martedì 20 maggio 2014

Fiori ed onori ad Albino Vanin



La commemorazione nei 90 anni dalla morte a Filo del giovane Carabiniere
di Agide Vandini

(cliccare sull’immagine per vederla a grandezza video)
E’ stato solennemente ricordato sabato scorso il sacrificio del carabiniere Albino Vanin, morto 90 anni fa a Filo, con una cerimonia di cui di cui riporto a fianco il resoconto giornalistico e in appendice alcune immagini in apposita galleria fotografica. Un’ampia ricostruzione di quanto accadde nel maggio 1924 è stata qui proposta pochi giorni: http://filese.blogspot.it/2014/05/in-ricordo-di-albino-vanin.html
Erano tanti e molto commossi i parenti dell’eroico carabiniere presso il cippo del Ponte dell’Oca, restaurato per l’occasione da volontari ed ex appartenenti all’Arma, e curato in particolare dal longastrinese Ermete Maestri. C’era l’anziana sorella Albina, nata poco dopo la morte del giovane carabiniere di cui ha perpetuato il nome, nonché parecchi discendenti degli altri fratelli di Albino che cadde giovanissimo (21 anni appena compiuti). Veniva dal Veneto, dal trevigiano, come il valoroso compagno Augusto Schiavon, di poco più giovane di lui, anch’esso insignito di medaglia d’argento e che morì nel 1944, così ci è stato detto, ormai in congedo, in Germania, al tempo della guerra esattamente vent’anni dopo. Due ragazzi, due militi di un’Arma benemerita che difendeva, allora come oggi, la vita civile delle nostre comunità, due ragazzi che sono nei nostri cuori e che, nei ricordi e nelle memorie dei vecchi filesi, li abbiamo sempre sentiti raccontare come “nostri”: italiani come noi, caduti per proteggere e difendere altri italiani, e a cui tributare proprio per questo ogni gratitudine e riconoscenza.
Toccanti i discorsi commemorativi, in particolare gli accenti di un emozionato Capitano Rapino che tanto si è adoperato per la riuscita della cerimonia e per il restauro di un monumento trascurato per troppi anni. Vibranti e piene di forza emotiva le parole del Generale Rossignoli presente alla commemorazione, così come le note del trombettiere e del suo ardente «silenzio fuori ordinanza».
Onore ad Albino, Onore ad Augusto, Onore all’Arma!  



Cartolina postale commemorativa d’epoca (Collezione Piero Gessi)

L’Arma Fedele, Firenze, Luglio 1925, Anno II n. 2. Sopra: la copertina; a fianco: un estratto di una cerimonia in Bologna da cui si evince la concessione della medaglia d’argento anche ad Augusto Schiavon, e si apprende di una lapide alla memoria con inciso il nome, fra gli altri, del caduto Albino Vanin.



Appendice fotografica – Momenti della Cerimonia Commemorativa

Intorno al cippo


I parenti di Albino

Foto ricordo


Il silenzio fuori ordinanza

Il Cap. Rapino
e la sorella Albina Vanin
Il generale Rossignoli

Albina accende un lume alla memoria del fratello caduto

lunedì 19 maggio 2014

Fine dell’agonia…



Il campionato di Bologna e Inter
Commento del «filese» e vignette di Romano Saccani Vezzani



Non ci sono più parole che possano descrivere l’amarezza che in questi giorni provano i tifosi rossoblù. La cessazione delle sofferenze in qualche modo dà sollievo, ma già si deve trepidare per la sopravvivenza di un club che, da quando è tornato in serie A, non ha mai saputo esprimere una dirigenza adeguata. L’augurio ovviamente, e so di interpretare anche l’auspicio di tante tifoserie avversarie, è che il Bologna in serie A ci ritorni, ma con una proprietà ed una dirigenza degna del suo nome e della sua storia.
Il Bologna tornerà a giocare fra i cadetti, sempre che riesca ad iscriversi al campionato, l’Inter proseguirà invece il percorso tracciato quest’anno alla ricerca di una progressiva crescita che la riporti fra le pretendenti allo scudetto. Due percorsi dunque assai diversi, binari che non si incontreranno per un po’ di tempo,  e che non saranno accompagnati da questo commento settimanale.
E’ l’occasione per ringraziare pubblicamente Romano Saccani Vezzani per la verve, l’ironia, la simpatia che ha saputo trasmettere coi suoi disegni nei lunghi mesi di questo tormentato campionato. Grazie infinite.
    (Il filese)



