lunedì 5 dicembre 2011

Il nonno racconta

Come nacqui sotto le bombe

di Piero Ferrozzi


Al sanbiagese e compagno di classe Piero Ferrozzi mi legano i meravigliosi e laboriosi anni delle Medie ad Argenta. Ci siamo rincontrati di recente dopo tantissimi anni e ci siamo raccontati le nostre storie di vita con una voglia di sapere e conoscere che evidentemente non ci ha mai abbandonato, neppure dopo essere usciti dai banchi di scuola e tanto meno una volta raggiunta l’età «della saggezza».

E’ quindi con estremo piacere che accolgo nell’ «Irôla» questo suo prezioso lavoro, un racconto che ci riporta agli anni ed ai momenti difficili vissuti dai nostri genitori, nonché agli anni dell’immediato dopoguerra, quelli della nostra prima infanzia, quando s’udiva spesso questo genere di racconti nei luoghi d’incontro paesano e nei trebbi serali.

Storie di guerra e di una generazione che visse anni terribili; momenti, emozioni che segnarono la vita delle nostre famiglie e da cui si cercò in qualche modo di trarre la forza per ripartire e ricostruire. Quel coraggio dei sopravvissuti e una rinnovata fiducia in un mondo migliore, veniva proprio in quel modo trasmesso a noi, ai figli nati fra inenarrabili lutti e miserie, a coloro cioè che, ai loro occhi, dovevano costruire un giorno, nella Libertà e nella Democrazia, un mondo di serenità e di fratellanza fra le genti, un mondo pacificato che, soprattutto, non conoscesse mai più gli orrori della guerra.

Può essere davvero utile rileggersi queste storie di casa nostra in un momento così difficile per il nostro Paese, e ricordare quali disastri il nostro popolo è riuscito a lasciarsi alle spalle e come si riuscì, in ben altri contesti e fra ogni sorta di dolori e di privazioni, a trovare la forza di ripartire.

Grazie Piero, grazie per averlo raccontato ai tuoi nipoti, grazie per aver ricordato la tua storia a tutti noi.(a.v.)



Piero Ferrozzi. Nato a Bando di Argenta il 13/04/1945 ha vissuto a San Biagio dove ha frequentato le elementari, le medie ad Argenta e le superiori a Bologna.

All’età di 19 anni è entrato all’Accademia Navale di Livorno dalla quale è uscito nel 1969 col grado di Guardiamarina.

Inviato dalla Marina Militare a Trieste per frequentare la locale Università, si è laureato nel 1972 in ingegneria navale e meccanica ed è stato poi destinato a bordo di varie unità militari ricoprendo, da ultimo, l’incarico di Direttore di macchina di una fregata portaelicotteri.

Congedatosi nel 1980 col grado di capitano di Corvetta (Maggiore) è tornato per 8 anni alla natia Argenta con incarichi di dirigente in una industria locale.

Nel 1988 si è trasferito sul lago Maggiore dove, per oltre 15 anni ha ricoperto l’incarico di Direttore di Esercizio della Navigazione sul Lago Maggiore.
Dal 2005 è in pensione e si occupa, a titolo di volontariato e quale Presidente della locale Delegazione della Lega Navale Italiana, di promuovere l’amore per il mare, le attività nautiche e la sensibilità alle problematiche ambientali, nonché di avviare allo sport della vela soprattutto bambini (circa 200 ogni anno).

Sposato da 39 anni con la triestina Loredana, ha due figli ed è felice nonno di tre splendidi nipoti. Nonostante la lunga lontananza resta legato alle tradizioni della terra di origine.





Il nonno racconta: come nacqui sotto le bombe...


..a mio nipote Lorenzo, che amo da cinque anni ed

agli altri due( e poi ?) in arrivo che comincerò ad amare

da settembre perché sappiano da dove vengono.

Nonno Piero



Gli occhi ben aperti nel buio, Fausto si sforzava di distinguere qualche particolare, di riconoscere un luogo, un punto preciso, ma verso sud-ovest l'orizzonte era un unico indecifrabile bagliore; Argenta bruciava.

Tutto era cominciato coi bengala a rischiarare la notte con la loro luce gialla e poi, ad ondate successive, i bombardieri avevano scatenato l'inferno sulla tranquilla cittadina della bassa ferrarese. I caccia avevano ben presto tacitato la debole contraerea tedesca ed ora Fausto ascoltava angosciato un assurdo silenzio rotto di tanto in tanto da un sordo rombo lontano quasi di temporale ormai finito.

