giovedì 29 gennaio 2026

Il dialetto romagnolo dalla Bastia ad Anita

 

Le peculiarità dialettali della nostra terra

di Agide Vandini

 


 

Venerdì scorso, nella prima serata dedicata alle parlate storicamente presenti nel territorio comunale di Argenta, ho effettuato il mio intervento relazionando sulle peculiarità del nostro dialetto prima di dar corso ad alcune letture di poesie romagnole.

Alternandomi con l’amico Sergio Felletti, relatore a sua volta per l’area «sorella» di Longastrino, credo si sia riusciti a far comprendere al pubblico presente non solo la forte caratterizzazione romagnola del territorio, ma anche l’importanza della conoscenza e della conservazione della nostra lingua madre nonché di tutta la cultura popolare ad essa connessa.

Ovviamente non è stato possibile, nei tempi ristretti previsti, produrre documentazione e approfondimenti che, come promesso durante la bella serata, riporto ampiamente ora qui a beneficio degli interessati (a.v.)  

 

 

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Scriveva un secolo fa la «Gazzetta Ferrarese» (Anno LXVIII N.159, di venerdì 12 giugno 1914) ai tempi della «settimana rossa», ovvero di una insurrezione popolare che ebbe forti ripercussioni nell’alfonsinese e in tutta la Romagna:

 

«Da Argenta apprendiamo che il contraccolpo dei gravi moti rivoluzionari della Romagna limitrofa ha sollevato un vivo fermento in tutti i paesi che più sono in contatto col Ravennate: e la cosa non deve molto meravigliare se si pensa che la parte bassa dell’Argentano è più romagnola che ferrarese per costumi, e che romagnolo puro è il dialetto che parla…»

 

Già dal ’94 nei miei primi scritti dedicati all’aneddotica e al folclore del territorio natio, storicamente appartenente all’autonoma Riperia Padi, fornii elementi di differenziazione dialettale presenti nell’odierno territorio comunale argentano e in quello alfonsinese fra Po Vecchio e Po Nuovo (oggi Reno), difformità tali da configurare aree linguisticamente diverse.

Allo scopo esposi, in un paio di tavole, vocaboli e casi grammaticali che reputai indicativi della parlata comune nelle aree più vicine.

Dalle difformità dialettali fra le tre aree esaminate, sia di tipo morfologico che fonetico, si venivano a delineare:

 -  Un’area ‘romagnola’ costituita dalle frazioni argentane e alfonsinesi di Filo-Longastrino e Anita, nonché dalla frazione di Campotto; 

-  Un’area ‘argentana’ facente capo al capoluogo e alle frazioni di Bando e San Biagio, quest’ultima con alcune peculiarità derivanti dall’influenza romagnola 

-  Un’area di dialetto ‘ferrarese’ presente nelle frazioni di Boccaleone e Consandolo, ma a cui vanno ragionevolmente aggiunte le altre frazioni lungo il Primaro come Benvignante e San Nicolò [1]

 Cliccando sulle immagini potrete visualizzarle a tutto schermo


 Le ragioni storico-geografiche di tali difformità si fondano, in primo luogo, nella diversa appartenenza amministrativa nel corso dei secoli delle tre aree esaminate, aree che furono unite nel comune argentano soltanto in epoca postunitaria.

In secondo luogo, vanno considerati gli sconvolgimenti relativamente recenti apportati alla morfologia del territorio, sistemazioni idrauliche che permisero l’avvio di grandiose opere di bonifica, ovviamente realizzate in più fasi, lavori che trasformarono valli e paludi in un’area oggi prettamente agricola.

La trasformazione comportò significativi flussi demografici verso i nostri centri originariamente rivieraschi, flussi provenienti in massima parte da sud e dalle zone circonvicine che accentuarono vieppiù la storica vocazione romagnola delle terre fra la Bastia ad Anita.