Lazio - Bologna  1 - 0



Chievo - Inter : 2 - 1



venerdì 16 maggio 2014

Dedicato a Maria Margotti



65 anni fa la morte della bracciante filese
di Agide Vandini



 
Maria Margotti (1915-1949) in una foto giovanile del 1934
Siamo in prossimità del 17 maggio, 65mo anniversario della morte della nostra Maria Margotti,  qui ricordata nel 2009 con un articolo dal titolo «In memoria della nostra Maria»[1]. Cinque anni dopo, credo di far cosa gradita ai lettori dell’«Irôla» pubblicando, in ricordo della bracciante filese, una folta documentazione composta da articoli e fotografie in massima parte inedita.
Molto materiale importante mi è stato messo a disposizione dal nipote Renato Margotti, figlio di Alberto detto Cinòñ, ossia del fratello di Maria. In particolare egli mi ha fornito un giornalino dell’epoca, gelosamente conservato, un numero speciale interamente dedicato al tragico evento ed al suo contesto che ho integralmente trascritto, aggiungendo altri reperti e documenti raccolti in questi anni.
A margine Renato mi ha peraltro raccontato che il 17 maggio è, da sempre, una data particolare nella sua famiglia, ove ricorrono eventi positivi e negativi. In quel giorno fatidico era nato infatti suo padre Alberto nel 1911 e nacque poi suo figlio Gabriele nel 1971.
Quasi per un capriccio del destino dunque, la sfortunata Maria fu colpita a morte nei pressi del remoto Ponte Stoppino, nel giorno del compleanno del fratello e molti anni dopo, il figlio del nipote Renato, nonostante ogni auspicio della madre in travaglio di evitare la singolare coincidenza, finì per nascere proprio in quello stesso giorno e mese. Stranezze e singolarità di una morte, quella di Maria Margotti, che, per le circostanze che la determinarono (come si leggerà più oltre), lascia ancora interdetti e turbati a tanti anni di distanza.
Di quel giorno abbiamo sentito per anni ricordi di botte, di inseguimenti degli scioperanti da parte delle forze di polizia in motocicletta fin dentro le campagne e fra i frutteti, di un «si salvi chi può» che determinò sconcerto, confusione, vicende dai tratti a volte grotteschi come quelle del racconto, tratto dal mio ultimo libro pubblicato, che riporto in Appendice. Mio padre Guerriero, quel giorno fra i manifestanti, prese parecchie manganellate prima di riuscire a defluire verso la strada di casa. Non sapeva che sul luogo fosse presente anche mia madre dopo che lui le aveva sconsigliato di partecipare. Ne fu orgoglioso al ritorno, ma anche turbato e poi sollevato al pensiero di quel che le sarebbe potuto capitare.
Oggi Maria, proprio come recita la toccante scritta apposta sul cippo monumentale, è davvero rimasta «nel cuore di milioni di donne». Il suo sacrificio, la morte di una giovane vedova, di una madre di due bambine, di una bracciante in lotta per l’emancipazione degli oppressi, è ancora ricordato con un misto di rabbia e cordoglio, a tanti anni da quella tragica e imperdonabile morte.
« Se non ci conoscete, guardateci negli occhi,  Noi siamo le compagne, della Maria Margotti…»[2] Il suo nome, legato indissolubilmente alle dure lotte dei lavoratori e delle lavoratrici del secondo dopoguerra, così come alle indicibili sofferenze sopportate dal bracciantato agrario per ottenere dignità e diritti, risuona tuttora nei canti di chi, dalle Alpi alla Sicilia, porta e porterà sempre nel cuore il ricordo e i valori di solidarietà per i quali Maria si recò con le compagne in quello stradone verso Molinella e vi morì.
I filesi e le filesi, i paesani della Margotti, sessantacinque anni dopo ne ricordano ancora con forte emozione ed intenso dolore il sacrificio; con immutata fierezza  ne onorano la memoria, ne gridano ancora alto e forte il nome, ormai divenuto - qui e altrove - simbolo del coraggio, dello spirito di sacrificio e della capacità di lotta delle nostre donne; donne da amare e rispettare; donne combattive a cui non si può che riservare gratitudine e riconoscenza; donne forti, tenaci e generose come la nostra terra, dura ma feconda: zolle oggi rigogliose, strappate palmo a palmo alle paludi con fatica e sudore e, infine, conquistate, difese col duro lavoro e con lotte coraggiose in cui si è dovuto  versare il sangue della nostra Maria per poterne un giorno godere, con equità e dignità, i frutti preziosi.

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9 Ottobre 1949 - «La Voce di Molinella», un numero speciale per l’inaugurazione del Cippo

 A fianco, recto e verso de’ «La Voce di Molinella», uscito il 9 ottobre del 1949,
giorno dell’inaugurazione del cippo di Ponte Stoppino in comune di Molinella, un numero interamente dedicato alla tragica morte della bracciante filese Maria Margotti avvenuta pochi mesi prima in quel luogo.
Dal prezioso documento ho estrapolato immagini e testi integralmente trascritti a beneficio dei lettori.
(Dono di Renato Margotti)


