sabato 19 dicembre 2009

E’ un bianco Natale …

Versi, riflessioni ed auguri natalizi

di Agide Vandini e Antonina Bambina


Buon Natale!

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Due foto da poco scattate davanti a casa mia (ovvero e’ cantòñ de’ Paradìš). Ritraggono l’abbondante nevicata notturna caduta sulla Romagna. La prima l’ho scattata verso mezzanotte, la seconda, nella stessa posizione, stamattina di buonora.





Ci approssimiamo velocemente al Natale. E’ tempo di auguri, di doni, di festa.

Quest’anno oltre agli addobbi tradizionali ci ritroviamo, per regalo d’eccezione, una spettacolare nevicata che sa di antico, che evoca in noi ricordi bellissimi di serate di veglia attorno all’«Irôla» col fuoco sfavillante e soprattutto di giochi, di corse, di suoni e termini dialettali ormai desueti, uditi per strade e cortili imbiancati. Eccone un rapido campionario: u j vô e’ palòñ da la nẽv, ciapê i pasarõt cun e’ luèt, ciapên incôra piò tént int al dida…, stà in là ch l’ariva la pujêna…, andèñ a fê al spalê, mo’ ach bël bambòz ad név ch’avì fàt…, l’è óra d tirê fura e’trižẹñ, aténti ae’ švìdar oppure mitìv bèñ al manèz int al màñ tabëc o infine, t’an t léva miga i pì giazé cun l’aqua chêlda ch ut vẹn i sangunêz... **


** Ecco l’immediata traduzione di queste espressioni: occorre la pala grande per la neve, catturare i passeri con le trappole, avere ancor più le dita ingranchite dal freddo, spostati che sta arrivando lo spazzaneve, andiamo a far pallate, ma che bel fantoccio di neve avete fatto, è ora di tirar fuori gli slittini, attenti allo strato di ghiaccio, oppure mettetevi le manizze alle mani ragazzi (guanti fatti in casa dalle nostre mamme con due sole sacche, una per il pollice, l’altra per il palmo e tutte le altre dita) o, infine, non lavarti assolutamente i piedi ghiacciati con l’acqua calda, altrimenti ti vengono i geloni.


Son giorni, quelli che ci aspettano, che richiamano alla tradizione e che nell’intimità familiare, inducono a riflessioni e proponimenti. Va da sé che il pensiero corra a coloro che, ahimè, non possono festeggiare il Natale in serenità, alle prese coi tanti, troppi problemi che affliggono questo mondo, primi fra tutti la mancanza di salute di anima e di corpo, la sempre più ingiusta e disordinata distribuzione delle risorse e, non dimentichiamolo mai, l’assenza di Libertà fondamentali ancora osteggiate ed ignorate in molti paesi.

Al di là di sterili, e talvolta ipocrite, professioni di umiltà che durano lo spazio di un mattino, forse sarebbe il momento di riscoprire, in ognuno di noi, quei sentimenti di autentica solidarietà che, in questa parte del mondo, sembrano talvolta abbandonarci, induriti dalla lotta per la conservazione di un benessere raggiunto con grande sacrificio, una lotta che angoscia, tormenta tanta gente e pare non ammettere concessioni.

Chissà se il bianco Natale di quest’anno ammorbidirà qualche coscienza. Eppure la ricorrenza religiosa vuole semplicemente ricordare ai suoi credenti che, oltre due millenni or sono, il Dio dei Cristiani decise di farsi uomo, di venire fra noi e, soprattutto, che scelse di farlo nascendo nella mangiatoia di una povera stalla, non molto lontano da qui, nella terra oggi martoriata e mortificata di Palestina.

Dovesse prendere una decisione del genere oggi, il Salvatore, io credo che, quanto a luoghi adatti alla sua discesa fra gli umani, non avrebbe che l’imbarazzo della scelta, ma se, puta caso, decidesse di puntare il dito verso la Penisola, difficilmente penserebbe di nascere in un salotto televisivo, o in un campo di calcio, oppure, meno che mai, in uno dei tanti teatrini della politica o dell’economia. Forse sceglierebbe di toccare terra fra le tende disagiate d’Abruzzo o fra le baracche angosciate del messinese, oppure ancora su qualche disordinato accampamento di città, stipato di gente d’ogni colore, venuta piena di disperazione da qualche altro capo del mondo, gente dagli occhi sempre più tristi, le cui tante speranze finiscono quasi sempre in amarezza e sconforto.