Va ricordato in proposito che le due lingue di terra emersa ai lati del Primaro, rive definite, fin dall’Alto Medioevo Riperia Padi o Riviera di Filo, poste fra le Valli salate di Comacchio e quelle d’acqua dolce ‘di Filo e Longastrino’ (vestigia locali dell’antica Padusa), ebbero sempre (ed hanno tuttora, fino alla linea di Po vecchio) una totale dipendenza amministrativa ravennate, mentre il territorio fra Po vecchio e le Valli salate, divenuto di dipendenza estense a metà Quattrocento, fu per lungo tempo un comune autonomo, fuso non senza contrasti nel Comune di Argenta nella seconda metà dell’800, in epoca quindi relativamente recente.

Si impongono perciò un paio di considerazioni di notevole importanza soprattutto in area filese:

1.    Nel caso specifico di Filo va tenuto conto che, a partire dagli anni ’60 del ‘900, si è totalmente trasferita nel suo Borgo Maggiore tutta la popolazione del borgo ravennate - oggi abbandonato - di Chiavica di Legno (in origine Cuor delle Vacche) che raggiunse in passato il mezzo migliaio di abitanti e che, oltre alla grande Villa Ghedini edificata negli anni ’30 dell’800, ebbe chiesa, caserma dei Carabinieri, scuola elementare, farmacia, osteria e botteghe locali.

2.    La migrazione avvenuta nel primo ‘800 verso le zone bonificate della ex Valle di Filo e Longastrino a destra Po vecchio, portò nel territorio molte famiglie di mezzadri e braccianti ex scariolanti provenienti dalla bassa Romagna. L’effettiva portata di questo tipo di migrazione si può cogliere facilmente dalle cifre riportate negli Stati delle Anime della Parrocchia di Filo. Eccone una sintesi:

 Nell’anno 1823 le Anime filesi erano 392 in tutto, mentre nel 1862 (prima quindi delle bonifiche - iniziate nel 1870 - nel territorio di competenza ferrarese) risultano triplicate portando gli abitanti a 1.180 persone di cui 711 nella frazione argentana e 469 nella frazione alfonsinese. Sedici anni dopo (1878, ultimo anno di rilevazione completa), con le bonifiche argentane (a nord di Po vecchio) già in atto, gli abitanti totali erano 1.296 (+10%) di cui 816 (+15%) nella frazione ferrarese e 480 (+2%) in quella ravennate.

Fu quindi una migrazione che spostò nel territorio di Filo molte famiglie basso-romagnole col loro dialetto e coi loro soprannomi di famiglia come d’uso in Romagna, nomignoli che, a quasi due secoli di distanza, sono ancora presenti, a parità di cognome, nelle zone d’origine (cito i Pulŏñ-Saiani, i Ravĕt - Signani, i Pustëc’-Grilli, gli Urtlanĕt-Minguzzi, i Clumbarŏñ-Pasini, i Turàza-Fiorentini, gli Spazŏñ-Zanotti, i Blĕia- Melandri, i Luchèta-Roi ecc.).

 Grazie, poi, alla diligenza dei parroci ottocenteschi filesi, che annotarono nel periodo 1849-1879 ‘nomignoli’ e ‘patrie d’origine’ di ognuna delle famiglie dell’epoca (alcune centinaia di nominativi che riportai nel mio testo La valle che non c’è più, Faenza, Edit, 2006, pp. 164-174), si è potuto calcolare che la popolazione autoctona sommata a quella di provenienza basso-romagnola costituiva a Filo il 72% del campione, di fronte al solo 16 % di provenienza argentana e al 7% di provenienza ferrarese.

 



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Aggiungo, a beneficio dei più interessati, una corposa appendice documentaria con gli approfondimenti rimasti inespressi nella serata argentana:

 I - Appunti ed informazioni utili sull’argomento

II - Il vento e il sole, la favola di Esopo

III - Mappe a confronto

IV - Cronologia opere di bonifica nel territorio

V - La diversa morfologia dei dialetti dell’area argentana e zone limitrofe

  

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Appendice documentaria


I - Appunti ed informazioni utili sull’argomento

 