Come una pietra miliare



Giorno 17 maggio: i braccianti erano in isciopero. Gli agrari convinti che questa sarebbe stata la «volta buona», rifiutando espressamente ogni trattativa, li avevano obbligati a scendere sul terreno della lotta. E i braccianti, consci della giustezza della loro causa, avevano accettato di combattere. Agli agrari bruciava l’umiliazione di essere costretti a trattare da pari a pari coi lavoratori; temevano la loro forte organizzazione, domani, via via che i lavoratori, attraverso una serie di realizzazioni e di conquiste, avessero acquistato una sempre maggiore coscienza delle proprie possibilità e delle proprie forze, e dato al Paese quell’impulso sociale di cui ha bisogno.
Gli agrari contavano sulle loro enormi ricchezze, sulla complicità del governo, sull’aiuto delle forze di polizia, sul tradimento di alcuni scellerati che una volta avevano avuto posti di direzione in seno alle organizzazioni operaie, sul favore sfacciato di una stampa abile nella diffamazione e nel travisamento. Pensavano anche che alla lunga i lavoratori avrebbero ceduto per fame. Gli operai erano animati da una salda e pugnace coscienza di classe. Avevano sempre dinanzi agli occhi il quadro dei loro compagni bastonati ed uccisi durante il fascismo; non avevano dimenticato le loro organizzazioni disciolte e soppresse; le loro sedi devastate e incendiate; i loro beni, frutto di lungo lavoro, asportati e involati.
E sapevano bene che gli autori di questi crimini erano quegli stessi che si ripresentavano oggi contro di loro. I lavoratori conoscevano dunque la posta del gioco, ma con quella serietà, quella coscienza che sono le caratteristiche di una classe che è destinata a dirigere, accettarono la lotta. Da quel momento era già scontato che l’agrario ne sarebbe uscito col muso rotto e le ossa pestate. Contro i braccianti era il capitale, il governo, la stampa reazionaria, la polizia, la giustizia, tutto l’apparato statale, infine, ma essi sapevano pure che non erano più i tempi del 1921, che oggi c’era qualcosa di nuovo in fatto di efficienza politica e organizzativa e che, uniti, in nome della libertà e della giustizia, avrebbero potuto affrontare e vincere qualunque battaglia.
Per  questo la mattina del 17 maggio migliaia di lavoratori lasciavano il loro paese per recarsi a Molinella, dove alcuni scellerati venduti agli agrari erano riusciti a reclutare alcune decine di crumiri e ad organizzarli contro la grande Camera del Lavoro. Fra questi lavoratori era Maria Margotti, venuta da Filo a portare anch’essa  la sua solidarietà, il suo incitamento, la sua fede ai compagni lavoratori di Molinella. Contro di essa innocente, inerme, levò la mano armata un carabiniere, invano additato alla giustizia da più di dieci testimoni oculari, colpevole di assassinio. Crepitarono alcuni colpi, Maria Margotti si abbatté al suolo.
Ed oggi un cippo sorge là dove si compì il sacrificio supremo. Sorge come una pietra miliare sul lungo aspro cammino di una via che vide tante e tante battaglie, talora perdute, più spesso vinte, ma sempre eroicamente combattute dal glorioso proletariato. Esso segna una tappa conclusasi con una delle più grandi, forse la più grande vittoria degli uomini dei campi. Onore ai lavoratori che lottano per un ideale di libertà e di giustizia.
Gloria a Maria Margotti che per questo ideale immolò la sua vita.

Fotocomposizione in ricordo di Maria Margotti
Ascolta viandante
Attutiti dalla lontananza i rumori della vita. Presso il declivio erboso, sulla sponda di un canale silenzioso, emergendo dal fiume della nebbia un cippo bianco sorge improvviso davanti al passeggero.
Freddo è il marmo che sullo sconfinato squallore della valle stilla umidore di lacrime.
Ferma il passo, viandante, e ascolta.
La valle non è muta. Nella precoce sera greve di tristezza, udrai ciò che la valle dice al cuore degli uomini.
La sua voce sale dalla terra feconda che conosce la dura lotta delle mani tenaci dell’uomo; Scivola fra i canneti sorti sulle ossa dei morti, si espande per gli stagni alimentati dal pianto. E’ una voce ampia come l’orizzonte e pur leggera come un sospiro; cantante come gli stornelli della sua gente ma forte più dell’uragano.
Ascolta, viandante, ascolta. Secoli e secoli ti parlano, e i morti sono tutti in piedi. Levano le braccia chiedendo ai vivi che sia resa giustizia a Lei, all’ultima vittima innocente, perché il loro sonno eterno sia tranquillo, e chiedono pure ai vivi che alimentata sia la luce della fede che ne coroni il martirio.
Ascolta, viandante, ascolta. Non è l’acqua che ciangotta; sono singhiozzi di madri strappate ai loro figli. Non è fruscio di canne; è lamento di creature che furono vive e che la valle ha inghiottito.
Toccalo, toccalo pure questo cippo; non sono stille di nebbia; sono lacrime che hanno il sapore acre d’un tormento senza pace. Sono le Sue lacrime per le sue due bimbe sole; sono le lacrime di tutti i morti della valle che piangono attraverso i Suoi occhi spenti.
Oltre il confine degli argini, tu uscirai dal fiume della nebbia, tu ritroverai la tua strada e la tua casa. Ma non dimenticare quello che i caduti ti hanno chiesto: alimenta la fiaccola della tua fede perché i morti dormano il loro sonno di pace.



