martedì 26 maggio 2015

La guerra di Sintùla



Caduto a vent’anni in combattimento, alle pendici del Monte San Michele
di Agide Vandini




Lo zio Sintùla, ovvero Sante Toschi, fratello maggiore di mia madre Elvira, lasciò i suoi vent’anni nei primi mesi della Grande Guerra, al Bosco Cappuccio nei pressi del San Michele, proprio là dove combatté in quegli stessi giorni il celebre Ungaretti[1], fra reticolati e trincee alle pendici di un «monte» tanto remoto e lontano dalla Bassa Romagna, la terra ove era nato e che aveva accolto la sua breve gioventù.
Alto appena 275 metri, ma considerato strategico per l’attacco a Gorizia, il Monte San Michele evoca ancora oggi una serie di battaglie sanguinose e crudeli, un’altura ove si fronteggiarono forze agguerritissime e che vide morire, prima e dopo quel 31 ottobre 1915, migliaia di ragazzi come il giovane Sante.
Lui era il primogenito di Angela Berti (la dolce e premurosa nonna Angiùla) e Pasquale Toschi (Nunì Capitèni), nato il 12 gennaio del 1895 quando la sua famiglia abitava ancora a Conselice. Lì il nonno, faceva con sapienza e dedizione il contadino e l’arždór nella possessione dell’Ospedale, come già il trisnonno venuto da Campanile, terra degli avi e borgata a pochi passi da Conselice, sia pure amministrativamente sotto la Brušê, ovvero Santa Maria di Fabriago.
Pochi mesi prima della sua nascita, Pascvalèñ aveva sposato l’Angiùla, dolce ventenne di Barizèt (Belricetto), nella Chiesa di San Bernardino (23.2.1894), una cerimonia poi ripetuta in Comune (1.3.1894) come allora era necessario fare. In chiesa ed all’anagrafe i due freschi sposi vollero dare al primo della loro cospicua nidiata di figli il nome di Sante, appartenuto al padre di Angiùla, un uomo scomparso assai giovane nel ’77 quando lei aveva appena tre anni. In famiglia tuttavia l’appellativo del ragazzo divenne l’affettuoso diminutivo dialettale: Sintùla. Quel nome fu del resto ripreso più volte, nella discendenza dei Toschi (I Capitèni), come in quella dei Berti (I Caróz) con alterna fortuna. A Filo dove vennero a stabilirsi alcuni rami di queste famiglie, fra i tanti «Sante» ne abbiamo conosciuti due: Sante Toschi detto Baréra e Sante Berti detto Sintòñ, entrambi personaggi pittoreschi di cui ho avuto il piacere di narrare alcuni gustosi aneddoti pochi anni fa, nei libri dedicati ai racconti e personaggi di casa nostra.
Aveva circa quattro anni Sintùla, quando (1899) coi miei nonni e col fratellino minore Antonio (Tugnéñ) si spostò da Conselice a San Patrizio, in un podere che stava in fondo alla Via Guberta, a poca distanza dallo scolo Contina Tagliata.
Un altro suo fratellino (Giuseppe Salvatore) era nato e vissuto per pochi giorni all’inizio del 1897, ma poi, in quel fondo di San Patrèzi, Sante vide nascere, un dopo l’altro, una folta scuderia di fratelli e sorelle: Patrizio (1900), Pia Norma (1901, persa l’anno dopo), Maria (1903), Pia Ida (1905), Giuseppina (1906), Benilde detta Serena (1908), Giuseppe detto Pipèñ (1911) ed infine Elvira (1913), la mia mamma, che però non fu l’ultima nata. A San Lorenzo di Lugo infatti, nella casa contadina di via Pollarola dove la famiglia si trasferì alla fine del ’13, la nonna, allora quarantenne (1914), partorì per la dodicesima volta. Alla piccola fu dato il nome di Tisa, ma sopravvisse purtroppo appena poche ore.
Sintùla, in quel 1914 che stava infiammando l’Europa, aveva diciannove anni e la sua famiglia, che includeva anche la nonna paterna Clelia, si componeva di ben dodici persone: padre, madre, nonna e nove fra fratelli e sorelle. Prima o poi, Sante sarebbe stato anche lui l’arždór di una famiglia contadina con tante buone braccia, di quelle che, a quell’epoca, lavorando un buon appezzamento di terra, sia pure a prezzo di immani fatiche e sacrifici, difficilmente facevano la fame. Di certo ne soffrivano meno di altre, anche se i nostri contadini, forse ancor più di chi faceva il bracciante a giornata, pativano nel profondo del cuore l’ingiustizia e la rabbia secolare di chi lavorava ogni giorno la terra col proprio sudore e doveva poi lasciare la maggior parte dei frutti a chi la terra non la toccava, ma la possedeva.
Anche per questo c’erano stati nella nostra Bassa i grandi e duri scioperi di inizio Novecento e, proprio in quello stesso 1914, fra l’8 ed il 12 giugno, a ridosso del primo conflitto mondiale (il 28 luglio 1914 l’Austria dichiarò guerra alla Serbia), la Romagna ebbe un fremito di ribellione, nei moti che presero il nome di «settimana rossa»[2].
Di certo non immaginava di andare in guerra il diciannovenne Sintùla, quando, pochi giorni dopo lo scoppio del conflitto (3 agosto 1914), l’Italia, fino ad allora parte della “Triplice” e dunque alleata dell’Austria, si era dichiarata neutrale. Una guerra che non volevano molti industriali italiani (quelli che avrebbero preferito vendere armi a tutti i contendenti), né gran parte del mondo politico, dai liberal-giolittiani, ai cattolici di Benedetto XV, fino alla maggioranza del Partito Socialista che, assai dibattuto al suo interno in Italia ed in Europa, si risolse nell’ambigua formula «né aderire, né sabotare».
Nel giro di pochi mesi, però, ebbero la meglio i liberal-conservatori di Salandra e Sonnino, nonché quei settori dell’industria che aspiravano ai superprofitti di guerra, magari propugnando l’intervento a fianco dell’«Intesa» in nome delle terre irredente e dell’eredità storica del Risorgimento. Fra i Socialisti si dichiararono «interventisti» i riformisti di Bissolati e ad essi si aggiunse il social-massimalista Benito Mussolini che, finanziato dal governo francese, nel novembre del ’14 passò dal campo neutralista a quello interventista-nazionalista e fu di conseguenza espulso dal PSI. A nulla valse la tardiva disponibilità dell’Austria espressa alle concessioni territoriali cui mirava l’Italia. Il 26 aprile 1915, col Patto di Londra, il nostro paese si impegnava ad entrare in guerra a fianco dell’«Intesa».
Fu per questo che a Sante Toschi detto Sintùla pervenne, come a tanti altri giovani romagnoli ed italiani della sua età, la tanto temuta cartolina. Lui fu arruolato nel 147° Fanteria, un Reggimento da poco costituito (20 aprile 1915) e inquadrato nella Brigata Caltanissetta.


