venerdì 20 novembre 2009

Rintracciato il foglio matricolare di Felloni Selvino

Importanti notizie sul caduto filese del Laconia reperite dallo studioso G.P.Bertelli

di Agide Vandini

Torno sull’affondamento del Laconia, e nuovamente sulla vicenda del soldato filese Selvino Felloni che vi perse la vita, argomento già trattato nel settembre 2008 in un articolo consultabile a questo indirizzo:

http://filese.blogspot.com/2008_09_01_archive.html

Ho avuto infatti dal gentilissimo studioso ferrarese Gian Paolo Bertelli, autore dell’interessante e documentato Da El Alamein al Laconia, (Modena, Digital Borghi, 2008), copia integrale del foglio matricolare del nostro milite e questo ci fornisce precise notizie sugli spostamenti, sul curriculum militare ed infine sulla morte atroce che, come tanti suoi compagni, trovò nelle acque dell’Oceano ove sprofondò il «Laconia», nave-prigione inglese.

Felloni Selvino risulta dunque nato a Formignana nel ferrarese il 30 Agosto 1913 da Antonio e da Agniori Pasqua, alto 1.63, castano, riccio, in grado di leggere e scrivere per aver frequentato la scuola elementare fino alla classe seconda, di professione contadino.

Nel ‘35 presta servizio militare nel 23° Fanteria, è congedato nel luglio del ’36 e richiamato alcune volte fra il ’39 ed il ’40 nel 79° Fanteria. Richiamato nel marzo del ‘41, viene poi dislocato (6.4.41) sul fronte italo-jugoslavo, a Fiume, nel XXVII settore di copertura delle Guardie di frontiera. Qui, un paio mesi dopo (31.5.41) riporta una ferita da arma da fuoco giudicata dipendente da causa di servizio. Viene allora ricoverato in Ospedale Militare, inviato in convalescenza il 19.6.41, terminata la quale, viene giudicato all’Ospedale Militare di Bologna «inabile alle fatiche di guerra» e fatto rientrare al corpo.

Due mesi dopo (22.12.41) egli è aggregato all’84° Fanteria (deposito) per un mesetto. Da qui, il 17.1.42, finisce all’8a squadra di pilotaggio per zone desertiche. Il 4.5.42 s’imbarca all’aeroporto di Castelvetrano, giunge lo stesso giorno a Tripoli e viene integrato nel 27° Fanteria Pavia. Dal 4.5.42 al 15.7.42 la sua squadra di pilotaggio «partecipa alle operazioni di guerra svoltesi in Africa settentrionale». Il 1° luglio tutta la divisione è impegnata in violenti combattimenti e sottoposta ai successivi contrattacchi inglesi del 21-27 luglio nella zona di El Alamein.

Felloni Selvino, come tanti altri soldati, viene dunque fatto prigioniero dagli inglesi il 15 Luglio 1942 ad El Alamein. Due mesi dopo, il 12 settembre 1942 perisce, come sappiamo, in una delle più terribili tragedie della seconda Guerra Mondiale, «disperso in mare in seguito all’affondamento del piroscafo “Laconia” che lo trasportava in prigionia» in circostanze raccapriccianti e già riportate nel precedente e richiamato articolo.

Dunque, nonostante la ferita di guerra, nonostante l’inabilità alle fatiche, a Selvino toccarono due mesi al fronte nell’Africa Settentrionale ed altri due di prigionia sotto gli inglesi, fino alla tragica fine nell’Oceano Atlantico, al largo delle coste africane, dove, più ancora di altre circostanze, la follia della guerra portò gli uomini a coprirsi di vergogna, fino a comportarsi alla stregua di animali feroci, come vuole del resto la triste definizione latina che fa ancora rabbrividire: homo homini lupus.

Cosa poi fu detto in quei mesi alle famiglie disperate, in apprensione per la sorte dei loro cari, non è dato sapere con precisione. Certo la confusione negli apparati militari doveva essere tanta, forse anche la vergogna di una guerra scatenata per cecità e vanagloria da un regime vittima del suo fanatismo, una guerra insensata e funesta che si stava rivelando una rovina per gli italiani e per l’Italia.

Ai familiari di Selvino non fu neppure detto dove, come e quando, egli avesse trovato la morte. Parecchi mesi dopo quel 12 settembre 1942, non riuscendo a sapere nulla del loro caro di cui non avevano più notizie, fu loro detto da qualche Autorità che era caduto in una data qualunque (8 aprile 1943) su «nave silurata nei mari d’Egitto», ultima traccia evidentemente conosciuta, e questo fu scritto, nel dopoguerra, nel mesto ricordino funebre che i Felloni vollero dedicargli, unitamente all’altro congiunto, Andrea, morto in Germania.

Soltanto più tardi la burocrazia statale deve aver fatto il suo corso, ristabilendo una verità rimasta per anni nelle anagrafi comunali, oggi attestata e documentata inconfutabilmente da un foglio matricolare che dobbiamo alla pazienza e alla costanza di Gian Paolo Bertelli.

