lunedì 14 settembre 2009

Quando la nostra spiaggia era Casalborsetti...

Mo’ quènt ìral bël truvês tọt ae’ mêr a du pës da cà…

(quant’era bello trovarsi tutti al mare, a due passi da casa …)

di Agide Vandini




C’era chi chiamava scherzosamente Casalborsetti, la località marina più vicina al nostro paese, Filo Marittima. D’altronde, un po’ per comodità e un po’ per piacere, i filesi, in quei primi anni del dopoguerra amavano andarci il più possibile in questa spiaggia incontaminata, allora di poche pretese e alla portata di ogni tasca, dove si sentivano come a casa loro.

Con la buona stagione si prendeva in affitto una stanza, chi per un mese intero, chi per una sola quindicina, e ci si aggregava fra famiglie diverse per dividersi la spesa. Le stanze, comunissime ed umili camere da letto, venivano ben volentieri cedute dagli abitanti del posto che, in cambio di una buona pigione, si trasferivano per tutta l’estate nei loro basso comodi o in rifugi di fortuna.

Di solito al mare soggiornavano i filesi che non erano vincolati ai lavori estivi in campagna (par l’arcôlt), in cantiere o in fornace, in massima parte ci venivano vecchi e bambini bisognosi di respirare aria buona, oltre a qualche mamma o zia che a volte custodiva anche i bimbi altrui.

Era una pratica così diffusa che a Cašël-Bursèt (torneremo più oltre su questo nome e la sua storia) era del tutto normale incontrare molti altri filesi e questo avveniva in spiaggia come in altro angolo del paese, ossia al forno gestito da Vinzinzẽñ, o alla fontana per prendere l’acqua fresca a mezzogiorno, oppure, di sera, al cinema o all’osteria d Žafagnì.

La domenica, poi, chi era rimasto alle prese con la calura e con l’arcòlt, accorreva al mare con ogni mezzo, coprendo la distanza, o nella stipatissima Chicóna, ovvero la mitica auto di Gidino Mezzoli, oppure in bici in gruppo, oppure ancora, non appena questo fu possibile, a cavallo di un mutór.

Bici, moto e ciclomotori percorrevano gli stradoni ghiaiati di valle, e quelli lungo gli argini di fiumi e canali, seguendo più o meno l’itinerario breve che ho ricostruito qui a fianco. I più solerti erano i giovanotti che, dopo una settimana di faticoso lavoro, approfittavano della giornata festiva per farsi un bagno e un po’ di tuffi, anziché nei canali di bonifica, nelle chiare e profonde acque del molo allo sbocco del Destra Reno, il corso d’acqua che s’immette in Adriatico a Casalborsetti e che all’epoca veniva volgarmente chiamato e’ Scól dagli aqv ciêri (Scolo per le acque chiare). I migliori tufarẽñ, poi, non mancavano di cimentarsi dal tetto della cupoletta sul molo, dedicata alla Madonnina dei Pescatori.

Filo, in pratica, si spostava in massa, d’estate ed in particolare alla domenica, di una quarantina di chilometri, trasferendosi sulle rive più vicine dell’Adriatico.

Vinzinzẽñ, Vincenzo Ricci Maccarini, fratello di quel Cömo di cui ho tratteggiato pochi mesi fa il bel personaggio, si era colà trasferito con la famiglia per fare il fornaio, sicché si adoperava sempre al meglio per sistemare i vecchi paesani in cerca di una stanza in affitto con modica spesa. Affittava pure lui le stanzette che aveva sopra il forno, ed è proprio lì che alloggiai con mia sorella e mia madre fra i 4 ed i 6 anni, intorno al 1950. Le prime due foto che riporto nella rassegna fotografica d’epoca si riferiscono a quel periodo.

Compiuti i sei anni, poi, cambiava drasticamente lo scenario. Per i bimbi filesi veniva la «colonia», un’esperienza molto formativa che spostava i giochi infantili dai cortili e dal «campicello» alle spiagge recintate ove si anticipavano molte rigorosità della vita militare. Gli stabilimenti però, ove si veniva destinati, coi genitori sempre più impegnati par l’arcôlt, erano a Milano Marittima, Cervia o Pinarella, sicché, fino ai 12 anni, la vicina Casalborsetti veniva un po’ trascurata e semmai meta di sporadiche gite domenicali, o ferragostane, sul seggiolino posteriore del Motom di papà.

Il desiderio comunque, il fascino della spiaggia e delle onde azzurre alle porte di casa era sempre forte più che mai, sicché fu inevitabile tornarci fra i tredici e i diciotto anni, vale a dire fra il ’58 e il ’63 passata l’età della «colonia». Erano gli anni della prima gioventù per i quali, come si può dedurre dalle altre foto che ho inserito nella rassegna, conservo bei ricordi di vacanza allegra e serena, nella spiaggia più ospitale del mondo, in cui fu sempre facile socializzare, calati in quella sobrietà e semplicità che erano un vero e proprio marchio di qualità di Cašël-Bursèt o, se si vuole, di Filo Marittima.


