domenica 28 ottobre 2007

Personaggi filesi (1) : Cömo


(ovvero: Ricci Maccarini Mario)

Ricordare Cömo, personaggio ricco di umanità ed ancora oggi nel cuore dei filesi, significa per me ritornare ai primi anni ’50, agli anni più belli dell’infanzia ed indulgere a quel mondo incantato delle favole che egli sapeva creare e raccontare con fascino ed inventiva certamente fuori dal comune.

Di lui ho scritto in più occasioni riportando aneddoti di grande comicità[1] che ne hanno però messo in luce le doti di singolare umanità e dolcezza, ma nel mio cuore egli ha sempre avuto un posto speciale come principe dei fularen, come narratore di un’epoca ormai perduta. Chi, come lui, possedeva spiccate capacità di intrattenimento, nel tempo antico, ossia quando la TV non si sapeva neppure cosa fosse, era spesso ospite graditissimo nei treb di antica memoria, riunioni fra amici e familiari che si tenevano nelle sere d’inverno.

Cömo rallegrava con la sua presenza grandi e piccini, ma in particolare questi ultimi subivano il fascino delle sue trame mirabolanti e dei suoi mondi fiabeschi. Nella nostra “casa operaia”, ove abitavano sei famiglie piuttosto numerose, Cömo era invitato un paio di volte l’anno ed erano serate in cui anche i grandi si raggruppavano intorno al camino. Vicino ad esso egli, dopo qualche convenevole, piazzava la sua sedia impagliata e pian piano cominciava a dispensare i suoi racconti con un piede sull’iröla ed il bicchiere di vino rosso sempre a portata di mano. Gli ascoltatori facevano cerchio intorno a lui e non perdevano, del suo narrare esperto e ritmato, una sola parola.

Ricordo la festa, la frenesia che coglieva i più piccoli della casa, ovvero io, Romeo Cantelli e Luisa Matulli. «E’ ven Cömo stasira in ca dla Carlina…», sussurrava il passaparola, e già toccavamo il cielo con un dito. Praticamente si cominciava a sognare ed a contare le ore fin dal mattino…

Cömo, poi, era un narratore davvero speciale: sapeva interrompersi, distribuire le pause al punto giusto, creare ad arte apprensione e suspense, tenere altissima in ogni momento la nostra attenzione.

Dalle sue labbra, e dalle parole armoniose che ne uscivano, pendevano le sorti e le avventure di draghi, «maghi dalle sette teste», principi, re e principesse capricciose, vecchie streghe ora buone ora tremende, prodigi ed incantesimi d’ogni genere, avventure e burle di personaggi eroici e quasi mitici nei quali proiettare la nostra fantasia. Ricordo Giuani zenza paura, il cane Scudon, «Luigi il cacciatore», ma su tutti naturalmente finiva per emergere Mingon, il giovinastro semplice di campagna che, sempre in cerca di fortuna, sfoderava nelle più disparate circostanze la proverbiale astuzia contadina. Attraverso di essa si cavava dai guai, oppure si guadagnava quella gloria e quella ricchezza che i poveri, da che mondo è mondo, possono purtroppo soltanto immaginare e sognare.

A quelle serate, come ho detto, partecipavano anche i grandi, ma non tutti. Mia sorella Carla ad esempio, già una ragazzetta, non ci poteva venire. Di sera era infatti il momento di «filare» ed il «filaren» avrebbe fatto da ventilatore raffreddando l’ambiente in un epoca in cui il caldo del caminetto andava preservato il più possibile. Lei poteva partecipare ancora e soltanto ai trĕb che si tenevano nelle stalle, sicché io, in queste speciali occasioni in cui si ospitava Cömo in casa d’Cantlen o d’Matol, avevo il compito di ascoltare ogni storia per conto di entrambi. Al mio ritorno dovevo poi ripeterle a mia sorella per filo e per segno, senza dimenticare alcun particolare.

Capitava naturalmente al padrone di casa di perdere talvolta di vista il bicchiere del narratore, ma l’accortezza di Cömo consentiva di avvertire il calice vuoto senza che lui lo dicesse apertamente. Semplicemente ci si accorgeva che Mingon s’era infilato nel bosco e non ne veniva più fuori. Ad un certo punto la Carlina dava un’occhiata preoccupata all’insù e poi: «Aviv sé Cömo…?» Era quella la parola magica e l’unico modo di far uscire dal bosco Mingon

Alcune favole erano molto strutturate ed intrecciate, sicché non si raccontavano in una sera soltanto, ma in due. Fu il caso ad esempio di «Luigi il cacciatore» e di «Mingon e la principesa dj indvinel».

La prima, una storia che richiese la presenza di Bulé, formidabile ma anziano fularen che la raccontava da una vita, l’ho sempre ricordata a memoria, fino a pubblicarla nel 1994 sotto forma di racconto[2]. Quel brano l’ho persino tradotto in esperanto per fargli fare il giro mondo e credo di aver dato tanta gioia ad altri bambini.

Quanto a Mingon e la principesa dj indvinel, ne tentai una prima stesura nello stesso testo[3], ma ho poi potuto ricostruirla meglio dopo aver letto alcune versioni dialettali che, in particolare nel finale, rispecchiavano meglio la narrazione di Cömo.

Credo di fare cosa molto gradita ai filesi pubblicando, contestualmente, in lingua italiana e sotto forma di racconto, la fôla nella sua ricostruzione completa, arricchita da qualche bella suggestione dialettale, in un succedersi di dialoghi e di scene che a me fa udire ancora la suadente voce di Cömo e che, credo, a tanti filesi farà tornare in mente tempi felici, seppure assai lontani.

Collegato a questa favola ho però anche un ricordo curioso ed allo stesso tempo triste. La sera che Cömo completò la narrazione nevicava a larghe falde fin dal pomeriggio e nella prima nottata una soffice coltre bianca avvolgeva ormai il paese nel più completo silenzio. Io e Romeo eravamo scesi in cortile da poco con un paio di bicchieri da riempire di neve per farci fare, nell’occasione, con un cucchiaio di «saba», un po’ di «granatina dei poveri». I grandi stavano mangiando attorno al fuoco del camino qualche cuciarôl in compagnia, quando si sentirono, nella bianca notte d’inverno, i rintocchi a morto delle campane della chiesa. Un passante ci urlò dalla strada che se n’era andato per sempre proprio il nostro parroco, Don Giuseppe Menegatti.

Salito su di un camion, aveva perso la vita al Baruffino, oltre Bando, in uno sventurato incidente stradale. Era il 9 febbraio 1953 (Agide Vandini).


[1] Si veda in A.Vandini, Gente semplice, quand che int la porta u j éra la ramètta, Faenza, Edit, 1994, pp.51-56 e A.Vandini, Il cestello dei ranocchi, Ravenna, Longo, 1999, pp.57-58.

