giovedì 24 aprile 2014

Lui, «Il Dottore», lei, «L’infermiera»…



Meluschi, Viganò e vita partigiana negli «Appunti» di Giovanni Pulini
da «Resistenza» organo dell’ANPI di Bologna, del 1 marzo 2014

La cugina Alda Cavalli di Bologna, che ci ha sempre nel cuore, mi ha segnalato pochi giorni fa la recente uscita di un bell’articolo che tratta persone ed eventi della Resistenza nel territorio di Filo. Riporto le tre pagine (cliccare sulle stesse per vederle in formato video) per i lettori dell’«Irôla». Allo stesso tempo ritengo sia l’occasione giusta per proporre quanto, intorno a questo autore ed alla sua opera di riferimento, ebbi a scrivere una ventina di anni fa nelle mie «Letture filesi»:








GIOVANNI PULINI ( 1926 - vivente )[1]



Non tutti avranno letto Non buttare i ricordi[2] il libro autobiografico di questo filese che si trasferì a Bologna alla fine degli anni Cinquanta. E’ un testo che ci riguarda parecchio, è la narrazione di esperienze direttamente vissute che ci permettono di capire le condizioni di vita e l'ambiente paesano dell'anteguerra e ci aiutano ancor più a calarci, per quanto è possibile, nei problemi affrontati dalla generazione che visse la propria gioventù al tempo dell'ultimo terribile conflitto.
Ciò che ci racconta Giovanni Pulini ha il crudo sapore delle cose vere e il comprensibile turbamento che egli prova ancora oggi nel ricordarle ne sono la prova più evidente. Romeo Rossi nella presentazione al testo ben sottolinea alcuni aspetti fondamentali della figura dell'autore :

L'infanzia vissuta fra gli stenti e la povertà, angosciata dalla dittatura fascista, ne ha temprato il carattere.
Giovanni, che ha sempre fatto della libertà una ragione di vita, scrollandosi di dosso qualsiasi imposizione, si è abbeverato alla fonte della democrazia. Questa scuola di vita ha condotto Giovanni all'antifascismo militante portandolo ad operare, come partigiano, nelle Valli di Comacchio[...]
La testardaggine e la cocciutaggine del carattere di Giovanni escono in maniera vivace da queste righe autobiografiche e danno vita ad un libro che si può collocare tra le opere della «Cultura dei Poveri» per la sobrietà e la naturalezza dell'impostazione e per la franchezza e la sincerità dell'esposizione.

Dall'opera di Pulini ho pensato di trarre tre brani dai capitoli che ho maggiormente apprezzato: Adolescenza e, da I repubblicani di Salò, «La chiamata alle armi» e «La prima missione nella Resistenza».
Nel primo brano colpiscono le miserevoli condizioni di vita di quegli anni lontani, che appaiono, oggi, davvero terribili ed insopportabili. Nel sofferto ricordo dell'autore le nostre campagne nei primi decenni del secolo sono ingenerose terre di recente bonifica, dove la sopravvivenza è esclusivamente legata alla capacità degli umili di industriarsi e sacrificarsi. Ogni più piccola risorsa non può andare sprecata, sicché vitale diviene la cornice di toccante, umana solidarietà quasi impensabile ai tempi odierni.
Negli altri due brani, Pulini è ormai un giovanotto e, nell'Italia del dopo 8 settembre, viene coinvolto nella lotta partigiana organizzata nella clandestinità, nella ragnatela, grandiosa e vincente, i cui fili sono composti di sacrificio personale e di straordinario coraggio. Giovanni diventa una piccola parte della lotta ardente che porterà, come sappiamo, alla riconquista della dignità e della libertà di tutto un popolo. E' una scelta di vita decisiva e rischiosa, proprio mentre il territorio è ancora presidiato da fascisti e tedeschi, prepotenti e disperati anche quando il crollo militare appare incombente.
L'autore racconta poi delle sue delusioni seguite alla tanto agognata libertà, dell'eccessivo estremismo che egli percepirà diffondersi nell'ambiente paesano. Prenderà allora una nuova sofferta e tormentata decisione, accettando il distacco dal paese ed affrontando un difficoltoso inserimento nella grande città, Bologna, in quegli anni alle prese coi nuovi problemi e prospettive del primo boom economico.
Un libro da leggere, vicende su cui è doveroso, da parte di tutti noi, meditare senza preconcetti.


