lunedì 26 ottobre 2009

Le opere «filesi» del maestro Angelo Biancini

Un patrimonio prezioso da difendere

di Agide Vandini


A Filo abbiamo l’onore e il privilegio di ospitare alcune opere d’arte di notevole pregio scolpite, niente meno, dal maestro Angelo Biancini (1911-1988), grande romagnolo, una delle figure più rappresentative della scultura e dell’arte ceramica italiana del Novecento.

Per conoscere appropriatamente il maestro Biancini basterebbe leggere la sua biografia su: http://www.racine.ra.it/micfaenza/programma/biancini/index.htm

Qui voglio ricordare almeno che tra le sue opere monumentali si annoverano i rilievi per la nuova Basilica di Nazareth (1959), il baldacchino del Tempio dei Martiri Canadesi a Roma (1961), il ciclo scultoreo per l’Ospedale Maggiore di Milano (1964), mentre tra le opere a carattere commemorativo spiccano il Monumento alla Resistenza di Alfonsine (1972), a Grazia Deledda a Cervia (1956), ad Angelo Celli a Cagli (1958), a Alfredo Oriani a Casola Valsenio (1963) e a Don Minzoni a Argenta (1973).

Nato a Castel Bolognese nel 1911, il suo nome rimane legato a Faenza, città dove ha lavorato fino alla morte e dove entrò, nel 1942, all’Istituto d’Arte per la Ceramica assumendo poi la cattedra di Plastica. Mantenne l’incarico fino al 1981, contribuendo a formare, nel suo studio all’interno della scuola, varie generazioni di artisti e di ceramisti. Nel 1980, l’Amministrazione Comunale di Faenza gli conferì, con una medaglia d’oro, la cittadinanza onoraria.

Il maestro, scrivono i suoi biografi,


«ha segnato la storia della ceramica riuscendo ad innovare il suo tempo. I suoi principali interessi scultorei non mancheranno, riversandosi nella ceramica, di contribuire in maniera decisiva all’affrancamento di quest’arte da una condizione “minore” di arte decorativa e alla sua affermazione come espressione artistica tout court. Biancini rimane fedele a una figurazione e a un “vero” che hanno fonti riconosciute nella più antica tradizione italiana, rinverdita da una singolare capacità di registrare le più tenui espressioni emozionali di soggetti, spesso umili e popolari, indagati con un acume quasi psicologico».


Le opere che egli ha donato al paese di Filo sono quattro, due dedicate alla memoria di Maria Margotti e due figure emblematiche inserite nel monumento ai caduti di Filo inaugurato nel 1955 e di cui si è festeggiato l’ultimazione del restauro il 25 aprile 2008.

Nel contesto dell’elegante monumento di Piazza Agida Cavalli, possiamo oggi ammirare nell’originario splendore, grazie al lodevole restauro a cura del Comune di Argenta terminato nel 2008, l’eroe e la madre piangente, figure intorno alle quali Libero Ricci Maccarini, nel descrivere l’intera opera, ebbe a sottolineare:















« […] per ultime le due figure, del Caduto e della Madre in lacrime, disposte secondo una collocazione visiva che risultasse accetta a tutti, quasi per naturale assimilazione, rispettosa del luogo, delle animosità vissute e da vivere in futuro.

Si osservi l'Eroe, riverso, senza divisa e con la «canottiera», che sa di ribollire di stoppie e di trebbiature patite dal sorgere del sole al cadere del giorno; o che ricorda il vociare aspro del boaro ai buoi, dietro l'aratro, quando, ancora, il sollievo della trattrice era sogno da farsi; o che rivela l'ossuta e asciutta corporatura dell'uomo uso al largo gesto dello sfalcio dei campi, chiuso e compreso della essenzialità del suo vigore e dell'assunto incombente di dare il pane ai suoi cari. Qualcuno ne ha voluto ritenere troppo marcata la configurazione facciale e non proprio perfetto l'abbandono delle membra e del corpo, già come la vita si è spenta; si può nutrire rispetto all'altrui opinione, ma una cosa è certa e conta ai fini della rappresentazione voluta: in Lui noi ci riconosciamo !

