martedì 12 ottobre 2021

Professore, genio e personaggio…

 

Marco Aurelio Garani, il mio professore di Ragioneria

di Agide Vandini

 

Qualche giorno fa, rimestando fra vecchie foto, il mitico professore me lo sono rivisto in questa vecchia immagine di quasi 60 anni fa, una foto di gruppo che mi è molto cara. E’ la classe 5°A dell’anno scolastico 1963-64, quando ancora l’Istituto Tecnico Commerciale Vincenzo Monti di Ferrara si collocava in Via Borgoleoni, ove sta ora il Tribunale della città.

 



L’ indimenticabile Prof. Marco Aurelio Garani è in piedi e in doppio petto sulla sinistra. 
Questi i miei compagni (di alcuni di essi, purtroppo, ricordo appena il cognome). Nella fila in alto: Giuliani Mario, Caiati Gabriele, Zappaterra Gianni, Fioratti Vinicio, Marchesini Giordano, Govoni, Braghini Alberto, Croci Domenico, Graldi Oscar, Zanzi Marco; Nella fila centrale: Vandini Agide, Marzocchi Francesco, Bottoni, Pedretti, Orsatti, Fogli Franca, Delmonte, Orsoni Concetta, Magnani Elva, Salani e il Prof. di Tecnica: Droghetti. Sedute:  Furini Maria Grazia, Poltronieri Katia, Bortolotti, Saltarelli Sonia, Govoni Fiorella, Donzuso, Bosi Lucia, Donadello, Locatelli, Bonsi Anna, Guerzoni Carla, Tironi Anna Maria.

 

Davanti alla sua classica e distaccata espressione, e rivedendo i volti un tempo familiari dei miei compagni di classe, non ho potuto che tornare con la mente a tempi e ricordi scolastici che conservo ancora ben scolpiti nella memoria, in gran parte legati proprio a lui, al leggendario professore di ragioneria.

 

Aveva fama di insegnante atipico il prof. Garani e tale era stata anche la prima impressione avendolo visto un giorno farsi largo fra la folla degli studenti. Camminava a passo veloce e dall’alto della sua figura altera ed imponente, incalzava chiunque lo ostacolasse con voce calma e, allo stesso tempo, autorevole: «Spostati alunno…»

Prima ancora di ritrovarcelo in classe e di ascoltare qualcuna delle sue affascinanti lezioni eravamo stati messi sull’avviso dal nostro ciarliero bidello, un uomo brillante che di cognome faceva Cimatti.

Detto fra parentesi: non ci si meravigli troppo dell’aggettivo “affascinante” applicato alla ragioneria. So bene che, data la materia del professore, un’accezione simile potrebbe sembrare inappropriata, ma sono altrettanto certo che, dopo aver rievocato alcune sue celebri battute ed arguzie, nessuno avrà più dubbi sulla liceità della definizione.

Andiamo però con ordine.

«Badate che quello è un genio…» ci aveva detto Cimatti per tenerci quieti nei primi giorni di “terza”, mentre aspettavamo l’arrivo in aula del professore. «Prima di andare all’Università di Bologna, Garani ha frequentato questo Istituto e da noi era famoso per una stranezza, per una cosa mai capitata e che non capiterà mai più…»

«E quale …?», avevamo chiesto in coro con curiosità ed inquietudine.

Cimatti aveva guardato la porta, abbassato la voce e quasi con complicità aveva aggiunto: «Non dite che ve l’ho detto, per carità… Ma qui, da studente, Garani s’è messo a piangere dopo aver preso un ”otto”…»

«Eehhh…Buuum…» Fu il coro di oltre trenta voci incredule, ben consce di quanto fosse già un’impresa, almeno per noi a quei tempi, guadagnarsi una dignitosa sufficienza…

Nessuno ebbe poi l’ardire di volerne sapere di più, né in quel contesto, e neppure dopo aver visto di che genere di professore si trattava.

Alto, imponente, sui quarant’anni forse, la sua età ancor giovane veniva in gran parte trasfigurata dall’austerità degli atteggiamenti e da un eloquio che sapeva di antico, di classicheggiante, di barbute figure risorgimentali.

