giovedì 18 settembre 2008

Un filese nell'affondamento del Laconia, 1942

Il soldato Felloni Selvino fra i dispersi in quell’orribile scenario di guerra

di Agide Vandini



L’anniversario. Ricorre proprio in questi giorni il 66° del siluramento del transatlantico inglese Laconia al largo della costa africana e di quel che ne seguì, una storia scabrosa di cui si è sempre parlato poco, ma che può essere considerata, per certi aspetti, una delle pagine più nere della Seconda Guerra mondiale.

Prima di riassumere per sommi capi tutta la vicenda e di rimandare l’approfondimento ai numerosi siti internet che la riportano e la commentano nei particolari, è bene dire che di essa ci si occupa oggi in questo blog soprattutto in ricordo di un militare filese che, proprio a seguito di quel tragico affondamento, fu dato per disperso e che al suo paese, perciò, non tornò mai più.

L’atrocità della vicenda che lo coinvolse assieme ai suoi compagni fu tale che, pur nella considerazione delle numerose tragedie che toccarono tante famiglie filesi [1], sento il dovere di onorare, in modo speciale e con tutto il rispetto e il cordoglio che merita, la memoria di questo soldato scomparso nelle acque dell’Oceano Atlantico, così lontano dal suo paese.

Si tratta del militare Felloni Selvino (vedi foto a fianco) del quale Egidio Checcoli, ne Il filo della memoria (Prato, Editrice Consumatori, 2002, p.121) ha accuratamente riportato: «Soldato, XXVIII° Settore G.A.F. di Draga(Fiume), dichiarato disperso nell’affondamento del Laconia il 12.9.1942. Aveva 29 anni».

A quest'ultimo proposito lo studioso Gian Paolo Bertelli, autore di una interessantissima opera sull'argomento [ Da El Alamein al Laconia, Modena , Digital Borghi, 2008 ], riferisce gentilmente che, controllata la documentazione in suo possesso ha potuto dedurre che Felloni era in forza al XXVII settore Guardie alla Frontiera di stanza a Fiume e non al XXVIII. Da Fiume, Felloni Selvino fu trasferito a Castel Benito (Zuara) in Libia, da li fu inviato al seguito dell'avanzata di Rommel in Egitto dove venne presumibilmente catturato durante la battaglia di El Alamein (19.09.2009).


L’affondamento del Laconia. Ecco dunque la ricostruzione sommaria della triste vicenda.

La notte del 12 settembre del 1942, nei pressi dell'isola di Ascensione (v. posizionamento nella mappa a fianco), un U-boot tedesco, l'U-156 al comando del tenente di vascello Werner Hartenstein, inquadrò e colpì il Laconia, un transatlantico varato nel 1922 da circa 20.000 tonnellate convertito dagli inglesi in mercantile armato per il trasporto delle truppe (v. disegno più sotto).

La nave era salpata da Suez il 12 agosto con a bordo, diretti alla volta dell'Inghilterra, 463 ufficiali e uomini di equipaggio; 286 passeggeri militari inglesi; 103 guardie polacche; 1.800 prigionieri di guerra italiani e 80 tra donne e bambini.

I militari italiani, all’epoca alleati dei tedeschi, erano stati fatti prigionieri nel luglio precedente dopo la prima battaglia di El Alamein. Il mese di navigazione li aveva messi a dura prova, ammassati in tre stive con razioni di viveri inadeguate, ma ormai si era a poche settimane dall’arrivo in Inghilterra. La notte del 12 settembre, il Laconia, navigava a luci spente e zigzagava come di routine per evitare gli attacchi dei sommergibili nemici che pattugliavano tutti i settori dell'Atlantico. Fu centrato da due siluri ed affondò in circa due ore.

Il sommergibile tedesco emerse ed il suo comandante si accorse che tra i naufraghi c’erano numerosi soldati alleati italiani. Appresa la composizione dei passeggeri informò immediatamente il Comando navale tedesco. Il viceammiraglio Dönitz acconsentì al salvataggio dei naufraghi, ordinando allo stesso tempo ad altre unità navali, tedesche ed italiane, di far rotta verso il luogo del disastro.