ADOLESCENZA

Comincerei dagli anni in cui posso ricordare, quindi dall'età nella quale non andavo ancora a scuola, ma che ben ricordo in quanto c'era una condizione di vita, se di vita si può parlare, al limite della sopravvivenza.
Sono nato e vissuto, fino a diventare uomo, a cavallo tra due province: Ferrara, dove ero domiciliato e Ravenna. Per la vicinanza a quest'ultima e per tradizioni ero più romagnolo che ferrarese.
Nel nostro comprensorio era in corso una bonifica delle acque salate, maleodoranti e malariche della, così era chiamata, Valle Gramigna.  Era tutto un acquitrino punteggiato qua e là da dossi coperti da un tipo d'erba grassa che non era pascolabile neanche dalle cavallette.
Anche il terreno sommerso prometteva poco, in effetti era un terreno torboso ma che dava la possibilità alla comunità del paese, prettamente bracciantile o salariata fissa (boari), di riuscire a lavorare qualche giornata in più poiché vi era un incremento demografico sempre in aumento, tipico fenomeno della gente povera.
A quei tempi la meccanizzazione non esisteva, cosicché i canali di scolo, gli argini ed i collettori vari venivano costruiti usando dei palozzi di legno che servivano a scavare la poltiglia maleodorante che l'acqua, ritirandosi, aveva lasciato scoperta; le acque così confluivano nei canali, dove, tramite idrovore, venivano immesse nella Valle del Mezzano. Questo faceva sì che si creassero pozzanghere di dimensioni più o meno grandi con spessori di acqua che si assottigliavano col tempo, in parte con l'evaporazione ed in parte per l'assorbimento del terreno stesso. Alla superficie affioravano tronchi di vario tipo e dimensioni e la presenza di questi tronchi era dovuta al fatto che in tempi precedenti lì vi era una foresta.
A questo punto anche per noi bambini era venuto il momento di fare qualche cosa, una di queste attività era la raccolta del sale che si formava in quelle pozzanghere e costituiva una dura crosta di colore giallastro. Noi, con la melma fino al ginocchio ed il fetore che penetrava nelle narici, facevamo scivolare la paletta di legno fra la melma e la crosta di sale. Quest'ultima veniva riposta in una bisaccia di tela e veniva riempita quel tanto che ci permetteva di trasportarla fino a casa, a piedi, unico mezzo di trasporto che avevamo a disposizione. A casa il contenuto di sale veniva steso al sole ad asciugarsi: questo era il lavoro giornaliero per donne e bambini. Il giorno successivo si ripeteva lo stesso rituale che però a volte riservava delle sorprese. Talvolta infatti intervenivano la Finanza o i Carabinieri che ci prelevavano la bisaccia. A noi non potevamo fare niente altro, in quanto eravamo bambini. La Legge prevedeva per questo l'arresto, per frode allo Stato.
La raccolta di sale si protrasse per qualche mese. Il terreno si solidificò e cominciò la raccolta di rami e tronchi. Guardando dall'argine questo immenso territorio sembrava di vedere un paesaggio appartenente ad un altro pianeta. Alla raccolta di questo combustibile partecipavano anche uomini con carriole e birocci trainati da asini; in qualche caso il traino veniva eseguito dalla famiglia.
L'occupazione di braccianti fu di breve durata. Infatti il Demanio, che ne aveva la gestione, non appena il terreno si asciugò, cominciò ad assegnare per un prezzo simbolico alcuni lotti ai frontisti, cioè a coloro che possedevano i terreni confinanti. Così fu dato a chi era già possidente ed i poveri braccianti si trovarono al punto di partenza. Anche a quei tempi vigeva la legge del «non ancora»[3].
Si viveva una vita di stenti di ogni genere: case squallide, fredde, famiglie di cinque o sei persone vivevano in una sola stanza.
A casa nostra eravamo in undici persone. La casa era composta da tre ambienti, questo ci permetteva di considerarci privilegiati ed agiati rispetto agli altri. Il riscaldamento era rappresentato dal camino, alimentato da stocchi di granoturco o al massimo da fascine di legna provenienti dalla golena del vicino fiume Reno.
La scarsa consistenza del combustibile rendeva sempre necessaria la presenza di un bambino che alimentasse in continuazione il fuoco. Qui si cuoceva tutto quello che vi era da cuocere. Si faceva la polenta, si cuoceva carne di suino, la sola che si potesse trovare sul fuoco, gli stufati di fagioli e salsicce e nella cenere si cuocevano patate, zucche e pannocchie di granoturco.
La legna proveniente dalla bonifica si poté bruciare solamente l'anno successivo in quanto pregna d'acqua. Bruciava malamente emanando un puzzo nauseante, ma l'unico sollievo era dato dalla lenta combustione e questo dava un po' di respiro al bambino fuochista.
Nelle case squallide e umide regnava lo stesso sgradevole odore di muffa: il «profumo dei poveri». Questa caratteristica derivava dal fatto che i loro vestiti si impregnavano a tal punto che in qualche caso per deodorarli si utilizzavano mele selvatiche, denominate «mele cotogne», che maturando erano profumatissime e venivano riposte fra gli abiti.
Le abitazioni erano appena illuminate da un lume a petrolio nell'ambiente dove si mangiava, mentre nelle altre stanze, ammesso che ne esistessero, si illuminava con una candela di cera, raschiata dal portacandele e riciclata.
I letti erano dei veri pagliericci, quasi sempre a due piazze, poiché i bambini dormivano a due o tre per letto. I motivi erano due: l'uno per recuperare spazio, l'altro per stare più caldi ed utilizzare meno coperte. I letti erano in gran parte di legno, un legno ordinario, le reti erano pressoché inesistenti, il materasso di foglie di granoturco e gli insetti vivevano indistintamente in tutti i letti. I più comuni di questi erano pulci, cimici ed in qualche caso pidocchi. Il pagliericcio si riscaldava mettendo un sacchetto di cenere calda mezz'ora prima di coricarsi : veniva posto al centro del letto, cosicché ci ammucchiavamo tutti al centro, dopo qualche minuto non si sentiva più freddo e ci si addormentava in un groviglio di pelle e ossa.
Molto spesso qualcuno aveva piaghe infette, croste con pus ed inevitabilmente contagiavano gli altri. Queste erano le condizioni di una classe bracciantile contadina, o comunque agricola, in cui, secondo la propaganda dell'epoca, l'agricoltura era la ricchezza della Nazione.