Indossava sempre lo stesso vestito grigio-punteggiato in doppio petto, la  sbrigativa e smunta pettinatura era quasi sempre in disordine, eppure l’eloquio di cui disponeva era di rara efficacia, nonostante una dizione, a dir poco, infelice. Egli infatti storpiava vistosamente ben tre consonanti, poiché, al rotacismo della “erre” aggiungeva l’incapacità di sibilare correttamente la “esse” e la “zeta”…

Refrattario a fronzoli ed inutili preamboli, Impiegava la prima delle due ore di ragioneria, quelle che il nostro orario settimanale prevedeva più o meno a giorni alterni, in spiegazioni di grande respiro, ove sapeva spaziare in lungo e in largo e toccare una moltitudine di materie, dimostrando una capacità di approfondimento da lasciare a bocca aperta.

Diceva in proposito la «Prof» di Geografia, la bella e dolce Cavallari: “Quando il professor Garani, conversando con me, parla di geografia, io ascolto e imparo…”»

Ovviamente egli richiedeva ai suoi studenti, durante la lezione, un’attenzione assoluta e l’incanto spontaneo che si creava all’ascolto di cotanta sapienza, faceva sì che non ci fosse quasi mai bisogno di richiami. In questi pochi casi bastava un suo piccolo cenno con la mano e poche parole in tono sommesso: «Ho detto “silenzio” subito, e non fra poco…»

A quel punto normalmente non fiatava più nessuno.

Ci fu una volta soltanto, nell’anno della “Quarta”, in cui il suo richiamo non funzionò. La “Ragioneria pubblica” era così noiosa che la seguivamo malvolentieri; nemmeno le argomentazioni più fantasiose riuscivano a tenerci quieti. Fu così che ad un certo punto il professore, percepita la nostra disattenzione, impugnò il voluminoso testo e chiamò a sé i discepoli.

 

 


Il famoso «mattone» che ancora conservo gelosamente…

 

«Voi, cari ragazzi, oggi vi disinteressate, non ascoltate, pensate ad altro… eppure vi assicuro che…» Il noioso libro dalla copertina arancione ora veniva sbandierato sopra la sua testa e tutti noi pendevamo dalle sue labbra.

«… Ci crediate o no, quando sarete vecchi… un bel giorno… col vostro nipotino sulle ginocchia… prenderete questo mattone in mano e con grande orgoglio gli direte…”Ah quelli sì che erano tempi in cui si studiava veramente”…»

Fu così che l’attenzione desiderata ricadde immediatamente su di sé e devo dire che, pur continuando ad odiare la ragioneria pubblica, a quelle sagge parole profetiche, ho poi ripensato spesso… 

Nel corso delle sue interrogazioni (ce ne toccava una sola per trimestre), dire che era esigente è dir troppo poco. Ne chiamava quattro alla cattedra, due per ogni lato e li sottoponeva ad una specie di terzo grado per circa un’ora. Non si accontentava mai di risposte, pur appropriate, derivanti da semplice applicazione, oppure da uno studio meramente mnemonico. Voleva di volta in volta accertarsi che lo studente avesse davvero afferrato la materia in questione e su questo era inflessibile, spesso anche cinico.

La scelta di chi interrogare avveniva di norma chiamando per primo alla cattedra chi corrispondeva alla data del giorno, sicché ben presto si ebbero assenze strategiche anche da parte di chi, sul registro di classe, aveva multipli o sottomultipli di quel numero.

«Oggi quanti ne abbiamo? Nove?… Chi è il Nove? Do-na-del-lo….»

A quel punto il suo dito scorreva in orizzontale per tutto il registro

«…Già interrogata… Vediamo allora il numero 18: Guer-zo-ni…»

«Assente…»

« Proviamo il 27: Sa-la-ni…»

«Assente…»

«Strano, molto strano…» Lì, Garani scuoteva la testa, mormorava un paio di ehm-ehm, ciondolava e si dondolava sulla cattedra, finché poi decideva di chiamare qualcun altro sulla base di nuove astruserie matematiche.

