giovedì 12 novembre 2009

Ricordando il tempo delle bietole…

E il vecchio zuccherificio di San Biagio d’Argenta

di Agide Vandini


Son parecchi anni ormai che non si fabbrica più zucchero a San Biagio di Argenta, nello stabilimento a pochi passi dal mio paese, eppure non c’è volta che, giunto in fondo alla rampa della Bastia, io non giri la testa verso l'ampio piazzale che immetteva al grande complesso dell’Eridania, preso dal ricordo dei brevi trascorsi lavorativi e sempre più incredulo davanti al silenzio innaturale di un luogo un tempo così operoso.

Le mie brevi esperienze allo zuccherificio risalgono ormai ai primi anni ’60, quando la campagna filese e tutto il territorio limitrofo erano in prevalenza coltivati a barbabietola e l’Eridania utilizzava molto personale avventizio nell’attività di trasformazione che si concentrava fra metà agosto e fine settembre. Per un giovane studentello come me «fare la campagna saccarifera» d’estate, durante le vacanze, era un’opportunità da non perdere. Significava dare, con quei due mesi scarsi di paga, un contributo importante alla famiglia in grado di ridurre finalmente il costo dei miei studi, un sacrificio all’epoca piuttosto gravoso.

Fin dall’anteguerra l’Eridania aveva costruito nel territorio capaci e moderni stabilimenti, considerata l’abbondanza di bietole e la valida e disponibile manodopera. A San Biagio era stata addirittura predisposta una lunga derivazione ferroviaria dalla stazione allo stabilimento, opera importante e costosa che dava di per sé un’impressione di efficienza e di razionalità fuori dal comune.

I salariati fissi di Bando e di San Biagio erano, per la verità, poche decine, ma col reclutamento estivo le fabbriche si riempivano letteralmente di persone. All’apertura della campagna il piazzale diventiva tutto un pullulare di carri e rimorchi e, nei cambi di turno, un continuo viavai di persone da e verso gli ingressi fra le quali tanti giovani avventizi che in quei due mesi stavano alle direttive degli operai in organico permanente a cui spettavano di diritto le mansioni e le funzioni di capi-reparto o capi-turno.

I più fortunati erano aggregati al laboratorio chimico, ove si raccoglievano e si analizzavano ad ogni ora del giorno campioni di vario genere, ma molti, come me, studenti in materie di poca utilità pratica in uno zuccherificio, andavano invece ad integrare la forza lavoro produttiva e perciò adibiti ai lavori più umili, talvolta faticosi e pericolosi.

Ero felicissimo comunque quando, compiuti i sedici anni, riuscii a farmi assumere per due campagne saccarifere consecutive (1962 e 1963) durante le quali lavorai come fuochista e inserviente alle gigantesche caldaie dello stabilimento, sotto le direttive di capi-reparto che rispondevano ai nomi e soprannomi di Bẹsca, Giuanàz e Taddeo, tre ottime persone che ricordo ancora con molto affetto e gratitudine: operosissimo il primo, mite e simpaticissimo il secondo, allegro, estroverso e bonaccione il terzo. Avevano grande attaccamento al lavoro, profondo rispetto per la loro fabbrica e i compagni degli altri reparti, nonché per i preziosi macchinari tenuti sempre con la massima cura. Era un amore e un rispetto che trasmettevano con facilità anche al personale avventizio.

Non posso dire che quel lavoro mi gratificasse, anzi, lo trovavo talmente monotono e noioso che le otto ore filate non mi passavano mai. Di notte poi, tenere gli occhi aperti non era facile. Sostituiti e puliti i bruciatori, lavoro delicato che richiedeva molta attenzione ma che si esauriva in un’ora di tempo, era poi tutto un cercare rimedi contro il sonno. La crisi veniva sempre verso le quattro del mattino, quando si comiciava a camminare freneticamente, ed a passare di continuo sotto i rubinetti d’acqua fresca.

Il mio compito di base, peraltro, era quello di fissare in continuazione il manometro che stava all’altezza di alcuni metri e lo si controllava da tutta l’ampia sala. Dovevo regolare tramite un volante apposito la spinta del combustibile in modo che la lancetta stazionasse a ridosso delle 20 atmosfere senza superarle mai. In questo malaugurato caso avrebbero “soffiato le valvole”, ossia si sarebbe messo in moto il meccanismo previsto per la pressione eccessiva del vapore che avrebbe potuto far scoppiare le enormi caldaie.

