sabato 21 marzo 2009

Il denaro di una volta

Vive ancora nel nostro dialetto

di Agide Vandini


In questi tempi di casse vuote e problemi finanziari su scala planetaria, ciò che scarseggia lo si esprime più che altro in termini anglosassoni: «money». Moneta insomma, piuttosto indistinta, senza tempo né paese.

In ben altro modo si è sempre comportato invece il nostro dialetto che, per accennare a cifre favolose, anche soltanto sognate, a tesori principeschi, debiti, razzie, oppure semplicemente alle cifre della spesa d’ogni giorno, lo fa con piccoli trattati di storia, saltando a piè pari dollaro ed euro. Salta persino la lira abbandonata da poco, visto che, a quanto ne so io, non fu mai tradotta in romagnolo. Delle «lir», non mi pare di averne mai possedute, avendo sempre avuto a che fare con suld, bajóch o quatren. Chissà, forse per una vecchia e nota equiparazione, o forse ancor più per la poca sonorità nel nostro dialetto dell’unità monetaria italiana, le lire si sono sempre chiamate “franchi”. Duecento lire? Dušent french

Insomma, il dialetto ha i suoi puntigli e poi preferisce ragionare ancora con le vecchie monete di una volta, quelle che correvano per la penisola prima dello Stato Nazionale[1], monete dell’ancien regime e non solo, monete emesse da governi, re e papi che, magari, nel 1861 se n’erano già andati da tempo.

Queste vecchie monete, d’oro, d’argento e di rame, tintinnano ancora nelle nostre favole, nei racconti delle nonne davanti all’irôla de’ fugh, nelle commedie in vernacolo, nelle rudi pignatte ricolme e sepolte in gran segreto, nelle rapine dei briganti della palude, nelle tante espressioni dialettali che ammoniscono sui pericoli del denaro, rammentando una saggezza popolare senza tempo e, soprattutto, senza scadenza alcuna.

Certi valori, in tempo di lira italiana, fino a poco fa quindi, venivano ancora convertiti ad uso pratico in moneta pontificia, al cambio approssimativo di 5 lire per uno scudo. Sicché le 5 lire, pur svalutatissime dopo un secolo e mezzo, erano ancora un scud, le 100 lire vent scud e le 500 lire, zent scud. Sarà anche per questo che, almeno in un primo periodo, l’euro ci ha un po’ sconvolto la vita…

Oggi le conversioni più verosimili porterebbero ad uno Scudo corrispondente a circa 75 euro, e ad un baiocco (o soldo) pari a 75 cent, ma i conti sono un po’ complicati da fare e allora è meglio lasciar stare e ragionare in éuro (che in romagnolo si direbbe forse évar, al singolare, e ìvar, al plurale).

Euro o non euro comunque, aver moneta in Romagna non è mai stato soltanto avé d’danér come in tante le lingue neolatine (denaro in italiano, dinero in spagnolo, dinheiro in portoghese), qui si è sempre detto soprattutto avé di’ suld, oppure di’ bajoch, di’ quatren, di’ bulen con chiaro riferimento alle nostre piccole frazioni dell’unità monetaria, quelle con cui la povera gente ha sempre avuto a che fare.

Ma, quali e quante sono queste monete della tradizione? Dopo aver chiesto aiuto ad enciclopedie e dizionari, in primis al prezioso ed antico Morri[2], raccolto informazioni qua e là sul web, passerò in rassegna le monete raggruppandole per area geografica. Ne indicherò significato e valore approssimativo, ricavandolo da quello intrinseco dello scudo pontificio (con l’oro a 22,5 €/gr.), e dai suoi rapporti di cambio.

Buona rassegna e, come direbbero gli spagnoli: que viva siempre el rumagnôl


Unità monetarie medievali:






01.Denaro di Carlo Magno

Carlo Magno, con la riforma attuata fra il 780 ed il 790 d.C., basò l’unità monetaria sulla libbra (libra in latino, lira in italiano, livre in francese e pound in inglese). Fu divisa in 20 Solidi (o Soldi) e 240 Denari. Lira e Soldo in origine erano pure unità di conto e la sola moneta coniata (in argento) fu il denaro (e’ danér) all’epoca chiamato denier (nome derivato dal denario, antica moneta romana). Pesava 1,60 g. ed era di buona lega. Nonostante e’ danér non abbia avuto gran parte nelle monetazioni italiche successive, vive nel nostro dialetto in un proverbio che riflette una verità sacrosanta: I danér, quand chi šbat i fa e’ pajér, ossia: il denaro quando sbatte con altro denaro, fa presto il pagliaio, cioè: se si hanno tanti soldi ne arrivano facilmente altri. Lira e Soldo, unità monetarie emesse in epoche successive, sono trattate più oltre.