Scariolanti della bonifica






LA CHIAMATA ALLE ARMI
di G.Pulini
( da I repubblicani di Salò)

[...] I Carabinieri vennero sostituiti da uomini aderenti alla Repubblica e fu loro assegnato il compito di mantenere l'ordine. Per la maggior parte erano persone già avanti con gli anni, padri di famiglia, poveri diavoli morti di fame e perciò si limitavano alla ricerca di qualche cosa da mangiare, ma non mancavano certo coloro che avevano compiti più malvagi e repressivi. Spesso dal Capoluogo arrivavano camion carichi di giovani, i Repubblicani d'assalto, i quali armati fino all'inverosimile facevano scorribande di ogni sorta sparando con raffiche in aria a scopo intimidatorio. Quelle raffiche avevano anche scopo provocatorio poiché sapevano che nel paese c'era quel gruppo di antifascisti[4]; sapevano anche che, a causa degli avvenimenti, costoro avevano trovato molti simpatizzanti. Con lo sfaldamento dell'esercito le armi erano un po' dovunque e speravano che qualche antifascista uscisse allo scoperto e rispondesse al fuoco. Che fosse una provocazione era molto evidente in quanto, oltre a sparare, provocavano con offese verbali, prendevano a randellate chicchessia e, di notte, bussavano alla porta di persone segnalate che avevano avuto il torto di non alzarsi in piedi al momento del bollettino di guerra trasmesso alla radio o che dopo il 25 luglio si erano sfogate di cose represse per venti anni. Una volta durante le notte prelevarono dal letto un uomo che era venuto a fare il fornaio nel nostro paese : si diceva fosse un antifascista. Proveniva da un paese della Romagna e la maggior parte delle persone lo conosceva come fornaio e basta. Lo prelevarono, come dicevo, lo portarono vicino al terrapieno della ferrovia e, dopo averlo percosso con calci e pugni, gli spararono un colpo di pistola alla testa mirando, con molta probabilità alla tempia. Il proiettile invece gli perforò la guancia uscendo dalla parte opposta. Stramazzò a terra, i Repubblicani se ne andarono, credendolo morto, lasciando sul posto il malcapitato seminudo, che rinvenendo andò a bussare alla casa, non molto distante, di un contadino che gli prestò il primo soccorso. Non so come e dove sia finito, ma seppi che da quell'avventura ne era uscito vivo.
Dalle otto di sera fino alle sei del mattino c'era il coprifuoco. Le strade erano pattugliate da barbari, solo così si possono definire in quanto sparavano senza la minima ragione anche a donne e vecchi con una ferocia senza precedenti. Durante la notte bussarono alla porta di un antifascista, aprì la madre che freddarono con una raffica di mitra e se la dettero a gambe come dei banditi. Cercavano sempre una reazione, ma individuale; se avessero voluto una reazione organizzata sapevano dove trovarla. Gruppi di partigiani armati si erano già costituiti e agivano soprattutto nelle colline vicine. La situazione si andava facendo sempre più drammatica. Gli Alleati continuavano a scaricare bombe sui centri abitati, mitragliavano tutto ciò che per strada si muoveva, quasi sempre si trattava di civili: barrocciai o gente in bicicletta.
In questo clima gli oppositori, che non avevano mai smesso di essere tali, cominciarono ad organizzare riunioni e ad una di queste partecipai anch'io. Si tenne a casa di Babini e così ebbi modo di sentire parlare quell'uomo. Parlava lentissimo, con un tono di voce appena percettibile, aveva la sottigliezza da grande filosofo ma la freddezza di un condottiero. L'ordine del giorno era l'organizzazione dei giovani in caso di reclutamento. Si dovevano convogliare nelle bande partigiane che operavano nelle colline. Dopo un'ampia esposizione politica di Babini, in cui spiegò le ragioni politiche di dette bande, si passò al problema centrale della riunione.
