sabato 27 febbraio 2010

Foto preziose d’altri tempi

Tre capolavori dall’album di famiglia

di Agide Vandini


Queste foto oserei definirle “storiche” quanto meno nel mio ambito familiare. Più antiche di queste non ce ne sono in casa, ad eccezione di una, rinvenuta presso la parentela, che ritrae mio padre, mia nonna e la mia bisnonna Lucia Bergamini già pubblicata in questo blog il 26.5.2008 (Una foto, una storia – foto di famiglia datata 1915 con la bisnonna Luzijna).

Queste tre foto di gruppo le ho sempre viste fin da bambino all’inizio del nostro album e, proprio in questi mesi le ho sistemate e ritoccate. Basandomi sui dati anagrafici delle persone ritratte, ovviamente familiari e parenti, ho potuto datarle con buona approssimazione; risalgono rispettivamente al 1922, al 1930 ed al 1937 e sono state scattate a Filo.

Ho pensato che meritino la messa in mostra sul web perché racchiudono in sé non soltanto un pezzettino di storia di famiglia, ma anche, in qualche modo, quella di una generazione e soprattutto di una comunità come quella filese, che questi personaggi li ha ancora nel suo cuore e, credo, non li dimenticherà mai. Nella seconda foto, poi, quella datata 1930, vi si osserva uno scorcio di Filo d’Alfonsine e della sua strê basa una visione panoramica davvero curiosa ed interessante.

Andiamo, però, con ordine.


La prima foto, come le altre scattata in esterno, ritrae tre bimbi in posa, due dei quali vestiti da scolaretti. Si tratta di mio padre e dei suoi due fratelli, tirati, agghindati, vestiti di tutto punto per quei tempi, schierati e posizionati per una foto da conservare e, forse da inviare agli zii di Bologna. A me in questa foto hanno sempre colpito i cappelli da capo stazione (forse messi a disposizione dal fotografo), gli sfarzosi nastri al di sotto del colletto, gli scuri calzettoni a metà polpaccio, i pantaloni al ginocchio e, soprattutto le austere calzature. D’accordo, mio nonno Ivo faceva il calzolaio di campagna, ma quelle tre paia scarpe, viste coi nostri occhi assuefatti alle frivolezze del Duemila, sono davvero un capolavoro …


I tre figli di Ivo Vandini ed Agida Cavalli in una foto scattata verosimilmente nell’autunno 1922. Da sinistra: mio padre Guerriero (23.2.1912), coi fratelli Sereno (5.2.1918) e Raffaele (26.3.1916)



Andiamo ora alla seconda foto, quella più paesaggistica. Siamo lungo la strê basa, a Filo, in corrispondenza della casa colonica dei Liverani (oggi Parco Maria Margotti),verosimilmente nel 1930. I bimbi schierati per la foto sono i miei cugini, ossia i figli di zio Tugnèñ d Capitëni (Antonio Toschi). Sullo sfondo l’inconfondibile palazzone e il caseggiato intorno alla caserma. Colpisce la totale assenza di case lungo la Via Bassa (oggi Via V.Antonellini) in tutto questo scorcio di paesaggio; suscita invece tenerezza e nostalgia quel bel pagliaio che oggi si troverebbe proprio di fronte alla banca.


I figli di Tugnen ad Capiteni (Antonio Toschi) intorno al 1930. Da sinistra: Amalfi (1922), un’amica di Amalfi non identificata, Sante (Baréra) (1930) sulla sedia e, poi, Clelia (1926) e Lina (1924).