Poi, ogni riserva scompare, quando lo sguardo si posa sulla figura materna, piangente e più contrita, in quel viluppo di pieghe che il grembiule, stretto con la cordella ai fianchi, raccoglie nella mestizia della veste nera, che da sempre segna la costante del lutto e il sacrificio dell'esistenza vissuta solo per la famiglia. Qual disperato gesto delle mani portate al volto, a nascondere un pianto che vuole invocare la sublimazione della penitenza e, insieme, compassione per lei, costretta a vivere quando il senso dell'esistenza si è dissolto con la scomparsa del figlio: quel gesto, sì, noi tutti bene lo comprendiamo!»[1]






Altrettanto ispirate e toccanti appaiono le sculture dedicate alla tragica fine di Maria Margotti, caduta il 17 maggio 1949, a 34 anni, madre, bracciante e mondina filese, durante gli scioperi bracciantili del dopoguerra, alla quale dedicò un’opera molto bella anche Renato Guttuso e della cui vicenda ho scritto alcune pagine commemorative pochi mesi fa, celebrando il 60° anniversario di quei fatti ( in questo blog 7.5.2009: In memoria della nostra Maria, 1949-2009: 60 anni fa cadeva Maria Margotti, di Agide Vandini ).

All’evento così doloroso che emozionò tutta l’Italia, Angelo Biancini dedicò un busto in bronzo dedicato alla figura della nostra mondina ed un trittico in gesso raffigurante alcune donne piangenti, opere donate dal maestro alla locale Coop. Agricola Braccianti che oggi ne è custode.

Il busto è accuratamente custodito negli uffici dell’azienda, l’opera in gesso è stata invece, ahimè, piuttosto abbandonata e trascurata in questi anni e non ha mai trovato degna ed adeguata collocazione, stando a quanto mi ha segnalato qualche settimana fa Vanni Geminiani a cui debbo la preziosa fotografia.

Si tratta di sculture, queste ultime, che, dato il loro rilievo sociale e storico, sarebbe il caso di collocarle in edificio pubblico, in luogo cioè alla portata dei visitatori tutti, ovviamente a Filo e non altrove. Sarebbe il modo migliore per valorizzarle ed onorarle come meritano. Pare ci siano in vista importanti ristrutturazioni nelle due ex Case del Popolo. Lì forse potrebbe esserci l’occasione per una più opportuna sistemazione delle due opere.

Avendo la fortuna di disporre di beni artistici così prestigiosi, che danno lustro al paese di Filo, alla sua storia e alla sua cultura (mi rivolgo alle amministrazioni dei comuni di Argenta e di Alfonsine), sarebbe un vero delitto mancare di adeguata sensibilità e spirito di iniziativa.

Alla memoria del maestro romagnolo vada in ogni caso, per sempre, tutta la gratitudine dei filesi.


Cliccare sulle foto per vederle ingrandite


[1] L.Ricci Maccarini, Dal Palazzone, Argenta, Centro Stampa Offset, 1983, pp. 124-125.

sabato 17 ottobre 2009

Povera gente di Messina…

Una poesia dedicata al nubifragio di questi giorni

di Antonina Bambina



Torna a far sentire la sua limpida voce sull’«Irôla», dalla bella Alcamo, una poetessa filese tornata in Sicilia con la sua famiglia tanti anni fa, e che trascorse fra noi gli anni belli dell’infanzia e dell’adolescenza. Lo fa con versi accorati, dedicati all’immane tragedia di questi giorni, al nubifragio che ha colpito così duramente il messinese, alla catastrofe che ha stravolto e sconvolto la vita di interi paesi e gettato nella disperazione tanta povera gente che, d’un colpo, ha perso tutto quello che aveva.

I versi di Antonina sono, più che mai, pieni di sentimento e di forza, di quella forza naturale di cui è capace il dialetto, impreziositi nella fattispecie da tonalità e suoni melodiosi che caratterizzano proprio la graziosa lingua dei siciliani.