[2] A.Vandini, Gente semplice, cit., pp. 87-94.

[3] A.Vandini, Gente semplice, cit., pp. 95-99.

La Fôla d’Mingon ...

... e della principessa degli indovinelli[1]

(come la raccontava Cömo)

Mingon era l’ultimo di parecchi fratelli. La famiglia viveva in un piccolo villaggio ed era condotta dalla madre, una povera e sfortunata vedova che aveva ben cresciuto i suoi figli e trovato loro il modo di sfamarsi, chi lavorando la terra, chi imparando a fatica un mestiere. Il solo che non riusciva a sistemare era Mingon, tutto sommato un buon ragazzone, ma disinteressato verso ogni cosa concreta, un tipo insomma senza arte né parte.

Era ormai un tabacaz ins la vintena[2]ed in paese era considerato un sempliciotto con la testa per aria, per non dire uno dei tipi più svitati che vi si potessero incontrare. La madre, da parte sua, soffriva la lenta maturazione del ragazzo e temeva che, il giorno in cui non avesse più potuto contare sulle cure materne, egli non avrebbe saputo affrontare le tante asprezze della vita. Le preoccupazioni, poi, si tramutarono in disperazione, quando la povera donna s’accorse dello strano interesse del figlio per un inconsueto bando della reggia che s’era udito in paese.

Il monarca di quello sperduto reame aveva un’unica figlia molto bella, ed altrettanto istruita e bizzarra, che pareva non volersi maritare. Aveva avuto sette maestri, aveva letto tutti i libri che c’erano al mondo, eppure a lei, ormai a ridosso dei vent'anni, piaceva solamente studiare.

Un giorno, i due genitori, giunsero a fare alla principessa un breve discorsetto circa le necessità imprescindibili del regno e l’opportunità di assicurare ai loro sudditi una tranquilla successione.

«Giusto» disse lei, «ma l’uomo che sposerò, a m’e’ dlez pu me[3] ».

«Per noi non ha importanza» le risposero, «purché tu non perda troppo tempo».

«Allora» disse la principessa «diffondete un bando ovunque, annunciate che io sono disposta a sposare l’uomo che mi avrà fatto cinque domande in fila a forma di indovinello ed a cui io non sarò stata capace di rispondere. Possono venire tutti, dai diciotto ai quarant’anni, poveri o ricchi, di stirpe reale, oppure anche d'zöca d'róvra[4] non ha importanza, ma voglio che ci pensino bene prima di venire, perché se risponderò alle domande, sarà loro tagliata la testa».

«Perché figliola mia? Così, a tanti poveri ragazzi, toccherà la morte...».

«Mamma» disse lei, «io voglio che le persone che vengono a pormi gli indovinelli abbiano coraggio, e in più che sappiano quel che dicono. T’immagini quanta gente verrebbe qua con una fila di stupidaggini se non ci fosse anche un gran pericolo? Se avverrà che io non sia capace di rispondere, significherà che avrò trovato un uomo coraggioso e bravo, non ti pare?»

Il giorno dopo fu subito diffuso un bando ai quattro venti, e quando l’annuncio giunse all’orecchio di Mingon, lui che dal suo paese non s’era mai spinto per oltre un miglio, seguì i banditori alla fontana dove abbeveravano i cavalli. Chiese loro: «Posso dunque andarci anch’io?».

Un graduato gli disse: «Se ti dà fastidio la testa sul collo, puoi andarci quando vuoi».

«Proprio davvero?»

«Fa un po’ come vuoi, la testa è tua!»

Giunto a casa disse subito a sua madre che sarebbe andato a fare le sue domande alla principessa.

«Ma sarai matto!» disse subito lei. Mingon tuttavia fu irremovibile; insistette nell’intenzione di partire l’indomani e di andare al castello reale a tentare la sorte. A nulla valsero le raccomandazioni materne: «Ma perché, figliolo mio, vuoi andare a rischiare la vita? Lei è la più istruita del mondo, e tu non sai neanche disegnare una “O cun un bichir… Ma quali indovinelli le presenterai?».

«A quelli ci penserò strada facendo…»

Quando la donna, poveretta, capì che non c'era proprio nulla da fare, e si rese conto delle disgrazie che il figlio avrebbe certamente arrecato prima di tutto a se stesso, giunse ad una decisione dolorosa: «Morire per morire, è meglio che il mio figliolo lo ammazzi io che sono sua madre, in modo da risparmiargli tutte le sofferenze che lo aspettano...».

Prima che Mingon partisse, l’anziana madre gli infilò premurosamente in saccoccia un paio di monete ed un po’ di piada avvelenata che avrebbe mangiato per strada, ai primi morsi della fame.

Salutata la madre, il ragazzone si mise in cammino, con la gulpê[5] sulla spalla, seguito a pochi passi da Bello, il suo cagnolino, che non volle staccarsi dal padrone. Fatta un po’ di strada e visto il cane più affamato di lui, Mingon prese la piada dalla gulpê, ne allungò un morso alla povera bestia, e questa in pochi minuti rimase stecchita. Sbigottito, disse fra sé:

Chi mi amava mi tradì, can fedel per me morì

Deciso a proseguire il suo viaggio, allungò il passo ed arrivò sulla riva di un grande fiume. Cercò il punto dove poterlo attraversare e vide un vecchio traghettatore in attesa, seduto sulla sua barca. Chiese di essere trasportato dalla parte opposta ma, il passatore, che non voleva s-ciantês al braza par du valon[6], si rifiutò. Occorrevano non meno di cinque persone per una traversata e lui, Mingon, viaggiava solo. Non restava, dunque, che aspettare.

Cominciò a piovere a dirotto. Si riparò sotto una rudimentale tettoia e di lì osservò gli schizzi d'acqua che cadevano ripetutamente sopra un sasso ai bordi della strada ed il piccolo incavo che era venuto a formarsi nella pietra, cadendo l’acqua da tempo sopra lo stesso punto.

Dopo un po’ arrivarono altri due viandanti, anch’essi invitati dal traghettatore ad aspettare. Cessato il temporale, giunsero altri due passeggeri e, così, Mingon poté rimettersi in viaggio.

Durante l’attraversamento, vide sette cornacchie posarsi sopra la carogna di un asino morto spinto dalla fiumana nella corrente. Mentalmente, così sintetizzò l’accaduto:

A j ò vest e’ murbi che int e’ dur furéva,

s'u n’éra i du, i tri i-n paséva

E' môrt che sët viv purtéva...[7]

Cammina e cammina, cominciò ad aver fame. Dopo un po’ vide un albero carico di mele, tutte però ad un’altezza proibitiva. Prese una pietra, la lanciò verso l’alto per abbattere qualche frutto, ma non ci riuscì. Cadde invece un passero, di cui non si era neppure accorto, e l’avvenimento, egli lo riassunse mentalmente così:

Tiro a chi vedo e ammazzo chi non vedo

Composti e completati gli indovinelli, Mingon si rimise in marcia di buona lena ed il giorno dopo arrivò in prossimità del palazzo del Re.

