lunedì 21 settembre 2009

Ciao, caro, indimenticabile Vašio

Personaggi filesi (7) - Se n’è andato un amico

di Agide Vandini


Ci ha lasciato pochi giorni fa Evasio Brusa, per noi filesi, semplicemente, Vašio.

Aveva 86 anni e da tempo si era ritirato, precario di salute, in casa di riposo, ad Alfonsine.

I filesi lo conoscevano tutti, sapevano di qualche sua rotellina non sempre a posto, ma forse proprio per questo lo hanno sempre amato e rispettato, spesso sorridendo allegramente con lui delle sue mattane e di una passione, la sua, quasi travolgente per il vino, nonché di certi «botta e risposta» destinati, forse, a restare nella lunga storia del nostro piccolo paese.

Del resto Vašio al centro dell’attenzione finiva per esserci spesso, vuoi come inserviente al Cinema Tebaldi, vuoi come bracciante del Collettivo Agricolo, vuoi infine come frequentatore abituale dell’osteria. Giocare e scambiar battute con Vašio veniva spontaneo, fino ad abusare un po’ della sua semplicità ed ingenuità, seppure il suo «stare al gioco» indicasse quanto egli in fondo gradisse stare fra i suoi paesani ed averne le attenzioni, fino a fingere, forse, d’essere più credulone di quanto in effetti non fosse.

Dargli la battuta era quasi un rito, una piacevole abitudine e lui non se la prendeva mai. Se brontolava ad alta voce era, in fondo, perché ciò era quanto gli altri si aspettavano da lui. Era, insomma, anche questo, un modo di assecondare il suo prossimo, un modo di essere che ci diceva quanto egli fosse intimamente buono.

Intorno a Vašio, personaggio filese fra i più simpatici, ho scritto e raccontato aneddoti sparsi nelle mie modeste opere letterarie. D’altronde alla sua figura come factotum del Cinema Tebaldi di gloriosa memoria, sono legati tanti bei ricordi di gioventù, serate indimenticabili trascorse in allegra compagnia con gli amici della mia generazione. Ho ricordato ad esempio come


“ “ […] Nella lunga attesa prima dell’inizio delle proiezioni si faceva amicizia con Vašio, il simpatico e bizzarro inserviente addetto al riscaldamento ed all’aerazione che poi, per celia, veniva invocato sempre a sproposito.

Se si scoppiava dal caldo, tutti ad urlare: «Dai sọ Vašio a che riscaldameñt…[ Vasio, è ora di aumentare la temperatura …]». Se invece si pativa il freddo: «Vašio, e’ srà pu óra t’aglj arvẹsa cal finèstar…[ Vasio, è ora che tu apra le finestre per dare aria …]». Insomma il povero Vašio era chiamato in causa in continuazione e faceva parte dello spettacolo.[…][1]. ” ”


In proposito l’amico Bruno Foletti (Falco) mi raccontava l’altro giorno come la cosa fosse poi diventata quasi leggenda anche a causa di uno scherzo di quel buontempone di Macafër, al secolo Aldo Geminiani.

Andò più o meno così. La direzione aveva raccomandato al buon Vašio di controllare il termometro d’ambiente e di far sì che non superasse mai una certa temperatura. Per star tranquilli e togliere ogni incombenza di lettura, aveva poi provveduto a contrassegnare la giusta altezza del mercurio con un elastico stretto intorno alla colonnina. Macafër, noto burlone, glielo alzò di nascosto di un paio di centimetri buoni e fu così che il cinema Tebaldi per qualche tempo si trasformò in una specie di girone infernale, con gli spettatori che invocavano ad alta voce l’apertura dei finestroni …

Di Vašio, comunque, non si può non ricordare la sua smisurata passione per il vino, e quando dico passione mi riferisco a tutto quanto concerne la sua preparazione, custodia e, perbacco, anche la sua degustazione... Ecco quanto ho raccontato a questo riguardo:


“ “ […] La terza, ultima e raffinata categoria di bevitori, quella degli amanti del vino, era viceversa composta da chi, verso il dono di Bacco, aveva una squisita adorazione. Si trattava di consumatori abituali, di discreta capacità di assorbimento alcolico, bevitori che davano particolare sfogo alla propria passione nelle feste comandate e in altre grandi occasioni.

Il vino lo amavano con trasporto e le osterie erano per loro luoghi di passione, ove recarsi per consumare qualche goccia di felicità in una specie di rito sacrale. La stessa cosa del resto avveniva in casa, in campagna o altrove. Senza mai esagerare essi si concedevano il piacere di un buon bicchiere, eccedendo appena nelle grandi bisbocce che la tradizione ogni tanto proponeva. In quelle occasioni davano letteralmente fuoco a tutta la polveriera.