Nel nome di Maria Margotti l'unità di tutti i lavoratori
Sei giorni prima dell’uccisione di Maria Margotti, la sera dell’11 maggio 1948, nel corso d’una riunione del Consiglio delle Leghe, i rappresentanti della corrente «per la classe lavoratrice» dichiararono che si sarebbero staccati dalla C.G.I.L. Indubbiamente i dirigenti politici del  PSDI avevano architettato dietro le quinte questa scissione, nell’intento di rompere l’organizzazione sindacale unitaria, alla vigilia dello sciopero generale dei braccianti.
Confidarono nella sorpresa per compiere questo loro tentativo, che avevano in animo da alcuni anni che tornava a tutto beneficio dell’azione padronale.
Tutto ciò naturalmente avveniva all’insaputa degli stessi lavoratori saragattiani, che in gran parte rimasero perplessi. Attorno all’organizzazione sindacale unitaria si raccolse il consenso di tutti quelli che capivano il significato di una rottura in seno alla classe lavoratrice.
Fu in questo clima di provocazione che a Molinella la agitazione nazionale dei braccianti stava per entrare nella sua fase di sciopero generale. Immediatamente si resero «evidenti le vere ragioni della scissione sindacale, quando infatti l’organizzazione scissionista che per l’occasione e per motivi tattici si faceva chiamare autonoma, dichiarò di essere contraria allo sciopero, e quel che più conta organizzò d’accordo con gli agrari, un collocamento di parte per eseguire i lavori nelle colture dei terreni condotti in economia, soggetti allo sciopero; la parola d’ordine lanciata dai saragattiani era la seguente: «Chi vuole lavorare deve tesserarsi al sindacato cosiddetto autonomo».
Se consideriamo che su oltre quattromila braccianti solo un centinaio o poco più rispose alla chiamate dei capi crumiri, è evidente che la coscienza di classe e l’attaccamento all’organizzazione unitaria prevalsero nei braccianti di Molinella. Quando i dirigenti scissionisti chiamarono la celere e fecero bastonare gli scioperanti, la situazione che fino allora era stata improntata dall’opera di chiarimento nei confronti dei crumiri, degenerò nell’intervento cruento della forza pubblica.
Alle 8 del mattino del 17 maggio nessun crumiro era più al lavoro e tutto si sarebbe definitivamente accomodato, quando ebbe inizio la fase di repressione poliziesca.
Mentre le migliaia e migliaia di lavoratori e lavoratrici che in segno di solidarietà erano affluiti nel territorio di Molinella, stavano ritornando a casa, incominciarono, con maggior violenza le cariche e le bastonature da parte della celere.
Verso mezzogiorno a Ponte Stoppino, una strada che porta alle tenute agricole più importanti del comune, da una raffica di mitra veniva uccisa una lavoratrice di Filo d’Argenta, Maria Margotti, una giovane madre, una vedova con due bambine, la quale insieme ad alcune altre mondine come lei, stavano ritornandosene lungo l’argine che costeggia la strada, a casa loro.
Quell’atto infame, causò la indignazione delle masse lavoratrici e costrinse i dirigenti scissionisti a rimangiarsi tutte le precedenti affermazioni di ostilità allo sciopero.

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In occasione dell’inaugurazione del Cippo di Maria Margotti, oggi alle ore 15, nella Piazza di Molinella, ELVIRA PAIETTA parlerà alla popolazione

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Nel nome del sacrificio di Maria Margotti si ristabilì l’unità di tutti i braccianti nell’azione comune e gli agrari non furono più in grado di organizzare il crumiraggio.
Ci fu il tentativo di ostacolare il lavoro di monda, per poter sabotare la produzione del riso e darne poi la colpa ai lavoratori, ma anche questa manovra fallì e le ore di lavoro effettuate dalle nostre mondine stanno a testimoniare che la volontà di vittoria dei braccianti avrebbe finito con il trionfare in qualsiasi modo.
Si giunse così al termine del vittorioso sciopero bracciantile e in un clima di lotta unitaria, a cui aveva contribuito il sacrificio di Maria Margotti, e la dura esperienza vissuta dai lavoratori.
Sono ancora una volta ì fatti e le cifre a dimostrare che il sentimento di solidarietà che vige fra i lavoratori è più forte delle manovre che gli autori della scissione e dell’autonomismo avevano mosso dall’alto.
Oggi rispetto ai 2957 voti ottenuti dalle correnti unitarie, vi sono 3354 organizzati alla C.d.L. con un aumento di 317 unità pari al 7,5 per cento in più. Oggi una esigua minoranza, malcontenta di sé e del proprio operato è rimasta nel sindacato autonomo.
Costoro hanno oggi la consapevolezza di avere sbagliato e di essere stati nelle mani di un furbo parolaio, strumenti dell’agraria per la realizzazione di suoi fini. Non è lontano il giorno in cui costoro scenderanno di nuovo al braccio degli altri braccianti, ristabilendo definitivamente l’unità d’organizzazione.
Cosi è stato nel passato, così sarà per l’avvenire, ce lo dice la storia del movimento operaio, e dalla storia del movimento operaio noi abbiamo ancora molto da imparare. Sarà questa la più bella vittoria di Maria Margotti.