Monete Pontificie:

02.Scudo d’oro, Paolo III, 1531


03.Scudo d’argento, Innocenzo XI, 1684








04.Doppio “Giulio” o “Paolo”, 1756






05.“Giulio” d’argento, 1503






06.Baiocco, Pio IX, 1846









07.½ Baiocco, Pio IX, 1850










08.Bolognino grosso




09.Soldo pontificio, Pio IX, 1867











10.Quattrino papale di Macerata (1447-1471)








11.Quattrino bolognese, Paolo V, 1612

Scud. (75 € ca) - Lo Scudo fu valuta dello Stato pontificio fino al 1866. Originariamente battuto in due diversi metalli, quello d'oro (scudon d'ôr) pesava circa 3.30-3.35 gr. Quello in argento era ovviamente molto più grande, dovendo controbilanciare il valore intrinseco della moneta d’oro. Diversamente frazionato nel corso del tempo, si stabilizzò in 10 paoli, o 100 baiocchi, ognuno di 5 quattrini. Il 18 giugno 1866 Pio IX, con un editto, introdusse il sistema in uso nel Regno d'Italia, aderendo all'Unione monetaria latina. Lo scudo fu così sostituito dalla lira pontificia con un tasso di cambio di 1 scudo = 5,375 lire. Le frazioni d'argento più note dello Scudo furono il mezzo scudo ed il “Giulio” da 10 baiocchi, creato da Giulio II nel 1504 per togliere dalla circolazione i carlini di cattiva lega di Carlo I d'Angiò. Nel 1504, col conio di Paolo III, i Giuli presero il nome di Paoli. Si vedano comunque qui di seguito tutte le frazioni, dalla maggiore alla minore, in cui fu suddiviso lo scudo.


Papet o Papeta. (2/10 di scudo= 15 € ca) – La «Moneta d’argento dello Stato Pontificio che vale una lira o due Paoli»[3], è il Papetto o Papetta, a Roma, come in Romagna, ove la moneta è prevalentemente indicata al maschile: Papet (plur. Papét). Gòdas un Papet è divertirsi quel tanto che può offrire una somma simile. Parimenti Žughês un Papet ossia rischiare una somma notevole. Sunê un Papet è infine il far sentire il suono argentino della moneta ostentandola con fierezza o, più figuratamente, mollare calci o pugni di spettacolare sonorità, nelle risse come negli sport del calcio e del pugilato. Davanti a un bel cazzotto o ad un intervento alla… Materazzi, si deve dire senza ritegno: U j à sunê un Papet


Pèvul (1/10 di Scudo= 7,5 € ca) - Il Paolo o Giulio è per il Morri «moneta papalina d’argento del valore di bajocchi dieci, o anche tanta somma in altra moneta di rame». La prima coniazione recava al dritto le armi papali ed al rovescio i santi Pietro e Paolo. Il suo contenuto in argento fu via via ridotto.

Avér i pévul a zench bajóch indica ancora uno scambio estremamente vantaggioso, anzi, come dice il Morri: «soprabbondante».


Bajöch (1/100 di Scudo= 0,75 € ca) - Dal Morri: «Bajocco, sorta di moneta di rame, che è la decima parte del Paolo, o Giulio. E si prende anche genericamente per Moneta, Danaro». E’ unità di antiche origini, il cui nome pare venga da una moneta merovingia, dalla scritta “Baiocas Civitas” (città di Baiocas). Originariamente battuto in argento, il suo valore fu progressivamente ridotto, finché nel 1725 Benedetto XIII ne cambiò il metallo in rame. Nell'Ottocento si emisero monete da ½ baiocco, (il cosiddetto Valon v. Morri), e poi da 1, 2, 5, 10, 20 e 50 baiocchi. Fu battuto fino al 1865, epoca dell’adesione all'Unione Monetaria Latina, quando il suo valore era di un soldo, cioè 5 centesimi di lira. Molte sono le espressioni caratteristiche che lo tengono ancora in vita: Avé i bajóch int al palê (Aver denaro in quantità), e il suo contrario: a n’avé un Valon so int clêtar, l’arguto detto: e’ quatren e’ fa e’ bajöch poiché, per il Morri: «si deve tener conto di ogni cosa anche minima». Da bajöch deriva poi la bajuchira, serva o fantesca di antica memoria. Da ricordare anche un uso particolare di questa moneta di rame. Una bella bajöca si metteva sul bìgul del neonato in fasce per sistemare l’ombelico, e anche per portar fortuna. Così fece, del resto, la mia premurosa madre che utilizzò come bajöca di rame i 10 cent. di Umberto I (= 2 baiocchi), moneta che ha sempre conservato e che detengo tuttora….