All’epoca nessuno sapeva l’esatta origine di quel nome singolare: «Casalborsetti», un etimo che appariva strano. Di solito le spiagge adriatiche avevano nomi graziosi, tipo un bel Marina-di-qualcosa o, per moda sopravvenuta, Lido-di-qualcuno, ma il nostro mare, invece, no. «Casale», si chiamava, ma dov’era il casale? «Borsetti», ma chi era mai questo sconosciuto?

Il mistero ci è stato fortunatamente svelato negli anni ’90 quando, nel bel mezzo della pineta, fu riaperto, ben restaurato, il «casello» del signor Borsetti (vedi foto a fianco), calzolaio e doganiere di fine Ottocento, la cui storia si può leggere in un pannello ivi esposto di cui riporto il brano più significativo:


«In questa landa deserta, l’Amministrazione doganale dello Stato, aveva costruito, nella zona a nord di Porto Corsini, un capanno in muratura chiamato “Casello Speranza governativo”, una modesta costruzione che serviva da luogo di sosta e di ristoro per le pattuglie che vigilavano il litorale. E l’ultimo custode di questo “Casello” fu Giovanni Borsetti, sottobrigadiere doganale originario di Goro (dove era nato il 16 aprile 1828), che per anni continuò il mestiere del padre che consisteva nella sorveglianza del litorale per conto della Dogana. Borsetti infatti nel suo “Casello” aveva allestito la sua bottega e, anche dopo aver raggiunto l’età della pensione, ebbe l’autorizzazione a restare per continuare la sua modesta attività di ciabattino. Il sottobrigadiere e calzolaio Borsetti morirà a Marina di Ravenna il 15 aprile 1906, quasi ottantenne e certamente non avrebbe immaginato che il suo nome di lì a pochi anni sarebbe stato adottato quale toponimo della località in sostituzione della precedente denominazione (Casel Baronia)».


Nel 1917, così (questo è quanto riporta Wikipedia), l’amministrazione comunale di Ravenna decise l’intitolazione e denominò «Casalborsetti» l’aggregato di case che si stava formando attorno al luogo di lavoro del doganiere-calzolaio Giovanni Borsetti. E perché mai «Casal», e non «Casel»?

«Casale» per lo Zingarelli sta per “gruppetto di case di campagna” che lì non ci sono mai state, mentre il più appropriato «casello» indica appunto “casa cantoniera”, oppure “costruzione in muratura ad uso di caccia”. A cosa si deve allora un tale equivoco? Qui la colpa non può che andare a colui che ne italianizzò il nome dialettale già in uso all’epoca, scambiando cioè il casël (casello) per un casêl (casale), di qui il mai disvelato arcano …

Dicono che per un punto Martin perse la cappa, ma per un accento mal compreso Casalborsetti si è ritrovato per sempre un nome sbagliato … Forse era proprio meglio, sempre che il buon Giovanni Borsetti mi perdoni lo scherzo, chiamarlo Filo Marittima


Cliccare sulle immagini per ingrandirle


RASSEGNA FOTOGRAFICA D’EPOCA

Casalborsetti, 1950 circa. Questo bimbo corrucciato sono io e do la mano al mio babbo, durante una sua visita domenicale. Siamo sulle prominenti dune di sabbia e la spiaggia, oggi tutta piatta e alla quota delle strade litoranee, appare in netta discesa. Vi si noti l’assenza di ombrelloni (roba da ricchi …) e le tante tende coi picchetti da spostarsi un paio di volte al giorno. Non ci sono ancora le scogliere di fronte alla riva e neppure l'ardito ristorante sul molo.


Casalborsetti, 1962. Siamo alla Gumbaréra d Žafagnì, a pochi passi dalla pineta. Cosa potevano desiderare di più, infatti, nella torrida estate, sei ragazzi filesi in vacanza? Una bella fetta di cocomero fresco gustata in allegra compagnia … Gli amici a cui ho scattato la foto sono, da sinistra: Ido Montanari (Pirini) e Luigi Minghetti (Luigì d Bigiôla) appoggiati al pagliaio, Beniamino Carlotti (Benny), in piedi, Roberto Zuffi (Rubért) seduto e Loris Veduti (Masêri) accosciato. Sullo sfondo, in piedi, all’ombra oltre il tavolo e le panche, e’ gumbrarôl, il vecchio Žafagnì.

Casalborsetti, 1950 circa. Qui è ritratto un bel gruppo di villeggianti filesi. Gli adulti in piedi, da sinistra, sono: mia mamma Elvira Toschi, la Möra, ovvero Adelcisa Zambardi, Brigida Solimani, Elda Cassani, mia sorella Carla Vandini, Vittorio Franceschini e una certa Luisa. I bimbi in piedi sono Anna Rossi e Gianni Bellabarba, figlio della Brigida. Seduti, il sottoscritto Agide Vandini, Diana Pollini e Clodovea Venieri.



