A nome mio e, credo di poter dire, a nome di tutti i lettori dell«Irôla», esprimo tanta, tantissima solidarietà ai nostri connazionali in difficoltà, auspicando che lo Stato che ci accomuna, finalmente, sappia intervenire con efficacia dopo una tale calamità. Si rimandi il tempo delle chiacchiere, delle polemiche e dell’accertamento delle responsabilità e si vada subito incontro ai bisogni di questa sfortunata e disastrata popolazione, affinché in quei luoghi possa ritornare, prima possibile, la serenità e la vita di sempre.

Amici siciliani, dalla Romagna vi giunga da questo blog, assieme ai bei versi di Antonina, fraterna e calorosa solidarietà ed un vivo incoraggiamento a resistere in questo momento di disperazione e di dolore (agide vandini).


Questo è un mio piccolo, ma davvero piccolo contributo, davanti all'immensità di un disastro che ha colpito la mia terra. Non ha importanza se questa poesia provenga dal nord, dal centro, o dal sud. Almeno in questi momenti, l'Italia, tutta, deve dimostrare quanto sia grande il proprio cuore, regalando anche una semplice poesia a chi ha perso tutto. Certamente nessuna parola e neanche una valanga di soldi possono ridarti ciò che hai perduto, specialmente una vita. La gente soffre, ma quando nel silenzio si sente una voce, o si riceve una carezza, allora, io credo, quel dolore diventa più sopportabile (a.b.)...


La traggedia di Missina

di Antonina Bambina


Certu chi nuddu, putia mmagginari

chi si rapia lu celu a ssi maneri.

L’acqua chi caria, paria lu mari

purtannusi li casi a Gimpileri.

La genti c’un sapia soccu fari

circava di sarvari ddi miseri.

S’addisiava du’ ali pi’ vulari

luntanu di ddu ‘nfernu senza pari.


‘Nta ddi paisi nun ccè chiù la paci

e tanti li famigghi misi ‘ncruci.

Di certu nuddu Santu fu capaci

di dari aiutu a cu’ jittava vuci.

Ddu fangu fu chiu tintu d’un rapaci

a li nuzzenti ci livà la luci.

Cu’ s’addinocchia ‘nterra duna baci

e cu’ un si trova chiù, nun avi paci.


Cu’ passa pi’ Missina e di paisi

dda viri tantu fangu e picca casi.

Li machini nun sannu cu li misi,

una ‘ncapu natra, a nesci e trasi.

Li cummircianti di lu Missinisi

pi’ vinniri nun hannu chiù li basi.

Lu scarsu chianci e puru lu burgisi

mentri la terra mè paga li spisi.


La tragedia di Messina

di Antonina Bambina


Certo nessuno, poteva immaginare

che si aprisse il cielo in quella maniera.

Cadeva l’acqua, che sembrava il mare

portandosi via le case a Giampilieri.

La gente non sapeva cosa fare,

cercando di salvare, le proprie cose.

Avrebbe voluto avere due ali per volare

lontano da quell’inferno senza pari.


In quei paesi non c’è più la pace

e tante le famiglie messe in croce.

Di certo nessun Santo fu capace,

di dare aiuto a chi gridava aiuto.

Quel fango più cattivo d’un rapace,

a tanti bimbi ha tolto la gran luce.

Chi s’inginocchia in terra dà i suoi baci

ma chi non si trova più, non ha la pace.


Chi passa per Messina e in quei paesi

là vede tanto fango e poche case.

Le macchine non sanno chi le ha messe

una sopra l’altra, ma in modo strano.

I commercianti, lì del Messinese

per vendere non hanno più la base.

Il povero piange, ma anche il ricco

ma è sempre la terra mia a pagarne le spese.


domenica 11 ottobre 2009

Quei morti sulle mine tedesche…

Il sacrificio dei filesi caduti, a guerra finita, per le mine tedesche

di Agide Vandini


L’Argenta gap (la stretta di Argenta), fu l’ultima decisiva battaglia combattuta dalle truppe alleate nella campagna d’Italia nell’aprile del 1945. Tutta l’area coinvolta fu definita «la zona più pesantemente minata in cui si erano imbattute le truppe alleate nel corso dell’intera campagna» [G.A.Shepperd, La campagna d’Italia, 1943-1945, Milano, 1970, p. 441].