Di recente le peculiarità delle parlate filesi sono state analizzate ed inserite nel ceppo linguistico romagnolo da studiosi di linguistica come Daniele Vitali[2] e Davide Pioggia in Dialetti romagnoli, Villa Verucchio (RN), Pazzini Editore, 2014. Al dialetto di Filo è dedicato un intero paragrafo (n.30) di 9 pagine (pp. 138 ss), oltre alla trascrizione integrale della novellina esopica «Il Vento di Tramontana e il Sole» nella parlata autoctona e in quella basso-romagnola di area filese (pp. 214-215).  La trattazione da me riportata nel Quaderno dell'Irôla n. 17 del 04.06.21 (10 pag.) reca il titolo: Il dialetto autoctono di Filo fra i «dialetti romagnoli» link:

https://drive.google.com/file/d/13iE4Wy8xTujpFIr5-XKdHUEbf0ssFZbQ/view?usp=sharing

ed è scaricabile gratuitamente dal sito.

Quanto alla storia e all’origine del dialetto romagnolo segnalo in questo blog:

 - Quando e come ebbe origine il dialettoUna pregevole trattazione di Gilberto Casadio (9.04.2024), link: https://filese.blogspot.com/2024/04/quando-e-come-ebbe-origine-il-dialetto.html: Nell’articolo è presente tutta la trattazione.

 - Da dove proviene la lingua romagnola? - Una lunga fila di vocaboli rivelatori (16.10.23)   

https://filese.blogspot.com/2023/10/da-dove-proviene-la-lingua-romagnola.html


Il Vento e il Sole di Milo Winter (antologia di Esopo, 1919)

 

 

II - Il vento e il sole, la favola di Esopo

 Questa la favoletta utilizzata dai linguisti Daniele Vitali e Davide Pioggia per la loro ricerca dedicata alle nostre peculiarità dialettali. La riporto nelle due versioni affiancate, quella in lingua italiana e quella nella parlata autoctona filese, quest’ultima trascritta con la grafia Vitali scelta da questo blog:

 

Lingua italiana

 

Il Vento di Tramontana e il Sole

 

Un giorno il Vento di Tramontana e il Sole bisticciavano, perché uno pretendeva di essere più forte dell’altro. A un certo punto videro un viaggiatore che veniva innanzi avvolto nel mantello. I due litiganti allora decisero che il più forte sarebbe stato quello che fosse riuscito a far togliere il mantello al viaggiatore.

Il Vento di Tramontana cominciò a soffiare con violenza, ma più soffiava e più il viaggiatore si stringeva nel mantello, tanto che alla fine il povero vento dovette lasciar perdere.

Il Sole allora si mostrò in cielo, e poco dopo il viaggiatore, che sentiva caldo, si tolse il mantello e la Tramontana fu costretta così a riconoscere che il Sole era più forte di lei.

 

Dialetto di Filo

 

La Bùra e e’ Sól

 

Un bël dĕ la Bùra e e’ Sól i tachĕ a bravé, e ignŏñ di dù e’ vléva sté ad cióra da clétar. Pröpi in che mumént i vdĕ un viažadór che gnéva avënti tŏt imbartucê int una caparëla. I du litighént i s mitĕ alóra d’acôrd che e’ pio fôrt, zénza inciùna rimisiòñ, e’ srĕb stê quèl di dù ch'u j avĕs fàt cavê la caparëla d’adös.

La Bùra la tachĕ sŏbit a supiê piŏ fôrt ch'la putéva, mö piŏ ch’la supiéva e piŏ e’ viažadór u s imbartucéva sèmpar piŏ tènt int la su caparëla. E’ fŏ acsĕ che e’ pôvar vént ad Bùra e’ duvĕt tùla pérsa.

E’ Sól pröpi alóra u s mustrĕ in zìl, e sŏbit döp e’ viažadór, che s-ciupéva da e’ chêld, u s cavĕ la caparëla. L'è de pù d'alóra che a la Bùra u i töca d’arcgnŏsar che e’ Sól l’è piŏ fôrt ch'n’è lì.