Dopo qualche scambio di battute e di idee fra i partecipanti, otto o dieci in tutto, tutti giovani ed io ero il più giovane di loro, Babini fece la relazione di chiusura.
Egli disse che c'erano problemi per il vettovagliamento, fatto non trascurabile in quanto si prevedeva una lotta ancora lunga, era meglio quindi rimandare ogni decisione a tempo opportuno, ma bisognava tenersi in contatto in caso di necessità. La discussione ebbe termine.
Per me era la prima volta che sentivo parlare Babini; sarebbe stata anche l'ultima perché di lì a poco tempo lo freddarono sulla porta di casa mentre tornava in bicicletta dal lavoro: un gruppo di brigate nere gli sparò da dietro ad una siepe a raffiche incrociate.
Fu una grande perdita per tutto il movimento cospirativo. Ciò che mi sorprese fu la disapprovazione unanime di tutti coloro che lo conoscevano, sia di persona che per la sua fama. Era un'altra prova tangibile che il popolo si era schierato dalla parte della libertà e della democrazia.
Superato a fatica questo choc, la vita riprese sotto una cappa di piombo, così come era il cielo in quei freddi giorni, e si viveva nel terrore.
Le brigate nere cercavano lo scontro in tutti i modi, provocando e umiliando, con la speranza che qualcuno perdesse la testa e uscisse allo scoperto, fatto che secondo i loro sistemi avrebbe rappresentato un anello di una lunga catena. L'unica cosa che successe di lì a poco fu l'affissione di un avviso che decretava la chiamata alle armi di molte classi dell'esercito italiano che si era sciolto l'8 settembre; questo avviso incorporava anche la mia classe. Se non ci fossimo presentati nei luoghi e nei tempi indicati, saremmo stati considerati disertori e quindi passati per le armi ed inoltre chiunque avesse dato asilo o informazioni atte alla fuga sarebbe stato giudicato da un Tribunale militare, che significava fucilazione certa.
Era necessario prendere una decisione in pochi giorni.
Sei delle persone che avevano partecipato alla riunione nella casa di Babini si unirono in montagna ai partigiani. Ne tornarono a casa tre : due morti in uno scontro e il terzo fu preso ferito e fucilato, era quel ragazzo che frequentava assieme a me Pipò.
Io ero ancora giovane e impreparato politicamente, decisi così per la via della diserzione, credendo fosse meno rischiosa e seguendo il consiglio di mio padre. I motivi per i quali decidemmo per questa soluzione erano molteplici. Innanzi tutto, come ho già detto, non ero preparato politicamente e inoltre il rifugio era ai Boschi, dove mi conoscevano da quando lavoravamo il fieno. In quella azienda c'erano quattro o cinque famiglie residenti come salariati con incarico di boari. Erano ex fascisti, ma in buona fede e su questo non c'erano dubbi e anche i fatti lo dimostrarono in seguito, inoltre avevo una relazione amorosa con una ragazza del posto.
Gli Alleati stavano risalendo la penisola ed erano a meno di cento chilometri da noi. Sembrava una decisione saggia sotto tutti i punti di vista. Mi ospitò la famiglia Natali che non dimenticherò mai per tutte le premure che ebbe nei miei confronti...