Casalborsetti, 1962. La combriccola che sta cantando in pineta è sempre la stessa della foto a fianco, senza Ido Montanari andato a rimpiazzare come fotografo il sottoscritto Agide Vandini, il più a destra in piedi.


3 commenti:

Anonimo ha detto...

Che bello guardare con gli occhi di Agide. Tutto si colora di di poesia, bellezza ed amore per la propria terra. Io purtroppo vivo a Capua (Caserta) ed anche io ricordo (ho 39 anni) quando si andava a mare a Castelvolturno. Adesso questo litorale è deturpato da abusivismo, prostituzione, discariche e malaffare di ogni genere. Vivere nelle terre descritte dallo scrittore Saviano è tutt'altra cosa! Mario

Benny ha detto...

Caro Agide
hai aperto un cassetto dei ricordi più cari della mia giovinezza. Correva l'anno 1962 in quel di Casalborsetti, alla pensione la "Bella Romagna" (e come diceva la didascalia "cucina tipica romagnola a gestione famigliare"), due settimane di vacanza indimenticabili, che ancora oggi ricordo con infinita gioia e nostalgia. Gioia perchè la vivavamo con l'entusiasmo e l'ingenuità di quegli anni, nostalgia perchè è un tuffo nella gioventù ormai passata. Come si può vedere dalle due foto in basso sei giovani filesi manifestano tutta la serenità e la voglia di vivere nell'armonia del gruppo e nella semplicità dell'evento, ma sopratutto nella consapevolezza che quello era il meritato premio per un anno di studio o di lavoro. Appunto il premio guadagnato e meritato (anche con la stima dei nostri genitori) e non dovuto come l'intendono i giovani d'oggi, a cui tutto è concesso senza dare nulla in cambio, comunque ai tempi le problematiche giovanili erano ancora a venire. Vorrei inoltre ricordardi un altro itinerario estremamemente suggestivo, quello dell'argine sinistro del Reno " longa a l'erzan ad Pò", abitualmente frequentato da molti filesi per raggiungere "Filo Marittima", in bici o in motorino. Anch'io nelle giornate estive (di solito la Domenica), sull'argine esisteva ed esiste ancora (oggi pista ciclabile con tutti i confort) una pista quasi sempre ricoperta di erba in attesa dello sfalcio che ci portava direttamente a Primaro e quindi al mare. Si partiva in compagnia al mattino presto, imboccato "e stradòn ad Pò" si saliva sull'argine e via, più spesso con l'erba alta che grattava gambe e ginocchi , una sosta per fare rifornimento di "legn dòlz" le gustose radici di liquerizia nostrana ed in un lampo si arrivava a Madonna Boschi, quindi al traghetto di S.Alb. e di lì iniziava (come si direbbe oggi)una
full-immersion nella natura, alla destra la golena del fiume ed alla sinistra il blu cobalto della valle che finiva nell'azzurro del cielo. Da quel momento tutti noi ci sentivamo parte integrante di quella natura stupenda e di incomparabile bellezza , poi giunti a Primaro vi era l'attraversamento della Romea e lultima corsa verso la spiaggia . Quando si intravvedevano i primi abitati di Casalborsetti ci si preparava per la volata finale che avrebbe incoronato il vincitore della tappa di andata. Nostro punto di riferimento sulla spiaggia era il Bunker che svettava ancora solido ed impavido, in attesa di improbabili nemici da orizzontalizzare sul bagnasciuga , ma che per noi era l'agognata meta generosa di frescura e per nulla minacciosa quando ci trovavamo in posizione verticale e generoso di ombra in posizione orrizzontale. Così tutta la giornata trascorreva in gioiosa allegria, le note dolenti venivano al momento del ritorno, le energie erano ormai esaurite, le gambe piuttosto pesanti e pedalare costava fatica. Ma bastava un urlo del capo (di colui cioè che con autorevolezza e senso di responsabilità guidava la compagnia) "dai tabèch cà sandegn
a cà" e tutti via sulla dolorosa strada del ritorno , la falcata era pesante e lenta, ci si incoraggiava con barzellette ed "Osterie numero..." varie, finchè si giungeva alla discesa dell'argine ed in lontananza si scorgeva "e Palazòn", raccolte le ultime forze e via per la volata finale, che ci avrebbe fatto trovare il soffice e confortevole letto. Tutta la settimana sarebbe poi stata costellata di ricordi ed aneddoti intercorsi in quella splendida giornata "à e mèr" . Ciao Benny

Anonimo ha detto...

Allora come ora, a Casalborsetti ci si sente a casa, e i pensieri rimangono ancorati al suo mare ovunque siamo. Belle memorie, grazie per la cobdivisione con tutti noi che abbiamo Casalborsetti nel cuore.
Babi, Verona.