mercoledì 2 gennaio 2008

Tör e zentratach… (ovvero: Torri e Centravanti…)




Agide Vandini, grande appassionato di calcio e tifoso rossoblu, partecipa da anni col nickname di «Filese» al forum del sito www.forumrossoblu.org, e scrive di tanto in tanto corsivi di contenuto storico-folclorico dal tono scherzoso, dedicati all’attualità della sua squadra del cuore. Questo è il terzo pezzo per il «Mondo del Filese» e per i tanti amici che, in paese come in ogni parte del globo, seguono con amore e con passione le vicende del glorioso Bologna.

In questo nostro paese, di santi, di navigatori e di poeti, di lotte per il potere, di grandi strateghi e tattici sopraffini, non albergano più sagaci ed ambiziosi intelletti come quei signorotti bolognesi che nel lontano Medioevo, davanti alle insidie ed alle opportunità di tipo militare dell’epoca, costruirono in città una caterva di torri altissime; albergano però tifoserie calcistiche di radicata cultura quale quella rossoblu, dal palato fine e dai gusti calcistici assai caratterizzati che, al di là di ogni estemporaneo risultato o classifica, ambisce ad una squadra con un suo solido, possente punto di riferimento davanti; insomma: un pilone, un gonfalone, un ariete, un zentratach come Dio comanda, capace, con la sua sola presenza in area nemica, di far tremare portieri e reti avversarie.

Le innumerevoli torri di Bologna (pare intorno ad un centinaio), strutture con funzione sia militare che gentilizia, furono innalzate in un lungo arco di anni, tra il XII ed il XIII secolo. Le ragioni della costruzione di tante torri non appaiono ancora del tutto chiare, ma si pensa che le famiglie più ricche, nel periodo di lotta per le investiture filo-imperiali e filo-papali, le utilizzassero come strumento di offesa e/o di difesa e come simbolo di potere. Possedere una torre, oltre che vantaggioso ai fini politici era evidentemente per una famiglia patrizia bolognese uno status-symbol irrinunciabile. Molte torri furono poi mozzate o demolite, altre crollarono, ed in epoche successive esse furono utilizzate in diversi modi: carceri, torri civiche, negozi, abitazioni. Le ultime demolizioni avvennero nel XX secolo (1917), quando caddero le Artenisi e Riccadonna, torri che sorgevano nel «Mercato di mezzo» nei pressi dell’Asinelli e della Garisenda.

Intorno alle torri bolognesi, cantate dai maggiori poeti italiani, non sono mai mancate storie e leggende e fra queste una racconta addirittura di una torre mobile, o forse di una formidabile operazione di ingegneria, immortalata in una vecchia lapide al numero 84 di Strada Maggiore: «Nell’anno 1455 Aristotele Fioravanti bolognese, con nuovo ardimento qui trasportò intatta, per ispazio di più di 13 metri, la torre di S.Maria della Magione, alta 25 metri, che fu demolita nel 1825». Questa incredibile torre pare sorgesse isolata in mezzo alla strada e che il geniale Fioravanti sia riuscito per questo a trasportarla - così si dice - tenendola diritta, con la campana in posizione, dal posto in cui era fino al nuovo, e tutto questo facendola scorrere sopra cilindri cerchiati di ferro, posti a loro volta su grossissimi abeti.

Con questi precedenti, con queste fondamenta nella storia, pare perciò palese la constatazione che sta sotto agli occhi di noi moderni: la passione e l’alta considerazione per torri di ogni genere, per torri che camminano, per torri in calzoncini con funzioni di zentratach che sconvolgano e disorientino le difese avversarie sono, in definitiva, a queste latitudini, un tutt’uno e fanno ormai parte del DNA del cittadino, tanto più se ha il rossoblu nel cuore. E’ un classico, un cult, un sillogismo senza il quale l’immagine, l’essenza e lo spirito del bolognese non sarebbero mai più gli stessi.

