Gli «Amarcord» di
un partigiano filese (I)
di Giovanni Pulini[1]
[Edizione
e Note a cura di Agide Vandini]
Giovanni Pulini (1926-vivente)
|
Caro Agide,
nella nostra
telefonata di qualche giorno fa mi ha fatto tanto piacere sentire che Filo
coltiva sempre la memoria della Resistenza, com’è giusto che sia. Del resto tu
ben sai il contributo dato dal nostro paese alla Libertà e te ne do merito. Ti
mando, qui unito, un mio amarcord con
foto ed altri seguiranno.
Saluti a te e
famiglia.
Giovanni.
Bologna, maggio 2014 |
Il bando della Repubblica di Salò
(Dono di
G.Pulini alla sez. ANPI di Filo)
|
Raccontare della Resistenza oggi
Ritornare con la
mente alla Resistenza e a certi suoi aspetti, a molti anni di distanza da quel
tragico periodo, può apparire incomprensibile a chi a quel tempo non era ancora
nato. E’ facile pensare ad una qualche forma di «nostalgia», ma voglio
assicurare che non è così, anzi. Per quanto mi riguarda, forse non ho ancora
metabolizzato fino in fondo quei trascorsi nonostante siano passati settant’anni.
Questi miei amarcord vorrei rivolgerli in
particolare a coloro che non erano ancora nati e a quelli che la Resistenza l’hanno
letta sui libri o sui giornali dove spesso si è raccontato quel momento storico
secondo convenienza. Uso la parola «convenienza» perché è doveroso dire in
prima battuta che è stata una guerra fratricida, e proprio per questo motivo
molte versioni sono state date in maniera piuttosto falsata.
Vorrei, con alcune
memorie di vita vissuta, spiegare al lettore a modo mio chi erano i partigiani.
E in qualche modo perché erano partigiani. Non ho la pretesa di scrivere un
testo storico; i miei racconti sono forse poca cosa, niente più che testimonianze
personali di quel periodo.
Come diventai «partigiano»
Nella primavera
del 1944 il ministro della Guerra della Repubblica di Salò era il generale
Graziani e decretò un bando di arruolamento ove era incluso anche il mio anno
di nascita; il bando, dopo avere descritto le modalità di presentazione, diceva
pressappoco che chiunque non si fosse presentato entro i termini prestabiliti,
se catturato, sarebbe stato fucilato sul posto.
Io mi diedi alla macchia, sfamandomi grazie alla
generosità dalle famiglie della zona. Dopo un breve periodo di latitanza, un
uomo della Resistenza, mi chiese di partecipare ad un’azione; la mia adesione
fu immediata; ero consapevole che si sarebbe trattato di un’azione di guerra. Divenni
«Condor» e fui assegnato ai servizi logistici come partigiano di quella che poi
diventò la 35a Brigata Mario Babini operante nell'Argentano e nelle valli di
Comacchio. Comandante di brigata diventò Antonio Meluschi, «il Dottore».
Il teatro della guerriglia
comprendeva il terreno bonificato del nostro territorio che nell’autunno di quello
stesso anno i tedeschi avevano allagato creando uno specchio d'acqua enorme;
tutte le case della bonifica erano rimaste parzialmente sommerse formando una «zona
franca». Mi sono poi documentato nel dopoguerra per conoscere il numero dei
partigiani presenti in questa valle: le diverse formazioni che vi facevano capo
contavano circa un migliaio di combattenti.
La gran parte di costoro non aveva mai
superato la terza elementare, molti erano analfabeti, non sapevano fare neppure
la loro firma; il settanta per cento erano mezzadri o braccianti di miserevole condizione
familiare, in pratica: gli ultimi nella scala sociale.
Cecco e la Riforma Agraria
Sull’esperienza
della vita alla macchia e su alcuni suoi protagonisti, vorrei soffermarmi un momento perché trovo che questa sia la
parte più genuina della Resistenza.
Per i compiti
che mi erano stati affidati avevo modo di frequentare e talvolta pernottare nelle case allagate, dov’erano presenti i
distaccamenti. Lì c’era spesso scambio di idee, si veniva a contatto con le
esperienze di vita dei compagni di armi e di lotta. Il partigiano del resto,
nei momenti di relativa calma, aveva bisogno di raccontarsi e la maggior parte
delle volte si trattava di racconti tristi che riguardavano la famiglia con la
quale ogni contatto era perduto; sentiva il bisogno di parlarne come se questo
avesse potuto avvicinargliela e di togliersi di dosso, tramite l’esternazione, la
tensione accumulata durante la giornata.