La piazza era gremita di gente; pian piano il giovane si fece avanti fra la folla e quando vide il palco col ceppo e la mannaia che vi era appoggiata, fu preso da un certo batticuore. Guardò la bella principessa sistemata in un palco più basso, seduta sul suo scranno e con un fitto contorno di donne. In quel momento stava ascoltando un barone che veniva da molto lontano. Il poveraccio, una dopo l’altra fece le sue domande, ma lei, guardandolo duramente in faccia, gli diede sempre la risposta. Allora lui, a testa alta, fece i tre o quattro scalini fino al ceppo e s’inginocchiò; il boia, un tipo corpulento e di pochi riguardi, gli staccò la testa cun ‘na böta dla manéra[8] e la gettò nel cesto. Lestamente buttò, poi, un secchio d’acqua sopra il ceppo e la mannaia; infine, incrociò le braccia aspettando l’esecuzione successiva. La principessa invece si alzò, andò a fare un giretto ed a mangiare due o tre ciliegie con le amiche; il boia a quel punto, credendo finita la seduta, disse alle guardie: «Vado a casa, visto che ho l’orto da annaffiare e devo dar da mangiare al maiale».

Mingon, davanti al macabro spettacolo, fu preso da una tale tremarella che i znŏc i sbatéva insen coma dal gnàcar[9]. Gli venne persino da pensare che sua madre, in fondo, non avesse poi tutti i torti. Quando però cominciò ad immaginare tutto quello che avrebbero detto di lui in paese se avesse rinunciato, disse fra sé: «Vada come deve andare, indietro non si torna!».

La principessa, dopo aver giocato e chiacchierato col suo seguito, andò a sedersi di nuovo sullo scranno ed anche il primo ministro, i maggiorenti, il giudice e le guardie, ripresero il loro posto. Chiesero se non c’era più nessuno ed allora si fece avanti un giovane piuttosto timido, un principe dei paraggi che, davanti alla principessa, un po’ per paura, un po’ per soggezione, non riusciva in pratica a spiaccicar parola. Bene o male riuscì comunque ad enunciare i suoi indovinelli. Purtroppo la principessa, con una faccia da putéj machê i pignul in veta[10], diede sempre la risposta giusta.

«Al ceppo!» disse deciso la guardia, ma si dovette constatare che il boia se n’era andato a casa.

«Portatelo in prigione» disse allora il barigello, «e domattina questo sarà il primo lavoro del boia. C’è più nessuno qui che voglia fare le domande alla principessa?»

«Io!» gridò Mingon.

«Fatti avanti!», qualcuno gridò dal palco, e lui avanzò con passo sicuro e faccia dura. Quando fu dinnanzi alla principessa, s’inchinò, e nel far questo il berretto di lana gli cadde per terra. Lui lo raccolse, ma una guardia gli disse con sarcasmo: «Raccoglilo pure, stanotte ti servirà perché il boia viene solo domattina».

«Questo lo vedremo» disse Mingon senza darsi troppo pensiero.

La principessa cominciò a squadrarlo da capo a piedi, gli chiese da dove veniva, quanti anni aveva, cosa faceva. Lui rispose sempre sicuro, guardandola in viso e senza abbassare gli occhi.

«E’ un peccato» disse la principessa alle amiche, «così un bel ragazzone...». Un po’ rammaricata, si rivolse a Mingon dicendogli: «Hai proprio deciso di tentare anche tu? Ci hai pensato bene?».

«Ho percorso tutta questa strada apposta e ho avuto tutto il tempo per pensarci».

«Sta bene», disse lei, «comincia pure a fare le tue domande».

«Chi mi amava mi tradì, can fedel per me morì», disse Mingon.

La principessa abbassò gli occhi di colpo, cominciò a pensarci, senza venire a capo della questione che pareva senza senso logico. Chiese di passare alla successiva e il giovane continuò: «A j ò vest e’ murbi che int e’ dur furéva »

«Non ha mica senso, questa domanda! Come farà mai il morbido a forare il duro?».

«Ce l’ha, ce l’ha, il senso» disse con sicurezza Mingon.

«Meglio per te, perché se sei venuto qua a raccontare sciocchezze senza fondamento, prima di farti tagliare la testa ti farò torturare!» Poi pensò ancora un po’ e disse: «Dimmi il terzo indovinello».

Allora Mingon le disse: « S'u n’éra i du, i tri i-n paséva».

Qui cominciò a destreggiarsi nei ragionamenti: «Tre e due; in tre si dovrebbe avere più potere che in due...», ma malĕpa e arvôlta[11], non fu capace di venirne a capo. «La quarta!» disse con impazienza.

« E' môrt che sët viv purtéva

«Ma come» gridò lei, «può un morto trasportare sette vivi? Dimmi l’ultimo…»

«Tiro a chi vedo e ammazzo chi non vedo».

«Impossibile» disse la principessa, «Lasciatemi pensare ancora. C’è più di un’ora prima che scenda il sole: fino ad allora voglio pensarci». Si fece dare diversi libri dalla servitù, li guardò, li sfogliò, pareva che avesse il fuoco addosso, ma non riuscì a venire a capo a nessuno degli indovinelli, sicché quando il sole fu calato del tutto, lei era sèmpar da che pér e da che mél, ossia al punto di partenza[12].

Allora chiamò Mingon e gli disse: «Adesso voglio sentirle da te le spiegazioni e, se non ne sarò persuasa, prima di farti tagliare la testa, ti farò scorticare vivo. Sentiamo pure…».

«Altezza reale» disse Mingon, «Chi mi amava mi tradì, can fedel per me morì … è la sorte del mio cane, avvelenato dalla piada scellerata di mia madre; morbido che il duro forava è una goccia d’acqua che da anni e anni batte su un sasso allo stesso punto, fino a bucarlo; se non era per i due, i tre non passavano: indica che eravamo in tre fermi ad un traghetto su un fiume, ma il traghettatore ne trasportava da cinque in su e, fino all’arrivo degli altri due, i tre rimasero sulla riva ad aspettare».

La principessa scosse il capo e poi disse: «Sentiamo l’altra, il morto che sette vivi trasportava».

«Con la fiumana veniva un asino morto con sette cornacchie posate sopra che se lo stavano divorando». La principessa si buttò una mano sul viso e disse: «Questa mi pareva la più strampalata, e invece è chiara come il sole!», poi, ascoltata anche la spiegazione dell’ultimo bizzarro indovinello, si rivolse al giovane e gli disse: «Buon per te, Mingon: hai vinto. Vieni a palazzo».

La gente si mise subito a battergli le mani, tutti volevano toccarlo e complimentarsi, ma lui ormai era tanto confuso da faticare a muoversi.

