mercoledì 11 febbraio 2009

Il campanile che non c’è più…

Abbattuto 80 anni fa e mai più ricostruito

di Agide Vandini



Il nostro è un paese a cui non difettano le originalità. E’costituito da antiche borgate sparse, addossate lungo un fiume che non esiste più da un paio di secoli, è diviso in eterno fra due comuni e due provincie, ma è noto altresì, nella bassa Romagna, per essere uno strano posto, con una chiesa mai terminata e addirittura senza uno straccio di campanile. Deve trattarsi di una caratteristica peculiare, forse non unica a questo mondo, ma che, seppure non ci veda presenti nel Guinness dei primati, sicuramente ci colloca in una elite assai ristretta. Non è sempre stato così, evidentemente.


La vecchia e la nuova chiesa

Filo ebbe nella sua storia ultramillenaria, che lo ha sempre visto dipendere dalla diocesi ravennate, diverse chiese dedicate prima a S.Maria, poi a Sant’Agata e per molti secoli lo contraddistinse uno svettante campanile, una bellissima torre innalzata a fianco della cinquecentesca chiesa parrocchiale. Purtroppo quest’ultima, dopo aver traballato parecchio durante uno spaventoso terremoto, divenne sempre più pericolante e fu abbattuta nel 1931 per far posto all’attuale imponente chiesone. Il bel campanile romanico, robusto come pochi, pare non corresse pericoli di sorta, ma fu atterrato lo stesso anche lui, in attesa di costruirne uno nuovo, più consono alla chiesa novecentesca ed alla nuova epoca.

Erano quelli del resto anni di pieno «fulgore» fascista e quindi di imperante prosopopea senza limiti che faceva sentire i suoi effetti anche nel modo di progettare e di costruire[1].

Purtroppo i soldi finirono ben prima di metter mano alla torre campanaria, e non solo. Non ci furono, né allora né mai, neppure quelli per ultimare la facciata, sicché ancora oggi, il viandante che si soffermi davanti alla nostra chiesa non riesce proprio a comprendere a quale stile mai risalgano quei mattoni volteggianti, quelle pietre sporgenti che tracciano nell’aere strane lineee architettoniche dal basso verso l’alto e che poi, come gigantesche arcate dentali, si slanciano in giravolte ardite e pretenziose laddove, evidentemente, esse erano destinate a far da solido supporto a lussuosi cornicioni mai più realizzati.



















Il nostro chiesone in una foto di pochi anni fa


















Come doveva essere la facciata

( progetto Gualandi)


Quanto a ciò che è andato perduto, disponiamo, per fortuna, di alcune fotografie scattate ai tempi del malaugurato abbattimento. Ritraggono la vecchia chiesa e il campanile in alcuni scorci panoramici. Tramite queste immagini è stato possibile ricavarne, al computer, l’attendibile quadro d’insieme riportato qui sotto.



La cinquecentesca chiesa parrocchiale di S.Agata in Filo col suo campanile romanico, prima dell’abbattimento avvenuto nel 1931 (ricostruzione di Agide Vandini, febbraio 2009)


1931. La vecchia chiesa nei suoi ultimi giorni di vita. Sta per far posto al nuovo chiesone ormai in avanzata costruzione.


Un momento di vita del vecchio centro di Filo, poi distrutto dalla guerra, in una foto degli anni ’20 del Novecento. In primo piano gente in attesa alla fontana interrata nel vecchio «campicello». Da sinistra la vecchia chiesa di S.Agata, il suo campanile, alcune aule distaccate delle scuole, uno scorcio di casa Tamba.


















Il trabiccolo in laterizio che dal 1931 regge le nostre campane (foto di pochi anni fa). Si noti, a destra, il battacchio caduto nel ripiano sottostante.



La vecchia Torre campanaria e le campane

Il vecchio campanile veniva così descritto dal parroco Don Giuseppe Cellini il 20 Aprile 1890:


"A sinistra del coro trovasi la sagrestia vecchia detta Fratina che ora serve per abitazione del campanaro, essa è composta di due vani uno a pian terreno e l'altro al primo piano. Mediante poi una porta, che trovasi a pian terreno di detta Fratina si va alla torre delle campane che ha quattro lati e quattro piani con scale di legno. La guglia di questa torre fu restaurata nell'anno 1846, allorché vi furono poste quattro catene all'imposizione degli archi, fu fatta nuova la croce, e banderuola colle lettere «Protettrice Sant'Agata 1846». Nella medesima torre vi sono i tellari per sostenere le campane fatte fare nel detto anno 1846. Nella suddetta torre vi sono tre campane fuse dal Sig. Gaetano Brighenti e nipote Clemente nel dì 17 marzo dell'anno suddetto, dietro alla premura e diligenza del parroco Don Spinelli Ermenegildo di buona rinomanza. La prima, ossia la Campana maggiore pesa libbre 730 bolognesi: in essa vi sono effigiate le immagini di Gesù crocifisso e di S.Agata con questa iscrizione:«Ex aere Ermenegildi Spinelli Rectoris, totiusque popoli Fili fusa et erecta anno 1846». E all'opposto: «Cajetanus Brighenti et Clemens nepos Bonon;...» La seconda o mezzana è di libbre 512: in essa vi sono le immagini della B.V. del Rosario e di S. Antonio di Padova colla iscrizione suddetta. La terza, o piccola, è di libbre 380: in essa vi sono le figure di S. Giuliana Falconieri e di S. Ermenegildo Re e Martino colla iscrizione suddetta. Queste tre campane furono benedette nel dopo mezzogiorno del 3 maggio 1846 dall'Eminentissimo e Reverendissimo Signor Cardinale Falconieri Mellini degnissimo arcivescovo e Principe della Città ed Archidiocesi di Ravenna di felice rimembranza, il quale per tratto di somma sua innata bontà volle recarsi a questa chiesa di S. Agata in Filo per compiervi una tale funzione dopo alla quale ebbe elegantissimo sermone al numerosissimo popolo accorso, cui infine impartì la pastorale sua benedizione. E' poi degno d'essere notato che il primo suono funebre dato da queste nuove campane fu per la Santità di nostro Signore Papa Gregorio decimosesto [al secolo Bartolomeo Alberto Capellari, Belluno 1765/ Roma 1846] di felice ricordanza".


La leggenda delle nostre campane

Intorno alle nostre campane si tramanda, da tempi antichi, una curiosa leggenda dietro la quale potrebbero celarsi fatti realmente accaduti. Si è sempre detto che le campane di Filo erano di nobilissime origini, ed indubbiamente anche queste provenienti dalla vecchia chiesa lo sono, campane d’autore marchiate e firmate e che, come abbiamo visto, suonarono a morto per la prima volta in onore di un papa. Eppure, stando a ciò che si raccontava ancora a metà Novecento, erano infinitamente più nobili le precedenti, quelle sostituite stranamente a metà Ottocento e finite chissà dove, forse in qualche chiesa di maggiore lignaggio. Le campane più antiche, si diceva nei trebbi serali del dopoguerra, erano giunte a Filo per qualche capriccio del destino.

In effetti avrebbero dovuto appena transitarvi lungo il Po vecchio, per arrivare chissà dove, ma l'imbarcazione che le trasportava fu misteriosamente bloccata proprio nei nostri paraggi, o per decisione di qualche guarnigione militare, o per qualche impresa piratesca, o per altro accidente di cui non è rimasta memoria, fatto sta che la barca a quell’epoca lasciò a Filo il suo prezioso carico, e le campane finirono per essere montate nel campanile della chiesa. Chissà se si tratti di leggenda, di creazione da trebbo, o di storia vera. A me fu raccontata così.


Le campane tornano a suonare

Una quindicina di anni fa, però, verso la fine del Novecento, a causa dell’incuria degli uomini, smisero di suonare, all’improvviso, le campane benedette dal Cardinale Falconieri nel 1846 e firmate dal bolognese Gaetano Brighenti e da suo nipote Clemente.

In quell’anno 1931, atterrato il campanile, esse furono ricoverate in un trabiccolo di fortuna dietro la chiesa e da lì hanno svolto per anni la loro funzione finchè hanno potuto farcela. Un malinconico giorno, uno dei tanti di questi tempi indaffarati dietro mille incombenze e preoccupazioni, non suonarono più. Un battacchio arrugginito era precipitato con un gran tonfo nel piano sottostante, sicché per alcuni anni i rintocchi delle nostre campane, fin lì azionate con apposite corde dalla casa del parroco, non si udirono più.

Né il suono gioioso del mezzodì, né quello preannunciante le cerimonie religiose, né a festa, né a morto, né a distesa, né a martello. Un silenzio di una tristezza infinita insomma, se si pensa ai tempi in cui, quando si «legavano le campane» il giovedì Santo, quei due giorni di silenzio e di penitenza parevano un’eternità. Ricordo che al sabato santo, quando le campane venivano «slegate» e facevano sentire il loro suono a distesa come liberate da un incubo, noi bambini correvamo a intingere le dita nell’acqua ovunque, anche nelle pozzanghere, per bagnarci gli occhi, dal momento che, si diceva, tutta l’acqua era benedetta.

Fortunatamente qualche mano misericordiosa ha accuratamente eseguito lo scorso anno la riparazione, rimettendo il battacchio al suo posto. Ora, grazie ad un volontario che si presta la domenica mattina a far da «campanaro» per passione, ci è dato di udire ancora, anche se per un solo giorno la settimana, quel suono familiare, quei tocchi e rintocchi che, per chi ha già qualche anno sul groppone, conservano la straordinaria capacità e magia di farci tornare indietro nel tempo, a un’altra era, ad un altro mondo.


