giovedì 26 febbraio 2009

Ciao «Bulgaro»...

Ricordo del grande Giacomo Bulgarelli

di Agide Vandini (il Filese)



A qualche giorno di distanza dalla sua scomparsa, dischiuso il groppo alla gola inevitabile che coglie un tifoso rossoblu di lungo corso come me, nel leggere e sentire le tante parole di devozione per il nostro Giacomino, è il momento in cui dare spazio ai ricordi più belli, anche personali.

In questo omaggio al «Bulgaro», al nostro Grande Capitano, ho voluto inserire, oltre al mio, il ricordo di altri tifosi, sportivi e cari amici che ben conoscono da tempo la mia passione per i colori rossoblu e la riconoscenza che, come tale, ho sempre sentito di avere per Giacomo Bulgarelli.

Pubblico però qui, soprattutto, la testimonianza più importante, quella sua, quella di Giacomo Bulgarelli in persona, in un articolo da lui firmato circa 15 anni fa, a trent’anni dallo scudetto del ’64.

In quell’articolo, c’è una po’ tutta la storia dell’ultimo scudetto del Bologna, di quei tempi, di quei personaggi, del «dottore» e di Dall’Ara, soprattutto c’è Lui, Giacomo Bulgarelli. Leggendolo, anche a distanza di tempo, oltre ad apprezzarne la bella e semplice prosa, si riesce a calarsi bene nella storia di quello scudetto e di quegli eroi, molto meglio di quanto consentano certe improvvisate ricostruzioni di questi giorni.

Una frase colpisce particolarmente: rappresentavamo una squadra che sfidava il potere. E’, io credo, la chiave di lettura per quanti, nati successivamente, non riescono ancora a comprendere cosa sia stato il caso-doping e neppure il motivo della sua esclusione dalla nazionale ad appena 27 anni.

Tanti credono oggi, visto il declino successivo dei rossoblu, che il Bologna si sia ritrovato per caso o per un’annata di grazia particolare, a disputare quello spareggio, quasi che per l’Inter di Moratti ed Herrera il Bologna non fosse che una mosca fastidiosa che, per sua disgrazia, quell’anno non riuscì a scacciare dal naso, ma la realtà fu ben diversa.

Sono andato a rileggermi una pubblicazione del ’63, ossia dell’anno prima, e vi ho trovato scritto:


[…] per arrivare veramente a un Bologna da scudetto bisogna giungere ai giorni nostri.

«Avessi avuto un portiere – sostiene Dall’Ara – avrei potuto conquistare il titolo lo scorso anno» e lascia intendere che, in fondo, qualche sconfitta si sarebbe potuta evitare se Bernardini non avesse impostato tatticamente la squadra con troppa confidenza. Per la verità non sono pochi gli sportivi che sono grati al direttore tecnico del Bologna per avere preferito il gioco all’ostruzionismo, per avere assicurato lo spettacolo laddove i suoi colleghi si preoccupavano esclusivamente del risultato. Il calcio è fatto anche di queste cose. E’ per questo che Dall’Ara lascia fare a Bernardini. E’ per questo che gli ha «comperato» un portiere «nazionale», Negri. Sa che lo scorso anno, se non si fosse verificato l’incidente a Pascutti, il Bologna sarebbe rimasto in corsa per lo scudetto.

E sa che, infine, questo potrebbe essere l’anno buono. Gli uomini ci sono e si chiamano, oltre a Negri, Janich, Tumburus, Fogli, Bulgarelli, [Haller], Pascutti, Nielsen. Tutta gente che potrebbe far rivivere il «Bologna che tremare il mondo fa».

(Sergio Gabaglio, Bologna F.C. (Piccola Enciclopedia dello Sport n.24), Milano, Carlo Carusi Editore, 1963, pp.62-63)


***


Non si potrà mai dimenticare il Grande, elegante, nostro Giacomino, che si disse allevato da Lelovich e che molti esperti definirono, fin dal debutto, un «piccolo Schiaffino fatto in casa». Imparai ad amarlo prima ancora che sbocciasse come calciatore, se non altro perché si chiamava come il mio fratello gemello, quello che persi, purtroppo, dopo appena pochi attimi di vita.

