venerdì 27 novembre 2009

Quando l’URSS faceva ancora sognare …

Echi degli anni ’50 da una bella zirudëla

di Agide Vandini


Pochi giorni fa si è celebrato in mondovisione il 20° anniversario della caduta del muro di Berlino, evento che tutti percepiamo come simbolico, oltre che della riunificazione della Germania, della caduta del «comunismo» e dell’URSS, di quel gigante dai piedi d’argilla che nel dopoguerra si contrappose animosamente all’altra grande potenza vincitrice del conflitto mondiale.

Oggi, possiamo dire, l’Unione Sovietica e il suo regime sono più che altro ricordati per le grandi deficienze democratiche di base, una palla al piede che ne impedì il decollo economico e tecnologico. Giorno dopo giorno, quel gap economico-politico determinò una sconfitta che venne a consumarsi al cospetto dei paesi vicini, rimasti ancorati all’economia di mercato ed a tutte le libertà fondamentali.

Col crollo del Muro, si dissolsero così anche le residue speranze riposte dalla nostra classe lavoratrice nel «mondo nuovo», nella «grande Utopia» che avrebbe dovuto, secondo concezioni ottocentesche, creare maggiore ricchezza e, allo stesso tempo, riequilibrare le tante e troppe differenze fra ricchi e poveri.

Seppure la fine di quei regimi non giungesse né improvvisa, né inaspettata, seppure i movimenti e partiti occidentali storicamente ispirati ai valori della rivoluzione d’ottobre avessero scelto da tempo di coniugare Libertà e Democrazia, in quell’inesorabile ‘89 finirono ingloriosamente nella polvere, icone e simboli storicamente cari alle lotte operaie, bandiere e parole d’ordine in nome delle quali in occidente si era lungamente lottato e sofferto. Finirono mestamente nel cestino della storia: falce e martello, bandiere rosse e quant’altro si ispirava al cosiddetto «socialismo reale», icone e simboli che avevano saputo dare, qualche decennio prima, forza ideale a tanta gente, spinto ad ottenere diritti fino ad allora negati, incoraggiato ad opporsi alle prepotenze nazi-fasciste, fino a ridare, in Italia come in Francia, una dignità ad un Paese umiliato, occupato e distrutto. Oggi, nel ricordo di chi visse nel dopoguerra tanti sogni mal riposti, rimane un forte sentimento di tristezza e di frustrazione al pensiero di tante speranze, poco a poco, disilluse.


Eppure nei primi anni del dopoguerra ci fu un momento, breve ed illusorio, in cui sembrò che l’URSS avesse una marcia in più della Grande Potenza Americana. Fu nel ’57 col lancio a sorpresa dello Sputnik, ossia del primo satellite artificiale della terra, un fatto epocale che segnò l’inizio di una nuova era.

Quel bip-bip dallo spazio, mentre i tentativi americani finivano in fiaschi clamorosi, parevano testimoniare di una silente ma efficace macchina tecnico-industriale in grado di far progredire quel grande Paese anche in altri campi. Così almeno sembrò ai nostri paesani, soprattutto a chi trepidava per l’Idea Socialista, a chi, insomma, si sentiva quasi partecipe di un evento che, comunque, stava sconvolgendo l’anima dei contemporanei, stupiti e meravigliati dal fatto in sé, che andava oltre ogni immaginazione.

Un esempio di come lo Sputnik colpì la fantasia dei ceti popolari romagnoli, lo possiamo vedere nella zirudëla che pubblico qui, ritrovata in soffitta proprio in questi giorni. E’ firmata da Giuseppe Baioni, autore di chiare origini longastrinesi, figlio di Erminio e nato ai primi del ‘900 a due passi da Filo.