Righe, timbri, annotazioni di una precisione agghiacciante e che sembrano scandire, con la vita militare del soldato Selvino Felloni, quei mesi e quegli anni terribili e dissennati, i tanti lutti e rovine che segnarono e sconvolsero la vita di alcune generazioni di italiani.

Quelle connerie la guerre… (che coglionata la guerra…) scriveva accoratamente Jacques Prévert nei bellissimi versi di «Barbara», ma credo che una riflessione ben più amara, possa venire, ancora oggi, dalla lettura della sua, attualissima, «La Guerre», che forse vale la pena di rileggere attentamente:

La guerre / La guerra

(Jacques Prévert)

 

Vous déboisez / Voi disboscate

Imbéciles / imbecilli

vous déboisez / voi disboscate

Tous les jeunes arbres avec la vieille hache  / Tutti i giovani alberi con la vecchia ascia

vous les enlevez  / voi distruggete

Vous déboisez  / Disboscate

Imbeciles  / imbecilli

vous déboisez  / Voi disboscate

Et les vieux arbres avec leurs vieilles raciness  / E gli annosi alberi con le loro vecchie radici

leurs vieux dentiers / e le loro vecchie dentiere E un cartello attaccate

vous les gardez  / voi li conservate

Et vous accrochez une pancarte  / E un cartello attaccate

Arbres du bien et du mal  / Alberi del bene e del male

Arbres de la Victoire  / Alberi della Vittoria

Arbres de la Liberté  / Alberi della Libertà

Et la forêt déserte pue les vieux bois crevé  / E la foresta deserta appesta il vecchio bosco crepato

et les oiseaux s’en vont  / e partono gli uccelli

et vous restez là a chanter  / e voi restate là a cantare

Vous restez là  / Voi restate là

Imbéciles  / imbecilli

à chanter et à défiler. / a cantare e a fare la parata.

 

 (Cliccare sulle immagini per vederle ingrandite)


giovedì 12 novembre 2009

Ricordando il tempo delle bietole…

E il vecchio zuccherificio di San Biagio d’Argenta

di Agide Vandini

Son parecchi anni ormai che non si fabbrica più zucchero a San Biagio di Argenta, nello stabilimento a pochi passi dal mio paese, eppure non c’è volta che, giunto in fondo alla rampa della Bastia, io non giri la testa verso l'ampio piazzale che immetteva al grande complesso dell’Eridania, preso dal ricordo dei brevi trascorsi lavorativi e sempre più incredulo davanti al silenzio innaturale di un luogo un tempo così operoso.

Le mie brevi esperienze allo zuccherificio risalgono ormai ai primi anni ’60, quando la campagna filese e tutto il territorio limitrofo erano in prevalenza coltivati a barbabietola e l’Eridania utilizzava molto personale avventizio nell’attività di trasformazione che si concentrava fra metà agosto e fine settembre. Per un giovane studentello come me «fare la campagna saccarifera» d’estate, durante le vacanze, era un’opportunità da non perdere. Significava dare, con quei due mesi scarsi di paga, un contributo importante alla famiglia in grado di ridurre finalmente il costo dei miei studi, un sacrificio all’epoca piuttosto gravoso.

Fin dall’anteguerra l’Eridania aveva costruito nel territorio capaci e moderni stabilimenti, considerata l’abbondanza di bietole e la valida e disponibile manodopera. A San Biagio era stata addirittura predisposta una lunga derivazione ferroviaria dalla stazione allo stabilimento, opera importante e costosa che dava di per sé un’impressione di efficienza e di razionalità fuori dal comune.

I salariati fissi di Bando e di San Biagio erano, per la verità, poche decine, ma col reclutamento estivo le fabbriche si riempivano letteralmente di persone. All’apertura della campagna il piazzale diventiva tutto un pullulare di carri e rimorchi e, nei cambi di turno, un continuo viavai di persone da e verso gli ingressi fra le quali tanti giovani avventizi che in quei due mesi stavano alle direttive degli operai in organico permanente a cui spettavano di diritto le mansioni e le funzioni di capi-reparto o capi-turno.

I più fortunati erano aggregati al laboratorio chimico, ove si raccoglievano e si analizzavano ad ogni ora del giorno campioni di vario genere, ma molti, come me, studenti in materie di poca utilità pratica in uno zuccherificio, andavano invece ad integrare la forza lavoro produttiva e perciò adibiti ai lavori più umili, talvolta faticosi e pericolosi.