Giacomo Bulgarelli aveva cinque anni più di me. Aveva debuttato come mediano sinistro, se non ricordo male, e già s’erano scritte intorno a lui cose bellissime, specie dopo le ottime prove fornite nella nazionale olimpica del ’60 guidata da Rocco. Lanciato definitivamente dal Dottor Bernardini, i suoi lampi di classe fecero subito intravvedere una luminosa carriera, seppure interrotti ad un certo punto dalla pedata maligna di Sivori che gli lasciò tanta rabbia e segni terribili nel ginocchio. Rischiò di perdere i mondiali del ’62 in Cile, ma rientrò in tempo, fu convocato, debuttò con la Svizzera ad eliminazione già avvenuta, e fece 2 gol.

Grande Bulgaro. Era di una sapienza calcistica d’alta scuola. Amava Bologna e il Bologna nel modo più naturale, forse come soltanto un figlio può amare la propria madre. E Bologna lo ha sempre ricambiato d’amore e di stima, d’affetto e di onori, perché in lui si rispecchiava, ne riconosceva e ne amava l’essenza, la sapienza, la giovialità, la goliardia innata. La sua «bolognesità» era tangibile, evidente, assieme ad ogni più bella caratteristica della gente della nostra terra.

Chi vedeva giocare Bulgarelli non poteva che restare estasiato dal tocco sopraffino, dalla grinta e dal gusto del gioco, dalle sapienti triangolazioni, dai tiri magistrali, da quel suo modo sublime di guidare la squadra, da un carisma naturale coi compagni che, ad appena vent’anni, faceva già di lui un vero e proprio direttore d’orchestra calcistica.

Lo invocai con tutto il cuore, ben lontani da Bologna e dall’Italia, in occasione di un’amichevole che si giocò nell’estate del '68, in precampionato ad Anversa in Belgio, contro la locale squadra del Beerschot nel cuore delle Fiandre. Io mi trovavo in quella provincia da mesi, all’epoca, per lavoro e non mancai di andarmi a vedere, con entusiasmo, il mio squadrone rossoblu. Era l’anno dell’arrivo in squadra di Gregori, Mujesan e Savoldi, ed ero molto incuriosito. Soprattutto avevo tanta voglia di godermi, per un giorno, la mia squadra, i miei colori, l’orgoglio e la passione della mia terra.

Ero nelle prime fila della tribuna, modesta, ma cheta ed ordinata, praticamente a pochi passi dal bordo campo. Ad un certo punto venne a tirare il fallo laterale, proprio lui, il «Bulgaro», il direttore d’orchestra Giacomino Bulgarelli da Portonovo di Medicina (dove abitò anche mio nonno Pasquale, detto Capitëni) e io, unico italiano credo fra gli spettatori, me lo vidi proprio in faccia, in cerca della palla. Non resistetti alla tentazione. Gli urlai in dialetto:

«Fajla da vdé, Bulgaro, a sti bon da gnit…». Poi mi rimisi zitto, stupito quasi dall’eco delle mie parole, nel silenzio assoluto che pareva avvolgere lo stadio in quel momento.

Rimase sorpreso, il Bulgaro, sorrise alla sua maniera tirando su col naso, scosse appena un po’ la testa e poi tirò per bene il suo fallo laterale. Pensò, certamente, a chi diavolo potesse mai essere il tipo, il romagnolo, venuto a tifare Bologna in quell’angolo di mondo, proprio mentre tutta la tribuna che, nella maniera più assoluta, non aveva capito un’acca del mio dialetto, si girava quasi incollerita verso di me, quasi per vedere chi fosse il marziano appena sbarcato sulla terra.

Avevo gridato a tutti la mia identità, calcistica e regionale, tutto il mio orgoglio rossoblu e il Bulgaro, ne sono sicuro, lo capì e lo approvò.

Addio capitano di tutti noi.