Se ne partì, così mi dice l’amico Sergio Felletti, prima della guerra, lasciando al paese natio i fratelli Mario, falegname, ed Evaristo, fabbro. Andò a Fusignano alle dipendenze di Piancastelli e lì ebbe l’ispirazione per composizioni come questa. All’epoca le rime di E’ Sputnich furono date alle stampe (v. a fianco) e lette, io credo, in qualche occasione conviviale a cui mio padre presenziò. Dovettero piacergli perché poi, la zirudëla tutta spiegazzata, me la portò a casa. Avevo 12 anni nel ’57, ma l’ho sempre conservata incollata ad un foglio del quaderno di scuola. Ora l’ho trascritta per l’occasione in una grafia più coerente e con la fonetica del nostro dialetto locale.

Rileggendola in tutti i suoi piacevoli passaggi, si prova l’emozione di chi, correndo velocemente all’indietro con la memoria, ritrova ragionamenti e pensieri dell’epoca. Ci si imbatte in sentimenti ancora intatti, grazie a quella straordinaria macchina del tempo che può essere la zirudëla, una forma compositiva antica quanto la Romagna che ha sempre consentito ai ceti popolari di esprimersi nell’idioma preferito, nel linguaggio quotidiano.


E’ uno spaccato di vita di mezzo secolo fa, è un pezzettino di noi e delle passate generazioni che riemerge. Ora, in tutta tranquillità e nel ricordo dei tempi dello Sputnik, fuori tempo e fuori luogo per ogni tipo di polemica politica, possiamo regalarci qualche sorriso e gustarci queste rime baciate, magari attorno all’Irôla (non solo virtuale), nelle buie serate autunnali che ci aspettano, fra una manciata di castagne calde e un bicchiere di profumata cagnina. Prosit.




E’ SPUTNIC

di Giuseppe Baioni


Nèñch la Siéñza fẹñ adës

La s’è mẹsa a fê i su pës

Guêrda pu che žira e vôlta

D’ins la têra la s’è tôlta

La s’è mẽsa cun de’ fër

A švulê dagli êtar tër

Int la lóna, int la Cuméta

I vô andê in di étar pianéta.


U s capẽs che ‘sti sienzié

L’univérs i l vô avdé

A sèñ a quà par môd d’un dì

Fra dö ór u s pô murì

U n è mej che i opresùr

Che j invéñta di mutùr

E ch’i s bọta a la cunquẹsta

D’una tëra chi-l’à-vẹsta

U s capẹs che tẽmp indrì

Žéñt chi è mùrt chi éra istruì

Chi ‘scuréva d fê ‘sti fët

I paséva tọt par mët…


U ngn è gnìt ch seia impusèbil

Rioplèñ e dirigèbil

Avtomòbil e rëž vuléñt

L’è dê fura int i ùltum tẽmp

E’ teléfan, e’ vapór

E pu döp un êt lavór,

Int i Stét televišiòñ

Aparẹc’ a reaziòn

E pu döp i s’i è mẹs drì

Un satëlit a l’avdì

L’à žirê intórn a la tëra

L’è pasê par l’Inghiltëra

Òt chilòmitar int un šgòñd

E’ pô andê par dlà de’ mòñd


E pinsê che mẹl èn fa

I vivéva séñza cà

Prẹma d Crèst ae’ tẽmp antìg

I vivéva stra ‘l furmìg

Stra i leòñ, vita selvagia

I durméva avšèñ a la spiagia

I durméva in di fët bùš

Séñza càmbar cun la luš

Int un bùr che a quẹ da nọñ

U ngn è gnënch int al paršòñ


Invézi adës séñza pavura

I s’è mẹs adiritura

Cun e’ studi a cunquistê

L’univérs ch l’è scunfinê

Da la Rọssia l’è partì

Un satëlit bèñ furnì

Cun la radio trašmitẽñt

T pu sintì s’e’ tira e’ véñt

‘Ste gnòc d fër d’acsẹ luntàñ

E’ déscrìv coma dö màñ

Cun un tic e tac speciêl

Che in Italia i n’è bọñ d fêl


In America l’êt dè

Un satëlit e’ scupiè

Cun un ciòc che a Lungastrẽñ

L’è cadù tọt i camêñ

Šgombra via, cus èl stê?