Dai primi racconti dei naufraghi italiani emerse però una realtà inquietante, che fu annotata nel giornale di bordo del comandante Hartenstein: «00 h 7722 – SO. 3. 4. Visibilità media. Mare calmo. Cielo molto nuvoloso. Secondo le informazioni degli italiani, gli inglesi, dopo esser stati silurati, hanno chiuso le stive dove si trovavano i prigionieri. Hanno respinto con armi coloro che tentavano di raggiungere le lance di salvataggio…».

In sostanza le guardie polacche avevano ricevuto l’ordine di lasciare i 1800 prigionieri di guerra italiani chiusi nelle stive, condannati di fatto ad una morte orribile per affogamento. Le testimonianze su quei tragici momenti apparivano agghiaccianti, qualcuno dei prigionieri pare avesse tentato addirittura di suicidarsi battendo la testa contro le pareti dello scafo. Con la forza della disperazione i reduci del deserto si erano scagliati contro i cancelli sbarrati, davanti alle guardie che non esitavano a respingerli a colpi di baionetta o a sparare a bruciapelo. L’orrore era poi proseguito sul ponte della nave, dove si era sparato sugli italiani che cercavano posto nelle scialuppe e ad alcuni erano anche stati recisi i polsi affinché non potessero più arrampicarsi.

L’emersione del sommergibile aveva posto fine alla barbarie, ma si è potuto calcolare che ben oltre un migliaio di italiani fossero già morti direttamente nelle stive e in quelle prime ore disperate.

Le operazioni di salvataggio, che durarono alcuni giorni, consentirono al comandante Hartenstein di salvare sul suo, e sugli altri U-Boot, centinaia di naufraghi, in attesa dell’arrivo di una nave francese di soccorso, un incrociatore della classe Gloire partito da Dakar. I quattro sommergibili si trovarono carichi di prigionieri, sia all’interno che sul ponte di coperta; in più trainavano molte scialuppe di salvataggio quasi nell’impossibilità di immergersi (v.immagini a fianco). Come se non bastasse il sangue dei feriti aveva richiamato sul posto tutti gli squali della zona che facevano scempio dei vivi e dei cadaveri.

La tragedia sembrava giunta alla fine, ma in realtà le sorprese non erano finite.

In quelle difficili condizioni, il 16 settembre, alle ore 11 e 25, fu avvistato un bombardiere americano del modello B-24 Liberator, comandato dal tenente pilota James D. Harden. Dall’aereo si potevano osservare i sommergibili e vedere sopra coperta, come da convenzione internazionale, i teli bianchi con la croce rossa, indicanti prigionieri a bordo. Di più: Hartenstein chiese ad uno degli ufficiali inglesi che si trovavano sul suo U-Boot di trasmettere - in inglese - all’aereo il seguente messaggio: «Qui ufficiale Raf a bordo del sommergibile tedesco. Ci sono i naufraghi del Laconia, soldati, civili, donne e bambini».

Il Liberator non rispose e si allontanò. Il tenente pilota Harden telegrafò però al suo punto di appoggio che si trovava sull’isola di Asuncion, da dove il comandante in capo, il colonnello Robert C. Richardson III, impartì l’ordine chiaro «Sink sub».

Il Liberator tornò alle 12 e 32 per bombardare i sommergibili. Caddero cinque bombe, di cui una centrò una scialuppa ed una colpì l’U-Boot causando avarie agli accumulatori ed al periscopio. Hartenstein a quel punto fece tagliare le cime con le scialuppe e si immerse.

I superstiti (700 inglesi, 373 italiani e 72 polacchi) furono poi presi a bordo dalla nave francese di soccorso e giunsero a Dakar il 27 settembre.

Dönitz diventò ammiraglio alla fine di quell’estate e dispose che i sommergibili non avrebbero più raccolto naufraghi delle navi affondate e questo fu uno dei capi di imputazione sulla sua testa al processo di Norimberga, il 9 maggio 1946. Dönitz, che fu poi condannato a 10 anni di prigione, si difese proprio citando il bombardamento dei sommergibili dopo l’affondamento del Laconia.