Quello spareggio preparato in spiaggia…

di Giacomo Bulgarelli

(da L’Unità, Sport, di Lunedì 25 aprile 1994, p. 22)



Quella lunga vigilia dello spareggio-scudetto con l’Inter è forse il miglior ricordo della mia carriera di calciatore. Sono passati trent’anni, da allora, ma le immagini di quei giorni sono ancora fresche. Bernardini vinse la partita con una mossa da maestro: la scelta del ritiro. Ci portò al mare,a Fregene, in un albergo che purtroppo non c’è più. Il «dottore» riuscì a rendere distensiva una settimana che, in teoria, sarebbe dovuta essere di clausura. Pochi allenamenti, in un campetto vicino all’albero, oppure, addirittura, in spiaggia: partitelle di pallone e di pallavolo. Lavoravamo in mezzo ai bagnanti, che ci guardavano con simpatia. Facevano il tifo per noi: rappresentavamo una squadra che sfidava il potere. Se pensiamo ai metodi di allenamento di oggi, parlare di partitelle in spiaggia farà ridere, però anche in quella scelta Bernardini si dimostrò un maestro. Avevamo alle spalle un’intera stagione e a Roma era esploso il caldo: allenarci in maniera pesante ci avrebbe sfinito.

Purtroppo, tre giorni prima dello spareggio morì il nostro presidente, Renato Dall’Ara. Fu l’ennesima mazzata, la peggiore, di una stagione tormentata. Alle spalle avevamo quella incredibile vicenda del doping. Ricordo che Bernardini, pochi giorni prima che esplodesse il caso, ci disse: «Qui ci possono capitare cose strane». Eravamo lanciatissimi, vincemmo con il Milan 2-1, a San Siro, escludendo i rossoneri dalla lotta per lo scudetto, e il mercoledì uscì fuori quella storia. Ci tolsero i tre punti in attesa del giudizio sportivo. La vicenda fu«montata» in maniera incredibile. Se davvero i miei compagni avessero preso quella sostanza e quelle dosi sarebbero, sarebbero morti. Erano dosi da cavallo. Il caso-doping ci rese quasi impossibili gli ultimi tre mesi di campionato. In tutti gli stadi, potete immaginare, ci insultavano. Ci gridavano «Drogati», e certe accuse, peraltro assolutamente ingiustificate, facevano male. Ecco, in quei momenti si rivelò determinante la forza di Dall’Ara. Condusse una battaglia appassionata e alla fine quei tre punti ci vennero restituiti. Ora, si capirà, alla vigilia dello spareggio con l’Inter la scomparsa di dall’Ara fu un’altra mazzata terribile. Ci proposero uno scudetto ex-aequo, ma Bernardini rifiutò. Non voleva uno scudetto «sporco». Anche noi eravamo d’accordo. E così fu confermato lo spareggio.

Bernardini in quella settimana di vigilia finse un’assoluta tranquillità. Non parlò mai della partita con l’Inter. Nel tempo libero si giocava a carte, oppure si leggeva, io ricordo che mi ero portato un paio di libri; si facevano lunghe passeggiate al mare, si prendevano i bagni. Haller, da buon tedesco, aveva la pelle arrossata. Sembrava un’aragosta. Un pomeriggio decidemmo di andare al cinema. Il locale era chiuso, ma lo aprirono apposta per noi. Vedemmo un film di Totò: il «dottore» stravedeva per lui. Una settimana senza stress, insomma, in cui Bernardini si dimostrò un grande psicologo, però la mattina della partita si tradì: si presentò vestito impeccabilmente, ma indossava le scarpe da tennis. Glielo facemmo notare, lui ci rimase male,. Ma finì con una gran risata.

Un altro ricordo indimenticabile di quei giorni è il racconto di come Bologna visse quei novanta minuti di spareggio. Luca Goldoni scrisse un articolo straordinario per il Resto del Carlino. Goldoni non ama il calcio, eppure fu affascinato dal clima di Bologna incollata alla radio. Vi farà ridere anche questo, ma quel giorno la televisione trasmise lo spareggio in differita: si temevano disordini. Goldoni girò in bicicletta per le strade deserte e raccontò quegli incredibili novanta minuti di silenzio squarciati dalle urla dopo i due gol di Nielsen e Fogli.