Cartolina (Fronte e Retro) del 147° Rgt. Fanteria che assieme al 148° compone la Brigata Caltanissetta, con indicazione delle battaglie combattute nel corso del conflitto. La vignetta centrale raffigura i combattimenti della Seconda Battaglia dell’Isonzo.

Quando il figlio maggiore partì per la guerra, la famiglia di Nunì Capitèni stava ancora a San Lurénz, nel lughese, ma era in procinto di trasferirsi in altro sito a poca distanza da Conselice, a Portonovo di Medicina; lì la famiglia rimase dal 1 Giugno del ‘15 al 14 novembre del ‘16.
Le vicende dello zio Sante, partito per la guerra quando mia madre, sua sorellina più piccola, aveva poco più di due anni, le conosciamo grazie al diario della sua Brigata, una storia che ho ritrovato sul web, scritta in classico stile militaresco. Sono brevi note, quelle relative all’anno 1915, da cui traggo un primo brano:

Partita da varie sedi della Sicilia, la brigata il 9 giugno è a Cusignacco (26° Divisione).
Destinata nella zona Carnica, il 29 è inviata fra Caneva, Resiutta e Moggio Udinese, ma vi permane poco tempo, poiché, il 30 luglio, è trasferita fra Brazzano e Cormons ed il 2 Agosto a Romans, quale riserva del XIV° Corpo d’Armata.