Dei 1800 italiani, circa 1400 morirono annegati, in gran parte intrappolati nella stiva della nave. Fra essi anche il nostro compaesano, il filese ventinovenne Felloni Selvino.



Una tragedia di guerra, la guerra come tragedia. Di questa vicenda si è parlato con parsimonia nel dopoguerra e ben pochi si sono occupati di quei poveri morti. Per gli annegati del Laconia, dunque, c'è sempre stato solo il dolore privato delle famiglie e qualche sommesso quanto rispettoso ricordo, come questo modesto scritto, a tanti anni da quei fatti. Poche, e poco autorevoli le ammissioni di colpa da parte degli anglo americani che, a quanto si legge, hanno sempre per lo più ignorato, nel dopoguerra, l'avvenimento.

E’, quella del Laconia, comunque la si interpreti, una pagina ben poco onorevole, ma è anche uno dei tanti misfatti di una guerra insensata, in cui ci portò colpevolmente un regime autoritario e liberticida, responsabile di aver arrecato all’Italia, oltre ai tanti lutti famigliari, una rovina morale e materiale dalla quale ci si è potuti sollevare soltanto con grande sacrificio ed unità di popolo.

Sia allora questo piccolo ricordo del filese Selvino, disperso coi suoi tanti compagni all’altra parte del mondo, ingoiato dall’Oceano al largo dell’Africa nella più sconvolgente delle tragedie, un monito e una preghiera contro la pazzia della guerra, contro l’odio insensato ed il disprezzo per la vita, quasi sempre fomentato dal nazionalismo più becero, e sia un accorato appello contro quella violenza, prepotenza e sopraffazione che possono fare dell’uomo, ancora oggi, una bestia così spietata e feroce.


Questi alcuni indirizzi web ove si consiglia di approfondire l’argomento:


http://cronologia.leonardo.it/battaglie/batta108.htm

http://digilander.libero.it/lacorsainfinita/deserto/prigionieri/affondamentolaconia.htm

http://wernerhartenstein.tripod.com/italiano01.htm

http://wernerhartenstein.tripod.com/index.htm

http://www.mclink.it/com/inform/art/07n16619.htm

http://it.wikipedia.org/wi\ki/Incidente_del_Laconia


[1] Il piccolo paese subì occupazioni, devastazioni, rappresaglie, fucilazioni, bombardamenti e contò, purtroppo, un numero spaventoso di vittime, sia del conflitto (141 Caduti, di cui: 18 Martiri della Libertà, 31 Militari, 92 Civili), sia delle conseguenze postbelliche (28 Vittime, di cui: 23 per gli sminamenti, 5 per morti violente da mano ignota).

lunedì 15 settembre 2008

Quelle partite di calcio sull’aia…

Una foto una storia (4)

di Agide Vandini


La foto è stata scattata più di mezzo secolo fa. Risale, all’incirca, al 1955 e alle mitiche sfide sull’aia del Fondo Masi, fra la temibile formazione dello Stalon e quella del “Resto del Mondo”, composta, come si può intuire, da altri ragazzi filesi fra cui chi vi scrive (l’ultimo a destra in piedi). Fra partite, rivincite e partitissime, di queste sfide se ne fecero parecchie, fino a quando, cioè, non si diventò grandicelli e si fu ammessi a gare più importanti ed organizzate, quelle del Campo Sportivo.

Gli avversari che affrontavamo int l’éra de’ Stalon erano agguerritissimi coetanei che facevano capo alle famiglie Pezzi e Montanari, ospitali padroni di casa, col rinforzo dei Bucchi e dei Baldi (i Travarséra), ragazzi che giocavano e s’allenavano spesso gli uni contro gli altri, sui praticelli o sulle carraie alle adiacenze delle loro case contadine.