Il 7 giugno, finalmente il dottore parlò della partita. L’esordio di Bernardini fu in romanesco, come faceva quando voleva sdrammatizzare: «Non ve devo dire nulla… e che mo’ ve devo insegnà a giocà…» La sorpresa fu quando ci disse che al, posto di Pascutti, squalificato, giocava Capra. Ci aspettavamo un altro attaccante, Renna. Ma lui disse che sarebbe stata la mossa vincente. Capra avrebbe dovuto marcare l’interista più in forma, Corso. Io avrei controllato Suarez e questo avrebbe consentito a Fogli di avere maggiore libertà. Temevamo l’Inter, aveva appena vinto la Coppa dei Campioni, ma non avevamo paura. Herrera, come al solito, aveva parlato troppo per caricare i suoi e questo ci diede un po’ di rabbia in più. La partita non fu bella, come sempre capita in circostanze così importanti. L’Inter durò solo un tempo: fu stroncata dalla stanchezza e dal caldo. Herrera aveva sbagliato tutto: aveva portato la squadra in ritiro in montagna e il caldo di Roma fu fatale. Ricordo benissimo il gol di Fogli. Volevo tirare in porta quella punizione, ma mentre prendevo la rincorsa decisi di passare la palla a Fogli. E lui segnò. Dopo la partita Bernardini commise l’unico sbaglio. Noi volevamo tornare a casa per stare in mezzo alla gente, lui invece ci costrinse a restare in ritiro perché c’era la Coppa Italia con la Juve. Perdemmo 3-1.





Un «Signor» Fuoriclasse

di Orazio Pezzi[1]


Ho giocato molti anni a pallone, e pensavo di cavarmela egregiamente, finché un giorno …

L’amico Ghelfo Tamburini di Voltana mi fece venire a prendere da casa nella primavera del 73 o 74 (allora non avevo la patente, né tantomeno la macchina), per rinforzare la loro squadra che doveva affrontare il Bologna nella partita infrasettimanale di allenamento.

Era il Bologna di Edmondo Fabbri allenatore, e di Vavassori, Roversi, Janich, Perani, Savoldi, Bulgarelli, Lambrugo, non ricordo gli altri.

Alcune cose mi sono rimaste impresse. In un’azione in contropiede Janich mi affrontò; mi fermò solo con la presenza e con lo spostamento d’aria creato dalla sua mole. Dopo un bel dribbling riuscitomi a metà campo, Perani mi rincorse e mi stese. Mi procurò un’estesa abrasione alla coscia sinistra. A quel punto Giacomo lo rimproverò aspramente, senza però usare male parole.

Ricordo particolarmente quei due fatti e quelle azioni di gioco, perché, per il resto, me ne stetti in mezzo al campo a godermi Giacomo Bulgarelli.

Devo dire che, visto da vicino, era proprio uno spettacolo. Tutta la squadra girava intorno a Lui ed ai richiami a voce di Janich. Giacomo alzava la testa e fiondava i suoi lanci a pelo d’erba con disinvoltura sconcertante. Il pallone fischiava radente e preciso. Ero estasiato, i compagni, al suo cospetto, apparivano di categoria inferiore, molto inferiore. Lui era un Signor Fuoriclasse…

Fu un piacere vederlo, ed anche una fortuna, perché, altrimenti, magari, non avrei messo quei puntini iniziali…




Ho conosciuto da vicino Bulgarelli

di Domenico Mongardi


Ho seguito con commozione la diretta dei funerali del povero Giacomino e mi ha colpito la grande partecipazione dei bolognesi al nostro campione.

Si vede che la gente ama ancora i simboli positivi, le persone innamorate e fedeli delle proprie identità, disponibili a rinunce economiche pur di non perdere il legame con la proprie tradizioni.

Ho conosciuto da vicino Bulgarelli, prima adolescente e poi giovane; veniva spesso a Castel de Rio, il mio paese, in compagnia di un amico trasferitosi a Bologna con la famiglia negli anni ’50.

Abbiamo tirato tanti calci al pallone in quel campo dietro il Castello, abbiamo sostenuto nello stesso anno e nello stesso posto (il collegio S. Luigi di Bologna) l’esame di V ginnasio.