 

 

 

III - Mappe a confronto

 

Nelle due mappe che seguono si è cercato di evidenziare, con una tinta più scura, il territorio di dialetto romagnolo, prima e dopo le rettificazioni fluviali e delle opere di bonifica:

 


 
 

   

IV - Cronologia opere di bonifica nel territorio

 

 1782 – Rettificazione dell’alveo del Po di Primaro (oggi divenuto Reno) dalla Bastia al Passetto (a un paio mdi Km dal Ponte di Madonna Boschi)

 1782 /1830 circa Prosciugamento dei terreni fra Po vecchio e Po nuovo che per alcuni decenni funsero da Cassa di colmata a sinistra del Po Nuovo [3].

 


Il territorio, a sinistra nel 1850, a destra a tempi d’oggi

 

1872 – Inizio della Bonifica ‘Argentana’ con prosciugamento delle Valli Brancole, dalla strada Porto Vallone - Cascine fino a Bando, nonché della Valle Risara dall’abitato di Filo fino al Canale Circondario Pioppa che va da Fiorana/Rosolo a Menata di Longastrino. L’inaugurazione di questa bonifica avvenne alla presenza del Re d’Italia Vittorio Emanuele II.

 1922-32 – Bonifica ‘del Mantello’ col prosciugamento dei terreni fra la linea del Canale Circondario Pioppa e il Canale Circondario Gramigne Fosse.

 Anni ’60 del ‘900 – Bonifica ‘del Mezzano’ col prosciugamento totale della Valle ad Ovest dell’Argine di Agosta.

 

 

V - La diversa morfologia dei dialetti dell’area argentana e zone limitrofe



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[1] A queste tre aree ne va ovviamente aggiunta una quarta, più lontana geograficamente e storicamente, quella ‘bolognese’ di Codifiume e Traghetto.

[2] Autore del testo dedicato alla complessa grafia dialettale romagnola: Daniele Vitali, L’Ortografia Romagnola, Cesena, Il Ponte Vecchio, 2009, edito a cura dell’Istituto Friedrich Schürr.

[3] Lo si deduce dall’atto di acquisto, da parte di Carlo Soverini, con atto stipulato dal notaio Vincenzo Pallotti di Bologna, dei terreni ove sorse la grande Villa oggi abbandonata. Il 16-11-1837 il facoltoso bolognese acquisì dai Conti e fratelli Giacomo Maria e Domenico Maria Manzoni, al prezzo di 23.000 Sc., tre partite di terreni denominate Aleotta, Arigona e Cacciaguerra facenti parte della Cassa di Colmata di Filo e Longastrino (E. Checcoli, Filo della Memoria, Prato, Ed. Consumatori, 2002, p. 32).

sabato 24 gennaio 2026

A Beccaccino si può bleffare?

  

Precisazioni sulle regole del gioco «Principe di Romagna»

di Guido Tarozzi

Presentazione di Agide Vandini

 

 

L’autore, con un articolo per questo blog del maggio 2021 dal titolo «Il gioco del Beccaccino, Principe di Romagna - Perché si chiama così? Da quanto tempo si gioca?» dedicò a questo amatissimo gioco con le nostre carte una interessantissima e dotta ricerca. Qui ritorna sull’argomento, rifacendosi sempre allo scritto di Dolcini che ne fissò le regole, per sottolineare alcuni aspetti (a.v.).

 

 

   Non ho altra scelta che ricorrere alle fonti ufficiali, per chiarire, definitivamente, se è ammesso o no il bluff nel gioco del Beccaccino/Marafon. A Villa Verucchio, nel 1975, presenti diversi appassionati, si costituì la Lega del Marafon–Beccaccino, presieduta dal Dr. Alteo Dolcini (Segretario Comunale di Faenza); venne approvata la “Carta fondamentale” del gioco e all’articolo 20 della stessa venne esplicitamente sancito che le regole sono quelle pubblicate sul libro tecnico-storico “Il Principe di Romagna”, scritto dallo stesso Dolcini (ove per Principe si intende il gioco del Beccaccino-Marafon). Fino ad allora, per circa un secolo, le stesse furono trasmesse oralmente, da generazione in generazione. Ogni paese, ogni città della nazione Romagna, aveva proprie regole, figurarsi l’anarchia che regnava e le discussioni che nascevano durante i tornei.