Posizioni al 4 luglio 1915, alla fine della Prima battaglia dell'Isonzo. Si nota come l'Esercito italiano era stato in grado di conquistare due posizioni importanti come Bosco Lancia e Bosco Cappuccio, trampolini per la seconda battaglia dell'Isonzo che inizierà solo qualche giorno dopo la chiusura della prima. Gli italiani non riuscirono comunque a conquistare un'altra posizione favorevole come il Bosco Triangolare che rimase saldamente in mano austriaca.

L’11 agosto [la Brigata] raggiunge il Bosco Cappuccio (28° Divisione) ove schiera il 147° in prima linea e disloca a Sdraussina [oggi Peteano] il 148°, il quale, il 21, è anch’esso in prima linea.
Fino al 17 settembre la brigata sostiene nel tormentato settore una lotta continua, snervante, nella quale i suoi reparti, alternando le azioni ai lavori di zappa, riescono a guadagnare palmo a palmo l’insidioso terreno, serrando molto sotto alle posizioni avversarie dalle quali in qualche punto distano appena venti metri.
E’ un battesimo duro di fuoco che la «Caltanissetta» ha sostenuto molto bene, ricevendo ripetuti elogi dalle superiori autorità. Essa ha perduto in questo periodo di lotta, 29 ufficiali e 1358 gregari.
Il 18 settembre, sostituito in linea, è inviato nei pressi di Versa per il meritato riposo e per il necessario riordinamento[3].

Il fante Sante Toschi, col suo 147 Rgt. Fanteria, rimase perciò ininterrottamente in prima linea per una quarantina di giorni, fra l’11 agosto ed il 18 settembre, durante la cosiddetta «seconda battaglia dell’Isonzo» scatenata nei primi mesi di guerra, attraverso la quale il generale Cadorna credette di poter conquistare Lubiana in poche settimane e di lì puntare su Vienna. Borgo Cappuccio, come Bosco Lancia e Bosco Triangolare nei pressi del Monte San Michele, erano i punti in cui era dispiegata l’agguerrita prima linea austriaca. Dopo una Prima battaglia in cui si fu costretti a rientrare alle linee di partenza, nel luglio del ’15, si reiterò il tentativo di sfondamento delle difese nemiche, in particolare a Bosco Cappuccio, vera chiave di volta per la conquista del paese di San Martino del Carso. Le difese austro ungariche, su due linee protette da quadruplice fila di reticolati, con decine e decine di nidi di mitragliatrici, non cedettero[4].
Quella Seconda battaglia dell'Isonzo segnò per l’Italia, nell'estate del 1915, il massimo dello sforzo; quasi tutte le riserve furono impiegate, con un consumo enorme di munizioni e mezzi di trasporto; si esaurirono le scorte di benzina e di cibo. Si rese necessaria una sosta, per colmare le file dei reggimenti con nuovi rincalzi ed attendere l'arrivo di altra artiglieria campale, dal momento che quella utilizzata si era dimostrata largamente insufficiente a coprire il fronte degli attacchi della nostra fanteria[5].
Il 21 ottobre 1915, ebbe così inizio la furiosa Terza battaglia dell'Isonzo. Alternate le truppe italiane in linea, di fronte al Bosco Cappuccio fu schierata la Brigata Catanzaro cui si aggiunse la Caltanissetta. Nonostante l'eroismo dei fanti, furono conquistate solo modeste posizioni ed avamposti nemici, senza che la difesa fosse minimamente intaccata. La cattiva stagione e l'esaurimento delle Brigate italiane, dissanguate da mesi di inutili assalti, consigliò al nostro Comando Supremo una sospensione delle operazioni[6].

Bosco Cappuccio -- Linea delle trincee italiane da cui muove l'offensiva del novembre 1915 verso Bosco Cappuccio, in fondo.(Dalla rivista L'Illustrazione italiana, 20 febbraio 1916).