Ricordo quell’ampio cortile nel quale ci si fermava a commentare l’andamento delle innumerevoli prove scritte e si trepidava per quelle orali.

A noi del paese sembrava un sogno che, quel ragazzetto minuto e gentile, col quale avevamo condiviso parte dell’adolescenza, fosse arrivato a giocare nella squadra per la quale si tifava fin da bambini.

Quante volte siamo andati al Comunale per vederlo ammucchiati su una vecchia giardinetta come voi sulla Chicona![2]

Ci piazzavamo con il bandierone nei primi gradini della curva vicino all’uscita degli spogliatoi, per chiamarlo e salutarlo, e lui sovente si voltava e rispondeva con un sorriso ed un cenno della mano.




[1] Filese, oggi ravennate, grande amico di gioventù di Agide Vandini, torinista ed amante del calcio vero, eccellente mezzala di fantasia, molto apprezzata in campo dilettantistico (gironi romagnoli), negli anni ’60. In questo blog sono state pubblicate nei mesi scorsi alcune sue belle e toccanti poesie.

[2] La Chicóna fu un’automobile, ormai mitica, dei vecchi tempi filesi. La si poteva noleggiare da «Gidino» (detto anche Tazio). Scorazzò, negli anni ’50, stipata di giovinastri, per tutta la Romagna. Domenico la cita per averla conosciuta attraverso il mio racconto Quando volava la Chicóna, de’ Il Cestello dei ranocchi, Ravenna, Longo, 1998, pp. 46-52.

lunedì 23 febbraio 2009

A tu per tu con Vincenzo Monti…


Curiosità ed emozioni intorno al battesimo alfonsinese del poeta

di Agide Vandini



L’ho vista per caso l’annotazione del battesimo di Vincenzo Monti fra quelli della Parrocchia di Alfonsine. M’è balzata all’occhio, un paio di giorni fa, in uno dei pochi registri rimasti intatti dopo la Settimana Rossa (1914), tumulto che proprio ad Alfonsine fece davvero sfracelli. Dice la leggenda, che questo libro coi nati di metà Settecento, sottratto alla furia incendiaria dei rivoltosi, sia giunto miracolosamente fino a noi grazie alle ampie sottane di una amorevole parrocchiana.

Cercavo assiduamente la nascita di Francesco Corelli, eccellente antenato di mia moglie Diana, e mi sono imbattuto invece in quella assai più celebre di Vincenzo Monti, illustre poeta e letterato, principe del Neoclassicismo italiano, nato nella casa dell’Ortazzo, ad Alfonsine, il 19 febbraio dell’anno 1754.

Riporto a fianco la foto della preziosa annotazione (per ingrandirla, come sempre, basta cliccare sull’immagine), ma è bene qui aggiungere la trascrizione completa e la relativa traduzione.


Trascrizione: Die 19 Februarij 1754. Vincentius hodie mane natus ex Domino Fidelis Maria Monti, et Dominica Maria Mazzarri coniugibus baptizatus fuit a me Paulo Guerrini Rector. Patrinus fuit Jacobus Antonius Guerrini. Omnes ex hac Paroecia. Ita est.


Traduzione: Il dì 19 Febbraio 1754. Vincenzo nato stamane dal Signore Fedele Maria Monti e da Domenica Maria Mazzarri coniugi, fu battezzato da me Paolo Guerrini Rettore. Padrino fu Giacomo Antonio Guerrini, tutti di questa Parrocchia. Così sia.


L’iscrizione è semplicissima, o meglio: quanto di più scarno ed essenziale un parroco potesse immaginare. Forse per questo non si può fare a meno di notare quel «Domino». Oggi siam tutti «Signor Pinco Palla», ma all’epoca, prima che da Parigi arrivassero le idee dell’ottantanove, quell’appellativo lo si dava soltanto alle famiglie molto agiate, un titolo, per essere chiari, che aveva il significato opposto a quello di “Poveretti”, ovvero la condizione da sempre sottaciuta. Si doveva invece (e guai mai…) mettere bene in evidenza lo stato di “Signori” rimarcando la differenza fra Sgnur e puret, come si fa nel nostro dialetto ove le due categorie sono ancora ben distinte, senza tanti infingimenti, dacché, purtroppo e nonostante le tante speranze in proposito, non si sono ancora confuse.