Le sfide venivano lanciate a scuola, oppure in parrocchia, e si disputavano di solito la domenica pomeriggio, con tanto di seguito rumoroso di curiosi e spettatori. Erano occasioni da non perdere. Il vecchio «campicello» era ormai stato adibito a Monumento dei Caduti, nel campo sportivo ci giocavano i gloriosi «azzurri» filesi, e quando il campo era libero era pur sempre sconsigliabile andarci, col pallone a rischio di sequestro da parte di Mariaz d’Figion, uomo singolare quanto geloso dei suoi prugni rusticani schierati a ridosso di una delle due porte del campo. Proprio dietro ai suoi prugni, ben nascosto, era solito attendere che il pallone finisse sui suoi terreni, per requisirlo e consegnarlo poi direttamente in caserma.

A quei tempi, dunque, prati e palloni disponibili in paese ce n’erano davvero pochi e veniva davvero a fagiolo il fatto che, allo Stalon, ci fosse sempre tutto pronto per noi, compreso un grosso pallone «numero cinque», della dimensione, quindi, solitamente riservata agli adulti.

Non occorrevano preparativi di sorta. Scarpe da calcio per ragazzini ce n’erano pochissime in giro, ed erano quasi sempre di seconda o terza mano. Dal fondo di queste scarpe da zugadór riciclate fuoriuscivano regolarmente le semenze dei tacchetti consumati, semenze e chiodini che bisognava ribattere prima di ogni partita per evitare vesciche da tregenda. Poiché, tuttavia, questi incontri si disputavano sull’aia pavimentata dello Stalon, era logico calzare scarpe comunissime, anzi le più vecchie e maltrattabili che si avevano in casa. Divise da gioco, ovviamente, neanche a parlarne e non era poi il caso di indossare neppure le braghe corte, visto che avrebbero significato, per noi, soltanto sbucciature in serie alle pur coriacee e resistenti ginocchia.

L’entusiamo contagiava tutti appena giunti sul posto; saliva talmente alle stelle da vivere con impazienza persino l’abituale gonfiatura del pallone, operazione rituale e a dir poco interminabile. Il nostro pur pregiato pallone di cuoio (cun la gŏsa) evocante la rotondità dei mondi - come ebbe felicemente a scrivere Gianni Brera - aveva una larga fenditura per l’inserimento della camera d’aria (cambre d’aria) e i lacci di cuoio che la richiudevano andavano sciolti fino a liberare la rosea imboccatura di gomma (e’ picöl). Attraverso quest’ultima, poi, si soffiava l’aria prodotta da una pompa per biciclette (e’ pumpon) azionata da uno di noi.

Occorreva tempo, pazienza e fatica per tendere il cuoio all’inverosimile, dato che, per quanto si legasse strettamente il picöl con un elastico, il pallone si sgonfiava gradualmente durante la gara e non si voleva certo rischiare una seconda operazione tanto lunga. Quando il pallone aveva quasi raggiunto la forma di una pera, veniva il momento di riallacciare l’apertura e di restituire allo stesso una forma rotonda. Era un’impresa pressoché titanica per ragazzini come noi, perciò la si affrontava collettivamente: chi infilava e tirava i lacci di cuoio, chi teneva invece ben stretto il tesoro, l’oracolo che recava, dentro di sé, sogni e divertimento di una domenica pomeriggio.

Si cercava in ogni maniera, data l’importanza della sfida, di fare un accurato lavoro affinché i rimbalzi del pallone fossero meno casuali possibile. Con lo strumento di gioco finalmente disponibile si formava subito una frotta di ragazzi che se lo contendevano correndo per l'aia, ansiosi di tastarlo, provarlo, misurarsi con esso, fino a quando l’ansia della gara non prendeva il sopravvento.

Pochi erano i preliminari. Il più forte di ogni squadra (Alina quindi per noi) decideva i ruoli in campo, i due portieri si sputavano solennemente nelle mani nude, pér e spér per il calcio d’inizio e subito le squadre si affrontavano senza tregua in quell’aia ben ripulita ove, appena poche settimane prima ed a raccolto avvenuto, si era disteso il granoturco. Lo si faceva senza arbitro, senza guardialinee, con le linee laterali stabilite dai cordoli e con le porte segnate dai nostri cappotti. Gli incontri, a quel che ricordo, furono sempre equilibrati, combattuti e corretti, data la presenza di adulti fra gli spettatori.

