martedì 9 settembre 2008

Il carrettiere del tempo antico

Un affettuoso ricordo del nostro sbruzai

di Agide Vandini


Dalle nostre parti lo si chiamava sbruzai, ossia barrocciaio, ma c’era anche chi usava le varianti baruzér, sbruzér, baruzant, oppure caratir (da al cara, i carri pesanti che nel nostro dialetto sono così importanti da assumere persino il genere femminile). Lo sbruzai conduceva per mestiere una bröza (o baröza), ossia un barroccio di dimensioni e peso adatti al trasporto, un mezzo perciò che non poteva confondersi col bruzen (o baruzen), calesse molto leggero e di dimensioni ridotte, usato in genere per gli spostamenti delle sole persone.

Le tipologie di barroccio erano, nel tempo antico, diverse a seconda delle merci da trasportare. Il tipo più comune, ossia quello con le due classiche ruote alte, aveva il tiro a uno, mentre quello più pesante a quattro ruote veniva solitamente impiegato nei trasporti di merci più ingombranti o fragili, come ad esempio i fiaschi di vino o le damigiane. Aveva il tiro prevalentemente a due.

Lo sbruzai o caratir era al servizio del pubblico. Il suo recapito abituale, la sua «base», era l’osteria, sicché era piuttosto comune vedere all’esterno di quei locali una certa quantità di barrocci posteggiati, e sentire i loro cavalli scalpicciare sul ciottolato, avanti e indietro, mentre aspettavano il viaggio successivo e masticavano un po’d’avena dentro al sacco attaccato alla cavezza.

Alla classica rudezza di questo mestierante, corrispondeva, per solito, un amore per l’animale quasi fraterno. Succedeva di rado che un barrocciaio frustasse il cavallo per incitarlo; si limitava di solito ad un campionario di sonore bestemmie e semmai faceva schioccare la frusta per aria, un esercizio in cui era maestro, si può dire un’arte vera e propria, oggi tenuta in vita dai nostri s-ciucaren (schioccatori) a tempo di musica romagnola.

C’era addirittura chi condivideva con l’animale, oltre ai sacrifici, anche le passioni, tant’è che nella vicina San Biagio un eccentrico sbruzaj, chiamato Gargiula, abituò al vino il suo somaro, facendogliene assaggiare, un po’ per volta, qualche bicchiere.

Capìta l’antifona, e’ sumar d’Gargiula, non appena giungeva al cospetto di un’osteria, ed in particolare di quella di Ca’ di Lugo, non c’era verso di schiodarlo dal punto di fermata, neppure col rombo di un cannone. Non c’era quindi bisogno, per farlo fermare, dell’«alt» comandato col classico «Jééé…»: la bestia si gestiva da sola. Rallentava per tempo, si fermava, lasciava andare il padrone a ristorarsi a dovere, ed aspettava con pazienza fino a quando questi non tornava col giusto compenso per il suo asinello. Senza di esso non sarebbe mai più ripartito al mondo.

Gargiula, insomma, aveva instaurato col suo animale un vero e proprio rapporto di reciproca fratellanza. Non tutti furono così generosi e solidali come lui.

A Filo, ad esempio, vantiamo nella nostra storia uno sbruzai d’eccezione, quel «signor Bergamini tutta carità», d’indole fin troppo frugale, immortalato da Ezio Natali (Martin) nei suoi «Nasi distinti»[1], un barrocciaio noto al mondo per il mulo denutrito, il mitico Sumar d’Bargamen.

Il brutto giorno in cui la sfortunata bestia, che era stata lasciata per diverso tempo a digiuno, s’involò in un mondo più giusto, il nostro Bargamen pare abbia imprecato: «Propi adës ch’ u s'ira abituê a stê zenza magnê!...» (Proprio ora che si era abituato a star senza mangiare…)

Pochi anni fa ebbi modo di conoscere da vicino uno di questi personaggi, un vero caratir, un anziano faentino molto caratteristico che si chiamava Renato Storti.

Era, ed è, conosciuto come l’ultimo carrettiere di quella bella città. Mi disse che, per capire fino in fondo questo antico mestiere, nella sua vita quotidiana, nei suoi sacrifici, come in ogni altro aspetto e caratteristica, bastava leggere la bella poesia dialettale di Ada Bartoli, poesia che, gentilmente, poi mi fece avere.