In effetti per raggiungere la sufficienza in orale con lui, bisognava prepararsi per tempo e studiare a fondo ogni argomento, sapendosi poi ben destreggiare alla cattedra e alla lavagna, superando qualche trabocchetto o falsa pista. Non di rado pareva suggerire risposte che poi risultavano sbagliate. Barare, o fingere di sapere le cose, sciorinando nomi o definizioni trovate sul libro, non faceva che provocare da parte sua domande su domande, verifiche implacabili che reiterava fino a che aveva ottenuto le risposte, negative o positive, che cercava da noi.

Non c’era scampo.

Io per fortuna ero fra gli ultimi del registro, in quinta poi avevo il 31, numero primo, perciò difficilmente ricevevo chiamate inaspettate, se la lezione non cadeva all’ultimo del mese venivo solitamente interrogato a fine trimestre quando non rimaneva più nessun altro; a quel punto, ero giocoforza pronto all’impatto e al check-up.

Non andò altrettanto bene invece a una mia volonterosa compagna, solitamente preparata, in un giorno in cui, forse presa alla sprovvista, non riusciva a reggere le domande del professore che si facevano via via più incalzanti. Questi, ad un certo punto, gliene pose una che parve, anche a noi tutti, alquanto strana:

«Lo sai, cara Orsoni, quanti prosciutti ci sono in un maiale?...»

«Due, professore…»

«E’ giusto il voto che intendo darti… A posto grazie…»

 

Era di norma assai abitudinario, Garani, sicché sul suo ripetitivo modo di comportarsi ci basavamo molto per prevedere l’oggetto dei suoi complicati compiti in classe, sempre imperniati su argomenti approfonditi da tempo.

Un giorno però, forse per metterci alla prova, ci volle dare, direi “a tradimento”, un compito sui «Costi standard» che, sì, aveva spiegato, ma appena il giorno prima e nella disattenzione generale.

Dettato l’esercizio, ci furono subito timide proteste di chi si confessò completamente impreparato. Nessuna lagnanza, però, e neppure le oltre trenta facce completamente allocchite, cambiò il suo intento di una virgola. «Qui si parrà la vostra nobilitate…» disse, rifacendosi ai noti versi danteschi del secondo canto dell’Inferno.

Restammo tutti a bocca aperta, capimmo che l’aveva fatto apposta. Nessuno di noi, neppure il metodico Oscar Graldi che nella sua vita di studente non aveva mai trascurato, né rimandato nulla, aveva la minima idea di come andasse svolto quell’esercizio.

Ci fu chi pianse, chi rimase per parecchi minuti a guardare nel vuoto, altri che decisero di  consegnare con sdegno il compito in bianco. Alcuni, io fra costoro, tentarono, dopo aver letto e riletto l’enigmatico testo del compito, di pastrocchiare qualcosa, di inoltrarsi nel buio di una materia e di una tecnica praticamente sconosciuta, nell’intento di limitare una disfatta scolastica che poi sarebbe stata durissima da rimediare.

Nei giorni successivi, nell’attesa della consegna dei temuti voti del «compito maledetto», ci dicemmo che, forse, di fronte allo sfacelo evidente, esso sarebbe stato annullato per decisione superiore.

Di lì a poco, tuttavia, fummo disillusi proprio dal professore stesso. Qualcuno incontrandolo nel corridoio, mentre si dirigeva all’aula di quarta, gli chiese: «Com’è andato il nostro compito professore?»