Quando lo zelante Bẹsca mi spiegò il delicato compito, ebbe cura di impressionarmi per bene, e ci tenne a raccontarmi come le caldaie ad Sanbiëši fossero già scoppiate tragicamente un’altra volta, appena dopo la guerra, quando, purtroppo, si verificò una pressione superiore al dovuto. A quell’epoca le caldaie dello stabilimento erano cinque, più piccole e a carbone, certo anche meno sicure delle due imponenti colonne in laterizio in cui operavamo, grandi caldaie alimentate a nafta e costruite con maggiore oculatezza dopo la disgrazia di cui fu vittima il capo - reparto di allora, un filese di nome Orlando Gennari.

Va da sé che di quella tragedia sul lavoro, sentii parlare spesso in quelle due campagne, ma l’episodio era più che altro ricordato come monito ai giovani senza entrare in troppi particolari. Di quella vicenda drammatica, lontana e dolorosa, forse si preferiva, da parte di chi l’aveva vissuta, non rinnovare il dolore. Sono perciò grato a Vanni Geminiani, che mi ha procurato in questi giorni le trascrizioni di alcuni articoli d’epoca. Li metto volentieri a disposizione qui in appendice. Sono cronache da cui emergono aspetti che mi erano sconosciuti e che documentano fedelmente il sacrificio ed il comportamento eroico del povero Orlando d Figiòn, allora quarantacinquenne, marito di Fedelina Vandini, mia lontana parente.

Quelle ore in fabbrica furono, per tanti versi, molto istruttive e formative per un giovanotto e per uno studente come me. La «fabbrica» e la disciplina lavorativa vissuta in estate ci riempivano d’orgoglio, al punto da ricordarla spesso nei racconti agli altri compagni che affollavano ogni giorno i treni per studenti nella tratta San Biagio-Ferrara. Fu una molla importante, un modo di maturare più in fretta e di diventare adulti, di capire meglio l’importanza dello studio e della sua necessità per elevarsi nella scala sociale e professionale.

Tornare con la mente all’epoca delle “bietole” e dello zuccherificio significa però anche, per un filese come me, ricordare il modo singolare attraverso il quale si finanziava la società sportiva locale, all’epoca ancora chiamata «Circolo Sportivo Culturale». Le contribuzioni in denaro, infatti, erano in quei tempi di poca bajucaia per tutti, difficili da ottenere; in natura, invece, al tempo delle bietole, veniva più facile trovare adesioni. Fu così che si trovò un modo intelligente per raggiungere lo scopo.

Un paio di domeniche mattina di fine estate i dirigenti e gli atleti del CSC Filo si mobilitavano, si procuravano un trattore ed un carro agricolo, poi, u s’andéva a biédul, si faceva insomma con coraggio e pazienza il giro dei contadini. Quando i nostri paesani vedevano arrivare il carro schiamazzante e pieno di giovani operosi, indicavano il mucchietto di bietole che intendevano offrire, quasi sempre già pronto per noi. Anche chi aveva già consegnato il prodotto allo zuccherificio si teneva premurosamente un mucchietto pr i Spurtìv a cui non voleva far mancare l’obolo. A volte, se si tardava nella raccolta, ci si sentiva anche rimbrottare più o meno così: A géva ch’a n gnivi piọ… (temevo quasi che non veniste più…).

Le bietole del rimorchio venivano mano a mano conferite allo zuccherificio a nostro nome e il ricavato, grazie alle capacità organizzative dei giovani e alla straordinaria generosità dei contadini filesi, fu sempre assai congruo, tale per lo meno da consentire per anni il regolare svolgimento dei campionati, persino nelle più alte categorie dilettanti dell’epoca.