Si accasciò sul muretto con la schiena appoggiata allo stipite del portone della stalletta, girò lo sguardo un po' assente dalla parte opposta, verso la piatta campagna che lentamente riappariva dalla notte; arrotolò lentamente una sigaretta e l’accese.

Per un attimo il bagliore dello zolfanello lo accecò; subito dopo rivide la linea nera del basso argine che chiudeva l'orizzonte verso le valli di Comacchio.

Il giorno che aveva preceduto la nottata che stava ormai per finire era stato certamente il più movimentato ed importante nei suoi 34 anni di vita.

Cominciava appena ad albeggiare quel 13 aprile 1945 ed i profumi della campagna, indifferenti alle pazzie umane, ancora una volta si proponevano nel ciclo della primavera imminente, esaltati dall'umidità del primo mattino.

Poco prima una voce di donna, tra l'urlo ed il bisbiglio, gli aveva annunciato « L'è un mas-c! L'è un mas-c! » ( E’ un maschio...). Era il suo primo figlio, ed aveva scelto proprio la notte peggiore per venire a questo mondo.

Era arrivato in una stalla come Gesù, ma gli sembrò troppo chiamarlo così!

Questa era una stalletta privilegiata, quella dei cavalli, tutta per la sua famiglia, un po' distaccata dal casone centrale dove, nella stalla principale, gli altri sfollati si erano sistemati a gruppi famigliari in ciascuna delle poste lasciate libere dalle vacche, con tende e lenzuola appese in un tentativo di privacy; gli animali da un pezzo li avevano requisiti e se li erano mangiati i Tedeschi.

Né avrebbe parlato con Adele, ma pensava di chiamarlo Pietro come suo padre o forse Piero, più moderno e di moda.

Adele! Non aveva ancora visto né lei, né il bambino dopo il parto, e ora, dopo i primi vagiti, tutto taceva; le donne che avevano aiutato erano tornate nell’altra stalla e sua moglie, il bambino e la levatrice spossati per motivi diversi, dormivano sull’unico pagliericcio.


Adele! Aveva lucido il ricordo del loro primo incontro. Quella domenica pomeriggio dell'autunno '43 al cinema ad Argenta davano «Gli uomini, che mascalzoni» con De Sica che cantava «parlami d'amore Mariù». Nell’intervallo dalla galleria la vide giù in platea che rideva e chiacchierava fitto fitto con due amiche. Prima che si spegnessero di nuovo le luci aveva già deciso cosa fare.

L’aveva attesa all’uscita e ci aveva provato con una battuta più o meno spiritosa, ottenendo solo uno sguardo gelido ed il trio si era allontanato ridacchiando.

Orgoglio di maschio ferito, in fondo lui era quello che può definirsi un bell’uomo; appena passata la trentina, più alto della media, asciutto, portamento elegante, numerose prede nel carniere, ma una così era diversa, tanto da fulminarlo coi suoi occhi nocciola con le pagliuzze d'oro!

Non si era arreso; fermo ai piedi della scalinata continuò a fissarla mentre si allontanava e si disse «S’la s’ prẹla, l’è fata...»( Se si gira è fatta). Ancora pochi passi ed il nero dei suoi capelli lasciò il posto al chiarore del viso; si era girata, e solo per un attimo i loro sguardi si erano incrociati, ma quell'attimo a Fausto era bastato per raggiungerla nel profondo del cuore.

Ci furono i mesi del fidanzamento; lei, che aveva 9 anni di meno, lo chiamava «Vciòñ» (vecchione), oppure amorevolmente «Našòñ» (che poi rimase per tutta la loro vita insieme), per via del suo naso “importante”.

Si sposarono il 3 giugno del '44 ad Argenta in un altare laterale della chiesa di San Giacomo poiché quello centrale era inagibile. L’abito della festa lui, e lei un vestito nero a fiori sgargianti sotto un soprabito rosa che le aveva confezionato la sua amica sarta; in testa un velo che Teresa, l’amica fioraia, aveva sottratto all'ultima confezione di dalie. Dopo la cerimonia, un saluto a parenti ed amici a casa di Adele, vicinissima alla chiesa, dove papà Giovanni aveva decorato la tavola con abbondanti rami d'edera e dove mamma Maria aveva preparato un rinfresco a base di brazadëla e vermut. Si scoprì solo in seguito, per via di quei pezzi di torta nascosti qua e là negli angoli della stanza, che la ciambella era immangiabile perché affettata sul tagliere utilizzato per schiacciare il sale grosso.

Signorilmente nessuno se ne era lamentato.