«Non proprio bene, direi… A passo di valzer… Un-due-tre…»

Alla notizia, molti rimasero basiti ed increduli, ma, il giorno dopo, alla distribuzione dei compiti puntualmente corretti e col voto a matita rossa nell’ultima pagina del foglio protocollo, i pianti furono parecchi, tanto che l’ineffabile professor Garani, volle rincuorarci alla sua maniera:

«Eh sì, cari ragazzi… Di questi tempi anche i “Quattro” bisogna meritarseli, i “Cinque” sono rari come le mosche bianche e i “Sei”… Beh, ragazzi miei, i “Sei” vanno estinguendosi come la razza dei dinosauri…»

Il mio voto, tutto sommato, era un bel 5 tondo, ed era uno dei più alti. Se ben ricordo, in tutta la classe c’era stata soltanto una sufficienza molto scarsa: un 6 meno-meno. Evidentemente i miei tentativi erano serviti a qualcosa. Tuttavia, colto da un dubbio e vista una correzione forse opinabile, volli andare dal professore a chiedere spiegazioni, con la speranza di fargli ritoccare il voto. A volte succedeva.

Garani mi ascoltò, controllò, mi guardò con una certa sorpresa, poi, senza degnarmi di una risposta, decise di rivolgersi a tutta la platea sofferente.

«Cari ragazzi, mettere in discussione questo errore, sarebbe come voler discutere sul “sesso degli angeli”…»

Di colpo il brusio di sottofondo, diffuso per tutta l’aula, svanì.

Ognuno dei miei compagni, chi più e chi meno trafitto dal dolore e dalla preoccupazione, si apprestò ad ascoltare cosa fosse mai quella strana questione evocata dal professore.

Io, col mio foglio in mano nei pressi della cattedra, non sapevo più cosa aspettarmi, né, se, vista la malaparata, dovessi restarmene lì, oppure dovessi tornare lestamente al mio banco. Nel timore di indisporlo nella spiegazione imminente me ne restai lì, pallido e immobile come uno stoccafisso.

«Dovete sapere, cari alunni, che alcuni studiosi del Seicento sostenevano che gli angeli erano di sesso femminile. Con altrettanta forza insorse un’altra schiera di studiosi che ritenevano, al contrario, che gli angeli fossero di sesso maschile… E si discusse sulla questione per circa un ventennio… Finché un giorno non si concluse che, siccome mai nessuno li aveva visti da vicino, gli angeli non avevano sesso… Vandini vai a posto…»

Tornai al mio banco ovviamente, ben felice di aver evitato disgrazie maggiori, ma, ancora oggi, mi chiedo se, nella mia perorazione, avessi ragione oppure torto…

 

Venne poi anche il giorno in cui, le loquaci e un po’ impertinenti ragazze del primo banco, la Poltronieri e la Furini, ebbero il coraggio, o l’incoscienza, di chiedere al professore se fosse vero o falso quanto ci aveva raccontato un paio d’anni prima il fantasioso bidello Cimatti, ossia, se davvero, insomma, lui si fosse mai messo a piangere per un otto sul registro…

La sua risposta, tambur battente, ci sconvolse ancora una volta.

«Certo che è vero…», disse. «Mi era stato affibbiato in inglese orale…»

Consci della personalità e della straordinaria figura di quel professore, nessuno poteva aver più dubbi su di una circostanza che, ai nostri occhi, era invece apparsa inattendibile. L’incredula Katia Poltronieri volle però insistere.

«Come?... Lei pianse per un otto? Ma come?... Ci dica che sta scherzando…»

«E perché mai? Voi che siete abituati a prendere “sei”, non piangete forse quando prendete “quattro”?... Io ero abituato a prendere “dieci”…»

 

Tante altre sarebbero le arguzie e le battute memorabili del professore, forse ancora scolpite nella memoria di chi, come me, in quegli anni lontani ebbe Garani come professore di Ragioneria[1]. Ancora oggi, quando incontro l’amico argentano Paolo Atti, che lo ebbe anch’egli come insegnante, ci facciamo qualche risata nel ricordo di quei giorni e quella bellissima età.

 In quegli anni lontani, io, sul treno degli studenti, feci spesso l’imitazione e la divertente caricatura di Garani, suscitando ogni volta le risa e l’incredulità dei compagni di viaggio.

Tanto però lo trovavo comico, il mio bizzarro professore, altrettanto ne ammiravo la capacità di infondere in noi, sia pure in un modo tutto particolare, la grande mole delle sue conoscenze. Per questo conservo tuttora verso di lui e verso la sua splendida memoria, una gratitudine immensa.

