giovedì 30 aprile 2009

Per capire meglio la lapide di Masiera

C’è il dialetto romagnolo…

di Angelo Minguzzi


All’inizio di aprile del 1945, dopo mesi di posizionamento lungo la riva destra del Senio, l’esercito alleato ne decise l’attraversamento in più punti, oggi contrassegnati da lapidi marmoree che hanno lo scopo di ricordare questi eventi importantissimi per la nostra storia. Da lì ebbe infatti inizio la battaglia finale per la Liberazione d’Italia.

Una di queste lapidi, però, quella posta a Masiera di Bagnacavallo nel luogo che, nella foto satellitare, ho contrassegnato con una freccia rossa, è in sola lingua inglese e, secondo quanto mi segnala l’amico Angelo Minguzzi (Anžul d’Zižaron d’Mašira), nessuno si è mai preoccupato di chi non è in grado di cavarsela con le lingue straniere. Per dirla nel nostro dialetto, Angelo si è messo nei panni di quelli che l’ingléš i n’e’ biasa gnench un pô

Ecco qua allora il suo premuroso lavoro di traduzione nel dialetto amato, ovviamente con qualche opportuna integrazione accortamente attinta dalla memoria dei compaesani. Io ho pensato, per completare l’opera, di aggiungerne la traduzione italiana… (agide vandini)



In April 1945 casa Costa was the tactical headquarters of the 6th Royal Battailon, 13th Frontier Force Rifles (LT. COL. S. J. H. GREEN, D.S.O) A Unit of the 19th Infantry Brigade, 8th Indian Division.

On April 9th the Battalion assaulted and broke the german line on the Senio River, thus contributing to the final complete defeat of the enemy.

Sepy Ali Haider was awarded the victoria cross for his conspicous gallantry in the battle on the river banks.

In proud memory of their comrades, the veterans of the Battalion have unveiled this stone, 6 May 2000.




Versione romagnola di Angelo d’Zižaron d’Mašira


La Lapida a l’ò cupiêda e’ prem dè d’Maž de’ domelaesët e pu döp a l’ò amašêda un pô, in môd ch’u la posa capì nench un Rumagnôl:



Int e’ méš d’Abrìl de’ Cvarânta-zencv int la cà d’Cösta u s’éra ardot e’ cmând ad tot chi suldé Inglìš ch’j è scret alè ins la lapida, e pu u j éra nench dj Indien.

I nôv d’Abril (che alè u n’e’ diš briša, mò i cminzè a la séra) i dašè l’asêlt, e i sfundè e’ front di’ tedesch ch’i s’éra piazé dla de’ fion, ins la sponda d’Fušgnan, che d’alè pu e’ fò l’inezi dla su sfata, pež che cvela d’Caporetto (int la lapida u n e’ diš briša, mò la j è stêda mej che un vstì nôv, parchè i tedesch i m’è sèmpar sté ins e’ caz ch’ um l’avéva insignê mi nunen ch’l’avéva fat clêtra gvëra…).

Par e’ curag dimustrê da Sepy Alì Haider, che a gnavgaton so e žo par la riva l’andè dentar de’ fion e pu a möl int l’acva e so par clêtra instant ch’l’arivet a tirê dal bomb a mân ch’al fašè saltê par aria dö pustazion d’mitraglia; i j à dê la cróš dla Vitôria, (che pu, sicöm che la lapida l’è screta tota cun al lètar grândi, elóra u s putreb pinsê che la fos una nurmêla cróš ad gvëra, invézi l'è una unurificenza grânda coma una piöpa de’ Canadà, parchè l'è dla Regina Vittoria).

In unór a la mimôria di su cumpegn, i vec de’ Batajon j à scvért sta lapida i sì d’Maž de’ Dömela.




Traduzione italiana della versione romagnola


La Lapide l’ho copiata il primo maggio del duemilasette e poi l’ho aggiustata un po’, in modo che la possa capire anche un Romagnolo:



Nel mese di Aprile del Quarantacinque in casa Costa stava il Comando dei soldati inglesi elencati sulla lapide, compresi gli Indiani.

Il nove di Aprile (lì non lo dice, ma cominciarono di sera), diedero l’assalto, e sfondarono il fronte dei tedeschi attestati dall’altra parte del fiume, nella sponda di Fusignano; fu l’inizio della loro disfatta, peggio di quella di Caporetto (nella lapide non lo dice, ma questa sorte per i tedeschi è stata meglio di un vestito nuovo, anche perché a loro sono sempre stato avverso grazie agli insegnamenti di mio nonno che aveva fatto l’altra guerra…).

Per il coraggio dimostrato da Sepy Alì Haider, che, carponi, salì l’argine e scese fino a riva, andò a mollo nell’acqua del fiume e poi risalì l’altra sponda fintanto che riuscì a tirare le bombe a mano che fecero saltare per aria due postazioni di mitraglia; per questo gli hanno conferito la Croce della Vittoria, (che poi, dal momento che la lapide è scritta a lettere maiuscole, si può pensare che si tratti di una normale croce di guerra, invece è una Onorificenza alta come un pioppo del Canada, ossia quella della Regina Vittoria).