A tanta distanza di anni, cambiati profondamente abitudini e scenari, di quelle corse spasmodiche dietro un pallone sull’aia rimane un ricordo di sensazioni fortissime: una voglia matta di superarsi, di compiere imprese di cui vantarsi a scuola, di emulare gesta di campioni dello sport che vivevano nella nostra fantasia, appena immaginati, sognati e fino ad allora mai visti, né dal vero, né in una TV a quel tempo ancora sconosciuta.

I nostri eroi ed idoli erano i Pivatelli, i Pilmark, Skoglund o John Hansen rimirati nelle figurine che ci disputavamo ogni giorno davanti alla chiesa al gioco del Zacagn, oppure intravisti al cinema nelle brevi e mirabolanti sequenze di qualche «Settimana Incom».

Oggi ci basta, in fondo, osservare appena la foto per percepire, con immediatezza, epoca ed età dei protagonisti. Par quasi di veder aleggiare, nell’aere di quell’aia, i draghi alati ed i sogni di una generazione sempre in grande fermento, quella nata nell’ultimo dopoguerra, in un’epoca fortemente segnata da ristrettezze economiche come da speranze in un domani migliore, una generazione che, poi, è cresciuta vorticosamente assieme al boom economico del paese.

Eccoli qui, dunque, sotto i nostri occhi ed in una sola significativa immagine, i tempi lontani e le forti emozioni che una vecchia foto ci rassicura di aver davvero vissuto. Non ci resta che scrivere nomi e soprannomi dei fieri giocatori di quella formazione del «Resto del mondo». Da sinistra, accosciati: Leoni Giuliano (Pëcia), Cavallini Maurizio (Nóce), Nanni Gino (Tarapen), Sacrato Mario (Crati), Filippi Silvio (Fabión). In piedi: Leoni Domenico (Bi-Bìo), Brusi Silvano (Tëra Grösa), Assirelli Roberto (Alina), Minghetti Luigi (Furmiga), Foletti Luciano (Luzio), Natali Enrico (Penna Bianca), Vandini Agide (Përri).


(Cliccare sulla foto per vederla ingrandita)

martedì 9 settembre 2008

Il carrettiere del tempo antico

Un affettuoso ricordo del nostro sbruzai

di Agide Vandini


Dalle nostre parti lo si chiamava sbruzai, ossia barrocciaio, ma c’era anche chi usava le varianti baruzér, sbruzér, baruzant, oppure caratir (da al cara, i carri pesanti che nel nostro dialetto sono così importanti da assumere persino il genere femminile). Lo sbruzai conduceva per mestiere una bröza (o baröza), ossia un barroccio di dimensioni e peso adatti al trasporto, un mezzo perciò che non poteva confondersi col bruzen (o baruzen), calesse molto leggero e di dimensioni ridotte, usato in genere per gli spostamenti delle sole persone.

Le tipologie di barroccio erano, nel tempo antico, diverse a seconda delle merci da trasportare. Il tipo più comune, ossia quello con le due classiche ruote alte, aveva il tiro a uno, mentre quello più pesante a quattro ruote veniva solitamente impiegato nei trasporti di merci più ingombranti o fragili, come ad esempio i fiaschi di vino o le damigiane. Aveva il tiro prevalentemente a due.

Lo sbruzai o caratir era al servizio del pubblico. Il suo recapito abituale, la sua «base», era l’osteria, sicché era piuttosto comune vedere all’esterno di quei locali una certa quantità di barrocci posteggiati, e sentire i loro cavalli scalpicciare sul ciottolato, avanti e indietro, mentre aspettavano il viaggio successivo e masticavano un po’d’avena dentro al sacco attaccato alla cavezza.

Alla classica rudezza di questo mestierante, corrispondeva, per solito, un amore per l’animale quasi fraterno. Succedeva di rado che un barrocciaio frustasse il cavallo per incitarlo; si limitava di solito ad un campionario di sonore bestemmie e semmai faceva schioccare la frusta per aria, un esercizio in cui era maestro, si può dire un’arte vera e propria, oggi tenuta in vita dai nostri s-ciucaren (schioccatori) a tempo di musica romagnola.