Ero felicissimo comunque quando, compiuti i sedici anni, riuscii a farmi assumere per due campagne saccarifere consecutive (1962 e 1963) durante le quali lavorai come fuochista e inserviente alle gigantesche caldaie dello stabilimento, sotto le direttive di capi-reparto che rispondevano ai nomi e soprannomi di Bẹsca, Giuanàz e Taddeo, tre ottime persone che ricordo ancora con molto affetto e gratitudine: operosissimo il primo, mite e simpaticissimo il secondo, allegro, estroverso e bonaccione il terzo. Avevano grande attaccamento al lavoro, profondo rispetto per la loro fabbrica e i compagni degli altri reparti, nonché per i preziosi macchinari tenuti sempre con la massima cura. Era un amore e un rispetto che trasmettevano con facilità anche al personale avventizio.

Non posso dire che quel lavoro mi gratificasse, anzi, lo trovavo talmente monotono e noioso che le otto ore filate non mi passavano mai. Di notte poi, tenere gli occhi aperti non era facile. Sostituiti e puliti i bruciatori, lavoro delicato che richiedeva molta attenzione ma che si esauriva in un’ora di tempo, era poi tutto un cercare rimedi contro il sonno. La crisi veniva sempre verso le quattro del mattino, quando si comiciava a camminare freneticamente, ed a passare di continuo sotto i rubinetti d’acqua fresca.

Il mio compito di base, peraltro, era quello di fissare in continuazione il manometro che stava all’altezza di alcuni metri e lo si controllava da tutta l’ampia sala. Dovevo regolare tramite un volante apposito la spinta del combustibile in modo che la lancetta stazionasse a ridosso delle 20 atmosfere senza superarle mai. In questo malaugurato caso avrebbero “soffiato le valvole”, ossia si sarebbe messo in moto il meccanismo previsto per la pressione eccessiva del vapore che avrebbe potuto far scoppiare le enormi caldaie.

Quando lo zelante Bẹsca mi spiegò il delicato compito, ebbe cura di impressionarmi per bene, e ci tenne a raccontarmi come le caldaie ad Sanbiëši fossero già scoppiate tragicamente un’altra volta, appena dopo la guerra, quando, purtroppo, si verificò una pressione superiore al dovuto. A quell’epoca le caldaie dello stabilimento erano cinque, più piccole e a carbone, certo anche meno sicure delle due imponenti colonne in laterizio in cui operavamo, grandi caldaie alimentate a nafta e costruite con maggiore oculatezza dopo la disgrazia di cui fu vittima il capo - reparto di allora, un filese di nome Orlando Gennari.

Va da sé che di quella tragedia sul lavoro, sentii parlare spesso in quelle due campagne, ma l’episodio era più che altro ricordato come monito ai giovani senza entrare in troppi particolari. Di quella vicenda drammatica, lontana e dolorosa, forse si preferiva, da parte di chi l’aveva vissuta, non rinnovare il dolore. Sono perciò grato a Vanni Geminiani, che mi ha procurato in questi giorni le trascrizioni di alcuni articoli d’epoca. Li metto volentieri a disposizione qui in appendice. Sono cronache da cui emergono aspetti che mi erano sconosciuti e che documentano fedelmente il sacrificio ed il comportamento eroico del povero Orlando d Figiòn, allora quarantacinquenne, marito di Fedelina Vandini, mia lontana parente.

Quelle ore in fabbrica furono, per tanti versi, molto istruttive e formative per un giovanotto e per uno studente come me. La «fabbrica» e la disciplina lavorativa vissuta in estate ci riempivano d’orgoglio, al punto da ricordarla spesso nei racconti agli altri compagni che affollavano ogni giorno i treni per studenti nella tratta San Biagio-Ferrara. Fu una molla importante, un modo di maturare più in fretta e di diventare adulti, di capire meglio l’importanza dello studio e della sua necessità per elevarsi nella scala sociale e professionale.

Tornare con la mente all’epoca delle “bietole” e dello zuccherificio significa però anche, per un filese come me, ricordare il modo singolare attraverso il quale si finanziava la società sportiva locale, all’epoca ancora chiamata «Circolo Sportivo Culturale». Le contribuzioni in denaro, infatti, erano in quei tempi di poca bajucaia per tutti, difficili da ottenere; in natura, invece, al tempo delle bietole, veniva più facile trovare adesioni. Fu così che si trovò un modo intelligente per raggiungere lo scopo.

Un paio di domeniche mattina di fine estate i dirigenti e gli atleti del CSC Filo si mobilitavano, si procuravano un trattore ed un carro agricolo, poi, u s’andéva a biédul, si faceva insomma con coraggio e pazienza il giro dei contadini. Quando i nostri paesani vedevano arrivare il carro schiamazzante e pieno di giovani operosi, indicavano il mucchietto di bietole che intendevano offrire, quasi sempre già pronto per noi. Anche chi aveva già consegnato il prodotto allo zuccherificio si teneva premurosamente un mucchietto pr i Spurtìv a cui non voleva far mancare l’obolo. A volte, se si tardava nella raccolta, ci si sentiva anche rimbrottare più o meno così: A géva ch’a n gnivi piọ… (temevo quasi che non veniste più…).