Sôld e Bulen. (1/100 di Scudo = 0,75 € ca) - Il soldo fu una moneta d'argento italiana emessa per la prima volta alla fine del XII secolo a Milano dall'imperatore Enrico VI (argento, 1.25 g). Il termine derivava dal latino solidus, moneta tardoromana e bizantina ed indicava il compenso dato ai militari mercenari (assoldati), sinonimo perciò di paga militare. Nella monetazione carolingia, corrispondeva a 12 denari e ad 1/20 di lira. Lo stesso Enrico VI nel 1191 aveva concesso alla città di Bologna il privilegio di emettere un denaro, che aveva assunto il nome di Bolognino. Nel 1236 a quella del “piccolo” si affiancò la produzione del bolognino grosso che valeva come un soldo da 12 denari. Pesava 1,41 d'argento ed in seguito fu emesso anche dai Papi. Per i romagnoli questo Bolognino da 1 soldo fu il bulen che il Morri definisce: «Bajocco. Sorta di moneta di rame». Con la riforma monetaria napoleonica il soldo divenne pari a 5 centesimi di lira, ma con l’avvento dello stato nazionale non furono più coniate monete con tale denominazione. Ne coniò lo Stato della Chiesa come frazione della Lira Pontificia, e in sostituzione del Baiocco, dopo il 1865. I termini sôld e bulen sono rimasti in uso a lungo per indicare la moneta da 5 cent. di lira ed i suoi multipli (20 cent = quàtar suld-bulen ecc.)


Quatren.(1/500 di Scudo = 0,15 € ca) - Il quattrino è per il Morri «Moneta di rame notissima che è la cinquantesima parte d’un paolo». Nel sistema romano era la quinta parte di un baiocco, ossia la moneta più piccola, in rame. Il nome “Quattrino” derivò da “valore di quattro pìccioli”, quattro piccoli denari. Fu battuta dal XIII al XIX secolo da quasi tutte le zecche italiane, dapprima in una “mistura” a bassa percentuale di argento, poi, con Papa Clemente VIII (1592-1605) iniziò il conio in rame. Innumerevoli sono i detti riferiti a questa piccola moneta: fê, avé, ciapê, buté veja, tirê a, cavêj di’ quatren, fare, avere, buttar via, tirare a, cavarci quattrini, e poi, avé piò foti che quatren, aver più smancerie che quattrini, gvardê int un quatren e nö gvardê int un scud, guardare allo stuzzicadenti e non alla trave, a n’avé la faza d’un quatren, essere completamente al verde, nö dêt gnench un quatren brušê int la padëla, il massimo dell’avarizia, a voj sintì sunê i quatren, quando si deve udire, per dirla col Morri, «quel suono che che rendono le monete battendole». Infine i bellissimi: senza quatren u-n bala buraten, ossia, per nulla non si può pretendere di aver nulla in cambio e U ngn è quatren ch’péga non ci sono soldi corrispondenti a simile valore.


Monete di altri stati italici:

12.Marengo d’oro, 1802




13.Francescone di Leopoldo II, 1856







14.Svanzica lombardo-veneta, 1845











15.Lira d’argento, Umberto I, 1899






16.Rep.Veneta, Bagattino di rame, 1539-1540

Maranghen (3,75 Scudi = 281 € ca) - Il Marengo o Napoleone d’oro (Napulejon d’ôr), fu una moneta d'oro del valore di 20 franchi coniata nel 1801 dalla Repubblica Cisalpina. Celebrò la vittoria di Napoleone I alla Battaglia di Marengo contro gli austriaci (14-6-1800) e fu prodotta dal 1803 al 1815; il suo diametro era di 21,5 mm, con un peso di 6,45 grammi.


Franziscon. (1,025 Scudi = 77 € ca) - Il Francescone, moneta d'argento del Granducato di Toscana, fu emessa per la prima volta da Francesco I del Sacro Romano Impero, che aveva sostituito l'ultimo dei Medici, nel 1737. La moneta mantenne quel nome fino all'ultimo regnante della famiglia dei Lorena, ovvero Leopoldo II di Toscana, che emise il francescone con la sua effige dal 1826 fino al 1859. In quell’anno, la monetazione del Granducato fu convertita alla lira ed ai centesimi. Aveva un peso di 27,50 g., era di 41 mm e corrispondeva 4 fiorini d'argento o a 10 Paoli.