Appresi, pochissimi anni dopo il mio Diploma, da un triste articolo sul «Carlino», della sua prematura ed improvvisa scomparsa e fu una notizia che mi lasciò interdetto.

Ho sempre saputo di dovergli molto, e non solo per le efficaci lezioni di ragioneria. Credo davvero che sia stato un grande, irripetibile insegnante.

Peccato che, avendoci lasciato così giovane, non abbia potuto realizzare l’intendimento di cui ci parlò durante una delle sue memorabili lezioni, forse per infiorare, ancora una volta, una delle sue dotte spiegazioni.

«Cari ragazzi, io so bene che la materia che studiamo è spesso noiosa ed opprimente, ma è colpa anche di libri scritti male, che non invogliano a leggere… In qualunque posto voi andiate, al mare o in montagna, potete infatti vedere gente che legge, per diletto, libri delle discipline più disparate, dalla Storia, alle Lettere e alle Scienze, ma non vedrete mai nessuno leggere per diletto un libro di Ragioneria… Quando sarò vecchio, voglio scrivere un libro di ragioneria divertente… Lo chiamerò: “Alice nel paese dei bilanci”…».



[1] Come dimenticare, ad esempio, la sua definizione dei governi dell’epoca: «I governi in Italia sono come la rosa… Durano lo spazio di un mattino…», oppure la storia del «pesce vivo e del pesce morto», altra questione bizantina risolta da un plebeo che mise d’accordo un paio di dotti contendenti. Essi discutevano sul perché il pesce da morto pesasse più che da vivo. Egli lo catturò, lo pesò, lo lasciò morire, poi il contadino lo pesò di nuovo: aveva sempre lo stesso peso…

sabato 18 settembre 2021

Antiche feste paesane, che emozione…

 

Vecchi giochi e baracconi delle nostre sagre

di Agide Vandini

 

Sta per terminare il mese di settembre e con esso le più importanti e tradizionali fiere del territorio circostante, quelle quanto meno che ancora non sono state soppiantate dal nostro moderno modo di vivere e di divertirci.

E’ lo spunto per  ricordare, con un filo di nostalgia, qualche vecchio gioco da baraccone di cui si è persa memoria, soprattutto in piccoli paesi come il mio, ove un tempo, per la sagra della patrona Sant’Agata, le strade ed i prati del borgo maggiore venivano ricoperti di bancarelle, banchetti e giostre di ogni genere, per la gioia delle tante persone di ogni età che vi accorrevano, in particolare nel pomeriggio del giorno di festa.

Se ineludibile era l’acquisto, per ogni bambino di casa, di un fischietto rosso di zucchero e di una palla di segatura con l’elastico, l’attenzione maggiore veniva rivolta ad ogni tipo di divertimento proposto nell’occasione, sfilando davanti a giochi e baracche da luna park, ma non solo.

Fra questi divertimenti voglio ricordarne qualcuno, oggi fra i più insoliti o in parte dimenticati.

 

La bëla palutìna

A questo gioco d’azzardo, per quanto lo si sapesse una iattura per gonzi, molti non sapevano resistere. Fin da metà mattina si mettevano davanti al chiassoso ciarlatano e non staccavano mai gli occhi dal suo tavolino.  

Di solito, a praticare questo gioco truffaldino, erano un paio di astuti comacchiesi. Si attestavano lungo la rampa che dà verso la chiesa, più o meno  all’altezza della vecchia fontana dell’acqua potabile. I curiosi seguivano la pallina con lo sguardo e i più sicuri di sé prima o poi decidevano di puntare una banconota da mille. Lo facevano sulla campanella ove pareva finita la piccola pallina nera, delle dimensioni di un granello di pepe. L'uomo dietro il banchetto appariva persino maldestro, tanto che uno dei giocatori di continuava a vincere e ad incassar soldi. Ovviamente si trattava di una collaudata messinscena che permetteva ai due compari di spillare qualche banconota al pollastrello di turno.