C’era addirittura chi condivideva con l’animale, oltre ai sacrifici, anche le passioni, tant’è che nella vicina San Biagio un eccentrico sbruzaj, chiamato Gargiula, abituò al vino il suo somaro, facendogliene assaggiare, un po’ per volta, qualche bicchiere.

Capìta l’antifona, e’ sumar d’Gargiula, non appena giungeva al cospetto di un’osteria, ed in particolare di quella di Ca’ di Lugo, non c’era verso di schiodarlo dal punto di fermata, neppure col rombo di un cannone. Non c’era quindi bisogno, per farlo fermare, dell’«alt» comandato col classico «Jééé…»: la bestia si gestiva da sola. Rallentava per tempo, si fermava, lasciava andare il padrone a ristorarsi a dovere, ed aspettava con pazienza fino a quando questi non tornava col giusto compenso per il suo asinello. Senza di esso non sarebbe mai più ripartito al mondo.

Gargiula, insomma, aveva instaurato col suo animale un vero e proprio rapporto di reciproca fratellanza. Non tutti furono così generosi e solidali come lui.

A Filo, ad esempio, vantiamo nella nostra storia uno sbruzai d’eccezione, quel «signor Bergamini tutta carità», d’indole fin troppo frugale, immortalato da Ezio Natali (Martin) nei suoi «Nasi distinti»[1], un barrocciaio noto al mondo per il mulo denutrito, il mitico Sumar d’Bargamen.

Il brutto giorno in cui la sfortunata bestia, che era stata lasciata per diverso tempo a digiuno, s’involò in un mondo più giusto, il nostro Bargamen pare abbia imprecato: «Propi adës ch’ u s'ira abituê a stê zenza magnê!...» (Proprio ora che si era abituato a star senza mangiare…)

Pochi anni fa ebbi modo di conoscere da vicino uno di questi personaggi, un vero caratir, un anziano faentino molto caratteristico che si chiamava Renato Storti.

Era, ed è, conosciuto come l’ultimo carrettiere di quella bella città. Mi disse che, per capire fino in fondo questo antico mestiere, nella sua vita quotidiana, nei suoi sacrifici, come in ogni altro aspetto e caratteristica, bastava leggere la bella poesia dialettale di Ada Bartoli, poesia che, gentilmente, poi mi fece avere.

Pensando che non possa esserci miglior testimone del buon Renato, pubblico perciò ben volentieri, in questo piccolo tributo all’antico e scomparso mestiere dello sbruzai, la splendida chicca dialettale da lui suggerita, un testo semplice, eppure significativo, che ho soltanto tradotto e trascritto con una grafia diversa da quella usata dall’autrice.

E’ una poesia che, mi auguro, possa far vivere, o rivivere, in tutta la loro umanità, questi coloriti personaggi di un mondo ormai perduto, nell’immaginario, oppure nella cara memoria, dei nostri attenti lettori.



E’ caratir (di Ada Bartoli)


Turnend indrì e pinsend a tot quent i amstir

tra quist u j è nench quel de’ caratir.

U s’aveia ben prest a la matena,

dop ch’l’à tachê e’ caval a la baröza

e ch’l’à carghê tot la su mercanzeia,

lo e’ saluta la moj e pu u s’aveia.


U s’incamena par una strê giarêda,

d’qua e d’là, una siv d’spen bianch tot impurbié,

e pu e’ caratir u-s met stes ins la baröza.

E’ caval e’ va sèmpar de’ su pas,

plop, plop... e cun sta marcëda lenta,

e’ caratir pian pian u s’indurmenta.


U-s desta vérs mezdè ch’e’ ciöca e’ sól,

u-s tira so, u-s met insdé, u-s suga e’ sudór,

par riparês e’ met un umbrilon d’ tela inzirêda.

E’ tô fura un scartöz d’int la bisaca,

do fet ad pan e, int e’ mez, una feta d’parsot ranz,

una buceta d’ ven: quel l’è e’ su pranz.