Antonia Taglioni,
madre di Maria Margotti

A 5 mesi dal delitto - Attendono giustizia
Antonia Taglioni, la mamma di Maria Margotti e le figlie Giuseppina ed Alberta attendono da quasi cinque mesi che sia loro resa giustizia. L’istruttoria per l’uccisione di Maria Margotti è stata affidata al giudice Troilo del Tribunale di Bologna ed ancora non è stata ultimata. Ognuno ricorderà come le prime indagini fossero affidate al cap. Lugli, comandante della stazione dei CC. di Molinella, nonostante che tutte le testimonianze concordassero nell’attribuire ad un suo subalterno diretto la responsabilità dell’assassinio. Diciotto dei 22 lavoratori rastrellati dallo stesso capitano Lugli nella sera del 17 e nella giornata del 18 maggio, furono rilasciati dopo 7 giorni, mentre gli altri 4 vennero trattenuti in arresto per due mesi, al cui termine furono essi pure rilasciati. Benché un gruppo di operai che lavorava alla ricostruzione del ponte Stoppino, a pochi passi dal luogo dove fu uccisa Maria Margotti, nella loro deposizione siano stati concordi nel confermare le responsabilità del carabiniere, non ci risulta che costui abbia patito un sol giorno di carcere. L’onorevole Tarozzi ha già consegnato al giudice istruttore i bossoli che due lavoratori trovarono nella stessa posizione dove sparò il carabiniere motociclista.
Dal canto suo il giudice ha ordinato tre perizie: una balistica, una topografica e quella necroscopica. Vogliamo sperare che fra breve giustizia sarà resa alla mamma e alle figlie di Maria Margotti e a tutti i cittadini democratici che la reclamano: si dimostrerà insieme che l’assassinio di Maria Margotti non rientra in un sistema di repressione poliziesca.



Una mondina della nostra bassa
(corposo testo di Renata Viganò già presente nel blog in: «In memoria della nostra Maria». Si veda al link: http://filese.blogspot.it/2009/05/in-memoria-della-nostra-maria_07.html )








Casa di Maria Margotti


Il defunto marito di Maria Margotti

Il dolore delle compagne di Maria Margotti




Alberta e Giuseppina,
le figlie di Maria Margotti
Alberta e Giuseppina non sono rimaste sole

A due chilometri circa da Filo d’Argenta, tra un gruppetto dì case, si trova la vecchia e grigia abitazione di Maria Margotti.
In questa casa la triste sera del 17 maggio le due figlie, Giuseppina e Alberta, e la madre Antonia, attesero invano il ritorno di Maria Margotti.
Dal 1943, anno in cui il padre delle due piccole morì, Maria aveva lavorato ogni giorno di più, per tirare avanti, perché le sue  bimbe crescessero sane.
Alla sua tragica morte, tutti i lavoratori si sono stretti attorno alle figlie di Maria e ad esse hanno manifestato la loro solidarietà, ben sapendo che così facendo avrebbero soddisfatto gli ultimi desideri della madre, se la raffica assassina le avesse lasciato il tempo di esprimerli.
L’espressione di questa solidarietà è giunta alle due piccole da ogni parte d’Italia. Filo d’Argenta è rimasto in prima linea. Tutti a Filo vogliono bene alle piccole figlie di Maria e la più grandicella, lavora già da sartina. Quelli del collettivo agricolo hanno corrisposto alle figlie, la parte di guadagno per il raccolto di cereali che avrebbe percepito la madre. «Se non l’avessero uccisa sarebbe stata con noi al taglio, quindi prendete, questa è la sua parte» Così hanno detto i lavoratori i Filo con l’unico rammarico i non potere dare di più.
E così hanno fatto quelli della Cooperativa Fornaciai dove la Margotti, subito dopo la Liberazione, entrò a lavorare occupando il posto che fu un tempo del marito.
Fino al termine del 1949 continueranno a corrispondere la quindicina, come se Maria fosse ancora al lavoro fra i suoi compagni. Le donne dell’U.D.I. di Pesaro hanno ospitate le figlie di Maria per un mese al mare di Fano e un mese sui colli di Urbino.
Le province di Genova, Ferrara, Bologna, e gruppi di lavoratori isolati, l’Unità di Milano, i lavoratori d’ogni partito hanno voluto esprimere la loro solidarietà versando somme di denaro che poi sono state consegnate alle due bambine. Così si adoprarono tutti i lavoratori in quei giorni che seguirono quelle tristi e memorabili giornate di dolore e di lutto, di sofferenze, ma anche di vittoria.



Il pianto di Giuseppina, figlia di Maria Margotti
Uccisa da una raffica d’odio

Da Filo di’Argenta, un piccolo paese disperso nella « bassa » ferrarese, Maria Margotti partì insieme ad altri lavoratori, la mattina del 17 maggio, in bicicletta verso Molinella.
Indossava un vestito scuro, di cotonina. I capelli erano raccolti nel bianco fazzoletto delle mondine. Lungo la strada cantava le vecchie e nuove « Cante » della risaia, tramandate di madre in figlia, o nate dalle più recenti lotte per la libertà e il lavoro.
La meta era Molinella, dove gli agrari, accordatisi con alcuni dirigenti saragattiani, avevano inviato nei campi un certo numero di crumiri.
Ma a Molinella nuclei di polizia, colonne di carabinieri « caricavano » i lavoratori che cercavano di avvicinare i crumiri, sparando all’impazzata raffiche di mitra, colpendo i braccianti coi calci dei mitra e coi caricatori, fracassando le loro biciclette con brutalità.
Un carabiniere motociclista, sulla strada di Marmorta, sorpassato il paese, nella tenuta Lenzi, aveva sparato su un gruppo di lavoratori, ferendo una vecchia di 62 anni.
Più avanti, in vista di Ponte Stoppino il battistrada dei carabinieri comandati dal cap. Lugli, s’incontrò con i lavoratori della zona di Argenta. Alle minacce del mitra, giostrato dall’agente, essi si sparsero ai lati della strada, attraverso i campi.
Maria Margotti nello stesso istante, assieme ad una decina di mondine e di braccianti, attraversò la passerella che sostituisce il ponte in via di .ricostruzione e giunse sull’argine opposto.
La Margotti, cercò allora di ritornare sui suoi passi, riattraversando di corsa la passerella per risalire l'argine e ritornare sulla strada che porta ad Argenta. Ma il motociclista, giunto sul ciglio della strada fece partire una raffica di 2-3 colpi in direzione del gruppo dei braccianti. Si udì un urlo: « Oh, mamma, muoio! ». Maria Margotti cadeva a terra mentre un rivolo di sangue le usciva dall’angolo della bocca. I compagni le sono attorno, la sollevano per portarla dietro l’argine, al sicuro. I lavoratori addetti ai lavori di ricostruzione del nuovo ponte assistono sbigottiti alla scena. Più tardi, mentre viene condotta all’ospedale di Molinella, Maria Margotti esala l’ultimo respiro all’età di 34 anni.
Altri documenti ed immagini