Renato Guttuso – Giocatori di carte

 

     Nel libro, l’autore stabilì una regola rivoluzionaria e semplicissima: “sia chi battezza le briscole che gli altri giocatori di mano, potranno dichiarare unicamente e singolarmente tre parole: busso, striscio, volo; queste tre dichiarazioni non impegnano il giocatore sulla loro effettiva realtà” (pagina 187); quindi è chiaramente implicito che si può bleffare. Queste innovazioni – sostenne l’autore – renderanno il gioco, più ordinato, disciplinato, divertente, imprevedibile, complicato, frizzante, furbesco.

     La Società del Passatore di Faenza, socia della suddetta Lega, iniziò poi ad organizzare, in molte località della Romagna, al sabato sera, i così detti Tornei del Passatore; chi partecipava doveva impegnarsi a rispettare quelle semplici regole. I partecipanti capirono subito che il gioco, così regolamentato, era meno litigioso e più interessante. Si iniziò così a giocarlo allo stesso modo, nei ritrovi e nei Circoli di quasi tutta la Romagna.

     Tarcisio di Gardo, dirigente aziendale, cesenate, nel libro Maraffone/Beccaccino, riguardo al bluff scrive, a pagina 17, “sarebbe possibile bluffare ma chi decide di farlo, lo fa a suo rischio e pericolo; anche il compagno può essere tratto in inganno, e rivolgendosi a coloro che si sentono maestri super forse, togliendosi un sassolino dalle scarpe, “non mi risulta la presenza di geni fra i tanti giocatori che ho conosciuto, ho visto invece giocatori attenti, molto reattivi, con memoria, intuito e scaltrezza, eccezionale”.

     Un altro autore, il ravennate Pino Melandri, ottimo giocatore, che tutti abbiamo conosciuto, il cui libro è sicuramente il più completo, preciso e puntuale, anche perché è stato scritto quando le nuove Regole si erano, da tempo, sedimentate in tutti i ritrovi. Nel suo libro, ha accolto integralmente le regole del Principe di Romagna e riguardo al bluff scrive che la parola Volo può sotto intendere un volo falso (pag.19), ovviamente, è chiaro che ciò varrà anche per le altre due parole (busso, striscio). Quindi l’opinione che il bluff non è ammesso, è destituita di ogni fondamento.    

     Vi sono tuttora opinione diverse, invece, sul conteggio nella fase finale della ultima mano, dei tre punti della Cricca. Purtroppo, gli autori succitati hanno scritto brevi accenni al riguardo, non esaustivi, per cui debbo ricorrere alla tradizione orale. In alcuni ritrovi, la Cricca viene conteggiata dopo che è terminata la partita, e non ci si può chiamare fuori. In altri, come al Circolo Guerrini di Ravenna, i tre punti vengono conteggiati subito e servono, eventualmente, per chiamarsi fuori, prima della fine della mano; in questo modo la partita rimane incerta ed emozionante.

 

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Articoli pubblicati in questo blog sull’argomento:

 

29 dicembre 2009      Agide Vandini  «E’ tempo di Tressette … - Trisët, Bëcacino (o Marafõ) e i suoi derivati in Romagna» - link per l’accesso diretto:

http://filese.blogspot.com/2009/12/e-tempo-di-tressette.html

 

15 maggio 2021 – Guido Tarozzi - «Il gioco del Beccaccino, Principe di Romagna - Perché si chiama così? Da quanto tempo si gioca?» - link per l’accesso diretto:

https://filese.blogspot.com/2009/12/e-tempo-di-tressette.html

 

 

mercoledì 14 gennaio 2026

«L’intrìgh dla Ciàvga ‘d Lègn» - C’è il video

 

È finalmente in rete la commedia dialettale di Daniele Tasselli

tratta da A. Vandini, Il cestello dei ranocchi, Ravenna, Longo, 1999, pp.82-97

di Agide Vandini

 

 

LA COMMEDIA

 

Siamo all’«Osteria della Ghita» al Passo dell’Anerina, nei pressi della Chiavica di Legno, località della campagna filese, nell’anno 1900. È il 23 giugno, la notte di San Giovanni, quella da sempre considerata come la fatidica notte delle streghe e si sa come, a quell’epoca, certe credenze fossero ancora assai radicate in Romagna. Come i più anziani ricordano, le storie tenebrose che ci si raccontava, a volte per gioco, a volte ... molto sul serio, finivano sempre per provocare immancabile turbamento fra la gente comune.

