martedì 26 marzo 2013

Il teatro nel primo 900 a Filo


Storie e foto - ricordo di vecchie compagnie di attori filesi (2)
di Agide Vandini

Per ricordare la prima compagnia teatrale di cui si abbia memoria a Filo, si deve risalire ai primi decenni del '900. Portava il nome di «Filodrammatica Vittorio Alfieri» e teneva le proprie rappresentazioni in una sala del vecchio «Palazzone», imponente edificio ottocentesco oggi vetusto e cadente, costruito all’epoca affinché guardasse e dominasse il frammentato paese dall’alto e ne divenisse il centro operativo e pulsante.
 Pare che quell’edificio sia stato progettato ancora in epoca pontificia quale sede dell’antico Comune di Filo. Si tramanda addirittura che fra il Palazzone e l’edificio destinato ad ospitare la Caserma dei Carabinieri fosse previsto un arco ornamentale sopra lo stretto passaggio che introduce all’area cortiliva interna e quindi alla parte di fabbricato da dedicarsi ad attività civiche.



Il Palazzone nei primi anni ’40 del ‘900, visto da sud, dall’arena di casa Carlotti. Da sinistra: Giovanni Guidarini (Giuanẹñ o Topolino), Giovanni Geminiani (Giuanòñ d Pisini), Eusebio Cesari (Šébio).

Il Palazzone, oggi, visto da Nord-Ovest




Il Palazzone visto da sud-ovest negli anni’60 quand’era ancora abitato. A sinistra la vecchia caserma dei Carabinieri; fra i due edifici pare fosse previsto, nel progetto d’epoca pontificia, un arco ornamentale.


Il Palazzone, oggi, visto da Sud-Ovest. Qui è ben visibile l’ala posteriore e la scalinata che dà accesso all’antica sala pubblica.


Sul finire dell’800, tramontata ogni autonomia amministrativa del territorio in provincia di Ferrara con la completa fusione nel comune di Argenta, chi si occupò della costruzione, ossia Don Adriano Farabulini, filese e fratello del più celebre David, alto prelato vaticano, lo destinò a piccole abitazioni e ad attività civiche minori.
Il luogo scelto per la costruzione, di antica proprietà parrocchiale, era il terrapieno ottenuto dallo spianamento dell’arginello adiacente l’ultimo e ristretto alveo di Po vecchio, a ridosso quindi della via del centro cittadino che conduceva alla frazione di Filo d’Alfonsine ed al territorio di Ravenna. A quel tempo le due frazioni filesi erano ancora collegate da un ponte, un ponticello poi interrato, che attraversava Po Vecchio fra il Forno ex Saiani e la ferramenta Diani. Dopo la diversione fluviale di fine Settecento l’antico alveo era ormai ridotto ai minimi termini per portare acqua al molino di Filo, funzione peraltro che non sempre fu in grado di assolvere. Trasformato il molino ad acqua in molino a vapore, a fine ‘800 quel canale aveva praticamente perso ogni funzionalità, tanto da venire poco a poco interrato dai frontisti lungo tutto il percorso, dalla Bastia (ove derivava acqua da apposita chiavica) fino al Molino di Filo.
Ad inizio Novecento il grande fabbricato fu addirittura raddoppiato.  La nascente cooperativa agricola che vi si insediò utilizzò la nuova ala in gran parte come ricovero macchine (area in seguito divenuta falegnameria), mentre il vano al primo piano che volgeva verso mezzogiorno fu adibito a sala pubblica ad uso ricreativo. Quella sala, oggi divenuta deposito delle luminarie natalizie, funzionò molto attivamente nel primo Novecento come Sala da Ballo, Cinematografo e quindi anche da Teatro. Fu il luogo d’incontro dei nostri nonni e dei nostri genitori nella loro prima gioventù.


Metà degli anni ’20 del ‘900. Gli uomini (in piedi) da sinistra: Vacchi [...], Forlani Mario, Roi [...], Vandini Nevio, Dalle Vacche D’Artagnan, Veduti Ennio, Camerini Umberto, Valenti Gualtiero, Banzi Ettore, Guerrini Alfeo (nonno di Fulvia Signani). Le donne (sedute da sinistra): Rocchi Rina, Paci Aldina (maestra e moglie di Tamba Antonio), Ricci Bitti [...] (maestra), Beltati Gemma (maestra), Vandini Gemma (maestra), Vandini Eugea, Belletti Egizia. (I riconoscimenti sono di Gemma Vandini, madre di Beniamino Carlotti che premurosamente ne raccolse la testimonianza e l’ha gentilmente messa a nostra disposizione).