Per onorare la memoria dei compagni, i veterani del Battaglione posero questa pietra il sei maggio del Duemila.




sabato 25 aprile 2009

Quel giorno, 64 anni fa…

14 aprile 1945 - Una testimonianza della Liberazione di Filo


Il prezzo pagato a Filo in lutti e distruzioni, per la guerra voluta dal fascismo e dal suo Duce, fu altissimo. Il nostro antico paese, liberato il 14 aprile 1945, uscì sconvolto dalla battaglia chiamata dell’Argenta gap, bucato dalle granate, scavato dalle bombe, crivellato dalle mitragliatrici. Le perdite umane furono tantissime e dolorose. Quasi ogni casa ne fu scossa e non è il caso di rievocare in questa occasione numeri e nomi delle tante vittime e martiri. Basti pensare che la guerra si portò via, con la sua furia distruttrice, addirittura intere famiglie. Quel giorno però, quel 14 aprile che vide l’arrivo in fila indiana dei Liberatori, in un paese ormai ridotto ad un cumulo di macerie, quali sensazioni provarono i filesi che da tanto tempo aspettavano e sognavano la fine della guerra? Ecco una testimonianza d’epoca, quella di Libero Ricci Maccarini, allora trentenne, impegnato nelle fila della Resistenza, un uomo che avrebbe proseguito la sua militanza nel CLN prima, e nella cooperazione poi.

E’ un brano che ben rappresenta sentimenti ed emozioni, gioia, dolore e turbamenti della gente di allora, una rievocazione pubblicata alcuni anni dopo la guerra in un bel libro di memorie. Credo sia il modo più giusto per ricordare alla comunità quel giorno di 64 anni fa che ha segnato il punto d’inizio della nostra democrazia. Credo si possa raccomandarne la lettura in particolare ai più giovani, a coloro cioè che non hanno potuto, come noi, ascoltare nell’immediato dopoguerra i tanti racconti degli anziani, resoconti costruiti con parole molto semplici, ma non per questo meno drammatici, in un periodo in cui le emozioni erano ancora ben vive negli occhi dei protagonisti. Dicevano allora i vecchi a noi bambini: “Son cose brutte, tremende, ma dovete saperle, proprio perché non abbiano mai più a ripetersi”. E’ con questo spirito, io credo, che serve ricordare la Liberazione, oggi come ieri. Proprio a partire da un piccolo posto come Filo che però ha saputo dare tanto per la Libertà del suo paese (agide vandini).



LIBERAZIONE

(L.Ricci Maccarini, Il Palazzone, Argenta, Offset, 1983, p. 79)


Il sofferto compimento del tremendo tempo, il tanto atteso avvento, ha la data del 7 aprile ad Anita, del 12 a Longastrino, del 14 a Filo, del 16 a S.Biagio e del 18 ad Argenta; quindi fino a dopo il 25 aprile, risale e si dilata, inarrestabile, verso Ferrara e nell'oltrepò.

E' la liberazione! E' il ritornare a credere nella vita, anche se qualche velivolo tedesco, di notte, reca l'ultima apprensione, che si possa morire, ora, quando tutto sembra finito.

Ci ritroviamo: quanti ancora gli assenti !... A decine, purtroppo, non li riavremo con noi se non nel ricordo. Pure, prima di contarci bene, di altri dovremo attendere l'arrivo, se ci sarà un ritorno : sono prigionieri, sono deportati, di cui non si conosce la sorte, mentre anche di altri mancano nuove dalle vicine colline, dove nobilitarono una fede.

E ci guardiamo attorno.

Oh case nostre, care paterne case, erette con la malta e coi mattoni crudi avuti dall'argilla del Primaro, piene di sorci e d'insetti, ristrette attorno alle famiglie sempre crescenti ; quante volte abbiamo bestemmiato le mura ormai cadenti, i topi, le pulci, l'angustia e la miseria: ma quanto più imprechiamo oggi che non ci siete più!

Vi era la fontana ai piedi della rampa segnata dall'eccidio dell'immane rappresaglia: sul marmo riquadrato della fonte, poi abbattuto per seguire la continua depressione del debole zampillo, si leggeva la data del 1912, che indicava l'agognata conquista dell'acqua di sorgente, e, più sotto, recava annotata la quota di perforazione : metri 96.

Dov’era, e nello spazio attorno, ora vi sono due crateri di bombe, come altri due, pure immensi, oltre la strada, sono al posto della scuola «nuova» e del palazzo di un ricco possidente.

Più su, lungo la Provinciale, ritroviamo l'annerita disperata visione della fila di case, morte di fuoco.