Le bietole del rimorchio venivano mano a mano conferite allo zuccherificio a nostro nome e il ricavato, grazie alle capacità organizzative dei giovani e alla straordinaria generosità dei contadini filesi, fu sempre assai congruo, tale per lo meno da consentire per anni il regolare svolgimento dei campionati, persino nelle più alte categorie dilettanti dell’epoca.

Vecchie abitudini, vecchi modi di pensare e di agire di un paese, si dirà, con un DNA particolare, iniziative che si sono irrimediabilmente perse con la chiusura delle fabbriche vicine e col variare delle colture agricole. A ciò, sarebbe sciocco non vederlo, si sono inevitabilmente aggiunti quei cambiamenti di costume dovuti al passaggio ad una economia più industrializzata e votata al consumismo. Nel nuovo scenario e modello, che ha rapidamente sostituito il precedente, c’è meno posto per le iniziative di solidarietà all’interno delle comunità locali, mentre il cittadino-consumatore pone la sua attenzione altrove, pensa in grande e, preso nella morsa di problemi nazionali e planetari, fatica anche a capire perché muoiono poco a poco le cose piccole di casa sua.

A tutto questo, e a quanto si rivelino a volte effimere cose, opere, abitudini, comportamenti che apparirebbero eterni, fa oggi pensare la vista dei vecchi edifici dell’ex zuccherificio di San Biagio, vestigia silenziose di un passato che va ricordato con rispetto e, magari, per chi ha un po’ di capelli bianchi come me, con una punta di rimpianto e di malinconia.

Una vecchia cartolina con lo stabilimento in fase di costruzione

Corriere del Po,

mercoledi 28 agosto 1946

IERI SERA A SAN BIAGIO DI ARGENTA

Esplosa una caldaia dello Zuccherificio. Per salvare i compagni il capo macchinista rimane solo sul luogo del pericolo e viene gravemente ustionato - La lavorazione è seriamente compromessa.

Alle ore 20,30 circa è scoppiata una caldaia dello zuccherificio Eridania di San Biagio d'Argenta. L'incidente, che avrebbe potuto causare la morte a diverse persone ha prodotto gravissime ustioni soltanto ad un operaio, il disgraziato è un certo Orlando Gennari da Filo d'Argenta, capo macchinista.

I danni sono incalcolabili. Non si conoscono ancora le cause dello scoppio. Dai primi affrettati commenti che abbiamo udito, sembra trattarsi di acqua melmosa che sarebbe entrata nella caldaia. Il deposito di tasso che si sarebbe formato sul fondo avrebbe impedito all'acqua di stare a contatto della caldaia di modo che, essendo aumentato il calore oltre il normale, la temperatura avrebbe causato l'abbassamento del forno e quindi lo scoppio.

Il fuochista Bucchi, da noi interrogato pochi minuti dopo il disastro, ci ha detto che lui stesso mentre stava aggiungendo carbone, aveva notato il forno abbassato e che continuava ad abbassarsi visibilmente. Diede subito l'allarme. Il capo fuochista si precipitò a verificare e, constatata la cosa dette ordine agli operai di mettersi al sicuro. Si arrampicò su per una scala onde isolare la caldaia, ma prima che l'operazione fosse compiuta un cupo boato, udito a parecchi chilometri di distanza, segnò l'inizio della catastrofe. Una immensa nuvola di vapore acqueo e di fumo, avvolse completamente lo zuccherificio e per alcuni minuti, a noi, che eravamo a poche decine di metri, sembrò che dei cento operai che lavoravano nello zuccherificio, non ne dovesse uscire vivo uno solo.

Abbiamo notato il direttore ed i tecnici precipitarsi tra i primi nella sala delle caldaie, quando ancora esisteva il pericolo dello scoppio delle altre.

Anche il sindaco di Argenta, arrivato poco dopo sul posto, si è interessato vivamente dell'incidente.

Nel momento in cui telefoniamo, si tenta di mettere sotto pressione le altre caldaie onde salvare almeno i prodotti in lavorazione, poichè se dovessero raffreddarsi nelle tubazioni e nelle casse metalliche, per quest'anno non sarebbe più possibile continuare la campagna.

La popolazione di San Biagio e dei paesi circonvicini è vivamente addolorata per la disgrazia del Gennari e per il lavoro che verrebbe a mancare.

Corriere del Po,

giovedi 29 agosto 1946

Eroismo civile del capo macchinista

dello zuccherificio di San Biagio

E' morto per la salvezza

dei compagni di lavoro

E' morto nelle prime ore di ieri mattina, fra inaudite sofferenze, Orlando Gennari, capo macchinista dello Zuccherificio Eridania di San Biagio.

Il Gennari - come abbiamo narrato ieri - si era accorto che una delle caldaie dello stabilimento, per cause ancora imprecisate, stava per saltare e, dopo aver ordinato ai compagni di lavoro di mettersi al sicuro, si lanciava su per una scala che porta sulla caldaia per tentare di evitare il disastro, ma lo scoppio lo sorprendeva mentre stava operando e una fuga violenta di vapore bollente lo scaraventava a molti metri di distanza.