Carso, trincee  italiane costruite con sacchi di terra e sassi.
Ripercorriamo comunque i terribili giorni e i movimenti di truppe che interessarono lo zio Sintùla nel Diario di guerra della sua Brigata:

Il 26 Ottobre [la Brigata Caltanissetta] è schierata col 148° nelle posizioni del Bosco Lancia, mentre il 147° fin dal 22 combatte al Bosco Cappuccio [comandante il Col. Polver Gaetano], riportando qualche vantaggio territoriale. Ripresasi l’azione, la brigata fino al 2 novembre s’impegna in una lotta accanita nella quale i reparti gareggiano in eroismo. Le posizioni avversarie sono più volte conquistate e perdute data la tenace ed attiva reazione dei difensori, ma finiscono per cadere la maggior parte in possesso dei nostri che le rafforzano e le mantengono, catturando prigionieri, armi e materiali. Le perdite della brigata sono un indice sicuro della strenua lotta: 95 ufficiali e 3946 uomini di truppa. Il 7 novembre la Caltanissetta scende nei pressi di Versa per riposare e riordinarsi.

Le perdite del solo 147° Fanteria, fra il 22 ottobre ed il 6 novembre, nell’area di Bosco Cappuccio – Sella di San Martino del Carso – Q. 441 – Bosco Lancia furono:

Ufficiali: 15 morti, 12 feriti, 6 dispersi ; Truppa: 124 morti, 545 feriti, 730 dispersi.

Fra quelle perdite di orribili proporzioni e fra quei 124 morti e 545 feriti, va purtroppo annoverato anche lo zio Sante “morto nell’ospedaletto da campo n. 98 il 31 ottobre 1915”.
Nella casa dei Capitèni, così mi diceva mia madre, si è sempre tramandato che, alla notizia della perdita di Sintùla, la nonna, affranta dal dolore, ebbe quasi a morirne, tanto la gettò nello sconforto e nella disperazione il pensiero del figliolo caduto chissà dove,  per una guerra di cui non riusciva a darsi ragione.
Sante ebbe in un primo momento, a spese dei familiari, una bella ed ordinata tomba nel cimitero di Romans d’Isonzo.
La sua famiglia invece si spostò ancora. Da Portonovo di Medicina, poco più di un anno dopo, il 16 novembre del 1916, il nonno venne a stabilirsi nell’argentano, a pochi passi da Filo, alla Campagnona in terra di San Biagio. In quegli anni, nel cimitero sanbiagese fu eretto un elegante cippo a ricordo dei caduti di guerra. Le pareti laterali ospitarono le fotografie e i nomi, rispettivamente, dei Morti per Malattia, dei Dispersi e dei Caduti in Combattimento. Sante si trova ancora lì, presente, fra quest’ultimo gruppo.

Il cippo di san Biagio – Sante Toschi è il penultimo della colonna più a destra.


Durante il turbolento dopoguerra la nonna Angiùla andò in treno più volte fino a Romans d’Isonzo sulla tomba del figlio. Intorno al 1926, quando ormai la famiglia si era spostata a Filo, alla Casetta (dove mia madre conobbe giovanissima mio padre Guerriero), fu finalmente possibile trasferire la salma al cimitero di Filo. Qui Sintùla riposa ancora oggi, raggiunto negli anni ‘50 dagli amati genitori, morti serenamente in vecchiaia. Da loro, Sante ora non può staccarsi mai più.
Nel centenario dell’entrata in guerra dell’Italia e della morte dello zio Sante, il pensiero mio, dei nipoti e dei discendenti di Nunì e dell’Angiùla va perciò, non senza una punta di fierezza e di orgoglio, soprattutto a quel dolore, a quella vita stroncata, a quella bella gioventù straziata e perduta sul Carso, quando, fra grida, stenti e colpi di mitraglia, la morte falciò senza pietà, ai margini di un Bosco, alle pendici di un’altura come tante, chiamata Monte San Michele.

A fianco: mia nonna Angiùla (Angela Berti) in visita alla tomba del figlio Sante a Romans d’Isonzo, negli anni ’20 del ‘900 (dal mio album di famiglia).