Poi il gruppo più intimo si trasferì a Bando, podere Ca' Bianca, dove abitava lui e dove sarebbe andata a vivere la coppia, una decina di chilometri tutti in bicicletta ed in corteo, eccetto gli sposi che avevano approfittato del furgoncino della fioraia libero dalle consegne.

A Ca’ Bianca c’erano papà Pietro, ormai ottantenne e quasi cieco, del quale Fausto aveva preso il posto come fattore (ben presto la cataratta, a quei tempi praticamente incurabile, l’avrebbe condotto alla cecità totale) e mamma Teresa anche lei anziana e malandata; ma altri parenti avevano preparato un pranzo nuziale «adatto» ai tempi di guerra. Dei sette fratelli di Fausto (nell’ordine: Augusto, Santa, Federico, Romildo, Mario, Fausto e Bruno) erano presenti soltanto Bruno, il più piccolo e Santa, l’unica femmina; gli altri, per le vicende della vita e della guerra, erano lontani.

Per Adele quel bel viaggio di nozze era la prima volta in auto; lui invece aveva addirittura la patente. Le sue prime esperienze automobilistiche risalivano agli anni ‘20 allorché Don Alfonso, parroco di San Biagio ed evidentemente possidente di famiglia, disponeva di una delle prime automobili circolanti in zona e, di tanto in tanto, concedeva un giro al gruppo dei chierichetti. Si dà il caso che Don Alfonso fumasse i toscani, o forse masticasse tabacco, sicché intervallava le lezioni di catechismo applicato alla guida, con rumorose scatarrate e relativi sputi fuori dal finestrino. Peccato che spesso si dimenticasse di aprirlo il finestrino ed alla vista della colata giallastra, lui impegnato col volante, si affrettava a sbottare « Oh porc… ciapa che stràz, ciapa che stràz...” (Prendi quello straccio...) e spesso toccava al piccolo Fausto l’ingrato compito di rimediare.

Fausto tornò a guardare il bagliore lontano e pensò che questo probabilmente significava la morte di amici e conoscenti, proprio quando lui avrebbe dovuto gioire per l’arrivo di una nuova vita.

La mattina del giorno prima, il 12, avevano lasciato Ca' Bianca troppo vicina al centro del paese di Bando. L'VIII° Armata avanzava preceduta da intensi bombardamenti. Già Filo, Longastrino e San Biagio avevano subito gravi devastazioni e tutto lasciava supporre che presto sarebbe toccato a Bando e, soprattutto ad Argenta, nodo importante sulla via della ritirata tedesca.

Il trasferimento al podere «il Vallone» isolato nella campagna e perciò presumibilmente più sicuro, era avvenuto con tratti da «Fuga in Egitto». Chiunque in tempi normali avesse visto passare quello strano convoglio, sarebbe restato allibito, ma in quei tempi di guerra era la normalità: lui con doppia cavezza conduceva con una mano un asinello sparuto e senza padrone, carico delle poche e povere masserizie, e con l’altra Nina, una mucchina piccola piccola da non sembrare nemmeno una mucca, alla cui coda era assicurato il vitellino nato da poco. A fianco camminava Adele col suo pancione e portava a mano una bicicletta al cui sellino era agganciata una vecchia carrozzella per bambini già servita a generazioni di Ferrozzi.

La mucchina era davvero piccola e forse proprio per questo, oltre al fatto di essere rimasta nascosta per un po’ di tempo in cantina, era sfuggita alle razzie teutoniche, piccola ma preziosa per sfamare il neonato visto che gli stenti avrebbero prosciugato il seno di Adele.

Otto chilometri di buon passo fino al podere «il Vallone» dove trovarono chi li aveva preceduti in questo esodo per la salvezza.

Lui era poi tornato a Ca' Bianca per riportare l'asinello dove l'aveva trovato, per chiudere casa e per nascondere ben bene la preziosa scorta di patate.

Si era ormai fatta sera quando, di nuovo al Vallone e stanchissimo, si era lasciato cadere sul pagliericcio sprofondando in un sonno agitato.

Un’ora? Un minuto? Non sapeva dopo quanto sua moglie l’avesse svegliato « Fasto, Fasto, a j ò il doj !» (Fausto, Fausto, ho le doglie!).

Per qualunque manuale di ginecologia non c'è niente di meglio, al nono mese di gravidanza, di una bella passeggiata di otto chilometri per favorire il parto! Le vicine erano già tutte intorno a lei, ma ci voleva la levatrice ed Adele si era ricordata di Maria, la sua compagna di scuola che aveva fatto il corso ed aveva già aiutato a nascere molti nuovi paesani. Ma chissà dov’era Maria! Sicuramente anche lei con la sua famiglia aveva raggiunto un casolare lontano dalla cittadina passibile di bombardamento. Ma dove?