Non per niente le vicende di un club glorioso come il BFC 1909 potrebbero raccontarsi molto semplicemente titolandone i capisaldi storici più o meno così: «da Schiavio a Puricelli», «da Cappello a Pivatelli» e poi «da Vinicio a Dondolo Nielsen», «da Savoldi a Chiodi» fino al capitolo più recente «da Andersson a Julio Cruz», ultimi veri possenti zentratach in grado di lasciar traccia di sé nella città delle Cento Torri.

Sono considerazioni queste che dovrebbero essere tenute ben presenti in questo momento di calcio-mercato invernale dai capi, dirigenti e allenatore del Bologna, di una squadra che è sì in testa alla classifica, che ha nello spumeggiante Marazzina di questi mesi un furbo ed abile realizzatore, che è davvero un pugno d’uomini ben guidato che si sta meritoriamente battendo in un campionato, ma è altrettanto vero che, da troppi anni ormai, non ha più trovato quel simbolo, quel moltiplicatore di orgoglio che entri nel cuore della gente, quella torre da area di rigore avversaria che Bologna ama e forse desidera più di ogni altra cosa, convinta com’è che in tal modo si debbano potenziare le forze e seminare ancora più panico fra gli agguerritissimi avversari.

Se non si è ancora capito, in questo frangente, se rafforzamento ci deve essere, per il bolognese ci vuole un signor zentratach oppure niente, non si pensi di ingaggiare qualcuno che, come dimostrano alcuni recenti tentativi, lo sembri soltanto. Insomma ci vorrebbe finalmente uno con la statura, con la forza ed il coraggio adeguati in modo che “torre alla bolognese” lo sia davvero, mica un semplice lasagnone, o un “San Carlone” qualsiasi (cun bon rispet…) i cui miracoli fasulli furono già a suo tempo berciati con qualche irriverenza dal vate romagnolo Olindo Guerrini.

Forse vale la pena rileggere i divertentissimi versi che scrisse durante il suo noto Viaz in bicicletta fatto ad inizio Novecento. Eccone, per la gioia degli amatori, la mia trascrizione:

Arona (San Carlone)

A la veta d’un mont, dsóra d’Aróna

U j è una stetua d’ram, quela d’un sant

Ch’l’è San Carlon, ch’l’à, coma un elefant,

Una statura porca buzaróna.


Ste sant l’è vut in tota la parsóna

Mo’ una schêla a pirul tra al pigh de’ mant,

La cundus int la panza de’ zigant

Pr e’ bus d’un tafanëri ch’un coióna.


Non us scapéva la pesa e u ngn éra chés

D’truvê un vigliach d’un pisadur invel,

E icsè aj pisèsum zo pr i bus de’ nes.


S’ël mai vest un miràcol com è quel

D’un sant sanza zarvêl - sit parsuês -

Che par pisê l’adrôva i du nasĕl?

Arona (San Carlone)

In vetta ad un monte, sopra Arona

C’è una statua di rame, quella di un santo

Che è San Carlone, che ha, come un elefante,

Una statura fuori di ogni misura.


Questo santo è svuotato in tutta la persona

Ma una scala a pioli, tra le pieghe del mantello,

Conduce dentro la pancia del gigante

Tramite un pertugio sicuro del posteriore.


A noi scappava da orinare e non c’era modo

Di trovare un pisciatoio da nessuna parte,

Così fummo costretti ad usare i buchi del naso.


S’è mai visto un miracolo come quello

Di un santo senza cervello – sei persuaso... –

che per far pipì usa le narici?

Parliamoci chiaro fra bolognesi, conterranei di Aristotele Fioravanti e che di torri se ne intendono: stavôlta, o bon o gninta

Il Filese, 2 gennaio 2008

Nelle illustrazioni:

- Una ricostruzione fantastica della Bologna medievale.

- La gigantesca statua detta del «San Carlone» ad Arona sul Lago Maggiore.

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