Quando noi diciamo insomma: «Ah, mo’ quël l’è un Sgnór…», non possono esserci dubbi sul significato del termine e, quindi, sulle proprietà e sul conto in banca di quel Sgnór

Torniamo, però, all’importante documento parrocchiale. Esso dev’essere già stato sotto gli occhi di molti altri studiosi, tuttavia, stando ai dati di battesimo, qualche biografo riporta tuttora con inesattezza il nome della madre che, dunque, non si chiamava Adele, ma Domenica Maria.

Di Vincenzo Monti si ricorda doverosamente, anche nelle biografie più succinte, la nascita alfonsinese in località Ortazzo [oggi la vecchia denominazione di località è poco conosciuta e si indica più spesso la borgata «Passetto» di cui era ed è parte], sottolineandone i natali in «una casetta di semplice eleganza, che sorge in fondo ad un largo ripiano». ( si veda: http://www.babeleweb.net/Default.asp?scheda=449)

Pochi anni fa (2004), nel 250° della nascita, il gruppo filatelico alfonsinese ha ricordato il celebre conterraneo con un annullo speciale, proposto in una vecchia cartolina riproducente la casa natale del poeta, un omaggio simpatico ed elegante di cui volentieri riporto a fianco il fronte e il retro.

Oggi quella casa, restaurata a più riprese dall’amministrazione comunale (ai lavori contribuì anche Marino Marini, industriale mecenate il cui ricordo è ancora caro agli alfonsinesi), è considerata una delle più belle fra le "case della memoria". Una struttura aperta e vivace, al cui interno è collocato il Museo Montiano e anche un Centro di Educazione Ambientale che costituisce punto di riferimento per scuole e cittadini desiderosi di conoscere meglio le zone della bassa pianura ravennate.

In quella bella e importante casa, presentai qualche anno fa uno dei miei libri, il Cestello dei ranocchi, e soprattutto, proprio lì mi sono da poco felicemente risposato, con breve ed intima cerimonia, ma con non poca emozione, voglio sottolinearlo, date le tante e belle rimembranze di gioventù di cui riferirò.

A Vincenzo Monti era innanzi tutto dedicato l’Istituto ove studiai per cinque proficui anni a Ferrara, laddove il poeta aveva frequentato l’Università (iscritto a forza dal padre che voleva farne un medico…), ma per me egli è sempre stato il poeta dei versi sublimi con cui ho conosciuto l’Iliade di Omero, quelli che negli anni dell’adolescenza mi fecero fremere e trepidare per la sorte di tanti eroi senza tempo.

Quei versi poetici ancora oggi risuonano cadenzati nella mente: Cantami o Diva, del Pelide Achille… , una protasi concentrata nei primi quattrodici versi del poema, versi appresi a memoria e poi snocciolati davanti al caro Alfonso Paternoster, preside e illuminato professore di lettere argentano.

Versi, accenti che ancora evocano duelli epici, bagliore d’armi, cavalli, auriga e cocchi sfreccianti nei campi di battaglia, ferri che cozzano, polvere che s’innalza al cielo, premurosi e capricciosi Dei dell’Olimpo che appaiono e scompaiono. Emozioni, sensazioni che gli ispirati versi montiani, pur scritti senza il conforto della grammatica greca (traduttor de’ traduttori si disse del poeta…), hanno saputo scatenare in tutti noi.

Del resto, perché mai la traduzione doveva essere fedele al testo omerico? Quello che importa - scrisse giustamente il Valgimigli - «per una traduzione di poesia che non voglia essere una traduzione letterale ad uso e consumo di scolari asini e pigri, è appunto di avere anch’essa, come il testo originale, un suo accento di poesia. La Iliade del Monti ha questo accento. Chi desideri l’interpretazione diretta di Omero, legga Omero[…]» Di qui alla conclusione: «[..] il poeta sente e asseconda, con obbedienza facile e docile, per naturale dono e abbandono. Così è ogni vera grande poesia; e la Iliade del Monti è vera grande poesia».