I patti del Campanaro di Filo del 1862

Per calarci con un po’ d’emozione nel tempo antico, ecco qui comunque, per i lettori dell’ «Irôla», un documento singolare, ritrovato fra le vecchie carte della parrocchia, che può consentire un piccolo tuffo nel passato. E’ un contratto del lontano anno 1862, un prontuario ad uso del «campanaro» dell’epoca, Ercole Magnani, con le regole d’uso nelle varie circostanze e, com’è giusto che fosse, con la remunerazione corrispondente ad ogni occasione.




Trascrizione: Patti del Campanaro di Filo. Filo lì 29 settembre 1862. Ercole Magnani di Filo convenne col Parroco Don Giacinto Tazzari di servirlo in qualità di campanaro coi seguenti patti: 1° Il detto Magnani Ercole ha obbligo di servire a tutte le funzioni ecclesiastiche, nonché di servire quotidianamente i Sacerdoti celebranti, qualora venghino all’ora solita a celebrare. 2° In corrispettivo il Campanaro percepisce dal Parroco l’alloggio gratuito nella Fratina e percepiva anche scudi 6 dall’Ospizio S.Giovanni. 3° Per ogni suonata da morto da Requiem percepisce £ 1:50, e per ogni suonata da morto da non Requiem percepisce £ 0:50, e nel mese di maggio deve avere £ 2:50. 4° Per le solennità di Natale, e di Pasqua percepisce £ 1:50; e per ogni festa di Parrocchia pure £ 1:50. 5° Per gli uffizii percepisce £ 0:50. 6° Gli si lascia la questua del grano, formentone, canepa, uva, etc. 7° Per le tre feste della grana percepisce £ 0:30; e £ 1:50 per la festa di S.Agata; e nei matrimoni: la pace. 8° Nei tridui per la Pioggia, o per la siccità percepisce £ 1:50. 9° Per l’ottovario de’ Morti £ 2:50. Percepisce lo scolo di cera. 10° Deve pure avere un regalo, quando accompagna, o il Cappellano, o il Predicatore alle questue di Parrocchia.

Don Giacinto Tazzari Parroco. Copia conforme all’originale.


Il futuro delle nostre campane

Chissà, in questi tempi supertecnologici, e di tanti sconvolgimenti culturali, quale possa essere il futuro delle campane di Filo. Soprattutto chissà se avranno un futuro.

Ogni tanto qualche parrocchiano prova a lanciare collette, a cercare improbabili sponsors nel lodevole intento di ridare a Filo un dignitoso campanile e il regolare suono delle sue campane, ma fino ad ora tutti i tentativi sono miseramente falliti. L’ultimo in ordine di tempo è portato avanti da un gruppo che fa capo a Bruno Folletti detto Falco e al tenace Beniamino Carlotti, gruppo che ha incontrato, fino ad ora, la solita fila di sospiri e di promesse non mantenute. Tentativi del genere, del resto, ne sono stati fatti molti in passato e a più riprese, a partire dall’anteguerra da Don Giovanni Bezzi e, nondimeno, dal suo successore, il precocemente scomparso Don Giuseppe Menegatti. Tanta buona volontà e nessun frutto significativo, purtroppo.

Viene da chiedersi se non stiamo pagando, per caso, la colpa di quelle antiche e leggendarie campane di gran lusso rimaste in paese per troppo tempo, a dispetto magari di qualche potentato e di qualche terribile anatema, i cui accidenti e maledizioni, forse, sono giunti a segno a scoppio ritardato…

Godiamoci comunque, finché potrà durare, l’armonioso suono che al momento riesce a somministrarci il generoso signor Brunazzo, anziano e volonteroso campanaro domenicale cui auguriamo lunga vita e che, in attesa di tempi migliori, credo sia doveroso ringraziare pubblicamente a nome di quanto rimane dell’antico, ed un tempo illustre, popolo dei filesi.



[1] Scriveva pochi anni dopo Oreste Barbieri a conclusione del suo primo articolo “storico” (Corriere Padano, 13.8.1937):

«La rinascita fascista di Filo - che è in perfetta armonia col risorgere della sua autentica romanità - è ormai iniziata. La nuova chiesa – già costruita accanto alle rovine di quella che fu abbattuta unitamente al vecchio campanile romanico - attende il nuovo campanile. Per amore del “natio loco”, mi auguro che esso sia una vigorosa torre littoria, degna di glorificare il valoroso Console romano fondatore di Filo e di attestare nei secoli venturi la potenza imperiale dell’Italia di Mussolini».




1 commento:

Val Tidone ha detto...

Molto interessante la ricostruzione storica, ben documentata con foto e disegni.

Capisco anche il rammarico per il campanile perduto.

Ma posso assicurare che esistono situazioni assai peggiori.

Conosco un comune nel milanese dove hanno deciso di costruire un palazzo nel giardino della scuola elementare. Cose da pazzi!!!