Infine la terza foto, che io trovo stupenda. Ci troviamo ancora davanti gli stessi fiùl d Tugnèñ d Capitëni, ritratti con un paio di new entry circa sette anni dopo, nel 1937. Stavolta la foto è scattata davanti alla cancellata dei Tamba, di fronte al «campicello», grosso modo a metà della lunga rampa nel centro di Filo dove oggi stanno le scuole elementari. Ai quattro bimbi della foto precedente si sono aggiunti la nuova sorellina Tögna e la cuginetta Carla Vandini (mia sorella) con tanto di bamböza più grande di lei, uniche di quel gruppo variopinto tuttora viventi. Qui ho sempre rimirato il cappello incredibile dell’Amalfi, e poi gli sguardi così seri, quasi solenni dei protagonisti, che sembrano non tirare neppure il respiro. Sante, detto Baréra e di cui ho raccontato alcune sue avventure con l’amico Cian nel mio ultimo libro, sembra addirittura imbalsamato. Le quattro sorelle sembrano dietro ai banchi, in chiesa, la domenica mattina.

I figli di Tugnen ad Capiteni (Antonio Toschi) intorno al 1937. Da sinistra in alto: Clelia (1926), Lina (1924) e Amalfi (1922). Sotto: Antonia (Tögna) (1932), Sante (Baréra) (1930) e la cugina Carla Vandini (1934).


* * *


In definitiva: tre magnifiche foto d’altri tempi, foto mai pubblicate da nessuno e che danno l’idea di quanto tempo sia passato e di quanto il mondo sia cambiato da allora; foto premurosamente e pazientemente custodite e restaurate. Ora le consegno di tutto cuore alla nostra ricca storia paesana.

sabato 20 febbraio 2010

Correva l’anno 1820…


Tuoni, fulmini e saette sull’argentano

di Agide Vandini


Le odierne bizzarrie del clima sono, nei nostri paesini della bassa Romagna, al centro dei commenti quotidiani soprattutto in un autunno-inverno assai prodigo di precipitazioni. Qualcuno, del resto, uditi i tanti “dotti,medici e sapienti”, attribuisce ormai l’acuirsi e lo scatenarsi dei fenomeni meteorologici ad un pianeta andato fuori giri, ad un globo terracqueo che non sarebbe più lo stesso, impermalito dai guasti ecologici provocati dall’uomo e dalle sue manie manipolatrici. Chissà. Chissà, come se la passavano sotto questo aspetto i nostri nonni, in epoche antiche e di scarsa industrializzazione, oppure i nonni dei nostri nonni … Lo confesso, a me è venuto, a volte, da interrogarmi con qualche apprensione e curiosità ….

Proprio un paio di mesi fa, durante alcune ricerche condotte con l’amico Beniamino Carlotti all’Archivio Diocesano di Ravenna, mi capitò sotto mano un’iscrizione molto interessante, rinvenuta casualmente sfogliando i registri della parrocchia di San Giacomo in Argenta. Riporto più sotto la fedele immagine e l’integrale trascrizione di questa annotazione d’epoca.

E’ una piccola cronaca autorevole e di rara efficacia che ci racconta di guasti e disastri inenarrabili, avvenuti proprio nei nostri paraggi, danni gravissimi a persone e cose di cui non ci parla la storia,eppure una mezza catastrofe per dirla in breve, che sembrerebbe quasi avvenuta nei nostri giorni. Il pro-memoria fu annotato invece, con tanta preoccupazione, dal parroco argentano sotto la data del 9 ottobre 1820.

Viene da pensare, mi si perdoni il tono semiserio, che il tempo sia sempre stato capriccioso, insolente ed imprevedibile anche quando non c’erano climatologi, meteorologi, statistici, ecologi, satelliti artificiali, computers, e neppure la sfiancante TV a predicare, prevedere e commentare.

Le previsioni a quell’epoca non si potevano neppure leggere nel Lunëri di’ Šmèmbar, visto che le sue pubblicazioni cominciarono nel 1844. Qualche presagio lo si apprendeva in largo anticipo cun al Calàndar ai primi giorni di gennaio (si veda l’argomento e la complessa tecnica in questo blog alla data del 29.12.2007) e semmai le previsioni di corto periodo si aggiustavano coi proverbi, con le eclissi, gli umori della luna, i dolori dei calli, le fitte delle artrosi, oppure, di tanto in tanto, si guardava con trepidazione a e’ zìl d Veróna che, notoriamente, quèl che möstra, e’ dóna. I commenti, gli alti lai, le lamentele e le dita incrociate trovavano la loro audience per lo più nel cortile, alla fontana, oppure nelle rare pause dei lavori in campagna.