[1] In piena guerra il poeta,  per un improvviso mutamento del paesaggio, trova uno spiraglio di evasione e di sogno. Bosco Cappuccio,  il colle che offre al poeta lo spunto ed il pendio di erba verde come il velluto, diventa una riposante poltrona. L’immagine porta il poeta lontano,  non più al Carso straziato dalla guerra, ma ad un caffè di Parigi dove  riposa alla luce di una lampada, una luce fioca  come quella della luna che imbianca Bosco Cappuccio. Il caffè più di una speranza per il futuro è un dolce ricordo del passato. (http://balbruno.altervista.org/index-1180.html). Il dipinto raffigurante Bosco Cappuccio è di Andrea Palermo da Padova.
[2] Per le notizie di Storia generale relative al primo conflitto mondiale,  si fa riferimento alla Grande Enciclopedia Agostini, vol. X, pp.146 ss.

domenica 24 maggio 2015

Un secolo fa, il 24 maggio 1915



L’Italia nella Grande Guerra
di Agide Vandini e Beniamino Carlotti


Nella ricorrenza del centenario dell’entrata in guerra dell’Italia nel primo conflitto mondiale, Beniamino Carlotti ci ha mandato un breve ma sentito messaggio di commemorazione, segnalando al nostro blog il suo encomiabile e toccante lavoro, un video molto bello che da tempo ha affidato al web, interamente dedicato ai caduti filesi di quello scontro crudele e cruento che per anni infiammò e cambiò l’Europa.
Il video, il cui link trovate al termine delle sue note, ci propone i nomi e le immagini disponibili dei nostri caduti, cercati per anni e raccolti con cura. Ha in sottofondo l’Inno del Piave ed una lettura d’epoca del vibrante Bollettino della Vittoria  dello stesso generale Armando Diaz del  4 Novembre 1918, parole ancora presenti in qualche edificio pubblico in lapidi enormi, in lettere d’ottone che nel celebre ed emozionante finale annunciano: “I resti di quello che fu uno dei più grandi eserciti della storia risalgono ora in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza. Firmato Diaz”.
Questo stesso bollettino era affisso anche in un muro esterno delle scuole filesi che stavano a fianco della chiesa (oggi giardino dell’ex Asilo Parrocchiale)  assieme ai nomi dei nostri caduti, scuole rase al suolo dai bombardamenti dell’aprile 1945, nomi  persi per anni fino al paziente lavoro di raccolta di Beniamino e di altri ricercatori come Egidio Checcoli, Vanni Geminiani e il sottoscritto.
Filo ricorda con riconoscenza e devozione quei nomi e quel sacrificio di sangue in una strada periferica (Via 24 maggio) e soprattutto nel Monumento dedicato nel 1955 ai “Caduti di tutte le Guerre” (a.v.).

°°°

La Prima guerra mondiale (1915-1918), costituisce uno di quegli eventi che hanno cambiato la storia d’Europa e di tutti i paesi che ne  furono coinvolti e segnò indelebilmente il destino d’ Italia e del suo popolo.
Quattro anni e tre mesi durò il conflitto, vi furono  ben  10 milioni di morti e 21 milioni di feriti, coinvolgendo in Italia quasi 6 milioni di combattenti. I caduti, furono 680.000, per lo più giovani soldati, un’intera generazione andò perduta. 
Ancora oggi, soprattutto nelle piccole comunità paesane, è ancora molto forte e diffusa la memoria di quei tragici eventi e dello straziante dolore provato dalle famiglie dei caduti,  trasmesso poi alle generazioni successive.  
Ricorrendo oggi il centenario dell'entrata in guerra del nostro paese,  a modo mio e con molta umiltà, vorrei ricordare e  commemorare i caduti di Filo, minuscolo paese della Bassa Romagna, affinché non si perda memoria del loro supremo sacrificio,  compiuto nel nome della patria.




Questo il link dello slideshow inserito su You Tube:
                   