Si era fatto buio, il corpo gli doleva tutto per la stanchezza e la tensione, ma si era rimesso in sella. L’unica speranza era che mamma Maria ne sapesse qualcosa, e così si era messo a pedalare verso Argenta. Alla luce della pallida luna aveva ripercorso la strada bianca, aveva superato i canali di bonifica con l’acqua scura frusciante sotto i ponti, mentre strani rumori nella campagna, quasi semplici sensazioni, sembravano rivelare inquietanti presenze; forse soldati in manovra? Ma nessuno l'aveva fermato.

Mamma Maria, saputo del parto imminente, avrebbe voluto partire subito per il Vallone, ma l’aveva dissuasa; era notte, lui non poteva accompagnarla, sarebbe andata l’indomani.

Mamma Maria aveva sentito dire che la famiglia dell’altra Maria, la levatrice, era sfollata in un casolare dell’Argine Marino, ma quale? La bonifica degli anni '20 e '30 aveva disseminato di coloni coi loro casolari agricoli quella zona; dove l’avrebbe trovata? Chiedendo di podere in podere e seguendo le indicazioni più attendibili, era giunto alla Ca' d Bëpi e Maria era lì. Aveva raccontato di Adele, del parto imminente, del Vallone, ma i genitori della giovane levatrice non ne volevano sapere di lasciar uscire la loro figlia in piena notte e che notte! Troppo pericoloso!

Maria però era stata irremovibile: lei era una levatrice, aveva dei doveri, e poi Adele era una sua amica, non si sarebbe mai perdonata un esito infausto. Aveva preso la borsa dei ferri, si era infilata al braccio sinistro la fascia con la croce rossa e si era sistemata sulla canna della bicicletta di Fausto.

Poche pedalate ed il primo bengala: la campagna circostante si era tutta illuminata di giallo, d'improvviso i contorni si erano fatti straordinariamente nitidi, le sagome degli alberi, le linee delle siepi, gli spigoli delle case disseminate in lontananza.

Il secondo bengala aveva centrato Argenta e l’aveva “denudata”. Come una donna colta nella sua intimità, la cittadina era lì, scoperta, inerme, vulnerabile.

Fausto aveva aumentato il ritmo delle pedalate, erano piuttosto lontani dal centro abitato, ma non si sentiva per niente tranquillo. Percorrendo sentieri secondari che conosceva a menadito, si era diretto verso Bando ed «il Vallone». L’affanno della sua fatica incrociava il tremito di Maria sistemata alla meglio nella sua scomoda posizione. Di tanto in tanto dovevano scendere ed allora percorrevano lunghi tratti di corsa.


Poi, era giunto un brontolio sordo, continuo, dapprima lontano, poi sempre più incombente e su Argenta, ancora circonfusa di luce, erano cominciate a piovere le bombe. Ammutoliti Fausto e Maria si erano fermati a guardare quei pezzi delle loro vite che andavano in frantumi; contrade famigliari distrutte, luoghi pieni di ricordi che non ci sarebbero più stati, ma soprattutto: quanti parenti, amici, conoscenti rimasti a casa o nei precari rifugi ora stavano morendo?

Ma era stato un attimo, dovevano proseguire! Sul canale Biašiòñ il ponte non c’era più. Le due testate spuntavano come moncherini insanguinati dai bagliori delle esplosioni.

I Tedeschi, nel tentativo di rallentare l'avanzata degli Alleati, facevano saltare tutto. Fortunatamente videro a poca distanza una barca assicurata con un cavo all'altra sponda lasciata lì da chissà chi. Prima era salita Maria, lui le aveva passato la bicicletta, era salito a sua volta e con robusti tiri di fune, pur in equilibrio precario, avevano raggiunto l’altra sponda. E via di nuovo attraverso la campagna fino al ponte del canale «Golena», lì il ponte c'era ancora, ma c'erano anche i Tedeschi, e il plotone che aveva il compito di far saltare i ponti era al lavoro.