E’ caval e’ va dret, plop, plop, tranquilament,

parchè ins la strê da cl’óra u j è póca zent,

e i va avanti intant ch’i è a destinazion.

A lè i scarga e pu i tórna indrì.


Pòvar caval zenza un minut ad sosta

cun e’ padron ch’e’ drôva nench la frosta...

Lo l’è cuntent parchè l’à e’ pas alzir,

nench s’l’è söta al minac de’ caratir.


Plop, plop, e intant ch’e’ va zo e’ sól

e’ caratir e’ sogna la su ca’.

A là u l’aspeta sèmpar un piat d’amnestra,

ch’l’è cöta da mezdè e l’è un pëz ch’la s’è insupêda.


Lo e’ brontla un pô, e pu e’ dis a la su vëcia:

«Nench pr incu, a j ò ciumpì la mi giurnêda..[2]






[1] Si veda in questo blog la parodia pubblicata in quattro puntate nel gennaio 2008. Il mercante-barrocciaio in questione è Luigi Bergamini, cugino del nonno Ivo, nato a Filo il 4 febbraio 1882, che vi abitò nei pressi dei «Vagoni» e da cui migrò altrove negli anni ’30.

[2] Il carrettiere. Tornando indietro e pensando ai vecchi mestieri / tra questi c’è anche quello del carrettiere. / Lui se ne parte al mattino presto, / dopo aver attaccato il cavallo al barroccio / e dopo aver caricato tutta la sua merce, / saluta la moglie e se ne va. / S’allontana lungo una strada ghiaiosa, / con ai lati una siepe di biancospino impolverata, / poi il carrettiere si mette disteso nel barroccio. / Il cavallo va sempre dello stesso passo / plop, plop..., e con questa andatura lenta, / il carrettiere pian piano s’addormenta. / Si sveglia verso mezzogiorno sotto il sole cocente, / si tira su, alza a sedere, si asciuga il sudore, / per ripararsi apre un ombrello di tela cerata. / Prende un cartoccio dalla tasca / due fette di pane con, in mezzo, una fetta di prosciutto rancido, / una bottiglietta di vino: è quello il suo pranzo. / Il cavallo avanza, plop, plop, tranquillamente, / poiché a quell’ora per strada c’è poca gente / e così vanno avanti fino a destinazione. / Dopo aver scaricato, tornano indietro. / Povero cavallo senza un minuto di sosta / col padrone che usa anche la frusta... / Lui è contento, ora ha il passo leggero, / anche se è sotto le minacce del carrettiere. / Plop, plop, e mentre il sole tramonta, / il carrettiere sogna la sua casa. / Là lo aspetta sempre un piatto di minestra, / cotta dal mezzodì e da tempo inzuppata. / Lui allora brontola un po’, e poi dice alla sua vecchia: / « Anche per oggi, ho fatto giornata...»

mercoledì 3 settembre 2008

Pellagra e dintorni

Parole e documenti che ci ricordano il «terribile morbo»

di Agide Vandini

Colpì anche in Romagna la terribile pellagra di cui si è persa memoria, eccome, se colpì.

Il termine dialettale «pilëgra» reca ancora con sé, da queste parti, un che di ineluttabile, di irreversibile, di maledetto e doloroso. E’ il ricordo della malattia più umiliante, quella «della fame», o comunque di un’alimentazione poverissima a base, o quasi, di sola polenta.

Sfogliando alcuni registri parrocchiali, per una ricerca genealogica, non ho potuto fare a meno di buttar l’occhio su certe cause di morte dei miei progenitori ed anche di provare un misto di rabbia e pietà, ad esempio, per la perdita prematura di Antonia Vandini di Attilio (cugino del mio trisnonno), figliola 23enne, morta proprio di pellagra a Longastrino nell’anno 1882.

Ancor più toccante un biglietto recapitato al Parroco che ho trovato fra i registri della Chiesa di San Martino in Conselice negli anni in cui, proprio lì nasceva il mio nunì Pasquale Toschi, detto Capitëni.

