lunedì 2 novembre 2009

Gonippo, il Dottor Fiorentini e i tempi dell’«Asiatica»

A proposito di rimedi e prevenzione dell’«influenza»

di Agide Vandini


A quanto pare, siamo già in piena psicosi da influenza. Stavolta è persino «suina» e dicono che ci sia da preoccuparsi più del solito. Pochi giorni fa, ad esempio, sono stato contattato al telefono da una gentile signorina che, per conto di un istituto specializzato in sondaggi d’opinione, mi ha dapprima severamente interrogato sull’uso che facciamo in famiglia di sconosciuti «detergenti a secco», poi mi ha chiesto con voce quasi sussurrata quanto fossi preoccupato (da 1 a 10) per l’imminente ondata in arrivo.

Lì per lì non ho saputo cosa rispondere, poi, mentre mi attestavo intorno ad un prudente punteggio intermedio, m’è venuto improvvisamente da sorridere, o meglio, da sghignazzare apertamente all’orecchio della sbigottita interlocutrice. Lei ha cambiato subito discorso, spiegandosi certamente la mia improvvisa ilarità coi maledetti rischi quotidiani del suo difficile mestiere. Certo non poteva sapere, né immaginare, dove fosse corsa la mia mente in quell’istante e neppure aveva idea di quel che successe qui a Filo nel lontano 1957 ai tempi dell’Asiatica, influenza, quella, assai terribile che finì per metterci a letto in parecchi, per diversi giorni e con febbri da cavallo.

Cosa c’è allora da ridere, dite voi? Beh, a me ha fatto venire in mente tutta un’ epoca filese, anzi, l’epoca che si può definire «aurea» dei Gonippo e dei suoi grandi amici bevitori dell’osteria, del mitico dutór Fiorentini, di tutto quanto, cioè, è legato a quegli inverni memorabili del ’56 e ‘57 cui ho dedicato, un paio d’anni fa, uno dei più divertenti racconti del mio ultimo libro[1].

Riportare qui tutto quanto ho narrato intorno all’«Asiatica» sarebbe troppo, ma credo valga la pena riprendere almeno qualcuno dei personaggi, amanti del vino e della bettola, tratteggiati in quelle pagine e soprattutto spiegare per sommi capi la storia che, ancora oggi, ci ricorda uno dei momenti d’oro delle osterie filesi.

I personaggi, va detto, erano parecchi, sicché qui devo limitarmi al buon Gonippo, accanito bevitore dell’epoca, e a qualche altro degno suo pari che conosceremo nei pochi brani che sto per riportare. Eccone un primo dedicato ai «viziati irrefrenabili» ispirati al motto l’è méj e’ vẹn fẹs ch’n’è l’aqua cêra (è meglio il vino denso dell’acqua limpida)»:


[…] a costoro giovani o vecchi che fossero, il vino scorreva nelle vene al punto che, all’osteria, anche di primo mattino, capitava di incontrarne qualcuno imbariégh com una ciöza (ubriaco come una chioccia), in preda insomma all’ubriacatura della chioccia dissetata col vino per farla smettere di covare.

Normalmente costoro non avevano l’abitudine di conversare ai tavoli dell’osteria, consumavano i loro liquidi al banco dove non assaporavano neppure ciò che veniva loro servito e si spostavano poi da un locale all’altro, in modo che nessuno potesse valutare la quantità complessiva di vino o liquore ingerito. Quanto vino avessero messo in corpo, traspariva tuttavia nel tempo da una pelle color del cocomero e da un naso quasi sempre acceso e lucido come una lampadina.

Uno di questi viziati, una vera e propria spugna chiamata Pulastrẹñ, vide piombare all’osteria parecchie volte la Cencia, ovvero la sua esasperatissima moglie, decisa a ritrovarlo con la ramazza fra le mani ed a farlo rientrare in casa a suon di urla, strepiti e ceffoni.

Gonippo era un suo degno compare. Si beveva mezzette di vino come bicchieri d’acqua fresca e diventava talvolta un pericolo per sé e per gli altri. Fu per questo che venne chiamato in soccorso il brigadiere, e questi ammonì più volte l’uomo, già molto anziano, intimandogli di desistere.