Nella cartina qui sopra [tratta da *La stretta di Argenta a cura di M.Bacci, G.Gandini, C. Modonesi, Rimini, Guaraldi, 1997, p. 13] è facile osservare in che modo i tedeschi si fossero preparati a frenare in questo punto l’avanzata alleata, minando ed allagando praticamente tutto il territorio filese.

Argenta (tristemente detta, per le grandi distruzioni, la Cassino del nord) e le sue frazioni orientali furono quasi totalmente distrutte dai bombardamenti a tappeto, distruzioni che prepararono la grande offensiva di primavera, durante la quale tanti, tantissimi, furono i civili e militari sacrificati in una battaglia che riuscì a spianare la strada alla definitiva liberazione dell’Italia.

Ai filesi sopravvissuti ad una guerra così tremenda toccò, poi, in uno scenario di completa desolazione, il faticoso compito di ricostruire il paese e di far rinascere vita e lavoro nei campi devastati. Per far questo fu necessario in primo luogo riattivare gli impianti di bonifica, riportando quindi le acque delle valli al di là degli argini e, allo stesso tempo, rimuovere il prima possibile la quantità enorme di mine che l’armata tedesca aveva disseminato intorno all’abitato e per tutto l’ampio territorio circostante.

L’opera necessaria richiese anni di lavoro e, purtroppo, comportò nuove inaccettabili morti che si aggiunsero alle centinaia di vite spezzate che la terribile guerra voluta dal fascismo si era da poco portata via.

I campi, in quel fervente dopoguerra, andavano rimessi in condizione d’essere seminati, le strade ed i sentieri rurali andavano riportati alla loro percorribilità. Il materiale bellico, presente in abbondanza nel teatro di guerra, col suo contenuto metallico consentiva fra l’altro di realizzare qualche soldo alle povere famiglie disastrate, sicché in tanti si prodigarono nell’opera di indispensabile bonifica.

Personalmente ricordo quando nei primi anni ’50, immediatamente dopo l’aratura autunnale dei campi, noi bambini si andava regolarmente a schég’, quasi che fosse un gioco affascinante, raccogliendo ogni sorta di avanzo della battaglia che si potesse rivendere ae’ strazér per il quale suddividevamo con cura i metalli raccolti in mucchietti di ferro, zinco ed ottone, ognuno dei quali aveva un prezzo diverso. Erano pochi, ma erano soldini che i nostri genitori ci lasciavano quasi sempre e che ci permettevano di comprare qualche gelato al sopraggiungere del carretto di Taröz e della sua mitica trombetta.

All’epoca della mia infanzia, però, la fase più pericolosa della bonifica del territorio era ormai compiuta e questo scritto vuole essere un sentito ricordo di chi vi operò e talvolta ci lasciò la vita, esprimendo alla memoria degli sminatori tutta la gratitudine e riconoscenza di chi ha potuto godere i frutti del loro sacrificio.

Il coraggio, va detto, era tanto, ma non sempre quegli uomini avevano, specialmente nei primi mesi, le cognizioni necessarie. I pericoli erano enormi, sicché le tragedie, purtroppo, furono molte. Traggo dal testo di Egidio Checcoli questo lungo elenco di filesi «morti per scoppi di mine»[1]:

17 mag 1945 - Pasi Secondo - 36 anni

21 mag 1945 - Marchini Osvaldo - 13 anni

5 giu 1945 - Marchiani Lorenzo - 20 anni

14 giu 1945 - Sciutto Ernesto (Il Genovese), da Rossiglione (GE), già partigiano della 35° bis