Švanža (0,87 Scudi = 65€ ca) - La svanzica fu moneta d’argento da 20 kreuzer in uso nell'impero austriaco e nei suoi territori italiani come il Regno Lombardo Veneto, diffusa anche in altre zone d'Italia. Il nome deriva dalla italianizzazione del tedesco zwanzig ovvero venti. La svanzica, equivalente alla lira austriaca, divenne la moneta più comune nel Regno Lombardo Veneto a partire dal 1823, quando l’aumento del cambio legale da 86 a 87 centesimi italiani, ne provocò un maggiore afflusso dalle altre provincie dell'impero austriaco. Sinonimo di moneta pregiata, s’usa ancora dire, a chi vuol mettersi in spese grosse: A j n’ét di’ švanži?


French.Lira piemontese (0,185 Scudi nel 1861= 14 € ca) - Per noi la lira che, nella monetazione carolingia equivaleva al Franco, era e’ french. Questo prese il nome dalla scritta latina francorum rex (re dei francesi) sulle prime monete francesi. Con l’Unità d’Italia la Lira Piemontese divenne moneta nazionale. Fino ad allora corrispondeva a 2 paoli e ne occorrevano 5 per fare uno scudo. Non risultano detti romagnoli collegati alla lira, termine, mai tradotto in dialetto.


Bàgar e Bagaten. (1/2000 di Scudo = 0,04 € ca) - Un antico dizionario veneto[4] cita il Bagaron “moneta di rame antica e vile, una volta di Bologna”.Ad essa si riferisce il nostro dialetto, quando con le tasche vuote, confessa candidamente: A n’ò un Bàgar… Viene equiparato, in altra voce del Boerio, al Bagatin, ovvero il Bagaten che, sua volta, secondo l’etimologico on line, fu moneta di un “quarto di un quattrino” “la quale si usava a Venezia” (termine dal provenzale Baga, ossia “bacca”, piccola cosa rotonda). Per il Boerio è “Frazione di moneta che equivale alla duodecima parte del già soldo veneto, e che una volta (non già a’ tempi nostri) era moneta reale”. Di qui il dialettale bagatês (rovinarsi, ridursi alla deriva). Presente nella toponomastica popolare filese, ove la Fossa Campo del Vero è chiamata “Scól Bagaten”.

Monete straniere:


17.Doppio Luigi d’oro, Luigi XVI, 1789



18.Columnarios d’argento spagnolo, 1784







19.Tallero d’argento di Maria Teresa, 1780

Luvig-Luvigion Luigi d’oro (4,75 Scudi = 356 € ca) - Secondo il Morri: «Luvig: moneta d’oro di Francia, e così detta dal re Luigi XIII, che la fece battere nel 1640». Dovevano esser queste le famose «pistole» con cui si ricompensavano per i loro servigi i moschettieri raccontati da Dumas.


Culuneta (1 Scudo = 75 € ca) - Recita il Morri: «Culuneta: Moneta d’argento spagnola del valore di dieci pavoli». Era così definita perché recava impresse sul verso le due colonne d'Ercole, che significavano per gli antichi i monti Abila e Calpe, posti a guardia dello stretto di Gibilterra. Fu detta anche Piastra di Spagna o Pezzo duro. Secondo la ponderazione del tempo corrispondeva al valore dello Scudo romano, cioè dieci paoli. Columnarios era il nome delle monete coniate dalla Spagna dal 1732 al 1773 nelle sue colonie dell’attuale America latina.


Bavaréša (0,95 Scudi = 71 € ca) - Scrive il Morri: «Bavaréša: Scudo di Germania: Bavara è la voce dell’uso. Moneta notissima d’argento del valore di nove pavoli e mezzo». Essa non può che identificarsi, perciò, nel tallero di Maria Teresa, moneta molto utilizzata nei commerci mondiali in passato che estese la fama dell'Imperatrice regnante in Austria, Ungheria e Boemia dal 1740 al 1780. Pesava 28.0668 grammi di cui 23,3795 d'argento fino.


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[1] Nel 1861 dopo l’ unificazione dell’Italia la Lira piemontese divenne Lira Italiana e nell’anno seguente , il 24 agosto 1862, ebbe corso legale e sostituì tutte le altre monete circolanti nei vari stati pre-unitari.
[2] Antonio Morri, Vocabolario Romagnolo-Italiano, Faenza, Pietro Conti Dell’Apollo, 1840.

[3] Giovanni Gherardini, Supplemento a’ Vocabolarij Italiani, Milano, Stamperia Bernardoni, 1855.

[4] Giuseppe Boerio, Dizionario del Dialetto veneziano, Venezia, A.Santini & Figlio, 1829.