Una sera arrivai
in una di queste case per il trasbordo di un pilota americano, al momento impedito
da un’improvvisa burrasca. Dovetti così pernottare in quella base, dove una
decina di partigiani erano impegnati in una discussione accanita. Il giorno
stesso una staffetta aveva portato un foglietto ciclostilato che ci era
familiare: L’Unità. Il giornale conteneva
un po’di tutto, ma quel giorno spiegava la riforma agraria da farsi nel
dopoguerra. Era un argomento assai sentito nel gruppo, composto da braccianti e
contadini che sull’argomento erano portatori di istanze ben vive da un paio di
generazioni.
Dopo un po’ la
discussione si smorzò e ognuno si preparò il letto sul fieno. Vicino a me prese
posto un partigiano non più piovane. Parlava a singhiozzo e quasi sillabando mi
disse:
«Mi chiamo Cecco e non sono mai andato a scuola. Se,
finita la guerra, si potrà fare quello che dice il giornale, a me va bene».
A quelle parole,
dette in quel modo smozzicato e da un balbuziente, a stento trattenni la risata,
anche perché erano rari i momenti di allegria. Girai perciò la testa altrove, mentre
Cecco aggiungeva: «Fare il contadino
è un lavoro faticoso, ma la fatica più pesante è sopportare le pretese del padrone
e le umiliazioni che ti butta addosso». Mi raccontò allora che la sua famiglia
era composta da venti persone, e che ognuno di loro aveva una specifica
mansione. Lui curava gli animali, era l’uomo della stalla aiutato di tanto in
tanto dal padre già anziano. Questi si chiamava Gianetto, era il capofamiglia e teneva i rapporti col padrone. In
Romagna chi ha questo incarico viene chiamato L'Azdór.
Cecco mi spiegò che i conti si facevano una
volta l'anno, il padrone vendeva il prodotto del podere senza mai interpellare Gianetto il quale saltuariamente andava
a prendere acconti di denaro per provvedere al sostentamento della famiglia. Un
giorno, dopo che era stato venduto il grano, Gianetto, con la famiglia allo stremo, era andato a chiedere un
acconto al padrone, ma si era si sentito rispondere, con fare quasi beffardo:
«Non ti posso dare niente perché non ho ancora incassato…».
Poi, Cecco, superato il momento di emozione,
tornò sulla questione della riforma agraria: «Tu credi che ci diano la terra?
Io non vedo l’ora, perché ho un paio di soddisfazioni da togliermi, ho subito parecchie
umiliazioni che da tempo mi stanno sul gozzo». Seppi un mese dopo che era morto
nello scontro con una pattuglia tedesca. Era morto per la libertà di tutti,
anche per quella di chi, a quel tempo al calduccio e fuori dai pericoli, aveva
negato l'acconto a Gianetto.
Delves, contadino e barcaiolo
Nell’estate del
’44 avvenne un altro episodio significativo. Durante un rastrellamento, io ed
altri tre partigiani pensammo di nasconderci dentro un campo di girasoli. Era
il mese di agosto ed il caldo era soffocante, non avevamo acqua per bere.
Uno dei compagni
disse: «Quando penso che nel cortile di casa mia c'è una fontana dove sgorga
acqua senza mai fermarsi, mi sembra di impazzire». Si chiamava Delves. Raccontò che era contadino ed
aveva una numerosa famiglia. Il terreno che lavoravano era di una grande società
e questa aveva affidato la direzione locale ad un fattore che si spostava in
calesse a tutte le ore.
«Quando andavamo
a tavola per mangiare dovevamo mettere una vedetta» mi disse «Se si vedeva arrivare il fattore,
si doveva sgombrare la tavola, poiché mangiare in sua presenza era considerata
una mancanza di rispetto nei suoi confronti. Perciò, per evitare un umiliante
richiamo, noi mettevamo la vedetta…».
Il contadino Delves era diventato partigiano
barcaiolo, proprio come me.
Un giorno,
mentre portava viveri ad un distaccamento, un aereo sfrecciò a pelo d'acqua e
lo mitragliò; il corpo di Delves fu
trovato nel dopoguerra allorché venne prosciugata nuovamente la bonifica. Non
poté perciò, il valoroso partigiano, vedere la fine di quella tragedia immane
che da sempre è la guerra; come del resto molti altri che a quel tempo hanno
speso la loro giovane età, sorretti dalla speranza di scrollarsi di dosso la
perenne miseria e l’umiliante sudditanza che li perseguitava.
Purtroppo, quando
la guerra finì, molte cose rimasero come prima e il peso della ricostruzione toccò sempre agli
stessi, a quelli cioè che sono da sempre sull’ultimo gradino della scala
sociale, ai tanti mai andati a scuola, a coloro che non avevano mai avuto un
diritto, a quegli ultimi della classe che, però, avevano sentito l’impulso e il
dovere di battersi negli acquitrini delle Valli di Comacchio, laddove tanti
loro compagni hanno trovato la morte.
(I – continua)
[1] Per le note
biografiche di G. Pulini, si veda in: http://filese.blogspot.it/2014/04/lui-il-dottore-lei-linfermiera.html
Nessun commento:
Posta un commento