Il sacrificio della vittima del dovere se non è valso a salvare lo zuccherificio, che probabilmente non potrà più continuare la campagna, ha contribuito però a salvare la vita a molti altri lavoratori.

Gli operai e le maestranze dello Zuccherificio renderanno i meritati onori alla vittima del dovere, che lascia la moglie e due figli ancora giovani.

Il nostro giornale partecipa con animo addolorato al grave lutto che ha colpito la famiglia di un onesto lavoratore e le maestranze tutte dello Zuccherificio.

Nell'esternare le più sentite condoglianze, additiamo ad esempio ai lavoratori italiani la meravigliosa figura di Gennari, che con il suo generoso atto di eroico altruismo ha potuto limitare le proporzioni di quella che poteva essere una grave catastrofe.

Orlando Gennari

Corriere del Po,

venerdi 30 agosto 1946

La sciagura di S. Biagio d'Argenta

Imponenti funerali

all'eroica vittima del dovere

Nel pomeriggio di ieri hanno avuto luogo a S. Biagio d'Argenta i funerali dell'eroico capomacchine del locale zuccherificio, perito, com'è noto, in seguito allo scoppio di una caldaia che egli, con altissimo senso d'altruismo aveva tentato di impedire all'ultimo momento, dopo aver fatto allontanare tutti i compagni di lavoro.

La manifestazione è stata imponente. Tutte le maestranze, la direzione e i tecnici dello stabilimento e la popolazione tutta hanno voluto rendere le estreme onoranze a Orlando Gennari, eroica vittima del dovere. I Partiti comunista e socialista, la Camera del Lavoro, il Sindacato Zuccherieri e una rappresentanza degli industriali erano presenti con corone di fiori e con bandiere.

I funerali si sono svolti a spese della Direzione dello zuccherificio.

Il danno riportato dallo stabilimento che in un primo momento sembrava irreparabile, è apparso invece di minore, ancor benchè grave entità; e di questo il merito principale è dei tecnici e delle maestranze che si sono prodigati per isolare le altre caldaie e per evitare il raffreddamento dei sughi e dei melassi entro le tubazioni e le casse. Segnaliamo il comportamento dell'ing. Pizzi, direttore dello stabilimento, dei tecnici Telloli e Benetti e degli altri che appena avvenuto lo scoppio si precipitavano nella sala caldaie incuranti del pericolo ancora sovrastante.

Al di sopra di ogni elogio poi è stato il contegno dei fuochisti, che dopo meno di sessanta minuti, consci della gravità della situazione per lo zuccherificio che per il raffreddamento del materiale non avrebbe più essere in grado di lavorare, non esistarono a gettare immediatamente il carbone nei forni.

Veniamo informati che lo zuccherificio sarà in grado di riprendere la lavorazione domenica o lunedi, grazie ad un trasformatore capace di utilizzare l'alta tensione della «Padana» per il periodo in cui le caldaie non potranno essere utilizzate, che ha permesso di mantenere in movimento il materiale semilavorato.

lunedì 2 novembre 2009

Gonippo, il Dottor Fiorentini e i tempi dell’«Asiatica»

A proposito di rimedi e prevenzione dell’«influenza»

di Agide Vandini


A quanto pare, siamo già in piena psicosi da influenza. Stavolta è persino «suina» e dicono che ci sia da preoccuparsi più del solito. Pochi giorni fa, ad esempio, sono stato contattato al telefono da una gentile signorina che, per conto di un istituto specializzato in sondaggi d’opinione, mi ha dapprima severamente interrogato sull’uso che facciamo in famiglia di sconosciuti «detergenti a secco», poi mi ha chiesto con voce quasi sussurrata quanto fossi preoccupato (da 1 a 10) per l’imminente ondata in arrivo.

Lì per lì non ho saputo cosa rispondere, poi, mentre mi attestavo intorno ad un prudente punteggio intermedio, m’è venuto improvvisamente da sorridere, o meglio, da sghignazzare apertamente all’orecchio della sbigottita interlocutrice. Lei ha cambiato subito discorso, spiegandosi certamente la mia improvvisa ilarità coi maledetti rischi quotidiani del suo difficile mestiere. Certo non poteva sapere, né immaginare, dove fosse corsa la mia mente in quell’istante e neppure aveva idea di quel che successe qui a Filo nel lontano 1957 ai tempi dell’Asiatica, influenza, quella, assai terribile che finì per metterci a letto in parecchi, per diversi giorni e con febbri da cavallo.

Cosa c’è allora da ridere, dite voi? Beh, a me ha fatto venire in mente tutta un’ epoca filese, anzi, l’epoca che si può definire «aurea» dei Gonippo e dei suoi grandi amici bevitori dell’osteria, del mitico dutór Fiorentini, di tutto quanto, cioè, è legato a quegli inverni memorabili del ’56 e ‘57 cui ho dedicato, un paio d’anni fa, uno dei più divertenti racconti del mio ultimo libro[1].