Anche per i nostri inquieti frequentatori dell’Osteria dell’Anerina, non vanno quindi mai e poi mai presi sotto gamba né streghe, né folletti, né fantasmi e neppure diavolesse (figure che fanno sentire la loro presenza in questa storia), soprattutto quando di mezzo ci sono faccende delicate come la vita, la morte, l’amore, la fedeltà e poi, salute, ricchezza e povertà.

Ma i nostri personaggi, i simpatici avventori della vecchia osteria, pur nella loro semplicità e, in fondo, nella loro tenerezza, hanno dentro passioni fin troppo forti per essere frenate da simili creature dell’immaginario popolare. In un crescendo di colpi di scena, fra paure ed angosce di ogni genere, si fa strada una storia dalla comicità prorompente, finché gli avvenimenti culmineranno in un fatto clamoroso, un evento voluto dal destino, in grado di cambiare finalmente la vita ai nostri amici....

Commedia a suo modo spettacolare, ricca di spunti e di riferimenti folcloristici, con un appropriato tratteggio dei personaggi, umili e ingenui, rappresentativi di un’epoca ormai lontana. È un tempo remoto che qui pare riprendere a vivere e pulsare, tanto i protagonisti interpretano con ispirato vigore le umane passioni di quel piccolo mondo di campagna.

La trama è avvolgente e niente affatto scontata, la storia è suggestiva e il testo permette di cogliere e approfondire aspetti dimenticati del nostro passato, proponendoli in modo da poter finalmente riderne e sorriderne assieme, con schietta e serena giocondità.

 

 

 

 

Personaggi:

 

Pinĕñ:          Un giovane non troppo temerario

Carubìna:     Un «caro estinto» non troppo rimpianto

Ghìta:           La giovane vedova di Carubìna

Žaìra:             Una «fatalona» della Chiavica di Legno

Anžulòñ:       Il suo insipiente marito

Caplìna:        Uno spregiudicato cacciatore

Varsìria:        Una vecchia fattucchiera

E’Mazapégul:Un dispettoso e pericoloso folletto

 

 

 

Chi voglia gustarsi questa commedia dialettale ambientata nel territorio, ideata e scritta negli anni ’90 dal filese Daniele Tasselli (ispirata ad un racconto di fantasia di A.Vandini), troverà in fondo a queste righe il link per una visualizzazione completa e gratuita.

Nonostante le mie scarse conoscenze digitali ho potuto realizzare questo progetto di diffusione via rete grazie agli spazi disponibili sul mio Google-drive.

L’intrìg dla Ciàvga ‘d lègn doveva debuttare con attori filesi a Villa Vittoria a cavallo del 2000, ma, per alcuni imprevisti in prossimità della recita, non poté essere rappresentata dalla compagnia filese La Ramèta che proprio in quei mesi si sciolse.

Fu però successivamente recitata dalla compagnia: Nô, žènt dal Glöri, diretta da Paolo Grilli e ad essa dobbiamo il video qui proposto, registrato durante la rappresentazione a Villa Savoia, a Glorie, il 26 luglio 2008.

La commedia fu presentata anche a Filo, dalla stessa compagnia, nel 2006, alla festa ANPI ‘Bellaciao’. Fu molto ben accolta, così come ad Alfonsine e negli altri teatri della Romagna ove fu recitata all’epoca. Il CD con la registrazione mi fu gentilmente donato a quel tempo dall’amico Paolo Grilli, regista peraltro di ascendenze filesi, giacché i suoi progenitori ottocenteschi avevano vissuto per molti anni proprio a Chiavica di Legno.

 

 

Il CD contenente la rappresentazione del 2008

 

 Il link:

La commedia - clicca qui


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Attenzione: Vi ricordo che, alla prima richiesta di accesso al file, 

'Google drive' impone un permesso di condivisione che concedo appena posso. 

Ci vuole un po' di pazienza. Almeno... è tutto gratis... e senza pubblicità....