14 giu 1945 - Saiani Gino - 43 anni

16 giu 1945 - Bolognesi Romeo - 7 anni

16 giu 1945 - Babini Mario - 20 anni

11 ago 1945 - Malagolini Alfredo

6 set 1945- Montanari Osvaldo - 14 anni

10 set 1945 - Minguzzi Secondo - 22 anni

11 set 1945 - Malagolini Adolfo

24 dic 1945 - Michelini Riccardo - 29 anni

26 gen 1946 - Coatti Gino Alfonso - 32 anni

26 gen 1946 - Musacchi Giovannino - 32 anni

5 apr 1946 - Marchini Endore - 21 anni

11 apr 1946 - Scarpellini Adelmo - 16 anni


16 apr 1946 Signani Ottavio - 38 anni

16 apr 1946 - Squarzoni Ivo - 34 anni

16 apr 1946 - Squarzoni Livio - 37 anni

16 apr 1946 - Leoni Domenico - 36 anni

17 apr 1946 - Geminiani Antonio (E’ Gag’) - 26 anni


1 set 1947 - Venieri Appio - 40 anni

4 set 1947 - Guerrini Ivo - 36 anni


Di tutte queste tragedie, quella che ho sentito a me più vicina avvenne il 16 aprile 1946, a poca distanza da Chiavica di Legno. Vittime dello scoppio accidentale furono i cinque filesi che ho messo in grassetto, ma quel giorno, c’era con loro anche un altro compagno che si salvò. Era Quinto Cantelli (Cantlẹñ), padre di Romeo, oggi parroco di Viconovo e Fossalta, mio inseparabile amico d’infanzia.

Cantlẽñ ci raccontò spesso, e con molta commozione, di come rimase incredibilmente illeso (qualche piccola scheggia alla schiena) nello scoppio spaventoso avvenuto sotto i suoi occhi, e dell'abbacinante deflagrazione ove persero la vita all’istante Signani, Leoni ed i due Squarzoni, e che dilaniò e sfigurò il volto del più giovane fra loro, Antonio Geminiani, morto il giorno dopo, fra indicibili sofferenze.

Antonio, e’ Gag’, fu definito, con l’enfasi che usava allora, l’«uomo senza volto» date le condizioni in cui fu ritrovato ancora in vita. Tonino Andalò (Nëbia), che con Lidia Zanotti (d Spazòñ) accorse dai campi vicini non appena udito lo scoppio, ricorda ancora con orrore la scena che si presentò ai loro occhi e quanto la giovane e sensibile Lidia ne rimase per parecchio tempo sconvolta.

Antonio, e’ Gag’, fu raccolto, come si può leggere nella triste cronaca reperita in biblioteca da Vanni Geminiani, dal nonno di quest’ultimo (Mariàz d Figiõñ), uno dei pochi in paese in grado di trasportarlo, appeso ad un filo di vita ed in pietose condizioni, fino all’ospedale di Ferrara, dove spirò il giorno dopo.

Ha il viso asportato dallo scoppio di un ordigno

Mentre stava lavorando in un campo nei pressi di Filo d’Argenta, l’operaio agricolo Antonio Geminiani, fu Aderito, di anni 26, del luogo, rimaneva vittima di una gravissima disgrazia, a causa dello scoppio di uno dei tanti ordigni bellici in gran copia disseminati nel territorio argentano.

Il Geminiani era intento al proprio lavoro quando si verificava la tremenda esplosione che lo investiva violentemente.

Essendo egli al momento dello scoppio, chinato in avanti, le schegge lo colpivano al volto dilaniandoglielo.

Avvertiti dall'esplosione, passanti e vicini accorrevano subito sul luogo dove trovavano il Geminiani in un lago di sangue. L’autista Mario Gennari che si trovava presente alla raccapricciante disgrazia, si prestava immediatamente a trasportare con la propria macchina il malcapitato all'Arcispedale S. Anna, dove, appena giunto, il ferito veniva immediatamente visitato dal sanitario di turno che gli riscontrava la completa asportazione traumatica del volto e lo faceva ricoverare con prognosi riservatissima.

Le condizioni dell'infelice permangono gravissime.

(Corriere del Po, Ferrara, mercoledi 17 aprile 1946)

Il ferito di ieri è morto all' ospedale

Nel nostro numero di ieri abbiamo dato notizia dello scoppio di un ordigno che causava la completa asportazione del viso all'operario agricolo Antonio Geminiani, di anni 26, da Filo d'Argenta. Apprendiamo ora che il Geminiani, che era stato trasportato all'Arcispedale S. Anna in condizioni gravissime vi è deceduto oggi dopo atroci sofferenze.