Riportare qui tutto quanto ho narrato intorno all’«Asiatica» sarebbe troppo, ma credo valga la pena riprendere almeno qualcuno dei personaggi, amanti del vino e della bettola, tratteggiati in quelle pagine e soprattutto spiegare per sommi capi la storia che, ancora oggi, ci ricorda uno dei momenti d’oro delle osterie filesi.

I personaggi, va detto, erano parecchi, sicché qui devo limitarmi al buon Gonippo, accanito bevitore dell’epoca, e a qualche altro degno suo pari che conosceremo nei pochi brani che sto per riportare. Eccone un primo dedicato ai «viziati irrefrenabili» ispirati al motto l’è méj e’ vẹn fẹs ch’n’è l’aqua cêra (è meglio il vino denso dell’acqua limpida)»:


[…] a costoro giovani o vecchi che fossero, il vino scorreva nelle vene al punto che, all’osteria, anche di primo mattino, capitava di incontrarne qualcuno imbariégh com una ciöza (ubriaco come una chioccia), in preda insomma all’ubriacatura della chioccia dissetata col vino per farla smettere di covare.

Normalmente costoro non avevano l’abitudine di conversare ai tavoli dell’osteria, consumavano i loro liquidi al banco dove non assaporavano neppure ciò che veniva loro servito e si spostavano poi da un locale all’altro, in modo che nessuno potesse valutare la quantità complessiva di vino o liquore ingerito. Quanto vino avessero messo in corpo, traspariva tuttavia nel tempo da una pelle color del cocomero e da un naso quasi sempre acceso e lucido come una lampadina.

Uno di questi viziati, una vera e propria spugna chiamata Pulastrẹñ, vide piombare all’osteria parecchie volte la Cencia, ovvero la sua esasperatissima moglie, decisa a ritrovarlo con la ramazza fra le mani ed a farlo rientrare in casa a suon di urla, strepiti e ceffoni.

Gonippo era un suo degno compare. Si beveva mezzette di vino come bicchieri d’acqua fresca e diventava talvolta un pericolo per sé e per gli altri. Fu per questo che venne chiamato in soccorso il brigadiere, e questi ammonì più volte l’uomo, già molto anziano, intimandogli di desistere.

Un giorno, preoccupato per le sue condizioni e vista l’inefficacia delle raccomandazioni, lo minacciò così: «Guardi Gonippo che se vogliamo, possiamo provvedere con altri mezzi...».

Al che il bevitore, che aveva sempre i mezzi litri davanti agli occhi, si accese subito di entusiasmo: «E mẹ... A m bìv nènch qui... (Ed io, mi bevo anche quelli) »[2]


Gonippo peraltro, ex seminarista e spugna senza pari, dopo parecchi bicchieri non disdegnava neppure le citazioni letterarie (famoso il suo: altro è morir, altro è parlar di morte…)[3]. Aveva fama ben riposta fin dai tempi in cui scorazzava per le nostre contrade suonando il banjo con Gnani e con l’amico e clarinista Töpi. A quel tempo fu protagonista di un gustoso episodio di cui si raccontò parecchio in paese.



Era una bella orchestrina quella formata da Gnani, suonatore dilettante di violino e noto inventore dell’aperitivo che ancora oggi porta il suo nome[4]. Con lui si esibivano, all’epoca, due giovani compaesani: Töpi al clarino e Gonippo al banjo. Il gruppo musicale, ancora agli esordi, fu ingaggiato al teatro di Longastrino per l’accompagnamento di un film muto.

A quel tempo si aveva molta premura, in questi luoghi di intrattenimento, affinché i suonatori avessero il bicchiere sempre pieno ed a portata di mano. Quella volta però a Gnani, continuamente a bocca asciutta durante un film dai ritmi convulsi e difficile da accompagnare, parve che il tradizionale senso dell’ospitalità fosse stranamente venuto meno agli amici longastrinesi.

Alla fine del primo tempo se ne lamentò decisamente col proprietario: «Carlo», disse «Mo’ t’a n s dê miga mai da bé…(Non ci porti mica mai da bere…)»

La risposta del titolare invece lo imbarazzò: «Gnani mẹ a t’in purt sòbit, mo’ t séva pu ch’l’è bëla e’ šgònd buciòñ… (Gnani, te ne porto subito, ma sappi che è già ormai il secondo bottiglione…)».

Fu così che il violinista apprese come i suoi due furbeschi compari avessero già scolato, alla chetichella ed in meno di un’oretta, un bottiglione da due litri di vino.