Quel che è certo, è che, alla lettura di quei versi, galoppò forte la nostra fantasia di studenti dodicenni, fino a vivere le epiche gesta quasi in prima persona, fino ad identificarci, ognuno di noi, nei grandi eroi omerici, nei magnifici protagonisti di questa storia avvincente.

Conservo ancora il testo di scuola di cui a fianco riporto la copertina, quello su cui studiammo per un anno intero e ove, come si può vedere, disegnai distrattamente, con la mente rapita dalle vicende di cui sentivo decantare le gesta, linee improvvisate di uno scudo di Achille, linee che oggi paiono quasi provenire dal «bersaglio» della Settimana enigmistica…

Quella «guerra di Troia», grazie ai versi montiani, veniva da noi vissuta come un campo di gara, un’arena di gladiatori senza paura, oppure per chi, all’epoca, era affascinato al cinema dai «cappelloni» del Far West, una specie di sfida all’OK Corral trasportata indietro fino a tempi immemorabili. Pur conoscendo la sorte della guerra in anticipo, non si vedeva l’ora di giungere all’epilogo di una storia così coinvolgente.

Tanta era la partecipazione, lezione dopo lezione, che, come ho già avuto modo di ricordare, si costituirono all’interno della classe due partiti, uno “greco” ed uno “troiano”. I ruoli singoli di ognuno, poi, come fossero parti di una rappresentazione teatrale, venivano assegnati quasi per acclamazione.

Io fui «Diomede» per elezione, ossia l’eroe che aveva scelto come compagno Ulisse nella tremenda strage al campo dei Troiani, e questo perché l’«Ulisse» della «Seconda A» non poté che essere il mio sagace compagno di banco, il caro Fernando Maria Buldrini, vera faina, e per tutti il più furbo della classe.


Mosse allor le parole il grande Atride:

Diletto Diomede, a tuo talento

un compagno ti scegli a sì grand’uopo,

qual ti sembra il miglior. Molti ne vedi

presti a seguirti; né verun rispetto

la tua scelta governi; onde non sia

che lasciato il miglior, pigli il peggiore;

né ti freni pudor, né riverenza

di lignaggio, né s’altri è re più grande.


Così parlava, del fratello amato

paventando il periglio: e fea risposta

Diomede così: Se d’un compagno

mi comandate a senno mio l’eletta,

come scordarmi del divino Ulisse,

di cui provato è il cor, l’alma costante

nelle fatiche, e che di Palla è amore?

S’ei meco ne verrà, di mezzo ancora

alle fiamme uscirem: cotanto è saggio.


Così, caro buon Vincenzo Monti, ancorché in tempi tanto «perigliosi» tu sia stato di idee politiche fin troppo mutevoli, quasi mai coerenti e condivisibili, ti potrai ben render conto, dall’alto del tuo magistero, quanto, in quanti modi e per quanto tempo, io abbia potuto avvertire la tua presenza, la tua amichevole compagnia, quella di un poeta, comunque, di cui sentirsi sempre fieri e orgogliosi, e non soltanto perché nato a pochi passi da casa mia.

Ciò nonostante, l’aver visto, guardato, letto, trascritto e tradotto la tua iscrizione di battesimo, mi ha emozionato come non mai. Mi è sembrato quasi, dopo essermi sentito, in qualche modo, da te tenuto in braccio in tante circostanze della vita, che davanti a quel «die 19 februarij», le parti si siano piuttosto invertite.

Mi è parso di vederti finalmente in altra prospettiva, ossia: piccolo, inerme e in fasce (per quanto figlio di un Dominus...), fra le mani quasi imbarazzate di certo, amorevole Jacobus Antonius e, sotto i miei occhi increduli, ti ho persino udito strillare con fragore, sotto l’acqua fresca di Alfonsine, qual «eroe gemente» «al guado del vorticoso Xanto» quando, come ti spettava di diritto, ti sei sentito «spruzzar di fresca onda la fronte»… [1]



[1] Per le citazioni si vedano nell’Iliade montiana i versi del Libro Decimo (300-317)e quelli del Decimoquarto (512-516).