Un giorno, preoccupato per le sue condizioni e vista l’inefficacia delle raccomandazioni, lo minacciò così: «Guardi Gonippo che se vogliamo, possiamo provvedere con altri mezzi...».

Al che il bevitore, che aveva sempre i mezzi litri davanti agli occhi, si accese subito di entusiasmo: «E mẹ... A m bìv nènch qui... (Ed io, mi bevo anche quelli) »[2]


Gonippo peraltro, ex seminarista e spugna senza pari, dopo parecchi bicchieri non disdegnava neppure le citazioni letterarie (famoso il suo: altro è morir, altro è parlar di morte…)[3]. Aveva fama ben riposta fin dai tempi in cui scorazzava per le nostre contrade suonando il banjo con Gnani e con l’amico e clarinista Töpi. A quel tempo fu protagonista di un gustoso episodio di cui si raccontò parecchio in paese.



Era una bella orchestrina quella formata da Gnani, suonatore dilettante di violino e noto inventore dell’aperitivo che ancora oggi porta il suo nome[4]. Con lui si esibivano, all’epoca, due giovani compaesani: Töpi al clarino e Gonippo al banjo. Il gruppo musicale, ancora agli esordi, fu ingaggiato al teatro di Longastrino per l’accompagnamento di un film muto.

A quel tempo si aveva molta premura, in questi luoghi di intrattenimento, affinché i suonatori avessero il bicchiere sempre pieno ed a portata di mano. Quella volta però a Gnani, continuamente a bocca asciutta durante un film dai ritmi convulsi e difficile da accompagnare, parve che il tradizionale senso dell’ospitalità fosse stranamente venuto meno agli amici longastrinesi.

Alla fine del primo tempo se ne lamentò decisamente col proprietario: «Carlo», disse «Mo’ t’a n s dê miga mai da bé…(Non ci porti mica mai da bere…)»

La risposta del titolare invece lo imbarazzò: «Gnani mẹ a t’in purt sòbit, mo’ t séva pu ch’l’è bëla e’ šgònd buciòñ… (Gnani, te ne porto subito, ma sappi che è già ormai il secondo bottiglione…)».

Fu così che il violinista apprese come i suoi due furbeschi compari avessero già scolato, alla chetichella ed in meno di un’oretta, un bottiglione da due litri di vino.

Non se la prese però. Rifletté appena un po’ fra sé, ripensò ai temi musicali in cui aveva tanto faticato a farsi seguire dai compagni e tutto gli parve più chiaro: «Sö ‘ca mẹ alóra ch’a n’andimi briša in tẹmp cun e’ cino… (Per forza che non riuscivamo ad andare in tempo col film…) [5]»



Tratteggiato alla meglio il prode Gonippo, principe dei bevitori filesi che forse più di altri si fece onore ai tempi dell’«Asiatica», è tempo di raccontare fatti, misfatti e retroscena in cui ebbe gran parte il dutór Fiorentini di cara memoria, argentano trapiantato a Filo e innamorato di questo paese finché ebbe vita.



[…] quei tempi di «asiatica», qualcuno finì per ricordarli con infinito piacere, e per molto tempo. Sembrerà incredibile a chi legge, ma fu proprio così.

Tutto ebbe origine da una mezza facezia del dutór Fiorentini, nostro medico condotto ed uomo di grande umanità a cui non mancavano mai, né la vivacità, né il buon umore.

Quando nell’osteria gli fu chiesto come si poteva meglio prevenire questa terribile «asiatica», lui aveva alzato gli occhi dal tavolino del tressette, poi, sghignazzando fra sé e sé, aveva tranquillizzato i presenti nel suo dialetto argentano: «A n gh’è gninto da fër… Al màsum a s’a gh pöl bévar dria soquènt bichiren… (Non c’è nulla da fare… Al massimo, se proprio volete, ci si possono bere dietro alcuni bicchierini…)».

Lui a quel punto era tornato alla sua partita con una bella risata, ma per chi aveva dato ascolto a quella frase, ossia l’oste e i maggiori frequentatori del bancone, questo era puro balsamo per le loro orecchie o, forse ancor meglio, era quanto si poteva udire alle porte del paradiso.