C’era fra loro chi la passione l’aveva coltivata fin da piccolo. Il nostro buon Vašio ad esempio, fin da bambino era già tanto affascinato dalla liturgia del vino, fatta di vendemmie, pigiature dei grappoli, profumate spillature dai tini, che lo zio Vrélio, falegname, gli preparò un regalo da farlo ammattire, ammesso che la cosa fosse ancora realisticamente possibile.

Lui se ne entusiasmò talmente che volle comunicare a tutti la sua gioia irrefrenabile. Corse quindi ad urlarla in primo luogo nelle orecchie della Maria d Capitëni alla quale praticamente cantò ad altissimo volume come in un’opera verdiana: «Vrélio, u m’à regalê un barẹl... [Mio zio, mi ha regalato un barilotto...]»

E’ facile allora comprendere come da questo dono egli sia rimasto praticamente folgorato e che il più grande insulto che gli si potesse fare in età adulta, fosse quello di insinuare che le sue botti fossero di pioppo e non di rovere...

Quando, sul finire degli anni Cinquanta, stava per giungere in paese nientemeno che l’acquedotto, e le pericolose tubazioni sarebbero passate, secondo i progetti del comune, nei pressi della sua cantina, per noi giovinastri fu sempre un gioco da ragazzi spaventare e terrorizzare Vašio, ormai anziano, all’idea che tutta quell’acqua potesse annaffiargli e rovinargli il prezioso vino. […][2]. ” ”


Queste serate al cinema, trascorse coi ragazzi della mia generazione le ricordai anche in un bel sonetto, una poesia dialettale che riprendeva, pur nella severità della metrica, le vicende appena narrate:



Vašio


Quëñt rìdar int e’ cino a i nóstar temp!

Vašio l'éra bacióc, mo nench bòñ d’schirzê!

U j badéva lọ ae’ riscaldaméñt,

e nọn a l’andimi sèmpr a stuzighê.


S l'éra tröp chêld ža, sòbit da tọt i chéñt:

«Dai sọ Vašio!» E, u j éra da s-ciupê!

Mo s t’a j ‘gìv «Vašio a quẹ u s bàt i deñt!»

L’arvéva i finistrọñ da fêt tarmê.


U j piašéva e’ vẹñ, e' su grañd amór.

Alóra andimi a dìj da söt’e’ muš

che l’aquidọt, u j tléva e’ su tešôr


daquëndi tọta la cantina par un buš!

S’u n bichéva, a j dašimi par dagli ór

e lo u s curéva drì fen’ae’ murtês dal luš.[3]



Vasio


Che risate al cinema ai nostri tempi!

Vasio era un po’ tocco, ma anche burlone!

Era lui che curava il riscaldamento

e noi l'andavamo sempre a stuzzicare.


Quando faceva troppo caldo, s'udiva:

«Aumenta Vasio!» E c'era da scoppiare!

Se gli si diceva: «Vasio si battono i denti!»

Apriva i finestroni fino a farci tremare.


A lui piaceva il vino, suo grande amore.

Allora andavamo a dirgli sotto il muso

che l'acquedotto gli toglieva il suo tesoro


innaffiandogli la cantina per un buco!

Se non reagiva, continuavamo per ore

e lui ci rincorreva fino allo spegnersi delle luci.


Difficile ricordare tutte le battute e gli scherzi propinati a Vašio connessi al suo lavoro di bracciante. Famosa la foga con cui rispose a Luzio d Sifrënch che un sabato sera si inventò: « I à dẹt che Gnaro u t’à mẹs int la lẹsta par dmatẹna a insachê dla nëbia in Ghidinia… [Hanno detto che Gnaro (il collocatore del Collettivo) ti ha messo in lista per domattina ad insaccare nebbia in Ghedinia…] » E lui scuotendo il dito indice: « Eh nooo, dmatena pu l’è la dmënga, a n’i vëg miga… [Eh, nooo, domattina poi è domenica, non ci vado mica…]».

Un’altra volta Pirẹñ lo raggiunse in bicicletta mentre, come gli capitava spesso, brontolava minacciosamente: «S’a truv quël che scọr mêl ad mẹ… [Se trovo quello che parla male di me …]» E poi ancora: « S’a dëgh a pët a quël che diš acsè dal röb… [Se becco quello che dice cose simili...]»

Al che Pirẹn si sentì autorizzato a chiedere: « Mò cus a t’ài dët Vašio? [Ma cosa ti hanno detto Vasio?]»