Non se la prese però. Rifletté appena un po’ fra sé, ripensò ai temi musicali in cui aveva tanto faticato a farsi seguire dai compagni e tutto gli parve più chiaro: «Sö ‘ca mẹ alóra ch’a n’andimi briša in tẹmp cun e’ cino… (Per forza che non riuscivamo ad andare in tempo col film…) [5]»



Tratteggiato alla meglio il prode Gonippo, principe dei bevitori filesi che forse più di altri si fece onore ai tempi dell’«Asiatica», è tempo di raccontare fatti, misfatti e retroscena in cui ebbe gran parte il dutór Fiorentini di cara memoria, argentano trapiantato a Filo e innamorato di questo paese finché ebbe vita.



[…] quei tempi di «asiatica», qualcuno finì per ricordarli con infinito piacere, e per molto tempo. Sembrerà incredibile a chi legge, ma fu proprio così.

Tutto ebbe origine da una mezza facezia del dutór Fiorentini, nostro medico condotto ed uomo di grande umanità a cui non mancavano mai, né la vivacità, né il buon umore.

Quando nell’osteria gli fu chiesto come si poteva meglio prevenire questa terribile «asiatica», lui aveva alzato gli occhi dal tavolino del tressette, poi, sghignazzando fra sé e sé, aveva tranquillizzato i presenti nel suo dialetto argentano: «A n gh’è gninto da fër… Al màsum a s’a gh pöl bévar dria soquènt bichiren… (Non c’è nulla da fare… Al massimo, se proprio volete, ci si possono bere dietro alcuni bicchierini…)».

Lui a quel punto era tornato alla sua partita con una bella risata, ma per chi aveva dato ascolto a quella frase, ossia l’oste e i maggiori frequentatori del bancone, questo era puro balsamo per le loro orecchie o, forse ancor meglio, era quanto si poteva udire alle porte del paradiso.

In men che non si dica comparvero, negli scaffali di vetro alle spalle dell’oste, liquori di cui fino ad allora non si era neppure mai saputa l’esistenza, con appellativi che già riscaldavano i cuori: Fuoco di Russia, Acqua della steppa, Luna rossa, Latte di vecchia, Latte di giovane e via di questo passo.

Nelle case della gente comune, poi, si cominciò a preparare quasi ogni sera, sia a scopo preventivo che terapeutico, un fumante vin brulè, con buon vino rosso, qualche chiodo di garofano e molta cannella, una mistura che, se proprio non fece cessare il contagio, venne almeno ad allietare qualche cuore e ad alleggerire molte preoccupazioni.

Figuriamoci poi come la presero i nasi più rossi del paese… Persino degli squattrinati come Giurgiòñ e Marišo vollero abbondare nei nuovi liquori, tanto che, giunti davanti all’oste per la resa dei conti, senza una lira in tasca e con la mente piuttosto annebbiata, misero in scena questo storico dialogo:

«ét paghê, te? (Hai pagato tu?)»

«Mẹ no... (Io no…) »

«E alóra a n pégh gnëñca mẹ che acsẹ a n t fëgh briša fê brọta figura... (Allora non pago neppure io, così non ti faccio fare brutta figura…)».

Chi abbondò di più nel Fuoco di Russia e nell’Acqua della steppa, fu comunque in quei giorni il chiassoso Menotti. Si racconta che, finito in gattabuia per ubriachezza, fu praticamente tirato fuori dai suoi stessi amici che ne avevano udito dall’esterno alcune grida allarmanti.

Preoccupati, infatti, per il compagno di bevute, Gonippo e soci si accostarono poco a poco alla caserma dei carabinieri distante pochi passi dall’osteria e cominciarono a battere i pugni sul portone e sulle spesse mura, al di là delle quali si percepivano schiamazzi sempre più forti provenienti dall’amico imprigionato.

Un simile subbuglio davanti alla caserma fece subito accorrere la gente di Filo in massa, o per lo meno quella ancora sveglia che, a quell’ora tarda, circolava per il paese. Si formò in fretta un turbolenza di persone, una folla che, come si può immaginare, si convinse in fretta che il povero Menotti in gattabuia fosse oggetto di maltrattamenti, botte, torture o chissà quali altre pene corporali.

La verità per fortuna era ben altra. Era avvenuto che lui, ubriaco fradicio per colpa dell’«asiatica» e fedele appassionato d’opera lirica, non la smetteva praticamente più di intonare la romanza preferita, quella che, a suo dire, doveva tenere svegli i militi locali al grido di «Nessun dorma...».

Fatto sta che, o perché stufi delle grida moleste di Menotti, o per non dare pretesti a chi stava all’esterno, i carabinieri, avuta comprensione per le necessarie cure preventive dell’«influenza asiatica», decisero di rilasciare immediatamente il prigioniero.

Era ormai notte fonda quando Menotti, sorretto dagli amici, prese finalmente la strada di casa e tutto l’abitato di Filo, caserma compresa, poté tornare, per il resto della nottata, alla sua abituale tranquillità[6].