Preoccupati, il primo ministro e gli uomini più importanti del governo si recarono dal re e gli raccontarono di come la figlia si fosse fatta incastrare da un bifolco senza garbo né maniera, e si raccomandarono di far subito qualcosa per rimediare allo scandalo imprevisto. Allora si fece avanti il giudice dicendo: «Bifolco o no, ha vinto lui, il bando parla chiaro. Quindi al massimo si potrà sottoporlo ad un’altra prova, dopo di che, e se non gli andrà bene, gli metterete qualcosa in mano e lo manderete a casa, diversamente, con tutta la gente che lo ha visto, ci sarebbe troppo scalpore».

«Che è proprio ciò che non voglio» disse il re. «Cerchiamo una soluzione dignitosa in fretta…».

Il ministro, un vero volpone, disse: «Perché non facciamo uscire il principe di prigione, poi diciamo a Mingon che c’è un’altra prova da fare per entrambi; che ne dite voialtri?».

«Quale prova?» chiese il giudice.

«Stabiliamo che il principe e Mingon andranno a letto con la principessa, solo per dormire s’intende, poi domattina all’alba andremo in camera e vedremo verso chi essa avrà girata la testa. Quello sarà il suo sposo. Ovviamente, ci raccomanderemo con lei affinché stia sempre girata dalla parte del principe, così risolveremo le cose. A Mingon, fatta colazione, daremo qualche soldo e un cavallo, vedrete che lui se n’andrà zitto zitto, non gli parrà vero...».

«Va bene», disse il giudice, «ma voglio dei patti precisi, perché a me questi pastrocchi piacciono poco. Le regole sono queste: devono andare a letto assieme, ma perché la competizione sia equa, quello che fa uno, deve farlo assolutamente anche l’altro».

Giunto a palazzo, Mingon fu informato dell’ennesima prova e gli furono spiegate le ferree regole. «Ho capito» disse lui. «Fra quanto tempo devo esser qui per andare a letto?»

«Fra un paio d’ore» gli fu detto.

«Fra due ore sarò qui; adesso vado a farmi un giretto per la città».

Quando fu per strada, nonostante tutti gli facessero festa, lui si guardò attorno, fino a che non vide una bottega, di quelle con ogni ben di Dio. S’infilò dentro, fu subito riconosciuto e complimentato. Lì si guardò in giro, si fece dare dapprima una fiasca di rosolio, poi si fece tagliare una bella fetta dalla torta con le mandorle che aveva visto sul banco. Quando mostrò le monete avute dalla madre, non ci fu modo di pagare, per nessuna ragione. Ringraziò, allora, e disse: «A buon rendere!»

Tornò a palazzo, dove nel frattempo era giunto dalla prigione quel principe scampato alla morte soltanto perché il boia era andato a casa ad annaffiare l’orto ed a sfamare il maiale.

Il povero giovane era esangue, bianco come una pezza da bucato, faticava a capire quel che gli dicevano. Ad un certo punto il giudice, il ministro e gli altri dissero: «Ragazzi, avete capito le regole del gioco. Adesso andate a letto entrambi, che la principessa vi aspetta».

Una volta che tutti furono sotto le coperte, con la principessa al centro, i camerieri spensero i candelieri e rimase acceso il solo lumino sopra il canterano. La principessa pensò: «Devo dar retta stavolta: al ministro, a mio padre, a mia madre. Mi girerò verso il principe, che non è un gran che, ma che è pur sempre un principe». Chiuse così gli occhi col viso girato proprio verso di lui.

In piena notte Mingon allungò un braccio, destò il principe e gli disse: «A me caro amico scappa da orinare. Poiché siamo obbligati a fare la stessa cosa, devi farlo anche tu!».

«A dire la verità, scappa proprio anche a me», e così dicendo ognuno dei due inondò il proprio bucalen[13], ma Mingon, ovviamente, lo fece col rosolio, mentre il principe, poveretto, che si sentiva un fiume in piena, partì in tromba e, mugolando da par suo, ne fece un mezzo orinale.

«Ehi, amico» disse a quel punto Mingon, «io, già che ci sono, faccio anche il resto: datti ben da fare anche tu!»

Al principe non parve vero. Con l’imminenza del taglio della testa, egli aveva l’intestino talmente smosso da aver già da tempo macchiato le braghe e fin lì aveva compiuto veri e propri sforzi per trattenersi. Si girò sopra il bucalen e si svuotò di colpo, tanto da farsi saltare gli spruzzi fin sulla schiena. Mingon, invece, mise rumorosamente a bagno la fetta di torta nel rosolio, poi se ne tornò a letto. Il principe, che doveva ripetere ogni mossa dell’avversario, si pulì alla bell'e meglio nella coperta e si rimise sotto le lenzuola.

Passata la mezzanotte da un po’, Mingon chiamò di nuovo il principe.

«Che cosa vuoi stavolta?»

«Voglio…, che mi è venuta fame.»

«Fatti portare qualcosa dai camerieri» disse il principe.

«Macchè camerieri, macchè qualcosa: adesso io mangio direttamente dal bucalen. »

«Stai scherzando?» disse il principe.

«No, no… Noi in campagna siamo costretti a farlo spesso. Sarà meglio che mangi dall’orinale anche tu! Hai sentito le regole del gioco: ognuno deve fare ciò che fa l’altro per salvare la testa...».

A quel punto il principe, poveraccio, alzò l’orinale da terra, e sentendo Mingon che s’abbuffava come un porcello, si disse: «Come potrei fare adesso…» Seppure di mala voglia, si mise a biascicare qualcosa anche lui.

«Non bevi?» gli disse Mingon, che s’era attaccato al bucalen.

Il principe dovette farsi coraggio: cominciò a sorseggiare seppure senza inghiottire nulla, ma così facendo si lordò un po’ ovunque, prendendo a puzzare come un navaz[14].

La principessa, che, dormendo come un ghiro, non s’era accorta di tutte queste manovre, a una cert’ora prima dell’alba fu risvegliata da odori non propriamente piacevoli.

«Ma cos’è questa puzza di latrina?» disse subito. «Accidenti, sarà un principe, ma gli puzza l’alito in modo insopportabile, ma chi potrà starci mai vicino ad uno del genere? Sarà quel che sarà, ma è meglio che mi prenda Mingon! Se u nn’in sa ne d’cop e ne d’ spêd[15], gli insegnerò io; e poi è un bel ragazzone, e anche pieno di salute». Si girò decisamente allora verso Mingon, sentì il bell’odore di rosolio e gli si accostò ancora di più. All’alba, quando giunsero il re, la regina, il primo ministro, il giudice e tutto il resto della corte, la principessa aveva quasi abbracciato Mingon.

«Qui non c’è più niente da dire: Mingon ha vinto anche stavolta» affermò il giudice, «e adesso basta».