24 maggio 21015                                                                Beniamino Carlotti

giovedì 7 maggio 2015

Il tandem



Memorie dal  «Quaderno»
di Giovanni Pulini


 Con questa mia memoria vorrei cercare di dare un vissuto ad un periodo, dal 1940 al 1943, quando la miseria era un luogo comune e nessuno ci faceva più caso.
 Tutta la mia famiglia era  impegnata in un lavoro in proprio: mio padre prendeva in affitto terreni ed argini per la fienagione. Il foraggio, in quel periodo, era molto ricercato in quanto l’Italia era entrata in guerra con un Esercito dove il cavallo ed il mulo erano i mezzi di trasporto.
Mio padre acquistò un cavallo e noi costruimmo un biroccio. In famiglia erano disponibili solamente due biciclette che dovevano essere condivise da otto persone, quali erano i componenti della mia famiglia,  perciò il cavallo, ed il biroccio, ci servivano come mezzo di trasporto sia per persone che utensili da lavoro.
Io ero il cocchiere della famiglia, governavo il cavallo, ero il responsabile del nostro mezzo di trasporto. La fienagione era solo stagionale, per lo più estiva, e nei periodi morti offrivo piccoli trasporti per chiunque ne avesse avuto necessità.
 Nel mio paese, Filo, un signore vendeva mobili, ma non aveva mezzi di trasporto autonomi cosicché chiese a mio padre se potesse fare trasporti per suo conto col nostro cavallo e biroccio. Il lavoro consisteva nel recarsi a Lugo di Ravenna, caricare mobili e portarli dalla fabbrica al negozio e da qui, una volta venduti, al cliente finale. Era un lavoro che mi piaceva, che mi faceva sentire importante, mi faceva sentire già uomo, nonostante fossi poco più di un ragazzo. Casimiro Beppino Andalò, questo era il nome del mobiliere, era una gran brava persona e alcune volte, recandomi a Lugo con lui, mi portava a mangiare in trattoria e ciò mi dava modo di ingerire cibo che a casa mia non si mangiava.
Un giorno Casimiro mi disse di passare dal negozio che aveva qualcosa per me: mi regalò un tandem, modernamente accessoriato, poiché ben conosceva le esigenze della mia famiglia.  Dal mio punto di vista non era solamente una bicicletta, ma rappresentava un mezzo che mi dava un tono di benessere; al mio paese, Filo, non c’era nessun altro che avesse questo privilegio.




Il lavoro mi aveva fatto crescere in fretta, il mio fisico era maturato presto, a sedici anni avevo già una barba da uomo, avevo già scoperto il sesso, frequentavo persone più grandi di me, i miei amici avevano superato i venti anni, fumavo qualche sigaretta offertami da Casimiro, uomo benvoluto da tutti e buon padre di famiglia: venne fucilato, insieme ad altri,  l’8 settembre 1944.
 Solamente coloro che erano ragazzi in quel periodo possono capire il disagio che esisteva fra ricchezza e povertà.  Spesso andavo in giro nei paesi limitrofi per farmi vedere sul tandem e per questo oggetto di lusso ero spesso invidiato.
La memoria mi riporta vividamente ad un episodio di quel periodo.