Riporto qui a fianco (cliccare sull’immagine per ingrandire), le righe pietosamente vergate da un medico, parole che fanno ancora meditare l’uomo, l’italiano, il romagnolo di oggi, nonostante vi traspaia un tono di «normalità», quasi di «prassi solita».

Vi si legge: «Regno d’Italia, Conselice lì 26 Giugno 1874. Dichiaro e certifico io infrascritto che Cantoni Gaetano, di Conselice, settuagenario, ridotto in oggi dalla pellagra ad uno stato compassionevole, abbisogna per 20 giorni di carne e pane onde sostentarsi e per tale modo riaversi in salute. In fede. Negrini Dr. Cesare, medico curante». Sappiamo che causa fondamentale di questo male terribile era la carenza o il mancato assorbimento di vitamine del gruppo B, in particolare di niacina (vitamina PP), o di triptofano, amminoacido necessario per la sua sintesi. Il decorso della malattia si caratterizzava con un andamento ciclico, contrassegnato dalle cosiddette tre «D» che ne indicavano l’evoluzione: Dermatite, Diarrea, Demenza. Compariva, in una prima fase, un tipico eritema desquamativo della pelle che scompariva in autunno, riappariva la primavera successiva in forme più aggravate accompagnato da diarrea e il terzo anno si ripresentava con terribili manifestazioni di deliri, visioni da incubo che, nello stadio estremo, conducevano alla follia.

In quegli anni durissimi, di metà e fine Ottocento, a soffrire della malattia furono ovviamente i braccianti e contadini che si cibavano di granoturco della qualità più scarsa, quella più facilmente attaccabile dallo Sponsorium maidis, un fungo, verderame altamente tossico per l’organismo.

La «pilëgra» fu, in pratica, un avvelenamento da sostanze guaste, mal conservate che si aveva là dove il lavoro era più duro, dove la miseria e la malnutrizione giocavano un ruolo fondamentale, quello di rendere più facile il contagio. Nelle nostre campagne del resto le condizioni di vita erano in genere avvilenti: ambienti malsani, case povere e sovraffollate, famiglie contadine in deplorevole promiscuità con gli animali. Fra le persone più esposte e vulnerabili ovviamente le donne, sempre pronte ad ogni sacrificio per i loro figli. Solo variando l’alimentazione dalla polenta al pane di frumento e passando ad una dieta più proteica si poteva salvare chi veniva colpito dal «terribile morbo».Va da sé che la vista dei malati incuteva pietà e orrore, basti pensare alla dolorosa descrizione, trovata in rete, di Carlo Maravalle nei suoi robusti versi[1].

Furono queste condizioni, disumane e di estrema miseria, a provocare le tante e note manifestazioni di ribellione contadina che scoppiarono e divamparono a più riprese nelle nostre campagne, in tutta la seconda metà dell’Ottocento.

Nelle regioni Venete, fra le più colpite dal flagello della pellagra, si giunse a dire con giusta ragione: «Polenta da formenton / aqua de fosso / lavora ti paron / che mi no posso».

Nella foto: una donna colpita dalla malattia.


[1] Inaridito, sozzo, del color della segale / La pelle cascante a liste, screpolata e brutta,/ Delle funebri rose ambe le mani / Strano il gesto, il parlar, strana la voce / Or disperato traversava siepi, strade, fossati / Or s’ascondea, piangendo, nelle folte aree dei lontani boschi / Come del peccator langue il corpo, Satana afferra e più non abbandona / Il maledetto mal della miseria avea ghermito un infelice / Pazzo per via, per strada s’avvolgea gridando: / “Oh mia Teresa, Oh figli miei salvatevi”/ In uno spettro invisibile m’afferra, / Senza pietate e dal ritroso passo mi forza / Sei tu forse, Oh donna mia, che mi chiami a giacer nella tua fossa / Una pioggia di lacrime incessante, lenta, sente scrosciar qui nelle orecchie / Sono infuocate lacrime di due dannate / Son le mie figliole, han fame / Ed un tozzo non ho per disfamarle.