“Alt ! Nein, nein!” e cosa altro dicessero lui non lo sapeva, capiva solo che non si poteva passare perché il ponte stava per saltare. Si era sentito perduto, ma Maria era stata straordinaria. Aveva intrapreso un monologo appassionato quasi tutto in dialetto, quasi gridato; che lei era un ufficiale sanitario, e mostrava la croce rossa, che aveva dei doveri, e mostrava la croce rossa, che c'era gente che soffriva ed aveva bisogno di lei, e mostrava la croce rossa, che non si sarebbe mossa di lì a costo di saltare col ponte. Chissà quanta di questa determinazione fosse dettata dall'adrenalina della particolare situazione, o quanto fosse invece l'astuto piano di una Maria pronta a mettersi in salvo alla mala parata, fatto sta che il povero Caporale che già non capiva l'italiano, figuriamoci il dialetto, e forse anche lui un bravo Cristo con una famiglia sotto le bombe a Dresda o a Berlino o chissà dove, aveva ben altro a cui pensare che mettersi a discutere con una pazza scatenata, una che se ne andava in giro in una notte come quella additando una croce rossa. Fece un rapido gesto «Schnell, schnell!» e in un baleno loro erano già sull'altra sponda e pedalavano ringraziando la buona sorte e la presenza di spirito di quel diavolo di Maria.

Saranno stati duecento metri? Forse neanche, un boato, un’esplosione vicinissima ed il ponte sul canale «Golena» era andato in briciole.

Il resto era storia di poco prima, l’arrivo al Vallone, gli abbracci tra Maria ed Adele, la visita, Maria che si era addormenta accanto a lei in attesa delle doglie finali, il parto, l’annuncio.

Fausto si accese un’altra sigaretta, l’ultima prima di andare ad abbracciare sua moglie, di vedere suo figlio e finalmente dormire.. dormire. Il sole stava ormai sorgendo e la luce crescente aveva cancellato ogni bagliore dalle parti di Argenta; gli passò per la testa che non fosse successo niente, che avrebbe ritrovato tutto come prima.

Come per cercare la verità per un attimo chiuse gli occhi e gli furono subito addosso; due,tre, quattro soldati erano spuntati dall’argine e subito erano lì e gli puntavano i mitra in faccia. Rimase impietrito, immobile. Dapprima pensò fossero Tedeschi, ma non ne riconobbe le divise, gli elmetti erano diversi, la parlata sempre minacciosa ed incomprensibile, ma diversa : «Who are you? What do you do here? Is there any german? ». Erano Inglesi, i primi che si vedevano in zona.

Erano l'avanguardia dell’ VIII° Armata che aveva attraversato le valli di Comacchio per prendere i nemici alle spalle.

Spiegò a parole e coi gesti che era italiano, che di Tedeschi non ce n’erano e che lì dentro c'era suo figlio appena nato. Quello che aveva parlato e che sembrava il capo socchiuse il portone, guardò dentro e con un largo sorriso gli disse : «O.K. guy, good luck!» e sparirono verso nord ad inseguire i Tedeschi; ma questa diventa un’altra storia, sempre di guerra, ma un’altra storia.

Il 25 aprile del ’45 Don Santo Perin, consacrato Sacerdote da pochi mesi, tutti spesi al servizio di chi soffriva da qualunque parte fosse schierato, venne a battezzare il neonato che fu chiamato Piero.

Poi, avvertito da un paesano che in una vicina contrada c’era il cadavere di un Tedesco insepolto, Don Santo, nonostante il pericolo di mine, non esitò un attimo.

Sulla via del ritorno saltò su una mina antiuomo e, pur soccorso, in breve morì col paesano. Dopo qualche tempo il nuovo Parroco sostituì il certificato di battesimo di Piero perché quello originale era macchiato del sangue di un giusto.

Ma anche questa diventa un’altra storia, sempre di guerra, ma soprattutto di eroico sacrificio: proprio un’altra storia.


MEINA (Novara) 16 maggio 2011

1 commento:

vilma castelli ha detto...

navigando,navigando, meglio boccheggiando per internet (non sono esperta) ho incontrato questa strana "irola" che mi ha incuriosita ed ho avuto la sorpresa di incontrarci una persona che mi ha ricordato un giorno dei miei sedici anniInfatti ho ragione di credereche il Sig. Piero Ferrozzi sia il fratello di una mia indimenticata compagna di collegio a Bologn, il Sant'Elisabetta, che un giorno andammo a trovare cadetto all'Accademia navale di Livorno,conservo le foto di rito. Ricordo anche i loro genitori quando venivano al S'Elisabetta a trovare la (come usiamo dire noi della bassa bologn.) Paola della quale mi piacerebbe tanto avere notizie. io sono Vilma Castelli mi si può contattare all'indirizzo: vilmacastelli@libero.it. Spero di non essere tacciata per invadente. Ricordo quanto fosse forte ed affettuoso il legame che nutriva Paola per quel fratello in giro sulla Vespucci. Ho gustato il racconto della nascita avventurosa descritta da Piero che suppongo abbia determinato il corso della sua vita Con affettuoso ricordo Vilma Castelli ora residente a Pianoro BO
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