Vecchie abitudini, vecchi modi di pensare e di agire di un paese, si dirà, con un DNA particolare, iniziative che si sono irrimediabilmente perse con la chiusura delle fabbriche vicine e col variare delle colture agricole. A ciò, sarebbe sciocco non vederlo, si sono inevitabilmente aggiunti quei cambiamenti di costume dovuti al passaggio ad una economia più industrializzata e votata al consumismo. Nel nuovo scenario e modello, che ha rapidamente sostituito il precedente, c’è meno posto per le iniziative di solidarietà all’interno delle comunità locali, mentre il cittadino-consumatore pone la sua attenzione altrove, pensa in grande e, preso nella morsa di problemi nazionali e planetari, fatica anche a capire perché muoiono poco a poco le cose piccole di casa sua.

A tutto questo, e a quanto si rivelino a volte effimere cose, opere, abitudini, comportamenti che apparirebbero eterni, fa oggi pensare la vista dei vecchi edifici dell’ex zuccherificio di San Biagio, vestigia silenziose di un passato che va ricordato con rispetto e, magari, per chi ha un po’ di capelli bianchi come me, con una punta di rimpianto e di malinconia.


Una vecchia cartolina con lo stabilimento in fase di costruzione



Corriere del Po,

mercoledi 28 agosto 1946


IERI SERA A SAN BIAGIO DI ARGENTA

Esplosa una caldaia dello Zuccherificio. Per salvare i compagni il capo macchinista rimane solo sul luogo del pericolo e viene gravemente ustionato - La lavorazione è seriamente compromessa.


Alle ore 20,30 circa è scoppiata una caldaia dello zuccherificio Eridania di San Biagio d'Argenta. L'incidente, che avrebbe potuto causare la morte a diverse persone ha prodotto gravissime ustioni soltanto ad un operaio, il disgraziato è un certo Orlando Gennari da Filo d'Argenta, capo macchinista.

I danni sono incalcolabili. Non si conoscono ancora le cause dello scoppio. Dai primi affrettati commenti che abbiamo udito, sembra trattarsi di acqua melmosa che sarebbe entrata nella caldaia. Il deposito di tasso che si sarebbe formato sul fondo avrebbe impedito all'acqua di stare a contatto della caldaia di modo che, essendo aumentato il calore oltre il normale, la temperatura avrebbe causato l'abbassamento del forno e quindi lo scoppio.

Il fuochista Bucchi, da noi interrogato pochi minuti dopo il disastro, ci ha detto che lui stesso mentre stava aggiungendo carbone, aveva notato il forno abbassato e che continuava ad abbassarsi visibilmente. Diede subito l'allarme. Il capo fuochista si precipitò a verificare e, constatata la cosa dette ordine agli operai di mettersi al sicuro. Si arrampicò su per una scala onde isolare la caldaia, ma prima che l'operazione fosse compiuta un cupo boato, udito a parecchi chilometri di distanza, segnò l'inizio della catastrofe. Una immensa nuvola di vapore acqueo e di fumo, avvolse completamente lo zuccherificio e per alcuni minuti, a noi, che eravamo a poche decine di metri, sembrò che dei cento operai che lavoravano nello zuccherificio, non ne dovesse uscire vivo uno solo.

Abbiamo notato il direttore ed i tecnici precipitarsi tra i primi nella sala delle caldaie, quando ancora esisteva il pericolo dello scoppio delle altre.

Anche il sindaco di Argenta, arrivato poco dopo sul posto, si è interessato vivamente dell'incidente.

Nel momento in cui telefoniamo, si tenta di mettere sotto pressione le altre caldaie onde salvare almeno i prodotti in lavorazione, poichè se dovessero raffreddarsi nelle tubazioni e nelle casse metalliche, per quest'anno non sarebbe più possibile continuare la campagna.

La popolazione di San Biagio e dei paesi circonvicini è vivamente addolorata per la disgrazia del Gennari e per il lavoro che verrebbe a mancare.



Corriere del Po,

giovedi 29 agosto 1946


Eroismo civile del capo macchinista

dello zuccherificio di San Biagio

E' morto per la salvezza

dei compagni di lavoro


E' morto nelle prime ore di ieri mattina, fra inaudite sofferenze, Orlando Gennari, capo macchinista dello Zuccherificio Eridania di San Biagio.