LA PRIMA MISSIONE NELLA RESISTENZA
di G.Pulini
( da I repubblicani di Salò)

[...] Un pomeriggio Guerino si avvicinò in bicicletta alla casa, ci incontrammo sul passo carraio, rallentò e senza fermarsi mi fece capire che l'appuntamento era alle ventitre nel frutteto. Continuando a pedalare se ne andò. Alla sera, come tutte le sere, presi il mio telo e me ne andai verso l'«albergo delle stelle». Era una notte buia, miriadi di lucciole lampeggiavano e la grande quantità di grilli creava un concerto. Andai al mio solito posto e verso le ventidue, dico verso perché nessuno possedeva un orologio, vidi due ombre nere in mezzo al filare. Una di queste era di Guerino il quale mi chiamò, mentre l'altra era di un pilota in borghese. Dovevo accompagnarlo alla casa Gesso, una casa al limite della bonifica, a cento metri dalla valle. Arrivati al luogo stabilito dovevo emettere un fischio, avuta la risposta dovevo lasciarlo e ritornare da dove ero venuto.
Il fischio convenzionale era quello dei colangeli, anatre selvatiche che volano in branchi anche di notte, emettendo un fischio sgradevole, ma facile da imitare.
La missione durò un paio d'ore in tutto e non ci fu il minimo ostacolo.
Il giorno successivo ripresi la mia vita di sempre. Passavo il tempo studiando il terreno di tutta la zona di bonifica. La bonifica è solcata da canali paralleli, distanti un chilometro esatto l'uno dall'altro, che vanno da nord a sud. All'estremo sud corre un canale trasversale che funge da raccordo: i terreni sono comunicanti fra loro da ponti costruiti in punti determinati.
E' necessario quindi conoscere bene ponti, canali, sentieri, cavedagne, sapere se ci sono cani, conoscere la composizione delle famiglie del luogo, infine informarsi se ci sono giovani che potrebbero rincasare più tardi. Nelle mie giornate avevo imparato a conoscere tutto del posto, ragione per cui durante le missioni non ho mai fatti incontri imprevisti o trovato difficoltà.
Dopo due giorni tornai ai Fossi, incontrai Guerino per strada, mi fece un cenno che già conoscevo: «alla sera al solito posto». Quando arrivai lo trovai già lì, ma solo, pensai a un contrattempo, invece doveva solamente dirmi che il pilota sarebbe arrivato dopo la mezzanotte e nel frattempo volle portarmi a casa sua. Strada facendo mi spiegò che il fatto di venire a cercarmi poteva destare sospetti e dal quel momento il segnale convenzionale sarebbe stato un mazzolino di erba fresca vicino alla pietra miliare poco distante dalla casa di Fumena.
Mi presentò alla sua famiglia, molto numerosa, c'erano anche due ragazze ed altre donne che mi sommersero di complimenti. Mi avevano visto un anno prima, trovavano che ero cambiato molto ed ero diventato un bel ragazzo. Io non feci economia nel contraccambiare il ricevuto, andando forse oltre il convenzionale. Si continuò a parlare di niente finché Guerino, alzandosi, mi fece cenno di seguirlo. Andammo nel frutteto dove ci raggiunse Duerd insieme al pilota.