Anno 1915. Dal Libro dei Battesimi della Chiesa di Filo


La carta d’identità di Maria Margotti (tratta da * Le donne, le lotte, la memoria, Ferrara, Globo, 1999, p. 134)


Anno scolastico 1922/23. Scuola di Chiavica di Legno. Maria Margotti alunna di 2° elementare (2° a sinistra nella seconda fila)
(tratta da * Le donne, le lotte, la memoria, Ferrara, Globo, 1999, p. 133)



Anno 1935. Il matrimonio di Maria (Archivio Parrocchiale della chiesa di Filo)

Funerali a Molinella 21.5.1949.
Foto tratta da L. Ricci Maccarini, Il palazzone,Argenta, Offset, 1983, p.118.

La morte di Maria Margotti nelle opere del maestro Angelo Biancini

Trascrivo qui, per l’occasione, quanto già pubblicato in questo stesso blog, cinque anni fa,  il 26 ottobre del 2009 (si veda il contesto e la biografia del grande scultore romagnolo al link: http://filese.blogspot.it/2009/10/le-opere-filesi-del-maestro-angelo.html ).


 



[…] ispirate e toccanti appaiono le sculture dedicate alla tragica fine di Maria Margotti, caduta il 17 maggio 1949, a 34 anni, madre, bracciante e mondina filese, durante gli scioperi bracciantili del dopoguerra, alla quale dedicò un’opera molto bella anche Renato Guttuso e della cui vicenda ho scritto alcune pagine commemorative pochi mesi fa, celebrando il 60° anniversario di quei fatti (in questo blog 7.5.2009: In memoria della nostra Maria, 1949-2009: 60 anni fa cadeva Maria Margotti, di Agide Vandini ).
All’evento così doloroso che emozionò tutta l’Italia, Angelo Biancini dedicò un busto in bronzo dedicato alla figura della nostra mondina ed un trittico in gesso raffigurante alcune donne piangenti, opere donate dal maestro alla locale Coop. Agricola Braccianti che oggi ne è custode.
Il busto è accuratamente custodito negli uffici dell’azienda, l’opera in gesso è stata invece, ahimè, piuttosto abbandonata e trascurata in questi anni e non ha mai trovato degna ed adeguata collocazione, stando a quanto mi ha segnalato […] Vanni Geminiani a cui debbo la preziosa fotografia.
Si tratta di sculture […] che, dato il loro rilievo sociale e storico, sarebbe il caso di collocare  in edificio pubblico, in luogo cioè alla portata dei visitatori tutti, ovviamente a Filo e non altrove. Sarebbe il modo migliore per valorizzarle ed onorarle come meritano[…]


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Testa bassa e pedalare...
Drì la furtóna u j vô e’ curag...[3]

Un personaggio curioso, una storia che, nella seconda parte, ci racconta di quel giorno a Ponte Stoppino…