«La bëla palutìna l’è chéi… L’è léi… - ripeteva a iosa il comacchiese - Adës in duv èla šgònd a tĕi?…» [La bella pallina è qui… è lì... Ora dov’è finita secondo te?...]

Davanti alle puntate del vero scommettitore, però, la pallina non veniva mai infilata sotto la campanella. Essa restava incollata al pollice inumidito del banditore e da lì veniva poi fatta scivolare sotto una delle altre campanelle e mostrata all’incauto frescone al momento di incassare la scommessa.

 

I dadi del marinaio


Era questo un gioco d'azzardo basato sul tiro dei dadi. Il banchetto veniva piazzato di solito davanti alla Casa del Popolo della frazione argentana, ove ora sta l’ufficio della Polizia Municipale. Sulle sei facce dei tre dadi erano disegnati i segni di Picche, Quadri, Fiori, Cuori, Corona (talvolta Mezzaluna) ed Ancora.

Sul tavolo da gioco erano raffigurati i sei simboli, ciascuno circoscritto in apposito riquadro, come si può vedere sul panno verde della figura a fianco.

Similmente al gioco della roulette gli scommettitori puntavano sui simboli preferiti, mettendo le loro monete all'interno del riquadro prescelto.

Quando la ragazza del Banco riteneva chiuse le scommesse, lanciava i tre dadi dopo averli fatti sobbalzare a lungo all’interno di una sorta di corno in pelle. Ai simboli vincenti pagava la posta ed incassava le puntate di tutti gli altri. Se il simbolo usciva due volte, il giocatore riceveva  il doppio della posta, o il triplo se compariva in tutti e tre i dadi lanciati.

Se ad esempio il Banco otteneva dai dadi due segni di Cuori ed uno di Ancorina,  pagava una volta quest’ultima, e due volte i primi. Il resto delle scommesse sul tavolo era suo.

Il vantaggio del Banco era dunque assai alto, trattandosi di probabilità vicina all'8% (7.8703%), mentre alla Roulette tale valore rimane al di sotto del 3%[1].

 

Tiro al bersaglio

E’ Tìr-a-barsàj era un baraccone che nelle fiere e sagre non mancava mai.

Era quasi sempre gestito da una donna un po’ provocante,  ritenuta cioè in grado di attrarre maschietti giovani, vogliosi di sparare qualche colpo e, soprattutto, intenzionati ad attaccar bottone per poi vantarsi di chissà quali prospettive di conquista nella vicina osteria.

Poter imbracciare una carabina e far strage di gessetti, dopo aver assistito per mesi alle sparatorie dei western americani del sabato sera al Cinema Tebaldi, era comunque già di per sé una soddisfazione impagabile. Chi poi sapeva sparare davvero con precisione, e aveva qualche moneta da cento lire da spendere, chiedeva all’avvenente ragazza di piazzare un cartoncino nel bersaglio e con la somma dei punti ottenuti poteva portare a casa, per trofeo, un coloratissimo pelouche da appendere alla propria madia, oppure al chiodo dello specchio sopra il catino.

Capitava talvolta in paese anche il tirassegno fotografico e lì le tasche spesso si svuotavano per mirare al pulsante al centro di una piastra d’acciaio, nella speranza di far esplodere la schiera di lampade al magnesio ivi predisposte. Il lampo improvviso, fra gridolini di meraviglia, immortalava il tiratore e lo stuolo di accompagnatori attorno a lui, sempre in posa e in attesa del ciac abbagliante e fatale.

 

  Anno 1935 circa.           Filo, sagra di Sant’Agata. Nel foto-flash, mio padre Guerriero Vandini (Ghéo) mentre centra il bersaglio. Fra lui e l’elegante giostraia l’amico Giovanni (Giuanòñ) Cobianchi. Alla destra del tiratore Emilio Minghetti (Miglióri) e un certo Lušór di cui mia sorella Carla, al momento in cui annotammo la didascalia, ricordava il solo soprannome. [Si tratta di Mario Mezzoli, classe 1914 come da preziosa segnalazione di Beniamino Carlotti - v. commenti]

[Foto tratta dall'album di famiglia, a lungo conservata da mio padre nel portafogli e da me restaurata per l’occasione].



