto questo, e a quanto si rivelino a volte effimere cose, opere, abitudini, comportamenti che apparirebbero eterni, fa oggi pensare la vista dei vecchi edifici dell’ex zuccherificio di San Biagio, vestigia silenziose di un passato che va ricordato con rispetto e, magari, per chi ha un po’ di capelli bianchi come me, con una punta di rimpianto e di malinconia.


Una vecchia cartolina con lo stabilimento in fase di costruzione



Corriere del Po,

mercoledi 28 agosto 1946


IERI SERA A SAN BIAGIO DI ARGENTA

Esplosa una caldaia dello Zuccherificio. Per salvare i compagni il capo macchinista rimane solo sul luogo del pericolo e viene gravemente ustionato - La lavorazione è seriamente compromessa.


Alle ore 20,30 circa è scoppiata una caldaia dello zuccherificio Eridania di San Biagio d'Argenta. L'incidente, che avrebbe potuto causare la morte a diverse persone ha prodotto gravissime ustioni soltanto ad un operaio, il disgraziato è un certo Orlando Gennari da Filo d'Argenta, capo macchinista.

I danni sono incalcolabili. Non si conoscono ancora le cause dello scoppio. Dai primi affrettati commenti che abbiamo udito, sembra trattarsi di acqua melmosa che sarebbe entrata nella caldaia. Il deposito di tasso che si sarebbe formato sul fondo avrebbe impedito all'acqua di stare a contatto della caldaia di modo che, essendo aumentato il calore oltre il normale, la temperatura avrebbe causato l'abbassamento del forno e quindi lo scoppio.

Il fuochista Bucchi, da noi interrogato pochi minuti dopo il disastro, ci ha detto che lui stesso mentre stava aggiungendo carbone, aveva notato il forno abbassato e che continuava ad abbassarsi visibilmente. Diede subito l'allarme. Il capo fuochista si precipitò a verificare e, constatata la cosa dette ordine agli operai di mettersi al sicuro. Si arrampicò su per una scala onde isolare la caldaia, ma prima che l'operazione fosse compiuta un cupo boato, udito a parecchi chilometri di distanza, segnò l'inizio della catastrofe. Una immensa nuvola di vapore acqueo e di fumo, avvolse completamente lo zuccherificio e per alcuni minuti, a noi, che eravamo a poche decine di metri, sembrò che dei cento operai che lavoravano nello zuccherificio, non ne dovesse uscire vivo uno solo.

Abbiamo notato il direttore ed i tecnici precipitarsi tra i primi nella sala delle caldaie, quando ancora esisteva il pericolo dello scoppio delle altre.

Anche il sindaco di Argenta, arrivato poco dopo sul posto, si è interessato vivamente dell'incidente.

Nel momento in cui telefoniamo, si tenta di mettere sotto pressione le altre caldaie onde salvare almeno i prodotti in lavorazione, poichè se dovessero raffreddarsi nelle tubazioni e nelle casse metalliche, per quest'anno non sarebbe più possibile continuare la campagna.

La popolazione di San Biagio e dei paesi circonvicini è vivamente addolorata per la disgrazia del Gennari e per il lavoro che verrebbe a mancare.



Corriere del Po,

giovedi 29 agosto 1946


Eroismo civile del capo macchinista

dello zuccherificio di San Biagio

E' morto per la salvezza

dei compagni di lavoro


E' morto nelle prime ore di ieri mattina, fra inaudite sofferenze, Orlando Gennari, capo macchinista dello Zuccherificio Eridania di San Biagio.

Il Gennari - come abbiamo narrato ieri - si era accorto che una delle caldaie dello stabilimento, per cause ancora imprecisate, stava per saltare e, dopo aver ordinato ai compagni di lavoro di mettersi al sicuro, si lanciava su per una scala che porta sulla caldaia per tentare di evitare il disastro, ma lo scoppio lo sorprendeva mentre stava operando e una fuga violenta di vapore bollente lo scaraventava a molti metri di distanza.

Il sacrificio della vittima del dovere se non è valso a salvare lo zuccherificio, che probabilmente non potrà più continuare la campagna, ha contribuito però a salvare la vita a molti altri lavoratori.

Gli operai e le maestranze dello Zuccherificio renderanno i meritati onori alla vittima del dovere, che lascia la moglie e due figli ancora giovani.

Il nostro giornale partecipa con animo addolorato al grave lutto che ha colpito la famiglia di un onesto lavoratore e le maestranze tutte dello Zuccherificio.

Nell'esternare le più sentite condoglianze, additiamo ad esempio ai lavoratori italiani la meravigliosa figura di Gennari, che con il suo generoso atto di eroico altruismo ha potuto limitare le proporzioni di quella che poteva essere una grave catastrofe.



Orlando Gennari


Corriere del Po,

venerdi 30 agosto 1946


La sciagura di S. Biagio d'Argenta

Imponenti funerali

all'eroica vittima del dovere


Nel pomeriggio di ieri hanno avuto luogo a S. Biagio d'Argenta i funerali dell'eroico capomacchine del locale zuccherificio, perito, com'è noto, in seguito allo scoppio di una caldaia che egli, con altissimo senso d'altruismo aveva tentato di impedire all'ultimo momento, dopo aver fatto allontanare tutti i compagni di lavoro.

La manifestazione è stata imponente. Tutte le maestranze, la direzione e i tecnici dello stabilimento e la popolazione tutta hanno voluto rendere le estreme onoranze a Orlando Gennari, eroica vittima del dovere. I Partiti comunista e socialista, la Camera del Lavoro, il Sindacato Zuccherieri e una rappresentanza degli industriali erano presenti con corone di fiori e con bandiere.

I funerali si sono svolti a spese della Direzione dello zuccherificio.

Il danno riportato dallo stabilimento che in un primo momento sembrava irreparabile, è apparso invece di minore, ancor benchè grave entità; e di questo il merito principale è dei tecnici e delle maestranze che si sono prodigati per isolare le altre caldaie e per evitare il raffreddamento dei sughi e dei melassi entro le tubazioni e le casse. Segnaliamo il comportamento dell'ing. Pizzi, direttore dello stabilimento, dei tecnici Telloli e Benetti e degli altri che appena avvenuto lo scoppio si precipitavano nella sala caldaie incuranti del pericolo ancora sovrastante.

Al di sopra di ogni elogio poi è stato il contegno dei fuochisti, che dopo meno di sessanta minuti, consci della gravità della situazione per lo zuccherificio che per il raffreddamento del materiale non avrebbe più essere in grado di lavorare, non esistarono a gettare immediatamente il carbone nei forni.

Veniamo informati che lo zuccherificio sarà in grado di riprendere la lavorazione domenica o lunedi, grazie ad un trasformatore capace di utilizzare l'alta tensione della «Padana» per il periodo in cui le caldaie non potranno essere utilizzate, che ha permesso di mantenere in movimento il materiale semilavorato.