(Corriere del Po, Ferrara, giovedi 18 aprile 1946)

E’ pòvar Gag’, come fu in seguito ricordato da tutti, era sposato con mia cugina Angela Toschi (Lina) e da lei aveva avuto un figlioletto poco più di un anno prima: Enrico Geminiani (Ricco dla Lina), mio coetaneo. Purtroppo, Enrico non poté conoscere, in pratica, il proprio babbo.

Era stato anche un grande calciatore, e’ Gag’. Gli sportivi filesi lo ricordarono sempre come il più grande della nostra storia calcistica, quello con più classe di tutti, dotato, si diceva, di un talento naturale che, in altri tempi ed in altre condizioni, lo avrebbero certamente portato a livelli di eccellenza assoluta.

Quel talento, almeno quello, Enrico se lo ritrovò magicamente addosso fin da bambino, doti naturali che crebbero con lui, quasi che il padre avesse voluto lasciargli un segno di sé e della sua virtù, un amorevole lascito al proprio figlio, una testimonianza di un vigore e di una gioventù persi in modo tanto tragico.

Forse proprio per questo fu sempre emozionante vedere all’opera, palla al piede, Ricco dla Lina fin dalla prima infanzia nel «campicello» e nel prato che fiancheggiava a quei tempi la scuola elementare. Aveva tre o quattro marce in più di tutti noi, il paese lo sapeva e sapeva anche da dove veniva quel portentoso talento. Fin quando non si trasferì ancora dodicenne a Bologna, gli sportivi filesi ne seguirono sempre i passi con amore, vedendo e rimirando in lui le movenze e la classe del padre.

A Filo, poi, Ricco tornò in gioventù qualche volta, giocò nei tornei estivi e fu sempre grandissimo. Poco importa se, per circostanze ostili, non ha fatto la carriera calcistica che certamente era nelle sue corde. Quel che più conta, invece, è che in lui, nel grande amore che riserva al calcio, anche mentre allena i ragazzini a Corticella, c’è sempre, io credo, un misto di riconoscenza e gratitudine verso un padre che perse troppo presto, ma che gli lasciò un dono in grado di dargli grandi soddisfazioni in uno sport intorno al quale è ruotata un po’ la sua vita.

E’, a ben vedere, proprio il tipo di riconoscenza e gratitudine che tutti noi dobbiamo ai nostri eroi della ricostruzione, caduti per la rinascita di un territorio martoriato e distrutto, eroi che ci hanno voluto lasciare, in un modo o nell’altro, un testimone da portare avanti, di generazione in generazione. Sia sempre con noi quindi il ricordo del loro spirito di sacrificio e, con esso, il dono e il privilegio di poter vivere pienamente e liberamente in un mondo progredito e riappacificato. Il loro ricordo, i loro nomi, siano per tutti noi un monito per un futuro di concordia in cui gli ordigni di morte non abbiamo più posto sulla nostra terra.


RASSEGNA FOTOGRAFICA (cliccare sulle immagini per ingrandirle)

La desolazione dei campi filesi a Liberazione avvenuta

Particolare del brevetto conseguito dal filese Aldo Tirapani (Manëla), uno dei tanti che nel dopoguerra si prestarono nell’opera di bonifica dei campi dalle mine.

(Foto tratta da E.Checcoli, op. cit., p. 249)


Sopra e a fianco due importanti fotografie dell’immediato dopoguerra che potrebbero riferirsi ai funerali delle vittime dello scoppio avvenuto il 16 aprile 1946. Le due auto per il trasporto funebre paiono indicare un funerale plurimo.

La partecipazione della gente è molto commossa e dalle immagini traspare grande emozione. La guerra è davvero passata da poco, la strada è ancora ghiaiata, alcune case bombardate non sono ancora state abbattute.

Si noti il vecchio centro di Filo oggi letteralmente stravolto.

In sequenza, e con l’aiuto di mia sorella Carla, ho cercato di ricostruire qui a fianco lo scenario completo, ossia, esattamente com’era e chi ci abitava prima dei bombardamenti e dei rifacimenti postbellici.