Nessuno fiatò: il re e la regina dissero rivolti alla figlia: «Basta che sia contenta tu».

Il principe si vestì alla chetichella, uscì dal palazzo e, quando trovò il suo cavallo pronto, non gli parve vero di poter scappare come una lepre, contento di aver salvato la pelle.

Mingon e la principessa, manco a dirlo, si sposarono con una gran festa. Gli sposi, poi, godettero sempre di buona salute, ebbero bravi bambini e finirono la loro vita in vecchiaia, benvoluti da tutti.



[1] La favola, con versioni parzialmente coincidenti con questo testo, è pubblicata in: E.Casali, Fiabe romagnole ed emiliane, Milano, Mondadori, 1986, pp.81-85 (col titolo di Baiton), A.Vandini, Gente semplice, quand che int la porta u j éra la ramètta, Faenza, Edit, 1994, pp. 95-99, E.Baldini-A.Foschi, Fiabe di Romagna, volume primo, Ravenna, Longo, 1993, pp. 331 ss. (repertorio narrativo di Antonio Zaccaria), E.Baldini-A.Foschi, Fiabe di Romagna, volume quarto, Ravenna, Longo, 1996, pp. 225 ss. (repertorio narrativo di Giovanni Bassi, Paciaraza). Questa è la ricostruzione sotto forma di racconto della narrazione udita da Cömo.

[2] Ragazzone intorno ai vent’anni.

[3] Me lo sceglierò assolutamente io.

[4] Ceppo di quercia, ma qui sta per stirpe umile.

[5] Fagotto infilato nel bastone.

[6] Schiantarsi le braccia per pochi quattrini.

[7] Ho visto il tenero forare il duro / se non eravamo in tre in due non si passava / Il morto trasporta il vivo...

[8] Con un colpo secco di mannaia.

[9] Le ginocchia cominciarono a sbattere assieme come nacchere.

[10] Sulla quale si sarebbero potuti ammaccare i pinoli. Sta per: «con quella faccia tosta».

[11] Gira e rigira.

[12] L’espressione dialettale significa letteralmente: « da quel pero e da quel melo».

[13] Orinale.

[14] E' il carro-cisterna che serviva per il trasporto dei liquami di deiezione.

[15] Non ne sa né di coppe, né di spade. L’espressione è riferita ai segni delle carte e significa: «anche se non sa niente di niente».

venerdì 26 ottobre 2007

Quei soldati filesi della Grande Guerra ….

di Beniamino Carlotti

Il 4 Novembre prossimo, ricorre l’89° anniversario della Vittoria nel conflitto mondiale 1915/18, anniversario che sta perdendo importanza nel ricordo e nella memoria degli italiani, talvolta visto soltanto come evento citato nei libri di storia, e non come la tragedia umana che per alcuni anni sconvolse l’Europa e che tante ripercussioni ebbe anche nella nostra piccola comunità filese.

Quelli della mia generazione, però, che da bambini, raccolti la sera vicino al nonno, ascoltavano in silenzio i racconti del fronte, della trincea, dei compagni che morivano e dell’angoscia provata prima e durante ogni inutile assalto, hanno ancora viva nella memoria quei tragici fatti, tanta era la partecipazione che i reduci di quell’orrendo conflitto riuscivano a trasmettere.

Oggi adulto, e con tutta la nostalgia dell’infinita pazienza del nonno, credo sia ancora moralmente doveroso ritornare col ricordo a quei filesi, nostri compaesani, che parteciparono alla Grande Guerra e che soffrirono patimenti inenarrabili, alcuni dei quali morirono per difendere i “Sacri Confini della Patria”, come recitava la pomposa retorica del tempo.

Circa duecento furono gli umili fanti, artiglieri e lancieri filesi, strappati ai campi ed alle loro attività e scaraventati in trincea o in qualche campo di battaglia del Carso o del Grappa.

Gente umile, ubbidiente sino alla remissione, devotamente fedele all’autorità ed al “padrone” di turno. Ciò nonostante, al loro superiore importava ben poco dei loro patimenti sia fisici che mentali, se si pensa che essi non furono considerati altro che carne da cannone, corpi da immolare nei loro assalti e contrassalti, o come ebbe a dire Papa Benedetto XV, usati per alimentare “l’inutile strage”.

Alla paura che assaliva all’uscita dalla trincea, andando incontro alla mitragliatrice che falciava i compagni, seguivano sempre, per chi aveva la fortuna di tornare alla base, giorni e giorni di esasperante e logorante trincea, in cui, oltre al freddo, alla fame, alla sete, al fango ed ai pidocchi si dovevano pure sopportare il disprezzo, la tronfia superbia e l’arroganza imperturbabile dei signori ufficiali. Come se non bastasse, aleggiava in quei momenti, sinistra ma costante, la presenza del “plotone di esecuzione”, pronto ad entrare in azione al minimo accenno di indisciplina o di insubordinazione.

Quegli umili soldati insomma, combatterono ed in molti casi morirono, per lo più ignorando contro chi e per chi combattevano, ma lo fecero con dignità ed onore. Agirono sempre e soprattutto con spontaneo spirito di solidarietà verso i compagni nel comune destino della guerra. Nondimeno, i nostri soldati venivano spesso infervorati ed illusi da una insinuante propaganda governativa, secondo la quale l’Italia Proletaria stava combattendo quella guerra nell’interesse del popolo, tanto che, al ritorno a casa, i fanti-contadini sarebbero stati adeguatamente ricompensati con la terra. Sappiamo bene, poi, come andò a finire .

Fra i superstiti mi è particolarmente caro citare, fra i tanti, nel ricordo di coloro che ebbero la fortuna di tornare alle loro case, mio nonno Giulio Carlotti, Dragone del “Genova Cavalleria” che partecipò alla carica di Quota 144 decisiva nella conquista di Monfalcone il 17 Maggio 1916. Egli ne portò il ricordo fino alla morte per una piccola scheggia di granata alla gamba sinistra. Ricordo poi il Fante Ettore Banzi, di cui ho potuto ascoltare i toccanti racconti, miracolosamente rimasto indenne durante i terribili assalti sul Sabotino e S. Michele e nell’Undicesima e Dodicesima battaglia dell’Isonzo. A tutti i reduci fu conferito, mezzo secolo dopo, il Cavalierato di VittorioVeneto.

Purtroppo i bombardamenti della seconda guerra mondiale distrussero la lapide dedicata ai caduti filesi della Grande Guerra, posta nelle scuole che stavano allora vicino alla chiesa nell’attuale giardino dell’ex asilo. A loro, come ai tanti filesi che persero la vita durante la seconda guerra mondiale, è stato dedicato nel 1955, in un unico abbraccio ideale, il bel Monumento ai Caduti di Filo. Li elenco qui, traendoli da E. Checcoli, Filo della Memoria, Prato, Editrice Consumatori, 2002, pp.76-77, in stretto ordine alfabetico e con deferente rispetto, perché nella nostra piccola comunità ne rimanga vivo il commosso ricordo e nella speranza che il trascorrere del tempo non possa, nemmeno in futuro, ricoprire nell’oblio la loro prematura e tragica morte.