  

Autoscontro e autopista

L’autoscontro giungeva in paese un paio di settimane prima della sagra e vi si intratteneva ancora anche dopo, fin quando cioè correva moneta. Il giostraio si piazzava, ai miei tempi, nel prato della nostra frazione alfonsinese, ora Parco Maria Margotti.

Nei momenti di punta e di grande ressa, nonostante la durata di ogni giro fosse via via ridotta, non si riusciva a quasi salire su uno di quei bolidi. Per evitare litigi, oppure per non stare in eterna attesa a bordo pista, bisognava far segni inequivocabili a qualche amico già nell’arena affinché, una volta finiti i cartoncini acquistati, si fermasse con la macchinina proprio lì nei pressi. Se non si avevano le giuste conoscenze si restava a lungo impalati ed inoperosi come baccalà. Il divertimento comunque, una volta saliti a bordo, era assicurato e i colpi dati e ricevuti  di fronte ad un così alto numero di ragazzi e ragazze, uno spasso da ricordare per tutto l’anno.

Dopo gli anni ’60, con l’ampio spazio resosi disponibile per le giostre, venne talvolta in paese anche una vera e propria autopista ad anello, del tipo indicato nella foto in bianco e nero a fianco. Qui non erano possibili scontri né inversioni di marcia, ma i focosi ragazzini vi potevano provare l’ebbrezza dell’alta velocità e il brivido di curve al cardiopalmo...

 

Pozzo (o muro) della morte

Durante gli anni della mia adolescenza credo di non aver mai provato tanta emozione mista a timore come  quando, al Luna Park della Fiera Argentana, spinto dalla curiosità, volli andare ad assistere allo spettacolo cosiddetto del «Pozzo – o muro – della morte».


Non l’avessi mai fatto!

Già durante i preparativi che si svolgevano sotto di noi, non riuscivo quasi a credere possibile quanto annunciavano i cartelloni. Non riuscivo a capacitarmi di una moto così veloce da vincere la forza di gravità e girare in circolo parallela a terra.

Quando poi cominciai a percepire sotto di me lo sconquasso provocato dalle moto a velocità pazzesca fra doghe traballanti  che ad ogni istante parevano andare in  frantumi, ebbi davvero la sensazione che i poveri centauri che saettavano in tondo sfiorando il mio parapetto, avessero i minuti contati ed andassero incontro ad una disgrazia imminente.

Non avevo mai temuto così tanto per la vita di un mio simile.

In quei  minuti  palpitanti non ebbi neppure il tempo di spaventarmi. Osservavo come inebetito quelle corse indiavolate fra le vibrazioni dell’ampio e profondo pozzo di legno che, cigolando e scricchiolando, pareva quasi inclinarsi, per poi risistemarsi e raddrizzarsi in un baleno. Rimasi inchiodato lì, quasi incredulo, in attesa che quel finimondo potesse avere termine.

Non mi è più capitata l’occasione di entrare in un simile inferno, ma posso garantire in tutta tranquillità che nessuno, neppure un diavolo in persona, sarebbe mai riuscito, anche con la forza, a spingermi dentro ad un baraccone ed a uno spettacolo del genere.

Nemmeno per tutto l’oro del mondo…

 

sabato 4 settembre 2021

Cara vecchia Cesira…

 Il ricordo di un’indimenticabile vicina di casa

di Agide Vandini


 

Poco più di un mese fa ci ha lasciato Luisa Matulli, cara amica d’infanzia con cui ho giocato fino alla metà degli anni ’50, anni in cui la sua famiglia se ne andò dalle «case operaie». Sapere di questa perdita è stato un momento doloroso, per me come per Romeo Cantelli, altro compagno di giochi, una mestizia però da cui è riaffiorato il bel ricordo di quegli anni e del legame affettivo che univa gli inquilini delle prime due case condominiali edificate nel dopoguerra.