Eppure, tutto sommato, si direbbe che, nonostante la grande attenzione e il diverso dispendio di mezzi e di abitudini, nel bene come nel male, questo vecchio mondo, sotto l’aspetto meteorologico almeno, nell’ultimo paio di secoli non pare cambiato gran che …


(cliccare sull’immagine per vederla ingrandita)


Trascrizione: 9 Ottobre 1820. Memoria. In questa mane alle due dopo alla mezza notte circa, Giuseppe Torrini di questa mia parrocchia, figlio del fu Antonio, e consorte della vivente Luigia Cappuzzi, fu spedito dal sig. Angelo Crispini dispensiere di Argenta, a Ferrara con qualche somma di denaro in oro ed argento; arrivato quello a Boccaleone successe un temporale sì veemente che costretto fu a ricoverarsi sotto a portici della nuova fabbrica del Signor Alberto Lolli ed appoggiossi al penultimo pilastro d’essa verso alla chiesa. Trovandosi ivi scoccò un fulmine, e restò ucciso, trovandolo ferito nella sommità della fronte, con lacerazione nella testiera del cappello, e nell’istessa occasione da fulmini fu mozzato il campanile, consumato l’organo, la fratina e sagrestia vecchia, spezzate tutte le finestre d’essa sagrestia, messo sossopra il tetto sì della chiesa che della fratina. Nell’istessa notte fu trattato pessimamente il Palazzone di Casa Massari alla Bastiglia. Iddio ci liberi tutti da sì fatti castighi. Il Parroco Acripr. Ruvioli.

domenica 14 febbraio 2010

C’est égal… Scherzi del dialetto

Come andò davvero la storia della Catarina d Lucchi

di Agide Vandini


Abitava poco lontana dall’Osteria, la Catarina d Lucchi che vediamo a destra nella foto, anzi, nella preziosa cartolina d’epoca. E’ quella con la vstina griša [il vestito grigio], un po’ impettita e col braccio proteso davanti agli occhi, nell’istantanea che ritrasse il paese di Filo nei primi anni ’40, al tempo di guerra, prima dei bombardamenti. Nella stessa immagine, alla destra della Catarina, col fazzoletto bianco a capanno tipico delle nostre braccianti c’è la figlia Mentana; alla parte opposta della strada, c’è invece l’altra sua figlia, la Novella, ben vestita e con le mani ai fianchi.

Alla Catarina e alla Novella si attribuisce ancora oggi un curioso aneddoto che risale al tempo del passaggio del fronte di guerra, una storia che ho appreso pochi giorni fa, all’osteria, raccontata da Falco, al secolo Bruno Folletti. E’ bene tuttavia soffermarsi un attimo sulla foto-cartolina, oggi appesa ad una parete del Bar Centrale, poiché essa dà altri buoni spunti per una doverosa ambientazione di quanto si va a narrare.

Nel centro di Filo, ancora integro, sembra un giorno di lavoro come tanti. E’ un pomeriggio d’estate o di tarda primavera. I bimbi davanti all’obiettivo sono scalzi. A giudicare dall’abbigliamento, la gente pare aver interrotto di colpo l’usuale occupazione, accorrendo ad osservare un tipo col cavalletto, un fotografo venuto da fuori, qualcosa di inusuale per quegli anni. Davanti all’osteria, e sotto l’antica insegna “Vini e liquori”, s’è radunata molta parte di chi vive, lavora o gironzola nei pressi.