Amadesi Alessandro, soldato, classe 1880

Amadesi Giuseppe, soldato, classe 1883

Bianchini Angelo, soldato, classe 1891

Brandolini Paolo, soldato, classe 1888

Foletti Giuseppe, soldato, classe 1889

Gennari Medardo, soldato, classe 1891

Ghirardini Francesco, soldato

Guerrini Antonio, soldato

Leoni Ettore, soldato, classe 1887

Luciani Settimio, soldato, classe 1888

Marangoni Giuseppe, soldato, classe 1891

Margotti Francesco, soldato (assente nell’elenco)

Margotti Giuseppe, Serg. magg., classe 1881

Mezzoli Gaetano, soldato, classe 1891

Minghetti Francesco, soldato, classe 1883

Natali Enrico, soldato, classe 1886

Ricci Federico, soldato, classe 1885

Selvi Pasquale, soldato

Serafini Ennio, soldato

Taglioni Natale, soldato, classe 1889

Tarlazzi Antonio, soldato, classe 1887

Tarozzi Francesco, soldato, classe 1903

Verri Secondo, soldato, classe 1899

Nella prima foto: Guerra 1915-1918 - Un gruppetto di filesi accampati al fronte, da sinistra: Cobianchi Eugenio, Cobianchi Antonio e Venieri Enrico.

Nella seconda: Onorificenza di Cavaliere di Vittorio Veneto ad Ivo Vandini, nonno di Agide.

(Benny, ottobre 2007)


lunedì 15 ottobre 2007

Quando la dedica la dice lunga...


(Corsivo del «Filese» in salsa rossoblu)

Agide Vandini, grande appassionato di calcio, partecipa da anni col nickname di «Filese» al forum del sito www.forumrossoblu.org, scrivendo di tanto in tanto per i siti sostenitori del Bologna FC 1909 corsivi di contenuto storico-folclorico dal tono scherzoso, dedicati di volta in volta all’attualità della sua squadra del cuore. Pubblica ora sul «Mondo del Filese» il suo primo corsivo destinato ai tanti amici che, in paese come in ogni parte del globo, seguono con amore e con passione le vicende del glorioso Bologna.



In questo nostro paese, di santi, di navigatori e di poeti, di Devoti e di Senza Dio, di Eroi per scelta e di Eroi per caso, non nascono più artisti di fama e di fervore religioso come il bolognese Matteo Borboni, seicentesco incisore insigne, a cui si deve una famosa pianta della fiorente Città di Bologna dedicata al Gloriosissimo suo Vescovo e Protettore San Petronio; nascono però prestipedadori di encomiabile modestia e realismo quali il mediano da combattimento rossoblu Nicola Mingazzini, il quale, dopo aver messo a segno uno dei goals più importanti e determinanti della storia recente del Bologna, ha saputo tenere i piedi ben appoggiati a terra e riconoscere senza giri di parole, casualità e meriti extraterreni della sua memorabile impresa.

Matteo Borboni, davanti alla magnificenza del suo lavoro che «disegnò e intagliò dell’anno 1638», ebbe l’umiltà e la modestia di dedicare sommessamente al Santo, ritratto nella sua Pianta, queste sagge parole: « A Chi con più ragione che a Voi, Gloriosissimo Protettor nostro, devesi dedicare questa descrizione topografica di nostra Patria, se di picciola città, che essa era, la riduceste a quell’ampiezza che di presente si trova, introducendovi gran numero d’Operarj d’ogni sorta, ristabilendovi il Pubblico Studio, e finalmente ornandola di tali e tanti Santuarj, che per cospicue e rare Reliquie che in essi si venerano, rendesi sempre più singolare?»

Parimenti e con la stessa umiltà e senso delle proporzioni, a circa quattro secoli di distanza, il prode Mingazzini, generoso virgulto romagnolo di Faenza, riflettendo nel dopo gara di Piacenza sul provvidenziale gollonzo che porta la sua firma, ha commentato in tutta modestia: «… Dal campo ho avuto l’impressione che il pallone fosse finito fuori. L’ho visto impennarsi e mi è sembrato che sorvolasse la traversa, tanto che il portiere lo guardava senza muoversi. Invece è finito dentro […] No non ho mai fatto un gol così e non l’ho neppure mai visto. E’ stato un gol alla romagnola…»

Poi, abbandonato il tono scherzoso ed ammessa tranquillamente la buona sorte (in tempi di gratuite esaltazioni mediatiche), la dedica significativa della sua impresa: «…ai miei compagni che non hanno giocato ma che contribuiscono a fare del Bologna un gruppo vero».

L’incisore seicentesco concludeva la sua deferente dedica al Santo con la supplica: «…di gradire nella tenuità dell’offerta, l’umiltà del suo cuore, pieno e colmo di divozione verso il vostro gloriosissimo nome».

Il guerriero Mingazzini, Eroe per caso e certamente avvezzo ad un linguaggio meno aulico, non si è espresso in termini tanto sopraffini verso le forze della metafisica, ma, considerata la terra da cui proviene, deve aver meditato intorno a parecchie cose.

Innanzi tutto è ben cosciente che, gollonzi o non gollonzi, in temp ad guëra tot i cavël j è bon (al momento della necessità, ogni cavallo, ogni forza ha la sua importanza) e, in secondo luogo, da bravo faentino qual è, sa che, nella giornata in cui gli attaccanti hanno le polveri bagnate, u-s fa coma qui d'Fenza che quand ch’in n’à brisa i fa zenza (si fa come quelli di Faenza che quando non ne hanno fanno senza…).

Infine, sempre rispettoso per ogni generoso aiuto extraterreno a cui non bisogna mai negarsi, a proposito dell’estetica che difetta alla squadra, del gioco che latita e delle bocche storte ed insoddisfatte dell’esigente piazza di Bologna, egli dovrebbe avere ben in mente una massima popolare sempre attuale. Forse l’avrà anche meditata più volte questa semplice pillola di saggezza antica che mi sentirei di sussurrare all’orecchio di molti tifosi rossoblu: L’è mej una brŏta pëza ch’n’è un bel bus int i bragon… (E meglio una pezza brutta e grossolana piuttosto che lasciare scoperto un grande buco nei pantaloni…).

Il Filese, 15 ottobre 2007

Palutina può gettare la spugna…

Riasfaltato il tratto stradale Filo-Case Selvatiche

Con grande e piacevole sorpresa i filesi oggi 15 ottobre hanno visto il loro centro invaso dalle macchine stradali e poi finalmente il materializzarsi, nel giro di poche ore, della riasfaltatura del tratto Filo-Case Selvatiche, ovvero dei 2 Km. più disastrati della Strada Provinciale 10. Pare che, sempre a cura dell’Amministrazione Provinciale di Ferrara, i tratti Case Selvatiche-Bastia e Molino di Filo-Menata di Longastrino vengano rifatti la primavera prossima. Alleuja.

