martedì 11 agosto 2009

L’acqua buona del Trumbòñ

Una poesia «Pane e Olio»

di Orazio Pezzi


La casa contadina dei Brandulẹñ sta lungo la strada oggi chiamata «Lodigiana». Andando in direzione del ristorante Il Cavallino precede sulla sinistra la storica Risarôla (o Cašèta). Nelle moderne carte topografiche è tuttora denominata Cà dei Bovi, ma il popolo di Filo l’ha sempre chiamata la cà de’ Trumbòñ.

E’ un nomignolo che le deriva dal pozzo artesiano scavatole accanto, forse al momento stesso della costruzione di quella casa colonica, presumibilmente a fine Ottocento a spese dell’allora proprietario Duca Massari. Di essa, della casa abitata durante il Novecento dai Brandolini, non si trova infatti alcuna traccia nel catasto napoleonico di inizio ‘800.

Da quel pozzo artesiano sgorgava di continuo, e senza alcun bisogno di pompe, un’acqua buona, fresca ed inesauribile. Quell’effetto fisico dovette ricordare, ai nostri paesani dell’epoca, proprio quello della «tromba», ossia del tubo flessibile utilizzato per calare nei fiaschi il vino contenuto nelle damigiane.

E’ Trumbòñ, quindi, divenne il nome di quella fonte, un termine dialettale già in uso ai tempi del Morri (1840) che nel suo dizionario Romagnolo - Italiano specifica: Tromba da aqua - Tromba aspirante, Tromba da attingere, o cavar acqua. L’etimo, secondo il Dizionario etimologico on line, risale addirittura al provenzale trumpa. L’accrescitivo che gli si appiccicò (trumbòñ) voleva evidentemente indicare la grande profondità e l’eccezionale lunghezza del tubo che faceva salire l’acqua dal sottosuolo mediante il vuoto.

L’aqua bóna de’ Trumbòñ divenne subito una grande risorsa per tutto il paese e, gli eredi dei Brandolini, ricordano ancora oggi gli abituali assembramenti, i carri e carretti in fila per approvvigionarsi di quell’acqua limpida e preziosa, desiderata, cercata ed ambita nelle tante, sparse, e in alcuni casi lontane, borgate di Filo.

Di quel pozzo andato perduto, reso praticamente inutile dall’arrivo dell’acquedotto negli anni Sessanta del Novecento, c’è traccia in poche fotografie. Una di queste, è quella che mi è stata gentilmente offerta dalla famiglia di Paolina Brandolini in cui la fonte si intravvede in lontananza[1].

A ricreare tuttavia un’immagine nitida del luogo e di quei tempi andati ci ha pensato, con la sua poesia, il nostro ispiratissimo Orazio. Non sarà difficile, dopo aver letto le sue note e i suoi versi dialettali romagnoli, rivedere, nella propria fantasia, quella gente, quei tempi, quella fonte assiepata di gente. Io li ho semplicemente tradotti e trascritti, cercando di rispettare la fonetica del «dialetto tipico filese», nella nuova grafia adottata dal blog.

E’ un altro tuffo nel passato di cui Orazio, con la dolcezza poetica che lo contraddistingue, ha voluto e saputo farci dono (agide vandini).

***


Ai tempi non c’era l’acquedotto, ed il territorio era disseminato di pozzi artesiani. Il nostro pozzo di casa aveva, anzi ha ancora, l’acqua leggermente salata, per cui si andava al pozzo dei Brandolini, chiamato dal popolo di Filo “ e’ Trumbòñ ”. Aveva un’acqua eccezionale che saliva di continuo e che fuorusciva da un beccuccio a forma di manina. C’erano anche pozzi più vicini, uno di questi era ae’ Stalòñ ”, ma l’acqua non reggeva il confronto. Noi ci andavamo coi fiaschi e, d’estate, il nostro era un via vai continuo, per portare da bere a genitori e zii che lavoravano nei campi.

Era insomma un’acqua importante e fonte di vita (Orazio Pezzi).



E’ Trumbòñ (L’aqua l’è la vita)


U j éra una funtêna

A cà d Brandulẹñ

Cun un bëch d utòñ

Fàt coma ‘na manéna

Mej cgnusuda coma «e’ Trumbòñ»


L’aqua l’éra un quël ch’u n s pö dì

La fašéva digerì, e incóra mej pisê

Nenca e’ dutór u t l’urdinéva pr al malatìi

Döp un bichìr t’a t sintìv rigenerê

Tọt i mél e i dulùr i éra sparì


L’éra ciêra, frësca e pura

S t’a t la dbìv u t paséva la paura

A pinsej pröpi bèñ

L’éra un miràcul dla natura

Fàt a cà d un cuntadẹñ


L’éra l’aqua dla nöstra vita

Da piọ d zènt métar la šgurghéva

La vnéva sọ nöt e’ dẹ

Ch’e’ fọs tẹmp catìv o tẹmp bòñ

D invéran o d istê

Nọñ avèñ dbù pr ögni stašòñ

L’aqua banadeta de’ Trumbòñ


Se a sö a quẹ ch’a l pọs cuntê

La fašéva pröpi bèñ, cardìm a mẹ.



Il «Trombone» (L’acqua è vita)


C’era una fontana

A casa di Brandolini

Con un beccuccio d’ottone

Che pareva una piccola mano

Meglio conosciuta come «il Trombone»


L’acqua era una cosa che non si può dire

Faceva digerire, e ancor meglio urinare

Anche il dottore te la ordinava per le malattie

Dopo un bicchiere ti sentivi rigenerato

Tutti i mali ed i dolori erano spariti


Era limpida, fresca e pura

Se la bevevi ti passava la paura

A pensarci meglio

Era un miracolo della natura

Avvenuto a casa di un contadino


Era l’acqua della nostra vita

Sgorgava da oltre cento metri

Usciva notte e giorno

Col tempo cattivo come col tempo buono

D’inverno come d’estate

Noi abbiamo bevuto in ogni stagione

L’acqua benedetta del «Trombone»


Se son qui che ve lo posso raccontare

Faceva proprio bene, credetemi.




[1] La foto ritrae alcuni cliclisti in arrivo nel cortile dei Brandolini. In testa al gruppetto Aurelio Brandolini. La fonte è sullo sfondo, in alto a sinistra.


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