Pensando che non possa esserci miglior testimone del buon Renato, pubblico perciò ben volentieri, in questo piccolo tributo all’antico e scomparso mestiere dello sbruzai, la splendida chicca dialettale da lui suggerita, un testo semplice, eppure significativo, che ho soltanto tradotto e trascritto con una grafia diversa da quella usata dall’autrice.

E’ una poesia che, mi auguro, possa far vivere, o rivivere, in tutta la loro umanità, questi coloriti personaggi di un mondo ormai perduto, nell’immaginario, oppure nella cara memoria, dei nostri attenti lettori.



E’ caratir (di Ada Bartoli)


Turnend indrì e pinsend a tot quent i amstir

tra quist u j è nench quel de’ caratir.

U s’aveia ben prest a la matena,

dop ch’l’à tachê e’ caval a la baröza

e ch’l’à carghê tot la su mercanzeia,

lo e’ saluta la moj e pu u s’aveia.


U s’incamena par una strê giarêda,

d’qua e d’là, una siv d’spen bianch tot impurbié,

e pu e’ caratir u-s met stes ins la baröza.

E’ caval e’ va sèmpar de’ su pas,

plop, plop... e cun sta marcëda lenta,

e’ caratir pian pian u s’indurmenta.


U-s desta vérs mezdè ch’e’ ciöca e’ sól,

u-s tira so, u-s met insdé, u-s suga e’ sudór,

par riparês e’ met un umbrilon d’ tela inzirêda.

E’ tô fura un scartöz d’int la bisaca,

do fet ad pan e, int e’ mez, una feta d’parsot ranz,

una buceta d’ ven: quel l’è e’ su pranz.


E’ caval e’ va dret, plop, plop, tranquilament,

parchè ins la strê da cl’óra u j è póca zent,

e i va avanti intant ch’i è a destinazion.

A lè i scarga e pu i tórna indrì.


Pòvar caval zenza un minut ad sosta

cun e’ padron ch’e’ drôva nench la frosta...

Lo l’è cuntent parchè l’à e’ pas alzir,

nench s’l’è söta al minac de’ caratir.


Plop, plop, e intant ch’e’ va zo e’ sól

e’ caratir e’ sogna la su ca’.

A là u l’aspeta sèmpar un piat d’amnestra,

ch’l’è cöta da mezdè e l’è un pëz ch’la s’è insupêda.


Lo e’ brontla un pô, e pu e’ dis a la su vëcia:

«Nench pr incu, a j ò ciumpì la mi giurnêda..[2]






[1] Si veda in questo blog la parodia pubblicata in quattro puntate nel gennaio 2008. Il mercante-barrocciaio in questione è Luigi Bergamini, cugino del nonno Ivo, nato a Filo il 4 febbraio 1882, che vi abitò nei pressi dei «Vagoni» e da cui migrò altrove negli anni ’30.

[2] Il carrettiere. Tornando indietro e pensando ai vecchi mestieri / tra questi c’è anche quello del carrettiere. / Lui se ne parte al mattino presto, / dopo aver attaccato il cavallo al barroccio / e dopo aver caricato tutta la sua merce, / saluta la moglie e se ne va. / S’allontana lungo una strada ghiaiosa, / con ai lati una siepe di biancospino impolverata, / poi il carrettiere si mette disteso nel barroccio. / Il cavallo va sempre dello stesso passo / plop, plop..., e con questa andatura lenta, / il carrettiere pian piano s’addormenta. / Si sveglia verso mezzogiorno sotto il sole cocente, / si tira su, alza a sedere, si asciuga il sudore, / per ripararsi apre un ombrello di tela cerata. / Prende un cartoccio dalla tasca / due fette di pane con, in mezzo, una fetta di prosciutto rancido, / una bottiglietta di vino: è quello il suo pranzo. / Il cavallo avanza, plop, plop, tranquillamente, / poiché a quell’ora per strada c’è poca gente / e così vanno avanti fino a destinazione. / Dopo aver scaricato, tornano indietro. / Povero cavallo senza un minuto di sosta / col padrone che usa anche la frusta... / Lui è contento, ora ha il passo leggero, / anche se è sotto le minacce del carrettiere. / Plop, plop, e mentre il sole tramonta, / il carrettiere sogna la sua casa. / Là lo aspetta sempre un piatto di minestra, / cotta dal mezzodì e da tempo inzuppata. / Lui allora brontola un po’, e poi dice alla sua vecchia: / « Anche per oggi, ho fatto giornata...»

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