Il pezzo qui pubblicato appena pochi giorni or sono, che voleva esprimere tutta la preoccupazione dei filesi, ha quindi, quanto meno, portato fortuna. Naturalmente il primo pensiero di tutti noi, dopo aver tirato un grande sospiro di sollievo, è andato al buon Palutina ed alla sua dentiera. Si direbbe che, almeno per un po’, dovrebbe poter gettare la spugna… (Agide Vandini)

mercoledì 10 ottobre 2007

Faremo tutti come Palutina?

Preoccupano le condizioni della strada per Filo

A Filo, a memoria d’uomo, non si ricorda che nel dopoguerra la strada provinciale sia mai stata in queste pietose condizioni. Dalla Bastia alla Menata di Longastrino ora è, praticamente, una lunga serie di buche, crepe, abrasioni e gibbosità, sulle quali sono state calate, di tanto in tanto, nere e isolate badilate di asfalto. Da anni la strada non riceve più le necessarie cure ed i parziali rifacimenti vengono purtroppo eseguiti a cadenza sempre più lenta, mentre, dal canto suo, il traffico di prodotti agricoli e commerciali, in particolare quello pesante della locale industria del laterizio si fa (e si farà) sempre più intenso, in un territorio, peraltro, che non ha rotte alternative.

Dire che gli abitanti di tutte le borgate di Filo sono costernati è dire poco. Viaggiare parecchio in auto è d’obbligo in un paese in cui i servizi sono stati progressivamente accentrati nel capoluogo comunale o altrove e, assieme al disagio ed al pericolo, il consumo di pneumatici e lampadine sono in crescendo, così come gli ammortizzatori sono messi ogni giorno a durissima prova.

Qualche camionista poco avvezzo e poco preparato a simili insidie ha già avuto la sventura di perdere parte del carico. La situazione, con l’inverno alle porte, è di quelle che fortemente preoccupano e deprimono la popolazione di questo territorio che si sente sempre più trascurata ed emarginata. Le lamentele dei consigli di Frazione nei confronti dell’Amministrazione Provinciale di Ferrara, da cui dipende la soluzione del problema, non hanno avuto finora adeguato ascolto e soprattutto non hanno prodotto alcunché. Pare siano state spese vaghe promesse, assieme al solito rosario di autogiustificazioni buone per tutti gli usi quali i fondi statali insufficienti alla bisogna ecc. L’impressione è quella di essere al momento considerati più o meno come l’ultima ruota del carro, quella cioè di cui si può, all’occorrenza, fare a meno. A nessuno pare importi il fatto che la popolazione filese, pagando ICI ed imposte di ogni ordine e grado, alla stregua di ogni altra comunità di questo paese, avrebbe il medesimo diritto di godere di strade dignitose e soprattutto adeguate alla necessità.

Certo le aspettative dovevano essere ben diverse in quel lontano 1884 quando la Provincia ferrarese si assunse l’onere della manutenzione dell’importante via di comunicazione che percorre ed attraversa le frazioni dell’antico Comune di Filo, ora definite del Basso Argentano. Annotò a quel tempo il Magrini nelle sue Memorie storico cronologiche (p. 177):

«Questa che ora sistemata a sabbia fu a spesa comunale brecciata dal 1874 al 1883 dalla Bastia sino alla Madonna de’ Boschi, nel giorno nove settembre 1884 il Consiglio provinciale di Ferrara dichiarò con grande maggioranza di voti “provinciale” la strada Filo-Longastrino, sopra proposta sostenuta dall’onorevole Gattelli ed appoggiata validamente dal Consigliere avvocato Vandini ed altri

La delusione dunque è tanta, ma la speranza che, prima o poi, venga compresa la serietà del problema e si provveda ad una soluzione in tempi rapidi, è giusto coltivarla, evitando una rassegnazione che non sarebbe per nulla in carattere con le tradizioni di questa popolazione.

Nel frattempo prendiamo almeno per buono il consiglio spassionato dell’amico Palutina. Raccontava infatti qualche giorno fa il buontempone, a proposito della strada-gruviera che porta a Filo, come egli non si metta da tempo in strada senza avere in tasca un provvidenziale pezzetto di spugna. Quando gli capita, infatti, la sventura di dover passare con la sua auto nel tratto peggiore, quello fra Case Selvatiche e le prime case di Filo, un paio di chilometri che potrebbero competere per certi aspetti con la Parigi-Dakar, Palutina va in tasca alla svelta, prende la spugna, se la infila in bocca e la stringe fra i denti alla maniera di Rocky Marciano.

Così, egli dice, tenendola ben stretta per alcuni minuti almeno fino alla S-ciapeta, non corre il rischio di far ballare il tip-tap alla propria dentiera, oppure, coi finestrini aperti, di farla saltare chissà dove…

Filesi e non filesi che passate spesso per Case Selvatiche, pensateci, tutto sommato questo è un piccolo accorgimento che non costa gran che e che non teme le ristrettezze dei fondi provinciali… (Agide Vandini)

Festa per la «Banda del gelato alla fragola»

di Agide Vandini


Lo scorso 29 settembre gli amici della favolosa «Banda del gelato alla fragola» si sono ritrovati ancora una volta dietro una tavola imbandita al Ristorante «Il Cavallino bianco » di Filo.

E’ stata l’occasione per una bellissima festa, ormai divenuta un appuntamento annuale, ore piacevoli di canti, musiche anni ’60, scambi di doni e ricordi d’epoca: un abbraccio fraterno fra filesi e amici di gioventù che oggi, in buona parte, risiedono altrove. Come ogni anno è stata offerta una rosa alle signore e deposto un fiore sulla tomba dello scomparso Beppino (Zézar).

Il cibo è stato squisito, la compagnia arricchita dalla graditissima presenza di altri vecchi amici altrettanto, l’allegria tantissima e quindi ci si è già dati un nuovo appuntamento per l’autunno dell’anno prossimo.

La combriccola, si formò fra giovani filesi verso la metà degli anni ’60, più o meno fra il ’64 ed il ’66. Dopo la ricostruzione, per la nazione erano arrivati gli anni del miracolo economico e quindi, finalmente, di acqua in casa, di frigo e televisione per tutti, ovvero le avvisaglie di un benessere ormai alle porte. Nella società e nella sfera economica l’ottimismo si respirava nell’aria, ma per i baldi giovanotti e le dolci fanciulle sui diciott’anni all’epoca, quelli erano grandi momenti di trepidazione, di forti passioni rivolte agli eroi del cinema, dello sport, della nuova musica beat, finché ci si poté pian piano elevare a miti e sogni quasi irraggiungibili come il primo appuntamento galante o la «liberatoria» e «salvifica» ‘500.