In pochi davvero, qui in paese, ricordano la lontana storia di Armando d’e’ Cucòñ[4], una storia curiosa che risale ai primi decenni del Novecento, ai tempi eroici dello sport della bicicletta, mezzo di locomozione che proprio in quegli anni cominciava a diffondersi fra i ceti popolari.
Come sarebbe avvenuto più tardi per la moto e per l’automobile, anche la bicicletta esercitò, per un certo periodo, un fascino assoluto sui nostri giovani. Agli esordi, quando ancora veniva chiamata «velocipede», la bici era vista come una macchinetta un po’ insulsa e pericolosa a disposizione di pochi privilegiati più o meno svitati, ma agli inizi del secolo già se ne subiva l’attrazione fatale, un fascino che crebbe man mano che il mezzo divenne più affidabile, di utilità pratica e di costo alla portata di una famiglia che se la passasse discretamente[5].
La gente comune, per comprarsi una bicicletta, doveva fare sacrifici enormi, tanto che ci fu chi, per acquistarsela, andò a lavorare persino nelle colonie per un paio d’anni. Il nuovo mezzo dimostrò la sua importanza sociale per l’uso che ne veniva fatto. Poteva essere utilizzato per recarsi al lavoro, al mercato, per passeggiate nei paesi vicini in comitiva. Naturalmente era oggetto di desiderio da parte di bambini e ragazzi che sognavano notte e giorno di averne uno, sia pure sgangherato, per provare l’emozione di «andarci» e lanciarsi a gran velocità.
Armando de’ Cucòñ [6], che era nato a cavallo del secolo, fu, secondo le memorie che si tramandano in paese, il primo, in queste terre assolate di bonifica poste fra il Reno e le valli di Comacchio, attraversate in lungo ed in largo da interminabili stradoni polverosi, a subire il fascino delle corse ciclistiche che negli anni ’20 del Novecento già si disputavano in Romagna.
 Erano gare che avevano un notevole seguito di appassionati e fra questi  soprattutto giovani virgulti come Armando, ansiosi di divenirne protagonisti, e che poi, presa la decisione di darsi alle corse, faticavano sui campi per l’intera settimana senza allenamento alcuno, per scapicollarsi, nei giorni festivi, verso la partenza di queste corse in linea.
Le competizioni richiamavano, all’epoca, molta partecipazione di pubblico e, particolare non trascurabile, avevano in palio premi, in denaro o in natura, piuttosto sostanziosi.
Fatte queste premesse, va detto subito che Armando univa alla passione notevoli mezzi atletici, risorse che lo portarono a qualche buon risultato, ma l’impresa sportiva più clamorosa, quella che gli consentì di farsi conoscere nell’ambiente delle corse e di essere raccontato ai posteri, avvenne in circostanze molto curiose.
La compì quasi agli esordi come corridore, allorquando, in una corsa che si disputava nel cuore della Romagna, gli riuscì, fra la sorpresa generale, una vittoriosa fuga solitaria.
La fuga fu certamente agevolata dalla sua poca notorietà e, quindi, dalla  poca considerazione di cui godeva da parte degli altri corridori. Quando fu visto abbassare per la prima volta la testa sul manubrio e spingere con veemenza sui pedali, fu in pratica lasciato andare al suo destino,  accompagnato da qualche commento sarcastico.
Mancavano, del resto, parecchi chilometri all’arrivo della corsa ed una fuga come quella di Armando era, nell’opinione generale, ritenuta senza speranza.
 Fra le prime fila del gruppo, che in quel momento si trascinava stancamente prima della fase cruciale della corsa, si mormorò:  «Lasciamo pure che vada, tanto, dove vuoi mai che corra quello lì… Fra un paio di chilometri si sgonfierà come una piva e lo acchiapperemo come un pollastro nella stia…»
Furono queste, però, previsioni avventate, anche perché il destino ci mise lo zampino, e fu un grosso zampino dalle fattezze di una sbuffante locomotiva che avanzava lungo la pianura e che trascinava lentamente dietro di sé una lunga ed interminabile processione di vagoni. Ecco come andò.
Armando de’ Cucòñ, che poi tanto piano non doveva pedalare, aveva preso vantaggio, quel tanto che gli permettesse di tenere lontano dalla propria visuale il gruppo guidato dai gregari dei corridori più accreditati.
Voleva forse provare le sue forze o provare l’emozione di stare per una volta e per qualche chilometro davanti a tutti, fatto sta che, giunto ad un passaggio a livello con le sbarre abbassate quando non mancava moltissimo all’arrivo, il nostro corridore ebbe la prontezza di attraversare alla svelta i binari proprio quando stava sopraggiungendo lentamente un placido treno merci, una nera locomotiva che si tirava dietro, sbuffando e fischiando, una cinquantina di provvidenziali vagoni.
L’ingombrante convoglio, che non finiva più di sgranare l’infinito rosario di contenitori dalle alte sponde e dalle pareti rossastre, finì per inchiodare sul posto per alcuni minuti il resto dei corridori.
Il gruppo dei migliori rimase molto staccato dal fuggitivo senza possibilità di recupero, sicché Armando de’ Cucon, pur sfinito per la lunga fuga solitaria, poté tagliare, gioioso e festante, il suo primo traguardo da vincitore. Per un volta, l’attendismo dei corridori in testa al gruppo non aveva avuto successo, anzi, aveva permesso ad Armando di giungere all’arrivo con un vantaggio enorme.
Passata la sorpresa generale, al vincitore fu tributata un’accoglienza da grande eroe della bicicletta, quella del resto che si doveva ad uno sconosciuto che aveva saputo vincere con tanto distacco la corsa contro ogni pronostico.
La fama procurata da quella vittoria fu tanta e forse persino troppa. Armando, che da allora prese ad intascare finalmente qualche soldo di ingaggio, capì ben presto che le aspettative verso di lui erano diventate eccessive. Gli organizzatori lo volevano praticamente a tutte le corse, con una premura che a lui metteva persino paura. Temeva, Armando de’ Cucòñ, di deludere i tifosi che avevano preso a seguirlo dappertutto e che chiedevano nuove imprese ormai divenute impossibili.
La difficoltà maggiore era la diffidenza subentrata nei corridori più forti, tipi che la sua giornata di gloria l’avevano digerita a fatica e che, dal gruppo, non l’avrebbero lasciato andare neppure per una volata davanti a tre capanni.
Ad Armando non restò che una vaga speranza per rinverdire gli allori. Ad ogni iscrizione, davanti agli incoraggiamenti degli estimatori, si schermiva un po’, alzava le spalle sorridendo e poi chiedeva regolarmente:
«A j n’èl, da stal pêrt, di pasëg’ a livël?...»[7]