Si capirà ora, finalmente, perché mi è venuto da sorridere e sghignazzare… Detergenti a secco?… Vorrei proprio vederli adesso i Pulastrẹn, Mariso e Giurgiòñ, oppure, rispettando la rima, i Gonippo, Baréra e Sintòñ, alle prese con questi strani ritrovati postmoderni… E cosa suggeribbe, oggi, lo sbrigativo dutór Fiorentini per prevenire una così perniciosa influenza in arrivo? ... Detergenti a secco? Ma per carità…

Tornando infine alle vive raccomandazioni di questi giorni, a parte la strana idea di chiamare «suina» un’influenza da cui stare alla larga (un tempo non lontano si usavano termini delicati ed esotici come «Spagnola», «Cinese», «Asiatica», ecc.), una riflessione viene d’obbligo nello spirito del vecchio dutór che ora starà sorridendo da Lassù. Diciamolo pure senza timore, amici miei: dove sono finite le semplici e pratiche medicine di una volta?…



PICCOLA RASSEGNA FOTOGRAFICA (cliccare sulle foto per vederle ingrandite)

Un fantastico amarcord dell’osteria dei tempi andati e di amici che, purtroppo, ci hanno lasciato da anni (E.Checcoli, Il filo della memoria, Prato, Ed.Consumatori, 2002, p. 304). Da sinistra: Nino Gennari (di’ Frëb), che sta parlando al fotografo, poi il mitico Méto Tirapani, col fazzoletto rosso al collo, intorno al quale ho scritto alcune delle mie ( e sue) storie più belle, al centro e con gli occhiali scuri, il maestro Angelo Rossi (Lino d Rös, per gli amici Pigrìz), fedele tifoso bolognese, vestito di scuro il nostro dutór, ossia l’impareggiabile Franco Fiorentini in mezzo alla gente filese che amava così tanto e da cui era ampiamente riamato, infine, con le carte in mano, Luciano Salvatori (Cianì d Ramo), l’unico della combriccola ancora vivente, già gestore del cosiddetto «Bar Centrale», un tempo ancor più lontano, semplicemente, l’ustarìa dla Bianca.



Gonippo è il secondo da destra e l’unico col cappello in questa foto fine anni ’40 (Collezione Gianni Principale). Da sinistra: Aldina Bolognesi che regge in braccio la figlia Luciana Belletti, indi, Maria Geminiani, Augea Vandini, Alfeo Vandini (Gambòñ), Gonippo Squarzoni e Giuliana Geminiani. Non identificata la bimba in piedi.




[1] L’«Asiatica» e gli inverni del ’56 e ’57 in A.Vandini, La valle che non c’è più, Faenza, Edit, 2006, pp. 61-66.

[2] Ibidem, pp.29-30.

[3] E’ una massima che riassume ancora bene l’antica storiella latina di cui qui riporto la traduzione: « Un vecchio, giunto ormai all'estremo periodo della sua vita, logorato dalla povertà, era arrivato una volta in un bosco, per raccogliere rami secchi d’albero, allo scopo di accendere un fuoco in casa e di cucinarsi un po' di cibo. Ma la fatica del raccogliere e del camminare senza interruzione attraverso il bosco aveva duramente affaticato il vecchio; già si avvicinava la sera e quello, sostenendo sulle spalle una pesante fascina di rami secchi, a lento passo si dirigeva verso casa. Il cammino era arduo, intollerabile il peso dei rami: e ormai il vecchio disperava di tornare a casa. Si sedette dunque su un sasso e, dopo aver deposto la fascina, emettendo dolorosi lamenti dal profondo del suo petto, si doleva da solo dei dolori della sua vita, e, maledicendo gli infelici affanni della vecchiaia, cominciò ad invocare ad alta voce la morte perchè lo liberasse da tutti i mali. Subito la morte gli venne davanti: mi hai evocato? E aggiunse: “ben volentieri ti concedo ciò che chiedi”. Il vecchio sbigottito, dimentico delle tribolazioni e delle fatiche, senza alcun indugio rispose: “ti dico grazie amica, scelgo solo questo: metterò questa fascina di rami sulle mie spalle un’altra volta…». Non sempre, tuttavia le battute di Gonippo tendevano al classico. Bruno Foletti (Falco) ricorda ancora un trèb in cui, sollecitato ad uno sfoggio di cultura coi fumi del vino già piuttosto densi, Gonippo improvvisò: «Mẹ adès, a srẹb bòñ d magnêm infẹna una tupinéra… (io in questo momento sarei persino capace di mangiarmi una talpa…)». Bacco, evidentemente, non sempre era in grado di fornire profonda ispirazione…

[4] La foto di Gnani (Dalle Vacche D’Artagnan) assieme ai bu d Pascva è stata pubblicata in questo blog poche settimane fa (3.10.2009, Bellezze filesi mozzafiato…). Chi volesse gustarsi il suo famoso aperitivo, può farlo facilmente dosando, pressoché in parti uguali: Aperol, Biancosarti e Bitter.

[5] Ibidem, p. 70.

[6] Ibidem, pp. 65-66.