La signora vestita di scuro, e con le mani in grembo, al margine della strada sulla destra, è mia madre Elvira Toschi (ad Capitëni). Così almeno è parsa anche a mia sorella Carla che mi ha coadiuvato nei riconoscimenti. Del resto la mia prima casa, ove nacqui appena dopo la guerra, è la terza da sinistra.

Altri visi riconosciuti con una certa convinzione sono la Giana d Cidöti, alla sinistra della Novella, e il bimbo Pippi, ossia Aderito Geminiani, sulla destra della foto, proprio sotto la madre Mentana. Più incerti i riconoscimenti di Ginòn Veduti, allo stesso lato, unico a cavallo di una bicicletta e, a sinistra di questi, in piedi e con la camicia bianca, Diego d’Ravèt (Signani). Altre facce sembrano avere qualcosa di vagamente familiare; difficile però, riconoscerle con precisione e dar loro un nome e un cognome.

Osservando a distanza di anni la gente ai lati della strada, viene da chiedersi se, oggi, altrettante persone e soprattutto così tanti bambini, vivano ancora in tutta la Provinciale che attraversa Filo. Eppure, fino agli anni ‘60 lì prosperavano le botteghe e si assiepavano numerose le bancarelle per Sant’Agata. Oggi lo stesso tratto è purtroppo assai decaduto, prima sconvolto dalla guerra, poi deturpato da una edificazione cervellotica e pasticciona, infine, in troppi casi, abbandonato da abitanti che hanno scelto di emigrare altrove.

In quegli anni ’40, invece, quello era il centro nevralgico della comunità e se ne accorsero anche i tedeschi che, in tempo di occupazione, impararono a temere quelle due fila di case affiancate, anima stessa di un paese ribelle. Furono ben ricambiati dai nostri paesani, sempre sospettosi verso un popolo che tante volte nella storia ha cercato di metterci sotto i piedi, con una bellicosità che pare insita nella lingua gutturale e militaresca che li contraddistingue, forse fatta apposta per impaurire chi l’ascolta.

Ben altro scenario fu quello che accolse invece le avanguardie alleate il 14 aprile del ’45, allorché attraversarono, provenendo da est, tutto il paesello, o meglio il cumulo di macerie che ne rimaneva. Le due fila ordinate di case avevano subito pesanti e devastanti bombardamenti. La gente, in massima parte vecchi, donne e bambini, uscirono quasi increduli dai rifugi antiaerei, dalle stalle (in particolare da quella affollatissima della Ghedinia) e dai nascondigli ove si erano prudentemente ritirati, presagendo i pericoli che ci sarebbero stati lì, sulla vecchia strada, nella battaglia e nei giorni dell’offensiva finale.

Verso gli inglesi e loro alleati, giunti dopo giorni e mesi di sofferenza, non ci furono certo le diffidenze riservate fino ad allora ai tedeschi e ai repubblichini. Pur portatori anch’essi di morti e di lutti, questi ragazzoni venuti dal di là del mare e dell’oceano, furono visti come i Liberatori dall’Oppressione e dalla Guerra. L’atteggiamento della popolazione che aveva perso quasi tutto, ma che grazie a loro stava riconquistando il bene prezioso della Libertà, si improntò ad un naturale spirito di ospitalità verso gli alleati, animato da curiosità (per qualche pelle scura) e anche da aperta meraviglia, per i generi introvabili di cui erano provvisti e di cui erano piuttosto generosi (cioccolata e sigarette).


Filo, 14 aprile 1945


Mia sorella, allora una bimbetta di dieci anni alquanto mingherlina, ricorda ancora con emozione un soldato di colore, uno della squadra che ripristinava la strada sfondata dalle bombe, che scese lungo la rampa che portava a casa nostra e disse gesticolando al nonno: «Pàpa, dare qualcosa …, io dare per bimba …» Mio nonno allungò una scodella rossa di bachelite e il soldato tornò subito, con la tazza piena di latte e di pane.

