sabato 15 marzo 2008

Per un ambiente naturale che non c’è più

Una poesia in dialetto

di Agide Vandini


E’ una poesia in dialetto che ho scritto un paio d’anni fa, in questo periodo di primavera incipiente. L’ho dedicata ai filesi Cian e Baréra, personaggi di cui ho raccontato, proprio di recente, gesta talvolta scriteriate, ma che ancora rivivono nella memoria dei contemporanei[1].

Nessuno credo abbia tanto amato e vissuto la «valle», la palude, i canali di bonifica, come loro, si può dire l’abbiano amata fin quasi alla simbiosi con un ambiente naturale crudo, selvatico, pieno di insidie e di pericoli, eppure sempre generoso di cibo e di risorse d’ogni genere.

E’ una breve poesia che, in senso lato, vuol essere un sincero omaggio a tutti i vecchi pescatori, cacciatori e «vallaroli» che ho conosciuto da bambino, gente costretta a pescare o raccogliere quasi sempre di frodo, figure ormai leggendarie, svanite nel nulla come la valle prosciugata.

Personaggi come Piz, e’ Göb, Ciaren, e chissà quanti altri venuti prima di loro, che oggi possono già definirsi «antichi», uomini che quella valle amavano visceralmente, e che da essa pareva venissero a loro volta generosamente riamati. Figure ingoiate dal tempo e da sconvolgimenti ambientali forse inimmaginabili per la mente umana di allora, che hanno saputo trarre dalla palude, in momenti difficili e di vita grama per tutti, ogni possibile forma di sostentamento per sé e per la famiglia.

Essi però, della nostra «Valle» hanno sempre rispettato i ritmi e la linfa vitale, vivendone il contatto con profondo rispetto e quasi con senso di comunità, verso una natura che sentivano amica e di cui, forse, si sono sempre sentiti, con buone ragioni, orgogliosamente parte.



Nelle foto Cian e Baréra già piuttosto anziani. Il primo (Luciano Montanari) ha il bicchiere in mano, il secondo (Sante Toschi) in maglietta celeste, brillante e seducente come la sua «valle».



Mêrz int la val



Oh pscadór da la bêrba grisa

E da la frónt scarvajêda

U n’è piò e’ temp dla Scöpa int e’ Cafè,

L’è óra d’gvardê in so che incu

E’ vent e’ pê ch’e’ sŏpia int al nùval,

Di’ nuvlëz ch’i cŏr e ch’i vóla veja

Cun e’ sól ch’u j pasa da stramëz.

Tŏta quanta la val la s’impeja e la s’amôrta

Coma un gran Presëpi,

Coma una lŏzla de’ més d’zogn:

La-t strĕca d’öc, par fêt un segn.


I fŏs e i canél i dis ch’e’ ven Premavira

E ch’l’è óra d’tirê fura

La spôrta, la fiasca e la balenza

Pr andê a sinti l’udór dla cana

e de’ zambuch

Pr andê a scultê e’ cant dla val,

I tŏf di ranŏc, e’ vérs de’ canajôl,

e’ s-cèful de’ fringuël

Insem a e’ suspir d’amór ch’e’pasa a pél d’aqua

Da quand che, fórsi pröpi a que, tent ën fa,

L’aqua la s’è maridêda cun la tëra.

Marzo nella valle



Oh pescatore dalla barba grigia

E dalla fronte solcata dalle rughe

Non è più il tempo della partita a Scopa nel Caffè,

E’ ora di guardare in su che oggi

Il vento sembra soffiare sulle nuvole,

Nuvole gonfie che corrono e volano via

Col sole che le trapassa da ogni parte.

Tutta la valle s’accende e si spegne

Come un grande Presepe

Come una lucciola nel mese di giugno:

Ti strizza l’occhio per farti un segnale.


I fossi ed i canali dicono che giunge Primavera

E che è ora di tirar fuori

La sporta, la fiasca e la bilancia

Per andare a sentire l’odore della canna

e del sambuco

Per andare ad ascoltare il canto della valle,

I tuffi delle rane, il verso della cannaiola,

il fischio del fringuello,

Assieme al sospiro d’amore che passa a pelo d’acqua

Da quando, forse proprio qui, tanti anni fa

L’acqua si sposò con la terra.

Cannaiola verdognola (Acrocephalus palustris) uccello capace di ottime imitazioni di altri uccelli e distinguibile da un caratteristico e rauco zi-cì zi-cì.

La Cannaiola nidifica nella folta vegetazione erbacea al margine di fiumi e paludi.

Fringuello (Fringilla coelebs)


[1] A.Vandini, La valle che non c’è più, Faenza, Edit, 2006, pp. 135-144.

1 commento:

Andrea ha detto...

Vedere pubblicata su Internet la foto di mio zio Luciano (Ciàn) mi ha emozionato.
Lui era quanto di più lontano si possa immaginare dal mondo dell'informatica e della tecnologia e mai avrà immaginato che un giorno si parlasse di lui sulla Rete.
Già, la Rete: l'unica rete che Ciàn abbia mai conosciuto era quella da pesca. Di quelle ne era un vero esperto: ne possedeva di ogni forma e dimensione, adatte per "ogni tipo di pesca".
Le ricordo sparse un pò ovunque, a volte dimenticate (con tanto di bottino...) nel baule delle sue magnifiche "macchine nuove acquistate in demolizione", magari sotto il sole cocente di agosto, per la delizia dei nasi di quei pochi che si trovavano costretti a salire in macchina con lui.
La poesia dedicata a Ciàn è davvero speciale, come speciale è stato - e sarà sempre - il mio caro "Zio Bello".
Andrea.