E lui rispose: « Ah cus ch’i m’à dẹt? [Ah cosa hanno detto?] I à dẹt ch’a sö inzinta lo..., i à dẹt…, mò s’a ciëp clu ch’u l’à dẹt… [Hanno detto che sono incinta... ma se becco quello che l’ha detto...]»


Mio zio Pipẹñ d Capitëni, anche lui burlone di prima categoria, mi raccontò una volta come i compagni di lavoro si erano fatti gioco di Vašio e della sua passione per il bere. Gli bevvero tutta la bottiglia di buon vino rosso e gliela riempirono poi di aceto, cosa che, ovviamente, lo fece andare, lì per lì, su tutte le furie. Ma erano scherzi, come si può ben capire, bonari e contenuti, oserei dire innocenti, e che avevano, Vašio lo sapeva bene, il solo scopo di cavarci sopra due risate in compagnia.

Al momento giusto nessuno, io credo, ha mai voluto ferire Vašio facendolo sentire diverso dagli altri.

Valga in proposito quanto mi raccontò sempre mio zio Pipẹñ. Stava lavorando con lui in campagna, ma mio zio ed un paio di amici avevano già deciso di interrompere un po’ prima il lavoro essendo loro, i bei giovanotti, invitati a San Bas-cian, la sagra di Lavezzola. Dovevano assolutamente andarci senza di lui, senza Vašio, ma come dirglielo senza ferirlo?

Si inventarono così, di punto in bianco, un lavoro improvviso ed improrogabile. Fu proprio lui, Pipẹñ, a dire: «Chi a j stal a ‘ndê a carghê dal bàl d paja? [Chi ci sta ad andare a caricare delle balle di paglia?]».

Vašio a quel punto si fece da parte ben volentieri e così i bei giovanotti poterono andare a Lavezzola con la coscienza a posto e senza impermalire il nostro Vašio in alcun modo.

Ciao buon Vašio, caro amico di tutti noi, e grazie per tutti i bei ricordi che ci hai lasciato.


La foto risale forse agli anni ’70 e ritrae il Vašio che tutti ricordiamo. Calza l’immancabile cappello, ai suoi lati due avventori. Quello a sinistra è Veduti Antonio (Furmaiéñ), papà di Veduti Paola, quello a destra nella foto è invece Zanghirati vëc, papà di Luciano ed Edgardo. I tre sono in zona controllo-biglietti, sbarrata da una fila di sedie, verosimilmente in una serata in cui il Cinema Tebaldi si trasforma in sala da ballo. Il cartello intima: « E’ severamente vietato uscire senza avere strappato il biglietto d’ingresso… è permesso il rilascio di contromarche»



[1] Agide Vandini, La valle che non c’è più, Faenza, Edit, 2006, pp. 103-108

[2] Agide Vandini, La valle che non c’è più, op.cit., pp. 29-34.

[3] Agide Vandini, Bëli armunëi, Faenza, Edit, 2001, p. 28.

1 commento:

Benny ha detto...

Caro Agide apprezzo sinceramente questo tuo sforzo per riportare al ricordo alcuni personaggi filesi, che qualcuno potrebbe considerare marginali, ma che per la mente e la fantasia di un bambino di un tempo quale ero io, Vasio, (per la mansione svolta), assumeva una carica ed una autorità indiscutibile, all'interno del Cinema Tebaldi. Cui bastava uno sguardo per tacitare una ciurma di bimbi ciarlati posizionati in prima fila della platea, ma che sapeva essere estremamente affabile e gentile con chi si avvicinava a lui con rispetto. Quando poi lo si vedeva entrare sotto il palco a condurre quell'enorme caldaia, ai miei occhi sembrava quasi il mitico Vulcano, dio del fuoco che dal suo antro disponeva di fuoco e fiamme a suo piacere.
Qualche volta lanciava pure saette, con chi esagerava nei lazzi o negli scherzi, partiva uno scapaccione piuttosto pesante, ma a ragion del vero, se l'era proprio meritato o meglio cercato. Ora a distanza di tanti anni, meglio interpretando e capendo il suo cuore e la sua mente bambina, lontana da ogni cattiveria, malignità o ipocrisia, ciò mi fà apprezzare ancora di più l'ultimo dei filesi, maglio di tanti "primi" e che come vediamo, un segno ed un ricordo della sua vita terrena lo ha lasciato in noi, un segno di profonda affabilità e mansuetudine , qualità piuttosto rare negli umani contemporanei. Ora non mi rimane che associarmi al tuo sentito ciao, sicuro (io credente) che San Pietro vedendoselo arrivare in Paradiso, non può che avergli detto "a taveva tnu un post" (forse la dizione dialettale scritta non sarà corretta, ma vi è tutto il mio più affettuoso compianto).... Ciao indimenticabile Vasio ........
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Benny