Nella foto a fianco scattata dagli inglesi il 14 aprile 1945, giorno della Liberazione di Filo, in primo piano, al di là delle macerie, la casa dei pigionanti dei Barabani (mia casa natale abbattuta nel 1948). In quella casa vivevano al pian terreno le famiglie de’ Canzulêr (Vandini Ivo, mio nonno) ed a fianco dapprima Frédo e’ falignam, poi la Talia d Taröz che vendeva stoffa, stanze passate infine a Tubòñ. Al piano superiore le famiglie dla Cuncëta sorella di mio nonno e dla Baztina. Nella parte di fabbricato, ancora col tetto a due acque, di proprietà Bolelli (S-ciflẽñ) la bottega da meccanico di Giuanòñ Cobianchi, e la famiglia di Gino e’ Göb. Segue la cà e butéga d S-ciflẽñ col tetto a quattro acque. Più oltre si vedono verso ovest la Calónga e la cà d Mariàz d Figiòñ.




Nella foto a fianco Enrico Geminiani (Ricco dla Lina) è il primo accosciato a sinistra in una formazione che partecipò al prestigioso torneo notturno di Argenta nei primi anni ’60. Al suo fianco un compagno del San Donato, l’ala destra Montebugnoli. Gianfranco Zeli, centravanti, anch’egli suo compagno di squadra (che poi salì in serie A nella Ternana di Corrado Viciani), è il secondo da destra in piedi. Il dirigente è l’indimenticabile Cincióni (Vincenzo Natali). I filesi in formazione sono: (in piedi e da sinistra) Mario Felletti (Nuritti, 2°), Aldo Leoni (Piröcia, 3°), Geminiani Aderito (Pippi, 4°) e Giovanni Romagnoli (Pistaia, ultimo a destra); (accosciati) Ugo Ricci (Carublòñ, 4°) ed Eugenio Bolognesi (Gég’,ultimo a destra).

Il luogo, nei pressi di Chiavica di Legno di Filo, ove avvenne lo scoppio del 16 aprile 1946.



Il cartellino del calciatore Geminiani Antonio (e’ Gag’)



(Foto donata dal Bar Centrale - Filo)

Nella prima foto, a fianco, e a partire da sinistra, la butéga e la cà d Nicôla e’ fradór (il maniscalco) e la cà e butéga dl’ Evgénia. Dietro al cavallo ed ae’ bruzẽñ in attesa, un muro ancora in piedi indica la casa in cui abitavano la Maria d Böci, la Cisira d Mašacia, e’ Garušlér (Dom.Franco Vandini), Tugnẹñ d Pajunzèt (Antonio Natali), la Medéa d Quatrini (mamma di Romildo e Richẽñ) con le rispettive e numerose famiglie e ove teneva bottega mio zio e’ Barbiròñ (Lino Coatti).

Nella seconda foto, sopra, scattata più ad ovest della precedente, le altre case a sud della Via Provinciale. In successione: la cà d Miarôl e dla Fernanda d Taröz, l’osteria dla Bianca, la cà d Gonippo,dla S-ciatina (mamma di Desdemone), poi i Vagõñ ove abitavano le famiglie Ricci Lucchi, i Bataja e Suz, fradël de’ Mas-cì; dietro i Vagõñ il casetto di Memo (marè dla Gagia); più oltre la cà d Secondo d Pajunzèt, la cà de’ Furnarẽñ (Soatti Arturo e figli), poi la cà d Schinẹñ, con la moglie Jọfa e figli e infine la cà dla Rina d Gianetto. Al margine destro della foto si intravedono le ripide discese e gli scalini che portano al caseggiato Bolelli, ovvero S-ciflẽn, e alla Calónga (vedi foto sotto).







(Foto tratta da E.Checcoli, op. cit., p. 317)


Segnalo, per chi voglia approfondire l’argomento qui affrontato, l’interessantissimo sito:

www.biografiadiunabomba.it

da cui sono stato gentilmente contattato per un utile scambio di links (a.v.).



[1] E.Checcoli, Filo della Memoria, Prato, Ed.Consumatori, 2002 pp. 130-131. L’elenco contenuto nel testo è stato da me integrato, corretto con l’aiuto di Beniamino Carlotti (che ringrazio) in alcuni dati inesatti e, infine, riordinato cronologicamente.