In men che non si dica comparvero, negli scaffali di vetro alle spalle dell’oste, liquori di cui fino ad allora non si era neppure mai saputa l’esistenza, con appellativi che già riscaldavano i cuori: Fuoco di Russia, Acqua della steppa, Luna rossa, Latte di vecchia, Latte di giovane e via di questo passo.

Nelle case della gente comune, poi, si cominciò a preparare quasi ogni sera, sia a scopo preventivo che terapeutico, un fumante vin brulè, con buon vino rosso, qualche chiodo di garofano e molta cannella, una mistura che, se proprio non fece cessare il contagio, venne almeno ad allietare qualche cuore e ad alleggerire molte preoccupazioni.

Figuriamoci poi come la presero i nasi più rossi del paese… Persino degli squattrinati come Giurgiòñ e Marišo vollero abbondare nei nuovi liquori, tanto che, giunti davanti all’oste per la resa dei conti, senza una lira in tasca e con la mente piuttosto annebbiata, misero in scena questo storico dialogo:

«ét paghê, te? (Hai pagato tu?)»

«Mẹ no... (Io no…) »

«E alóra a n pégh gnëñca mẹ che acsẹ a n t fëgh briša fê brọta figura... (Allora non pago neppure io, così non ti faccio fare brutta figura…)».

Chi abbondò di più nel Fuoco di Russia e nell’Acqua della steppa, fu comunque in quei giorni il chiassoso Menotti. Si racconta che, finito in gattabuia per ubriachezza, fu praticamente tirato fuori dai suoi stessi amici che ne avevano udito dall’esterno alcune grida allarmanti.

Preoccupati, infatti, per il compagno di bevute, Gonippo e soci si accostarono poco a poco alla caserma dei carabinieri distante pochi passi dall’osteria e cominciarono a battere i pugni sul portone e sulle spesse mura, al di là delle quali si percepivano schiamazzi sempre più forti provenienti dall’amico imprigionato.

Un simile subbuglio davanti alla caserma fece subito accorrere la gente di Filo in massa, o per lo meno quella ancora sveglia che, a quell’ora tarda, circolava per il paese. Si formò in fretta un turbolenza di persone, una folla che, come si può immaginare, si convinse in fretta che il povero Menotti in gattabuia fosse oggetto di maltrattamenti, botte, torture o chissà quali altre pene corporali.

La verità per fortuna era ben altra. Era avvenuto che lui, ubriaco fradicio per colpa dell’«asiatica» e fedele appassionato d’opera lirica, non la smetteva praticamente più di intonare la romanza preferita, quella che, a suo dire, doveva tenere svegli i militi locali al grido di «Nessun dorma...».

Fatto sta che, o perché stufi delle grida moleste di Menotti, o per non dare pretesti a chi stava all’esterno, i carabinieri, avuta comprensione per le necessarie cure preventive dell’«influenza asiatica», decisero di rilasciare immediatamente il prigioniero.

Era ormai notte fonda quando Menotti, sorretto dagli amici, prese finalmente la strada di casa e tutto l’abitato di Filo, caserma compresa, poté tornare, per il resto della nottata, alla sua abituale tranquillità[6].



Si capirà ora, finalmente, perché mi è venuto da sorridere e sghignazzare… Detergenti a secco?… Vorrei proprio vederli adesso i Pulastrn, Mariso e Giurgiòñ, oppure, rispettando la rima, i Gonippo, Baréra e Sintòñ, alle prese con questi strani ritrovati postmoderni… E cosa suggeribbe, oggi, lo sbrigativo dutór Fiorentini per prevenire una così perniciosa influenza in arrivo? ... Detergenti a secco? Ma per carità…

Tornando infine alle vive raccomandazioni di questi giorni, a parte la strana idea di chiamare «suina» un’influenza da cui stare alla larga (un tempo non lontano si usavano termini delicati ed esotici come «Spagnola», «Cinese», «Asiatica», ecc.), una riflessione viene d’obbligo nello spirito del vecchio dutór che ora starà sorridendo da Lassù. Diciamolo pure senza timore, amici miei: dove sono finite le semplici e pratiche medicine di una volta?…



