mercoledì 4 giugno 2008

Il duro mestiere del profeta...



(Corsivo del «Filese» in salsa rossoblu)

Agide Vandini, grande appassionato di calcio, partecipa da anni col nickname di «Filese» al forum del sito www.forumrossoblu.org, e scrive di tanto in tanto corsivi di contenuto storico-folclorico dal tono scherzoso, dedicati di volta in volta all’attualità della squadra del cuore, il Bologna FC 1909. Non poteva mancare perciò un articolo dedicato alla spasmodica promozione in serie A di questi giorni, una vera e propria Liberazione dopo i tre lunghi e sofferti anni di purgatorio in serie B.


In questo nostro paese, di santi, di navigatori e di poeti, di Ciarlatani, Imbonitori ed Indovini, non nascono più menti profetiche come lo storico iettatore Luca Gaurico (1476-1558), micidiale astrologo di grande reputazione e talento, che meravigliò ed inquietò i potenti della sua epoca; nascono invece più modesti tentativi di imitazione come il trio televisivo composto da Fascetti, D’Amico & Lauro, settimanali sputasentenze, elargitori di profezie orrende e catastrofiche intorno alle sorti del campionato rossoblù, oroscopi nefasti al punto da valergli, nella città delle Due Torri, l’antico e celebrato appellativo di Ufaisa di Dio; prima però di dire perché, come nei vecchi romanzi d’appendice, facciamo un piccolo passo indietro.

Luca Gaurico

La carriera dell’astrologo Lucas Gauricus ad inizio Cinquecento fu folgorante. Al servizio quale «consulente astrologico» di potenti come Caterina de’ Medici, previde con largo anticipo nomi, malattie e morte dei papi, le loro tante dispute politiche con re ed imperatori. Gli andò però proprio male con Giovanni II Bentivoglio, podestà di Bologna, a cui predisse la perdita della signoria sulla città, poi avvenuta puntualmente nel 1506 per scomunica papale. Poco gratificato dalla profezia, il Bentivoglio sottopose Gaurico alla tortura della mancuerda. Lo fece appendere ad una fune calata da un’alta scala a chiocciola e da lì lo fece sbattere per ben cinque volte contro il muro.

L’astrologo finì in esilio, ma non guarì mai dal vizio di far profezie. Ne fece e ne azzeccò ancora negli anni che seguirono. Ebbe titoli, onorificenze e cariche religiose (dopo la morte del Bentivoglio), ma non scordò mai la sventura bolognese che, ahimè, non aveva per nulla previsto.

Il trio di apprendisti stregoni televisivi « Fascetti, D’Amico & Lauro », grazie al cielo, di iettature ne ha provocate poche, anzi, nessuna, nonostante abbia continuato imperterrito per tutto l’anno ad invocare, con tono quasi risentito, iazze, sfighe e calamità immani sulla testa dei bolognesi, magnificando regolarmente i concorrenti, ghignando di soddisfazione nei (pochi) momenti di magra della stagione, guadagnandosi in perpetuum, questo trio delle meraviglie, l’oscar dell’antipatia del pur cordialissimo popolo rossoblù.

A promozione avvenuta e dopo l’esplosione di gioia in città, scartata l’ipotesi della mancuerda, non rimane, a noi tifosi, che darci, nei loro confronti, al più sacrosanto e doveroso gavettone virtuale, provvedendo ad un vero e proprio atto di battesimo con tanto di nome appropriato, ossia una meritata condanna a vita per questo trio tanto maldestro.

Perché Ufaisa di Dio? Perché dare a Fascetti & C. proprio il nome della famosa osteria di Bologna di via Foscherari? Per una questione di stile direi, ossia per quel modo garbato e per quella ironia sottile che da sempre contraddistingue i bolognesi, che diedero quella singolare denominazione all’antico locale, dopo l’avventura tragicomica toccata ad uno dei primi proprietari dell’Osteria.