Secondo quanto ci è stato tramandato, pare che le rappresentazioni della «Filodrammatica Vittorio Alfieri»  registrassero sempre il tutto esaurito, al culmine di giorni e settimane vissute con grande attesa ed entusiasmo dalla popolazione. L’atmosfera durante gli spettacoli viene ricordata come particolarmente allegra e gioiosa; il clima in paese era da Grande Evento tanto che per parecchio tempo, prima e dopo la rappresentazione, non vi si parlava d’altro.
Direttore e regista agli inizi dell’«Alfieri» era il signor Aldo Guido Villani, fattore dei Tamba , un signore che a fine recita riscuoteva il plauso popolare esibendo versi in rima che scriveva lui stesso, rime baciate in cui parodiava qualche personaggio e da cui possiamo ancora evincere il tipo di testi e di commedie che venivano proposti.











Le rime di Villani

Amici miei carissimi
nonché compagni d'arte
meglio che si potea
facemmo la nostra parte
Ed ora che finito abbiam di recitare
questi miei pochi versi
vi prego di ascoltare,
che parlano di noi
e delle papere che ciascun ha fatto.

Che ve ne pare di Pacifico[1]
che non sa mai la parte
e crede tanto d'essere
il più bravo in arte!
Per lui genero e suocero
sono la stessa cosa
però, bisogna dirlo,
sa prender giusta posa
accomoda il vestiario
e, se occorre, anche il sipario.

Di Eugenio poco dirò, amici cari
perché in confronto a lui
siam tutti somari.
Ed ora vien Gianetto[2],
l'amante sfortunato,
il cacciatore d'Africa,
marchese disperato.
D'incoronar mariti
egli tentò ma invano
e quando credeva
d'aver tutto in sua mano,
gli capitava in scena
un Tizio od un Sempronio
che gli mandava a monte
il suo bel matrimonio
Ma fuori dalla scena,
speriam, s'ammoglierà;
la mamma della sposa cascherà
oh, cascherà!...
Alla fin di tutto questo
gli auguriam lunga età,
salute e figli maschi in quantità..

Questo è quanto possiamo ancora leggere nella preziosa testimonianza che riporto qui a fianco, ripresa da «Storia e leggenda di Filo», appunti anonimi redatti con ogni probabilità dal maestro Soffiatti Guerriero sul finire degli anni ’60.
La Compagnia fu attiva per lungo tempo, prima e dopo la Grande Guerra, giungendo a rinnovarsi quasi completamente negli anni, sia nei conduttori che nei protagonisti.
Uno degli attori  del Primo Novecento fu Roverati Pacifico, i cui dati anagrafici sono riportati fra le note di fondo pagina a cura di Beniamino Carlotti. Pazefic abitava nella cà dla Mingóna, di fronte alla chiesa; era calzolaio e bidello nelle Scuole Elementari di Filo.
Gli appunti anonimi lo descrivono come il tipico e solerte custode, alto, magro, vestito con cura, che agiva sempre con una certa signorilità anche quando versava l’inchiostro nei calamai. Parlava molto bene l’italiano, aveva una certa cultura sia pure un po’ disordinata, tipicamente autodidatta. I filesi bisognosi di consigli pare si rivolgessero solitamente a lui.
Un attore che non si perdeva facilmente d’animo era invece Topi[3], cumidieñt degli anni ’20, particolarmente portato all’esibizione in pubblico. Durante uno spettacolo gli capitò, ad un certo punto, di non ricordare più la battuta prevista, sicché richiamò a modo suo l'attenzione del regista. Con molta disinvoltura sfoderò una frase improvvisata, divenuta poi famosa in paese: «E per ragioni di salute... Accenderei un mozzicone!»
Così dicendo iniziò a palparsi lentamente il taschino della giacca alla ricerca di un mozzicone di sigaretta, si fece da capo un paio di volte fino a che arrivò il desiderato soccorso del suggeritore. La piccola pausa fuori programma fu comunque colta dal competente pubblico presente che lo gratificò, più che mai, di un sonoro ed interminabile applauso.
Fin qui le memorie orali e scritte. Le immagini, o meglio, l’unica foto che si conservi della Compagnia, ci mostra altri protagonisti, tutti identificati, fra cui molte maestrine, alcune facce note e altre meno. E’ il gruppo che recitò sul palco del Palazzone alla metà degli anni Venti. Lo scatto ebbe luogo davanti alla canonica ove forse ci si incontrava per le prove e per l’organizzazione degli eventi.
Nella bella ed accurata posa di gruppo, possiamo ancora osservare sguardi che attraversano il tempo, sorrisi che tuttora ci inorgogliscono,  ci raccontano in tutta semplicità piccole e sottili emozioni. Soprattutto testimoniano, con la forza inalterata delle immagini, quanto questo paese sia stato capace, in anni ormai remoti, di iniziative ben riuscite in campo ricreativo e culturale, attività che richiedevano serietà, volontà, talento, fervore organizzativo. Sono doti non comuni, ma che hanno potuto far leva sullo spirito profondo dei filesi, ed incontrarne in modo del tutto naturale il loro accorato apprezzamento ed entusiasmo.