Nella nostra «Irôla» virtuale non si vuole certo, con questi discorsi, far presa su chi ha l’animo ormai impermeabile, esacerbato da troppe paure e preoccupazioni per il suo domani. Far prediche, del resto, non è nella natura e nelle aspirazioni di chi scrive.

Sarebbe però il caso di chiedersi, tutti assieme, in un periodo i cui ci si richiama ai valori della tradizione se, nel mondo globalizzato ormai alle porte, ci possa essere davvero un domani per qualcuno e non per qualcun altro, oppure non ci sia, al contrario, un futuro o per tutti, o per nessuno. E’ lì che si va a finire se, dal nostro micro mondo, riflettiamo intorno ad un piccolo Redentore vestito di pochi stracci, riscaldato appena dal fiato di un bue e di un somarello, e ragioniamo intorno ai tanti significati profondi di una festa religiosa che, da secoli, dispensa messaggi universali di pace, e di redenzione per i deboli e gli oppressi, in ogni direzione: ai laici e ai cristiani, ai credenti e ai senza Dio di ogni paese di questa terra.

Per aiutare, molto modestamente, nella riflessione, ammesso che la si voglia fare, ho pensato di proporre qui due poesie dialettali, semplici, eppure immediate, dirette: parole che vanno dritto al cuore.

La prima, in dialetto siciliano, è stata scritta dalla nostra Antonina, una filese d’adozione ritornata anni fa nella sua Alcamo, sicula e passionale nell’anima, poetessa di grande sensibilità e già conosciuta più volte in questo blog, i cui versi dedicati alla Natalità vengono resi ancor più suggestivi dalle tipiche sonorità di un idioma che ha in sé un pathos innato, direi quasi naturale.

La seconda poesia, in dialetto romagnolo, è invece un testo da me trascritto di Ferruccio Tassinari, tratto da pubblicazioni di tanto tempo fa, ma il cui contenuto, di grande vigore e slancio ideale, appare oggi di straordinaria attualità, perfettamente in tema con le riflessioni di cui si diceva innanzi.

La presentazione contemporanea dei due testi, in dialetti così diversi e lontani, vuole essere simbolica anch’essa di valori universali e vuole, in qualche modo, lanciare via rete un caloroso abbraccio alla gente di Sicilia e d’Abruzzo che ancora soffre, che teme, giorno dopo giorno, d’essere dimenticata e a cui, perciò, si vuole far sentire, ancora più forte, tutta la nostra umana solidarietà.

Giunga a voi tutti, italiani di Sicilia e d'Abruzzo, dalla Romagna e da questo umile blog, il più sentito segno d’affetto, nonché l’augurio di un prossimo ritorno alla normalità, alla possibilità, cioè, di vivere quanto prima in case dignitose e accoglienti, soprattutto nei vostri amati paesi e villaggi.

Un affettuoso augurio di Buone Feste ai tanti amici e a tutti gli affezionati lettori di questo blog.



La nascita

di Antonina Bambina


O Matri Santa chi peni patisti?

di Bettilemmi 'n Egittu arrivasti.

Lu Verbu avivi 'n ventri e resististi,

chi 'n ogni porta alloggiu un nni truvasti.

La genti senza cori cumpatisti,

ma friddu e jelu quantu nni pigghiasti?

Tra peni e stenti quasi chi svinisti,

a un passu di lu partu nn'arrivasti.


Dintra 'na rutta scurusa e affriddata

fu la sarvizza di la vostra vita.

Fu l'unicu ristoru ddà jurnata

tra pagghia e fenu sta gioia 'nfinita.

Nascia lu Rè 'nta ddà fridda nuttata,

chiurennuci a ddi Santi la firita.

Brilla 'na stidda la stidda chiù amata,

chi a l'umanità detti la vita.


La vuci si spargì 'nzina all'Urienti

e vinniru viremma li Rignanti.

Purtaru quarchi donu sulamenti,

ma chi foru accittati di ddi Santi.

Nascia lu Sarvaturi di li genti,

jinchennu quarchi cori ch'è vacanti

e 'nta lu munnu fu fattu stu prisenti

e la sarvizza fu' di tutti quanti.



Arvẹsum fradël… L’è Nadël

di Ferruccio Tassinari [1]

(trascrizione nella fonetica filese di A.Vandini)


Se mẹ a bët a la tu pôrta

O a scọr a e’ tu côr,

Parchè a j ò fàm,

A sö stràc,

A j ò frèd e bšògn d scaldêm:

Arvẹsum fradël!