E’ srà i Rõs chi s vô mazê…

E pu dòp pu i s n’è adé

L’éra i quẹl di su sienzié

E stal bëlichi idei

Al divẹn da Galilei

Che pu dòp l’è andê a finì

Che in Italia e’ murè inžghì

Sol l’Italia l’à l’unór

D’avé inžghì ste prufesór

E ad tọt quent i òman chi studiéva

I piò tènt i j amazéva


E acsè e’ finẹs la stôria

E l’armasta la mimôria

Ad Galileo Galilei

E pu dòp e vẹns Orfei

E pu dòp Napulajòñ

E Badoglio cun Sandròñ

La Pulögna e Fašulèñ

L’è e’ nöst Gvéran ch’a l’avdèñ…

L’è sêlt fura int i ùltum tẽmp

Ch’i prapêra di armamèñt

I vô fê dal bëš navêli

E pu dòp dagli êt zentrêli

Di’ missili cun di’ vdọl

Da puté ciapê di’ pọl.



LO SPUTNIK

di Giuseppe Baioni


Anche la Scienza ora

S'è messa a fare i propri passi

Ecco infatti che gira e rigira

Dalla terra s’è tolta

E sta cercando con un oggetto di ferro

Di scoprire altre terre

Sulla Luna, sulle Stelle

Vogliono andare in altri pianeti.


Certo che questi scienziati

L’universo lo vogliono vedere

Siamo qui per modo di dire

Fra due ore si potrebbe morire

Non è meglio allora chi gli oppressori

Inventino dei motori

E che si lancino alla conquista

Di una terra mai vista

E pensare che tempo addietro

Se gli istruiti di una volta

Parlavano di fare cose simili

Passavano tutti per matti …


Non c’è più nulla di impossibile

Aeroplani e dirigibili

Automobili e razzi volanti

Sono stati scoperti negli ultimi tempi

Il telefono, il vapore

E poi dopo altre cose,

In ogni Stato la televisione

Apparecchi a reazione

E infine han costruito

Un satellite e lo vedete

Ha girato intorno alla terra

E’ passato sopra l’Inghilterra

Otto chilometri in un secondo

Può andare al di là del mondo


E pensare che mille anni fa

Vivevano senza casa

Prima di Cristo nell’età antica

Vivevano tra le formiche

Tra i leoni, vita selvaggia

Dormivano vicino alla spiaggia

Dormivano in certi buchi

In camere senza luce

In un buio che qui da noi

Non c’è neppure nelle prigioni


Invece adesso senza paura

Sono riusciti addirittura

Con lo studio a conquistare

L’universo sconfinato

Dalla Russia è partito

Un satellite ben fornito

Con la radio trasmittente

Puoi sentire se tira vento

Questa palla di ferro da tanto lontano

Descrive come avesse due mani

Con un tic e tac speciale

Che in Italia non si è capaci di fare


In America l’altro giorno

Un satellite è scoppiato

Con un botto che a Longastrino

Son caduti tutti i camini

Sgombra via, cos’è stato?

Che siano i Russi che ci vogliono ammazzare?

Poi però si sono accorti

Che erano le trovate dei loro scienziati

E queste strane idee

Provengono da Galileo

Che poi andò a finire

Che in Italia fu stecchito

Solo l’Italia ha l’onore

Di avere eliminato questo professore

E di tutti gli studiosi

La maggior parte l’ammazzavano


E così finisce la storia

E rimane la memoria

Di Galileo Galilei

Poi dopo venne Orfei

E poi ancora Napoleone

E Badoglio con Sandrone

L’Apollonia e Fagiolino

E’ il nostro Governo che vediamo …

Si è saputo negli ultimi tempi

Che preparano armamenti

Vogliono fare basi navali

E poi altre centrali

Dei missili con dei pioppi

Per poter acchiappare dei polli.


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