Se tuttavia Armando de’ Cucòñ, come corridore, non ebbe altri sussulti significativi né compì nuove esaltanti imprese, la sua esperienza agonistica e le innate doti atletiche tornarono davvero utili parecchi anni dopo. Fu negli anni del secondo dopoguerra, nel tormentato giorno in cui con molti compaesani si recò in bicicletta nel molinellese, fino alle campagne del Ponte Stoppino, per una manifestazione contro il crumiraggio.
Molti ricorderanno quel triste giorno del maggio del ’49, al tempo delle repressioni scelbiane, in cui cadde, colpita da una raffica poliziesca, la filese Maria Margotti, ma non tutti sanno forse che quel giorno la polizia si scatenò, col sangue agli occhi, all’inseguimento dei manifestanti, una caccia all’uomo durante la quale dispensò manganellate a destra e manca, nell’intento di disperdere un corteo che osteggiava la fazione padronale.
Molte biciclette dei nostri braccianti finirono sotto le camionette, tanti di loro fuggirono a piedi, correndo fra campi e frutteti, cercando di tenere a distanza i poliziotti che spuntavano da ogni dove, ben saldi in sella alle loro motociclette. Qualcuno di questi poliziotti finì per essere disarcionato e si buscò, quando fu possibile, anche qualche sberla, ma il panico purtroppo si diffuse fra i manifestanti, al punto che molti si persero di vista ed in paese poi si temettero altre tragedie.
Alla fine il bilancio fu, fortunatamente, di pochi contusi da ambo le parti, qualche ferito che venne ad aggiungersi alla perdita inaccettabile della nostra mondina, vedova e madre di famiglia,  folgorata, come si scrisse poi, «da una raffica d’odio».
A margine di quei terribili avvenimenti, qui si vuole però ricordare il comportamento valoroso, in quella occasione, del nostro Armando de’ Cucòñ, ormai anziano, uomo però che coi pedali aveva ancora una certa familiarità.
Dopo aver visto coi propri occhi l’amico Giàni d’Ros piegare letteralmente le ginocchia, tramortito da una manganellata così forte da produrgli in pochi istanti un bernoccolo mostruoso, inforcò la bici alla svelta, si diresse lungo gli arginelli della bonifica e cominciò a spingere sui pedali da par suo.
Fu subito inseguito da motociclette che sfrecciavano da ogni parte, bolidi che ronzavano alle spalle dei fuggitivi come vespe inviperite, ma lui Armando de’ Cucòñ, nel breve spazio di pochi metri ed in una strada a fondo erboso, riuscì a prodursi in uno scatto micidiale. Tirò fuori dai propri muscoli, in quei decisivi momenti, l’antico smalto e la naturale potenza delle sue gambe.
Il milite che, con l’istinto del predatore, lo aveva inseguito su un terreno tanto impervio, cominciò presto a disperare; si rese conto cioè che non avrebbe più raggiunto quel satanasso di un bracciante dall’aspetto malmesso. Non capiva come avesse potuto, una volta saltato in corsa sulla bicicletta, mettere praticamente le ali ai piedi.
Quando il poliziotto, accelerando al massimo, riuscì ad incalzare Armando molto da vicino, cercò di far valere l’autorità conferitagli dalla divisa e cominciò a gridare a squarciagola: «Ferrrmati… Ehi, tu… Ferrrmati!»
Ovviamente Armando de’ Cucòñ  non prese neppure in considerazione quella eventualità, sentiva d’essere ormai entrato nella sua migliore trance agonistica, proprio quella che molti anni prima gli aveva procurato tanta gloria nei pressi del famoso «passaggio a livello».
 Tenne ben ferme le mani sul manubrio, continuò a pestare a tutta forza sui pedali, spaventato ma allo stesso tempo rinfrancato dalla potenza della sua azione che percepiva sempre più gagliarda; girò un attimo il capo all’indietro e urlò la sua risposta, un perentorio invito che lasciò l’inseguitore di stucco: «Férmat bèñ te piotòst, che t’a n’é incióñ ch’ut cŏra drì…»[8]

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[2] L’intero testo del canto è qui pubblicato in data 3-3-2008: http://filese.blogspot.it/2008/03/le-mondine-di-filo-e-i-loro-canti.html
[3] La fortuna aiuta gli audaci. Il racconto è tratto da: Agide Vandini, La valle che non c’è più, Faenza, Edit, 2006, pp. 57-60.
[4] Qualcuno in paese lo ricorda come Armando dla Cucóna, riferendolo alla madre, la Cucóna.
[5] Riportava testualmente «Il Ravennate» di sabato 15 agosto 1868 (n.67): «Il velocipede. Il velocipede per chi nol sappia, si è una specie di macchinetta, consistente in una sella che ha una ruota dinanzi e l'altra di dietro, chi monta  a cavallo alla sella, ponendo i piedi su certi pedali attaccati alla ruota che sta dinnanzi, spinge la macchinetta in modo da esserne trasportato con grande celerità. Questa macchina è già da parecchi anni conosciuta in Europa, ma pare che sia solo oggidì che stia acquistando tutta la sua voga, e ciò forse perché fu perfezionata la costruzione e reso più facile l’acquisto».
[6] Armando di cognome si chiamava Toni e da scapolo, prima di spostarsi a San Biagio, abitava nella borgata filese di Case Selvatiche.
[7] «Ce ne sono, da queste parti, dei passaggi a livello?...»
[8] «Fermati tu piuttosto, che non hai nessuno che ti insegua…»