 Durante il mese di maggio del 1943 spesso la domenica, noi amici e ragazzi,  andavamo in gruppo a Porto Corsini, oggi Marina di Ravenna. Si partiva presto al mattino con una sporta di pane, la frutta l’avremmo rimediata durante il tragitto, ma non sempre si avevano i soldi per comprare il companatico. Mio fratello ed io ci sentivamo soddisfatti del nostro tandem anche se nella sporta portavamo solo pane.
 La strada che da Ravenna porta al mare costeggiava il porto canale e, sulla parte opposta,  alcune bancarelle vendevano un po’ di tutto; in una di quelle gite comprammo mezzo chilo di pesciolini fritti, una spesa che non sempre si poteva fare e non ricordo come quel giorno avessimo i soldi per farlo. I costumi da bagno si prendevano a noleggio e questo dava il diritto di depositare le biciclette oltre all’uso di un capanno dove si potevano lasciare vestiti e borse. Noi ragazzi gironzolammo un po’ per la spiaggia quasi deserta, i villeggianti erano pochissimi ed in quegli anni non c’era turismo di massa.
Verso mezzogiorno, dopo aver recuperato le nostre sporte, stendemmo dei giornali a terra a guisa di tovaglia e,  a ridosso di una duna vicino alla pineta, cominciammo il nostro pranzo; dopo pochi minuti uscirono dalla pineta due ragazze in costume da bagno: erano ragazze mature ed il loro abbigliamento rispecchiava una classe sociale benestante. Ci diedero un’occhiata, ma il loro sguardo rimaneva più fisso sul cibo che avevamo preparato, ci superarono di qualche passo poi,  rivoltandosi verso di noi, ci chiesero dove avessimo preso il pane. Ci guardammo rossi in viso per l’imbarazzo e Mario, che era il più grande del gruppo, le invitò ad unirsi al nostro “pranzo”: addentarono il pane e ci fecero un’infinità di complimenti per la bontà dello stesso. Noi ragazzi per la vergogna non aprimmo più bocca!
Dopo poco un uomo, padre di una delle ragazze, arrivò e le rimproverò, le due si giustificarono dicendo che mai avevano mangiato un pane di qualità così eccellente, il signore non poté verificare poiché del pane non c’era più traccia! Ci chiese dove lo avessimo acquistato e Mario spiegò che la madre, il giorno precedente, ne aveva fatto tanto che sarebbe bastato per una settimana intera. Il signore chiese a Mario, dietro compenso, se potesse averne. Per noi, che non avevamo mai una lira in tasca, la proposta ci sembrò allettante, Mario stesso si offrì di andarlo a prendere, nonostante Filo distasse una trentina di chilometri, e rassicurò che sarebbe stato di ritorno verso sera. Il signore gli consegnò un biglietto da visita pregandoci di presentarci all’Hotel Miramare, dove villeggiava con la famiglia. Mario fu di ritorno verso le diciotto e andammo tutti all’Hotel. All’entrata fummo fermati dal portiere che, nonostante il biglietto che gli stavamo mostrando, incredulo minacciò di chiamare le guardie se non ce ne fossimo andati via. Fortunatamente arrivò il destinatario di quella sporta e spiegò che lui stesso ci aveva invitati. “alle ore venti vi aspetto per la cena” ci disse, prese la borsa con il pane, ma, con nostra grande delusione, non ci diede danaro. Accettammo l’invito seppure con un certo imbarazzo; se ci avesse dato prima i soldi…prima di cena…avremmo tagliato la corda ed il Commendatore, così riportava il biglietto da visita, ma noi non conoscevamo il significato della parola,  non ci avrebbe più visto! Noi ragazzi aspettammo, seduti sopra ad un muretto, le ore venti osservando un grande orologio appeso ad un muro di fronte a noi. Ci presentammo puntuali, ci fecero accomodare in una saletta dove un lungo tavolo era apparecchiato e sopra vedemmo il nostro pane. Arrivarono i commensali, tutti vestiti elegantemente a differenza di noi che non avevamo abiti adatti, ma avevamo il pane, la gioventù e il tandem! Fu offerto un aperitivo in piedi e, mentre gli ospiti parlavano di tutto,  noi ragazzi facemmo gruppo da soli. Finalmente tutti a tavola e  finalmente ci rilassammo in quanto nessuno faceva attenzione a noi. L’attenzione di tutti era rivolta al pane, oggetto di ovazioni. Furono serviti un risotto di pesce prima  e pesce bollito per secondo. Al momento della frutta ci trovammo in difficoltà e nessuno di noi la mangiò: non avevamo mai usato le posate per pulire la frutta e ci giustificammo dicendo che ogni giorno potevamo averne a volontà.
Nel frattempo si era fatta notte e quando Mario  propose di avviarci verso casa il Commendatore gli diede cento lire e ci disse che l’Hotel ci aveva messo a disposizione un motocarro, parcheggiato all’esterno, per riportarci a casa. Caricammo nel cassone le biciclette, il tandem e durante il tragitto ognuno raccontava le proprie emozioni e si rideva a crepapelle. Giunti a casa Mario volle dividere il danaro fra tutti noi, ad ogni costo.
 Quella fu l’ultima estate che trascorremmo con gioia e sonore risate.
 Alla fine del 1943 non si rise più e nel 1944, con il “Decreto Graziani”, si dovettero prendere decisioni importanti.
Mario Guerra, per sfuggire ad una eventuale fucilazione, andò coi Partigiani sulle montagne emiliano-romagnole  dove, in uno scontro con la brigata nera, fu ferito e, portato a Bologna, venne fucilato.
 Anch’io dovetti andarmene di casa per non essere preso e subire la stessa sorte di Mario (Giovanni Pulini, Aprile 2015).