A destra, ancora, del robusto mulino e della palazzina del mugnaio, non resta nulla, mentre, dinnanzi ai mucchi di macerie, una vecchia casupola, forse la più antica fra tante e la Cà Longa, sbrecciate ma ancora in piedi, sembrano assistere stupite dell'altrui solidità che nulla valse.

E' la liberazione, ma non ci esalta, perché è pure l'assistere all'avvenuta rovina del paese; è il rituale dei lutti e delle donne in nero; è l'apprensione nuova del grande bisogno di ricominciare.

Ma è la liberazione : e il ritrovarci, il guardarci attorno, il discutere, il rimuovere i segni della guerra, ridona la fede nella vita, come porta, ancora, la speranza che il mondo, domani, sarà più giusto ed aperto alla presenza della gente che lavora.



14 aprile 1945. Le punte avanzate inglesi al centro di Filo. In quello stesso punto, l’8.9.1944, alcuni cittadini innocenti erano stati trucidati dai tedeschi per rappresaglia.






Il centro di Filo sotto le macerie. La foto è presa dalle attuali scuole elementari. I due carri trainati da buoi trasportano morti e feriti. Da sinistra a destra si distinguono: l’abitazione dei Vandini ed altri, la ca’ d' S-ciflen (col tetto a 4 acque), la cà longa, il teatro, le rovine del mulino Barabani bombardato e la cabina elettrica.


14 aprile 1945. Gli inglesi avanzano fra le rovine di Filo. Da sinistra la ca’ d’Mariaz, la Ca’ longa, la ca’ d’ S-ciflen e in primo piano la casa bombardata dei Vandini ed altri, ove Agida Cavalli, Martire della Libertà, il 29.2.1944 fu colpita a morte mentre cercava di salvare il proprio figlio partigiano.

Questa foto è stata scattata più o meno dallo stesso punto della precedente, ma l’obiettivo è spostato più a sinistra. In primo piano le rovine di casa del possidente Tamba. Più lontano si distinguono, da sinistra a destra: il tetto del palazzone, la vecchia caserma, la vecchia tabaccheria, le vecchie scuole sventrate (oggi Casa del popolo), poi l’abitazione dei Vandini ed altri, infine la ca’ d'S-ciflen.




mercoledì 15 aprile 2009

Accadeva 160 anni fa...

Il 30 aprile 1849 Comune di Filo aderiva alla Repubblica Romana

di Agide Vandini















Bandiera della Repubblica Romana che sventolò dal balcone del Campidoglio nel 1849

(Museo del Risorgimento di Milano).








Proprio centosessant’anni fa la storia d’Italia parve compiere un balzo improvviso. Cadute le grandi illusioni dell’Italia liberale e cattolica di poter raggiungere l’indipendenza sotto il Primato del Papa, e davanti all’agitazione dei democratici, il Pontefice Pio IX abbandonò Roma e riparò a Gaeta.

Venne così proclamata il 9 febbraio 1849 la Repubblica Romana guidata dai triumviri Mazzini, Saffi e Armellini che indisse le elezioni e si dotò di una costituzione assai avanzata per l’epoca. Gran parte dei suoi principi democratici furono poi ripresi soltanto nella costituzione repubblicana del 1948[1].

Come sappiamo la Repubblica, pur difesa da Garibaldi, durò pochi mesi, ed il Papa, che aveva fatto appello a tutte le forze cattoliche affinché concorressero a sopprimerla, tornò quello stesso anno sul trono di Roma con l’appoggio determinante delle truppe francesi (4 luglio 1849).
















E’ invece assai meno nota, data l’importanza circoscritta ai nostri luoghi, l’adesione solenne dei comuni delle Romagne alla Repubblica. Quello di Argenta vi aderì con delibera del 24 aprile ed altrettanto fece, all’unanimità, il Comune di Filo, il successivo 30 aprile 1849 riunito per l’occasione nella residenza di San Biagio sotto la guida del suo sindaco, il longastrinese Eleonoro Banzi.

Nell’illustrazione a fianco, si può leggere l’integrale delibera tratta dagli atti dell’epoca, trascritta e pubblicata in A.Vandini, L’antico comune della Riviera di Filo, Ferrara, SATE, 1981, p. 63.


Cliccare sulle immagini per ingrandirle




[1] Questi i primi 4 articoli: Art. 1: Il papato è decaduto di fatto e di diritto dal governo temporale dello Stato Romano; Art. 2: Il Pontefice Romano avrà tutte le guarentigie necessarie per l'indipendenza nell'esercizio della sua potestà spirituale; Art. 3: La forma del governo dello Stato Romano sarà la democrazia pura e prenderà il glorioso nome di Repubblica Romana; Art. 4: La Repubblica Romana avrà col resto d'Italia le relazioni che esige la nazionalità comune. E ancora: «Il regime democratico ha per regola l'eguaglianza, la libertà, la fraternità. Non riconosce titoli di nobiltà, né privilegi di nascita o casta.», «La Repubblica riguarda tutti i popoli come fratelli: rispetta ogni nazionalità: propugna l'italiana.»