Il buon uomo aveva infatti avuto la fortuna (o sfortuna che dir si voglia) di sorprendere la legittima consorte in un colloquio fin troppo intimo con un cliente. Qualcuno penserà che il marito offeso così pesantemente abbia afferrato il coltello. Errore. Sopra la colpevole coppia colta in flagrante pendeva però, innocente, un piccolo crocefisso, ed il pio uomo, coniuge modello, rivolse testualmente alla donna, col tono del più aspro rimprovero, queste parole: «Che tu faccia torto a me, cara moglie, passi; ma non hai rimorso dell’offesa di Dio?»

Fu per queste memorabili rampogne che, da allora, l’Osteria fu chiamata con quel nome bizzarro e che lì, anziché il rosso del sangue, ha continuato a scorrervi il rosso amore delle viti bolognesi.

Ebbene sì, una tale ed unica capacità di stile nelle grandi occasioni va riconosciuta con buon diritto ai petroniani e l’appellativo «Ufaisa di Dio» direi che possa proprio calzare a pennello anche per il trio di pseudo commentatori televisivi, stante l’offesa manifesta, se non alla religione, quanto meno all’intelligenza comune. Se il nome non dovesse piacere, si consolino Lorsignori, poteva andar peggio, soprattutto ripensando al povero Gauricus...

Andò piuttosto grigia anche al barbiere bolognese che nel primo ‘900 cercò di farsi beffa del romagnolo (altro stile, come vedremo…) Olindo Guerrini, vate impareggiabile, venuto a sbarbarsi in città e creduto lì per lì un povero sordo e muto. Sentite un po’, e ditemi se, anche a voi, quel barbiere non ricorda da vicino il trio Ufaisa di Dio:

La Bŏrla a e’ barbir

Donca, avì da savé che un dè a Bulógna

Andè in butega da un barbir, zet, zet,

Cun una chêrta ch’a j avéva scret:

«Fate la barba a me che mi bisogna».


«Quest – e’ dis e’ barbir – l’è una carogna

D’un sórd e mot», e i su sotpanza i-s met

A insavunêm e’ mus sóra un banchet,

Cun una tvaja ch’l’éra una vargogna.


E i-m daséva de’ stòpid, de’ sandron

De’ sumar, dl’imbezel bech e cuntent

E me a sintéva, mo a staséva bon.


Fata la bêrba, a des:«Grazie al mi zent

E ades, fasim la savunê a i quajon».

A-m cardè ch’u j avnes un azident!

La Burla dal barbiere

Dovete sapere che un giorno a Bologna

Andai nella bottega di un barbiere, zitto, zitto,

Con una carta in cui avevo scritto:

«Fate la barba a me che mi bisogna».


«Questo - disse il barbiere – è una carogna

Di sordomuto», e i suoi aiutanti si misero

Ad insaponarmi il muso sopra un banchetto,

Con una tovaglia che era una vergogna.


E mi davano dello stupido, del sandrone

Del somaro, dell’imbecille becco e contento

Ed io ascoltavo, ma stavo buono.


Fatta la barba, dissi:«Grazie la mia gente

E adesso, fatemi la saponata nei coglioni».

Credetti che gli venisse un accidente!


Bologna comunque, con buona pace dei tanti iettatori mancati (il «ciao ciao Bologna» sulla rosea di poche settimane fa, grida ancora vendetta…), ora è tornata in forze, coi suoi colori, con la sua bandiera gloriosa, nella casa degli avi, la serie A, e da lì cercherà di non essere più sfrattata, né sul campo, né per telefono.

Anche il Bologna in B, del resto, era una Ufaisa di Dio

Esauriti i gavettoni, regolati i conticini, ora si può davvero far festa, con orgoglio e soddisfazione.

Onore a Cazzola, ai suoi collaboratori, tecnici e giocatori. Alleluja.

Il Filese, 3 giugno 2008

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