A quei tempi anche il ritrovarsi assieme la domenica pomeriggio in un bar del paese e ordinare un raffinato «gelato alla fragola», significava distinguersi dal resto della comunità nei modi e nelle abitudini, e questa «distinzione» comportò immediatamente il canzonatorio «marchio» riservato alla compagnia di studenti e studentesse, ossia un’identità ben precisa che seguì sempre quel gruppo di ragazzi e ragazze: la banda del Gelato alla Fragola.

Per un lungo periodo un legame piuttosto forte unì la «banda», un legame che nasceva dalla profonda stima reciproca e dalla voglia comune di emanciparsi e divertirsi in buona armonia. Lo «spirito di gruppo» si arricchì talvolta di piccoli flirts, di amori che decollarono e di altri che si assopirono, ma seppe superare brillantemente anche le delusioni più cocenti. Per mesi e mesi ci si ritrovò nei fine settimana, al cinema o al jukebox, o anche soltanto per far due chiacchiere a casa di qualcuno.

L’entusiasmo raggiunse l’apice quando il sabato sera si poté far funzionare il giradischi presso la gentilissima famiglia di Rita Tamba. Le festicciole danzanti più classiche, quelle di fine d’anno, si organizzarono invece, per tradizione, sempre a casa di «Bibi» Valenti, al riverbero della luce azzurra e malandrina del suo acquario. Intorno ad esso volteggiò un manipolo di giovani in pieno fulgore, via via ammaliati, rapiti dalla musica dei favolosi dischi di casa, da una scelta felice di titoli e motivi che, ancora oggi, fornisce la colonna sonora di quella beata prima gioventù. Questo è il nucleo «storico» di quella gloriosa «banda», prima che venisse dispersa dalle vicissitudini della vita:

GIOVANOTTI: Osvaldo Valenti (Bibi), Agide Vandini (Perry), Beniamino Carlotti (Benny), Giorgio Mezzoli (Zorz), Orazio Pezzi (Èzi), Franco Belletti (Blèza), Beppino Cesari (il compianto Zézar), Roberto Brunelli (Rubért);

FANCIULLE: Carla Capra, Diana Corelli, Lelia Natali, Sandra Quattrini, Rita Tamba, Ilde Mezzoli, Luciana Belletti, Rosemary Natali.



29.9.2007. Da sinistra a destra: Silvano Rossi, la compagna Ivana, Orazio Pezzi, Rita Tamba, Roberto Brunelli, Anna Rossi, Diana Corelli, Beniamino Carlotti, Roberto Rosetti, Agide Vandini, Sandra Quattrini, Luciano Foletti, Carla Capra, Osvaldo Valenti.

giovedì 4 ottobre 2007

Cultura, tradizione e storia di una famiglia filese

di Beniamino Carlotti
Agide Vandini e Beniamino Carlotti hanno compiuto fra il 2005 ed il 2007 una ricerca genealogica familiare a largo raggio che li ha condotti per numerose parrocchie ed anagrafi comunali alla riscoperta di ascendenze fino ad allora sconosciute ed a parentele ormai perdute e disperse. Ne è emersa la storia completa di una laboriosa famiglia contadina, quel ramo dei Vandini detto dei Garuslir, da cui discendono, per via paterna, Agide e, per via materna, Benny, con radici presenti nel territorio filese fin dalla metà del Cinquecento, territorio ove, parte della famiglia, risiede ancora. I risultati del lavoro di ricerca, ricco di dati anagrafici, notizie reperite e fotografie di alcune centinaia di componenti familiari ed affini, hanno poi dato vita ad un dettagliatissimo album su CD. L’album è stato distribuito di recente ai discendenti della famiglia che lo hanno accolto con entusiasmo.


La mia mamma (la Gemma), donna di solide tradizioni e cultura contadina, quella cioè solidamente appoggiata su valori quali il Sacrificio, l’ Umiltà e la Dignità, spesso mi ricordava: « Tènat ben int la ment, che la zent la pasa, ma la fameja l’armasta…» (Ricorda bene che la gente passa, ma la famiglia rimane…).
Dopo tanti anni, nella commozione che mi assale pensando a lei, ricordo ancora quella semplice frase,a suo tempo ascoltata, eppure non compresa fino in fondo.
In questi tempi, il progressivo perdersi della nobile ed antica cultura contadina che pare spegnersi inesorabilmente con l’addio ai nostri vecchi, e l’affermarsi di valori molto effimeri, mutevoli ed inconsistenti, mi provoca sempre più spesso un grande senso di estraneità e di smarrimento interiore.
Così mi rifugio volentieri nella tradizione e nei ricordi della famiglia, quella intesa in senso stretto, e nei ricordi del mio paese, cioè la mia famiglia in senso allargato. Nasce così in me il desiderio di contribuire a tenere vivo in noi il grande Dono e Valore della «memoria» delle nostre radici, ovvero della nostra fameja.
La memoria, ossia la facoltà ancestrale di trasferire cognizioni ai posteri che caratterizza gli umani come individui e come gruppo di appartenenza, finisce per definire esattamente ogni precisa identità culturale.
Così, tornando a quella semplice pillola di saggezza che la mia mamma così argutamente mi somministrava, oggi vedo e capisco che i nostri nonni e genitori sono la nostra memoria storica e che sono in grado di aiutarci a capire, attraverso il ricordo, il passato ed il presente.
Nulla di noi è sfuggito alle nostre madri: parole, gesti, emozioni, ed ancora oggi, dopo tanti anni che ci hanno lasciato, continuano a darci lezioni di vita e di comportamento (T’seia sèmpar un bon tabach, nench quand ch’a n’i srò piò me a dêt du scapazon… - Voglio che tu sia sempre un buon ragazzo, anche quando non ci sarò più io a darti due scapaccioni… -).
Mi piace, amo sentire ancora nel mio animo, ed attaccato alla mia pelle, questo patrimonio d’amore e di vita. Così per ricordare ed onorare la famiglia, con Agide, amico dell’«età fiorita», abbiamo cercato insieme di ricostruire ogni più segreta vicenda del passato e con esse il più completo albero genalogico della famiglia Vandini, nell’ampio contesto della famiglia filese.
L’opera è costata circa due anni di ricerche e studi, ma lo sforzo è stato abbondantemente compensato dalla soddisfazione del lusinghiero risultato, e cioè dalla sensazione di essere riusciti a «far parlare il passato», riempiendo i vuoti silenziosi dei padri.
Con grande emozione abbiamo scrutato nel mondo degli avi, nella quotidianità della gente comune ritrovando avvenimenti, detti, soprannomi: piccoli grandi eventi, testimonianze vere ed autentiche di memorie da tempo sopite (Benny, ottobre 2007).