[1] Roverati Pacifico nato a Filo il 1.4.1857, figlio di Girolamo e di Carmela Galli, sposa Maria Barbieri. Tra i figli avuti ricordiamo Ines nata nel 1888 (e detta Caramëla), sposa di Umberto Guasoni (colui che da Genova, ov’era giunto in bicicletta, scrisse alla moglie che per anni gli aveva intimato di togliersi dai piedi), una cartolina di poche parole: «am soia fat in là a basta?...». Dal loro matrimonio sono nati Olao (il calzolaio), Giancarlo, Serafino, Romano, (Friz il barbiere) e Beatrice, moglie di Elio Brunelli.
[2] I personaggi citati sono i fratelli Eugenio Rocchi (1867-?) e Giovanni Rocchi (Gianetto) (1875-1955) figli del sarto lavezzolese Rocchi Bonafede detto Fidina e della filese Guerra Lauretana. Sono rispettivamente lo zio e il papà di Rocchi Rina (v.foto), nota a Filo come la Rina d Gianetto, indimenticata centralinista telefonica paesana degli anni della nostra infanzia e prima gioventù.
[3] Si tratta di Carlo Topi (1904-1993), figlio di Antonio (1876-1940) e di Alba Fortunata Vandini (1882-1943). La famiglia abitava all’epoca  a Chiavica di Legno. Carlo era uomo dalla fine e pronta intelligenza, dotato di verve e simpatia fuori del comune. Così lo ha sempre descritto Gemma Vandini Carlotti.

lunedì 18 marzo 2013

Ubi major...


Il campionato di Bologna ed Inter
Visti dal Filese e da Romano Saccani Vezzani

Bologna – Juventus  0 - 2


Il pur volonteroso Bologna ha dovuto soccombere sabato sera davanti ad una vecchia Signora quanto mai energica ed in salute. Ubi major minor cessat basterebbe dire. La superiorità tecnica ed atletica vista in campo è stata netta e la differenza di punti in classifica potrebbe comodamente commentare il resto.
In una settimana tuttavia in cui all’Inter (giovedì scorso assai gagliarda contro il Tottenham) viene rimandata la partita, credo sia il caso di aggiungere qualche considerazione in merito al contesto in cui si svolge abitualmente una partitissima, quella del Dall’Ara, che spesso porta anche dirigenti, giocatori e tecnici juventini a reazioni inconsulte: in sostanza, ahimè, a “non saper vincere”...
Io credo si debba partire dal significato, per i bolognesi (quelli veri), di una sconfitta con la Juventus.
Come si sa a Bologna non c’è nel calcio (come nel basket) un’altra squadra in città all’infuori di quella che veste la maglia rossoblù. Per questo si abusa tante volte del termine derby per montare giornalisticamente partite intra - regionali come quelle con Cesena, Spal, Parma e così via fino al Crevalcore, oppure addirittura interregionali come quella con la Fiorentina (il fantomatico Derby dell’Appennino...). Tutti incontri, certo, assai più sentiti del normale, in particolare quello col Modena in cui si scomoda persino la «secchia rapita», ma si tratta pur sempre di partite contro vicini di casa, a loro volta lividi di rabbia e di invidia di antica data per ciò che il Bologna rappresenta, per quel che è stato nella sua lunga e gloriosa storia calcistica.

La sostanza vera, quella che sta sottopelle negli sportivi e nei tifosi, è che a Bologna, da sempre, in mancanza di una stracittadina, l’autentico derby, quello che può dar persino senso ad una stagione calcistica, è quello che vede di fronte la squadra rossoblu, orgoglio della Bologna-città (e tuttora una delle squadre più titolate d’Italia) e la squadra più vincente, più discussa, ma anche più amata della penisola (inclusa la Romagna dove Bologna è antica e non sempre amata capitale) ed è anche, ahimè, la preferita dai tanti bolognesi divenuti tali di recente, tipo il classico bulugnès che so drent’ann che sto a Bològn...
Ecco perché sotto le due torri, perdere dai bianconeri, da una vecchia Signora che mena come nonna Abelarda, da una formazione ormai chiamata Rubentus (per i troppi torti arbitrali subiti nella storia di questi derby), fa particolarmente male, ancorché la sconfitta sia sportivamente giusta e sacrosanta come quella di sabato sera.
Passerà...  (Il filese)