Il Gennari - come abbiamo narrato ieri - si era accorto che una delle caldaie dello stabilimento, per cause ancora imprecisate, stava per saltare e, dopo aver ordinato ai compagni di lavoro di mettersi al sicuro, si lanciava su per una scala che porta sulla caldaia per tentare di evitare il disastro, ma lo scoppio lo sorprendeva mentre stava operando e una fuga violenta di vapore bollente lo scaraventava a molti metri di distanza.

Il sacrificio della vittima del dovere se non è valso a salvare lo zuccherificio, che probabilmente non potrà più continuare la campagna, ha contribuito però a salvare la vita a molti altri lavoratori.

Gli operai e le maestranze dello Zuccherificio renderanno i meritati onori alla vittima del dovere, che lascia la moglie e due figli ancora giovani.

Il nostro giornale partecipa con animo addolorato al grave lutto che ha colpito la famiglia di un onesto lavoratore e le maestranze tutte dello Zuccherificio.

Nell'esternare le più sentite condoglianze, additiamo ad esempio ai lavoratori italiani la meravigliosa figura di Gennari, che con il suo generoso atto di eroico altruismo ha potuto limitare le proporzioni di quella che poteva essere una grave catastrofe.



Orlando Gennari


Corriere del Po,

venerdi 30 agosto 1946


La sciagura di S. Biagio d'Argenta

Imponenti funerali

all'eroica vittima del dovere


Nel pomeriggio di ieri hanno avuto luogo a S. Biagio d'Argenta i funerali dell'eroico capomacchine del locale zuccherificio, perito, com'è noto, in seguito allo scoppio di una caldaia che egli, con altissimo senso d'altruismo aveva tentato di impedire all'ultimo momento, dopo aver fatto allontanare tutti i compagni di lavoro.

La manifestazione è stata imponente. Tutte le maestranze, la direzione e i tecnici dello stabilimento e la popolazione tutta hanno voluto rendere le estreme onoranze a Orlando Gennari, eroica vittima del dovere. I Partiti comunista e socialista, la Camera del Lavoro, il Sindacato Zuccherieri e una rappresentanza degli industriali erano presenti con corone di fiori e con bandiere.

I funerali si sono svolti a spese della Direzione dello zuccherificio.

Il danno riportato dallo stabilimento che in un primo momento sembrava irreparabile, è apparso invece di minore, ancor benchè grave entità; e di questo il merito principale è dei tecnici e delle maestranze che si sono prodigati per isolare le altre caldaie e per evitare il raffreddamento dei sughi e dei melassi entro le tubazioni e le casse. Segnaliamo il comportamento dell'ing. Pizzi, direttore dello stabilimento, dei tecnici Telloli e Benetti e degli altri che appena avvenuto lo scoppio si precipitavano nella sala caldaie incuranti del pericolo ancora sovrastante.

Al di sopra di ogni elogio poi è stato il contegno dei fuochisti, che dopo meno di sessanta minuti, consci della gravità della situazione per lo zuccherificio che per il raffreddamento del materiale non avrebbe più essere in grado di lavorare, non esistarono a gettare immediatamente il carbone nei forni.

Veniamo informati che lo zuccherificio sarà in grado di riprendere la lavorazione domenica o lunedi, grazie ad un trasformatore capace di utilizzare l'alta tensione della «Padana» per il periodo in cui le caldaie non potranno essere utilizzate, che ha permesso di mantenere in movimento il materiale semilavorato.


3 commenti:

antonina ha detto...

Che bei ricordi, i miei risalgono al 1964, quando mio padre da poco emigrato, riceveva in consegna le terre appena bonificate.La prima semina le barbabietole da zucchero.Che profumo si spandeva nell'aria, dopo aver tagliato le foglie e accatastato tutte le bietole.Poi si aspettava il trattore che portava il tutto allo zuccherificio.Oggi quasi tutti i giovani non sanno i sacrifici e il duro lavoro che c'era una volta nella raccolta delle bietole.La vita una volta poteva essere più dura e fatta di sacrifici ma era una vita fatta di vita...Agide questo tuffo nel passato è vita x il presente..

Orlanda ha detto...

Sono Orlanda Gennari, la nipote, figlia di Efrem (Faro), le sono grata per questo piacevole ricordo.

Lucilla ha detto...

Sono Lucilla, nipote e sorella di Orlanda.Fa piacere leggere ciò che ci è stato raccontato tante volte.Grazie Agide.