E nö cmandêm chi ch’a sö

D’indó ch’a vẹgn,

Parchè ogni pêrt de’ mònd

L’è e mi paéš, e’ tu paéš,

E incù l’è Nadël:

Fàm intrê fradël!


Nö guardê coma ch’a sö fàt,

S’a sö bël, brọt, drẹt o stôrt,

Al mi idèj, i mi pinsìr,

E a i mél ch’a pùrt cun mẹ

Pensa sól ch l’è Nadël:

Aiùtum fradël!


Nö badê a e’ culór dla mi pël.

Ch’a sia négar, žal, rös o biènch,

mẹ a sö un òman coma tẹ,

coma e’ tu bàb, coma e’ tu fiôl:

Abràzum fradël!


Spalèncum la tu pôrta,

Arvèsum e’ tu côr,

Parchè mẹ a sö un òman.

Cl’òman ch l’è sèmpar ešistì

Int ogni pêrt de’ mònd,

Ch’u t s asarmẹia.

Una criatura ch la spéra incóra,

Coma da sèmpar,

Che sta nostra tëra,

La turna un sid pr i galantòm

Uguêla par tọt, un sid ad felicitê.



La nascita

di Antonina Bambina


Oh! Madre Santa quante pene patisti?

Da Betlemme in Egitto tu arrivasti

Il Verbo avevi in ventre e poi capisti

che alloggio in ogni porta non trovasti

La gente senza cuore compatisti,

e freddo e gelo... quasi ghiacciasti.

Tra pene e stenti tu quasi svenisti

ad un passo, dal parto arrivasti.


Dentro una grotta, buia e innevata

trovasti la salvezza per la vita.

Fu l'unico ristoro della giornata

tra paglia e fieno, che gioia infinita!

Nasceva il Re, in quella fredda nottata,

chiudendo ai Santi una grande ferita.

Brilla una stella, la stella più amata

che all'umanità, dette la vita.


La voce si spanse fino in Oriente

e vennero insieme, tre Regnanti.

Portarono qualche dono solamente,

ma accettati di gran cuore dai tre Santi.

Nasceva il Salvatore della gente,

riempiendo tanti cuori, ormai svuotati.

Nel mondo intero a tutti apparve chiaro

che era la salvezza per tutti quanti.



Aprimi fratello… E’ Natale

di Ferruccio Tassinari

(trascrizione nella fonetica filese di A.Vandini)


Se batto alla tua porta

O parlo al tuo cuore,

Perché ho fame,

Sono stanco,

Ho freddo e bisogno di scaldarmi:

Aprimi fratello!


E non chiedermi chi sono

Da dove vengo,

Perché ogni parte del mondo

E’ il mio paese, il tuo paese,

E oggi è Natale:

Fammi entrare fratello!


Non guardare come sono fatto,

Se sono bello, brutto, dritto o storto,

Alle mie idee, ai miei pensieri,

E ai mali che porto con me

Pensa solo che è Natale:

Aiutami fratello!


Non badare al colore della mia pelle.

Che sia nero, giallo, rosso o bianco,

Io sono un uomo coma te,

come tuo babbo, come tuo figlio:

Abbracciami fratello!


Spalancami la tua porta,

Aprimi il tuo cuore,

Perché io sono un uomo.

Quell’uomo che è sempre esistito

In ogni parte del mondo,

Che ti rassomiglia.

Una creatura che spera ancora,

Coma da sempre,

Che questa nostra terra,

Torni un luogo per galantuomini

Uguale per tutti, un luogo di felicità.



[1] Tratta da La Romagna e i suoi poeti, Estate ’80 a Villa Prati, a cura dell’Accademia dei Benigni e della Coop.Culturale e Ricreativa «Villa Prati», pp.49-50 e, a sua volta, da Ferruccio Tassinari, E’ calzédar, Cesena, Wafra, 1972 e da Ferruccio Tassinari , E’ partighér, Rocca S.Casciano, Cappelli, 1976.

1 commento:

marco ha detto...

La Nascita e la Fratellanza, nel nostro dialetto, hanno una rima perfetta. Speriamo possa anche crearsi e rimanere nell'unica lingua del futuro.
Complimenti per quello che scrivi,ci sono delle pagine veramente toccanti. Buone Feste a tutti i FILESI alle persone che ti stanno nel cuore e natutalmente a Te , caro AGIDE .