Erano però anch’essi soldati e soldataglia, sicché, come sempre è successo negli eserciti d’occupazione d’ogni tempo e luogo, qualche soldato della regina aprì cancelli, s’infilò nelle case semi abbandonate, talvolta in cerca di nemici improbabili o di qualche altro tipo di preda o bottino.

Un paio di loro entrarono, ad esempio, stando ai racconti, nel cortile della Catarina, ovvero della nostra Caterina in Ricci Lucchi, rientrata da poco nella casa che stava dietro ai «Vagoni». Lei, già indaffarata nelle incombenze domestiche, notò dalla finestra i due dinoccolati canadesi appressarsi con chissà quali intenzioni, forse per una banale ispezione o controllo. Lei li affrontò comunque fiduciosa.

Da lontano li aveva sentiti parlare in una lingua rotonda, con suoni e cantilene melodiose e, poi, lei aveva sempre avuto a che fare con parecchi figli, in particolare con uno svitato come Lépro, il figlio minore[1], sicché, se c’era da tener quieti qualcuno, lei sapeva bene come fare:

«C’sa zarchìv?» [Cosa cercate?] disse, di primo acchito e con dolcezza, la Catarina aprendo l’imposta socchiusa. Si sentì rispondere:

«Luchi, Luchi…», ossia, si può presumere: «We’re looking… looking…» [Cerchiamo un po’ in giro …]

La Catarina pur ben disposta, si sentì sopraffatta dallo stupore e anche da un po’ di confusione, sicché si rivolse subito alla figlia:

«Mo’ddio, Novella, i zérca Lucchi… [Mio Dio, Novella, cercano Lucchi…] ( marito di Caterina), mo’ u ngn è miga in cà… [Ma non c’è mica in casa…]»

Da parte sua, il soldato, vedendo l’anziana donna tanto allarmata ed eccitata, che si schiaffeggiava sonoramente le mani palmo contro palmo, si inquietò. Non aveva capito assolutamente nulla di quella lingua ostrogota usata dalla Catarina… E forse, chissà, c’era da stare in campana in quello strano paese … L’altro canadese, invece, probabilmente del Quebec, pensò di ricorrere al francese prima di cambiare obiettivo ed andare a mettere il naso altrove. Cercò così, a modo suo, di calmare la donna:

«C’est égal …» [Non fa nulla …] disse a muso duro.

«Ohi, s’u j è armàst …» [Ohi se ce n’è rimasto uno..] disse la Catarina, con parecchia delusione, poi si rivolse di nuovo alla figlia:

«Novella daj e’ gàl che acsè i s’avëia…» [Novella, dagli il gallo che così se ne vanno …]


Quando si dice dei prodigi e degli scherzi di cui è capace il dialetto romagnolo …

Ovviamente, avuto il galletto, i due soldati si levarono alla svelta di torno.

La Catarina pur spiaciuta per la perdita del pennuto non ebbe mai alcun pentimento. Fu sempre convinta, anche in seguito, di aver capito al volo a cosa puntavano quei due soldati forestieri. Non me la sento neppure di darle torto. Sacrificò il galletto, in fondo, in nome dei buoni rapporti italo - britannici e relativi dominions.

Loro, invece, i canadesi, gustato il buon galletto da cortile e presto catapultati in lande meno accoglienti, devono essersi chiesti a lungo, e con poche convincenti risposte, come diavolo aveva fatto quell’anziana campagnola dall’aria contadina, a slanciarsi in una offerta simile, pur affrontata in due lingue forestiere e senza averle chiesto assolutamente nulla … Che paese, che gente ospitale questi romagnoli …



[1] Riguardo a Lépro ho già raccontato tempo fa alcune sue pirotecniche avventure, in particolare a bordo del «disco volante» nel dopoguerra in A.Vandini, Il cestello dei ranocchi, Ravenna, Longo, 1999, «Arieti e dischi volanti».