PICCOLA RASSEGNA FOTOGRAFICA (cliccare sulle foto per vederle ingrandite)

Un fantastico amarcord dell’osteria dei tempi andati e di amici che, purtroppo, ci hanno lasciato da anni (E.Checcoli, Il filo della memoria, Prato, Ed.Consumatori, 2002, p. 304). Da sinistra: Nino Gennari (di’ Frëb), che sta parlando al fotografo, poi il mitico Méto Tirapani, col fazzoletto rosso al collo, intorno al quale ho scritto alcune delle mie ( e sue) storie più belle, al centro e con gli occhiali scuri, il maestro Angelo Rossi (Lino d Rös, per gli amici Pigrìz), fedele tifoso bolognese, vestito di scuro il nostro dutór, ossia l’impareggiabile Franco Fiorentini in mezzo alla gente filese che amava così tanto e da cui era ampiamente riamato, infine, con le carte in mano, Luciano Salvatori (Cianì d Ramo), l’unico della combriccola ancora vivente, già gestore del cosiddetto «Bar Centrale», un tempo ancor più lontano, semplicemente, l’ustarìa dla Bianca.



Gonippo è il secondo da destra e l’unico col cappello in questa foto fine anni ’40 (Collezione Gianni Principale). Da sinistra: Aldina Bolognesi che regge in braccio la figlia Luciana Belletti, indi, Maria Geminiani, Augea Vandini, Alfeo Vandini (Gambòñ), Gonippo Squarzoni e Giuliana Geminiani. Non identificata la bimba in piedi.




[1] L’«Asiatica» e gli inverni del ’56 e ’57 in A.Vandini, La valle che non c’è più, Faenza, Edit, 2006, pp. 61-66.

[2] Ibidem, pp.29-30.

[3] E’ una massima che riassume ancora bene l’antica storiella latina di cui qui riporto la traduzione: « Un vecchio, giunto ormai all'estremo periodo della sua vita, logorato dalla povertà, era arrivato una volta in un bosco, per raccogliere rami secchi d’albero, allo scopo di accendere un fuoco in casa e di cucinarsi un po' di cibo. Ma la fatica del raccogliere e del camminare senza interruzione attraverso il bosco aveva duramente affaticato il vecchio; già si avvicinava la sera e quello, sostenendo sulle spalle una pesante fascina di rami secchi, a lento passo si dirigeva verso casa. Il cammino era arduo, intollerabile il peso dei rami: e ormai il vecchio disperava di tornare a casa. Si sedette dunque su un sasso e, dopo aver deposto la fascina, emettendo dolorosi lamenti dal profondo del suo petto, si doleva da solo dei dolori della sua vita, e, maledicendo gli infelici affanni della vecchiaia, cominciò ad invocare ad alta voce la morte perchè lo liberasse da tutti i mali. Subito la morte gli venne davanti: mi hai evocato? E aggiunse: “ben volentieri ti concedo ciò che chiedi”. Il vecchio sbigottito, dimentico delle tribolazioni e delle fatiche, senza alcun indugio rispose: “ti dico grazie amica, scelgo solo questo: metterò questa fascina di rami sulle mie spalle un’altra volta…». Non sempre, tuttavia le battute di Gonippo tendevano al classico. Bruno Foletti (Falco) ricorda ancora un trèb in cui, sollecitato ad uno sfoggio di cultura coi fumi del vino già piuttosto densi, Gonippo improvvisò: «Mẹ adès, a srẹb bòñ d magnêm infẹna una tupinéra… (io in questo momento sarei persino capace di mangiarmi una talpa…)». Bacco, evidentemente, non sempre era in grado di fornire profonda ispirazione…

[4] La foto di Gnani (Dalle Vacche D’Artagnan) assieme ai bu d Pascva è stata pubblicata in questo blog poche settimane fa (3.10.2009, Bellezze filesi mozzafiato…). Chi volesse gustarsi il suo famoso aperitivo, può farlo facilmente dosando, pressoché in parti uguali: Aperol, Biancosarti e Bitter.

[5] Ibidem, p. 70.

[6] Ibidem, pp. 65-66.

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