Guerino mi disse che avrei dovuto portarlo a «Casa Spada» dove qualcun altro lo avrebbe prelevato; non avrei dovuto abbandonarlo fino alla consegna. Ci aspettava una donna che avevo già visto, ma non ricordavo dove. Durante il tragitto di ritorno alcuni pensieri non mi abbandonavano. Guerino non mi aveva mai chiesto nulla dei viaggi, questa donna già vista, forse per strada, il fischio convenzionale e la necessità di attendere una risposta, tutti dati che messi insieme mi facevano supporre di essere in mezzo ad una organizzazione capillare, una sorta di ragnatela logistica di enormi dimensioni per il cui funzionamento erano necessarie decine di persone. Sapevo, ad esempio, che in una certa casa, un asciugamano disteso in un certo modo o in un certo punto significava qualcosa, steso in un altro punto aveva un significato diverso. Tutto ciò faceva supporre la collaborazione incondizionata di tutta la gente e questo mi dava conforto. Per me significava non essere solo nella lotta per la libertà.
Per quanto mi riguarda ho vagato per un anno intero in quelle zone, tutti mi hanno aiutato, sfamandomi, facendo la guardia al mio sonno, dandomi indicazioni per evitare pericoli e nessuno mi ha mai chiesto di quale partito fossi.
Voglio dire che era quella massa anonima e silenziosa, la più genuina, che proprio in virtù dell'anonimato stava vincendo la lotta contro il nemico. I Tedeschi non hanno subito sconfitte militari da tutta questa gente, ma sono stati da lei moralmente distrutti. Quando, infatti, sono dovuti fuggire e ritirarsi dal fronte, incalzati dall'Esercito Alleato, hanno colpito più la popolazione che i soldati che li inseguivano, mettendo ordigni esplosivi in punti senza alcun interesse militare. Sistemavano esplosivi nei mobili di casa, mine alle porte, spesso gli ordigni avevano forme di oggetti comuni, non minavano strade o ponti dove sarebbero passate le truppe in avanzata. Questi barbari avevano un conto da saldare con la popolazione, quella che si era mescolata a loro senza che potessero individuarla. Fu proprio questa l'umiliazione più grande che l'Esercito Tedesco subì dal popolo italiano.


[1] A.Vandini, Letture Filesi, Edizione cu CD ROM dell’Autore, 1995, pp.23-25 e 38-40.
[2] G.Pulini, Non buttare i ricordi, Bologna, Labanti & Nanni, 1992.
[3] Dalla pubblicazione: L'Idea del Socialismo nella poesia popolare romagnola, 1890 : «E' canta la zighéla: Taia, taia. / E' gran a é padròn, a e' cuntadén la paia... / E' canta la zighéla : Tula, tula, / E' gran a e' padròn, a e' cuntadén la pula.../ E' canta la zighéla, a e' zigalén: / e' gran a e' padròn, la pula a e' cuntadén... ( Canta la cicala : taglia, taglia,- Il grano al padrone, al contadino la paglia...- Canta la cicala: prendila prendila - il grano al padrone, al contadino la pula... - Canta la cicala al cicalino: - il grano al padrone, la pula al contadino...)
[4] In precedenza l'autore aveva ricordato la persecuzione  subita da alcuni filesi che lo avevano impressionato per l'incrollabile fede antifascista.

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