 Nella prima delle case gemelle abitavano all’epoca sei famiglie, tre al piano inferiore: mio padre Ghéo, Chilĕn Ricci Maccarini e Cantlĕñ (Quinto Cantelli, padre del futuro Don Romeo); altrettante al piano superiore: Ciarẽñ Coatti, Banzi Quinto (Pezöli) e Töni Matulli, nonno della Luisa.

  



Nella foto dei primissimi anni ‘50, alcuni degli abitanti della casa. Accucciati: io, Luisa Matulli e Romeo Cantelli. In piedi: Adriana Guasoni, nonna di Luisa, Lucia Coatti (ad Ciarèñ), Elvia Matulli (zia di Luisa), Clara Costa (mamma di Luisa), Carla Coatti (ad Ciarèñ).

 

  

 Di quegli anni e della vita di allora, in estrema umiltà e forti di un grande spirito di solidarietà, raccontai diffusamente una trentina d’anni fa nel mio primo libro di narrativa, una raccolta di piccoli aneddoti che piacque molto e che tanti ricordano col sottotitolo dialettale: Quand che int la pôrta u j éra la rametta

Se torno indietro con la memoria, fra tutta quella brava e buona gente che abbiamo avuto attorno,  il personaggio che ancora mi fa sorridere è, sopre ogni altro, quello della Cišìra ‘d Mašàcia, all’anagrafe Cesira Bellenghi.

 Di questa anziana signora ho raccontato molto e in più occasioni: simpatici aneddoti e battute a volte esilaranti, quali: «…Da mĕ e tĕ, Chilĕñ, e’ prem ‘d nujétar du che mùr... Mĕ a vëg in Canadà da la Maria Giovanna...»

Per comprendere il contesto della frase, e conoscere il caratteristico personaggio, propongo qui la lettura di un mio breve brano.

La Cišìra, Pavlìñ e la Bajöca

(Brano tratto da  A. Vandini, Gente Semplice – Quand che int la pôrta u j éra la ramètta,

Faenza, Edit, 1994, «Le “Case Operaie”», pp.38-40, revisione dell’autore, 2021)

 

[…]In tutte le stagioni noi bambini avevamo compiti precisi: si andava a aqua alla più vicina pompa d’acqua potabile coi secchi appesi al manubrio della bicicletta, si faceva erba per i conigli, si portava la brôda  al maiale e si andava regolarmente a prendere in casa, d’inverno, i pulcini o gli anatroccoli appena nati, per farli stare al caldo. Naturalmente non si doveva mai dimenticare di dar da mangiare alle galline del serraglio prima che fosse buio e prima quindi che si ritirassero nel pollaio.

A dire il vero, però, non tutti tenevano le galline al chiuso. Non la Cišìra ad esempio. Questa donna così osservante in chiesa e così ordinata in casa, lasciava del tutto libere le sue prosperose galline, e queste scorrazzavano tranquillamente, oltre la strada e oltre la siepe, andando a nutrirsi nella vicina campagna, quella in cui il tenace Pavlìñ aveva seminato il suo grano.

Fu così che il contadino ferrarese non tardò a farsi sentire.

Giunse un giorno davanti a casa all'ora di pranzo e io fui immediatamente richiamato dal vivace litigio che stava deflagrando sotto la mia finestra.

Il contadino e campanaro del prete, in bicicletta, con atteggiamento di sfida ed un piede a terra, stava severo sulla strada dirimpetto a casa nostra e si rivolgeva alla donna nel suo dialetto ferrarese:

«Vu a-v duvĕ tgnìr il galìn a ca’ vostra!» [Voi, le galline le dovete tenere a casa vostra!]...

La Cišìra, in piedi, pestando avanti e indietro nel nostro cortile che era diviso dalla strada, e da Pavlìñ…, da un fosso profondo, furiosa e rossa in viso, gridava la sua indignazione col dito puntato verso il più alto dei cieli:

«A sì pröpi un scrianzê, vǒ….» [Siete proprio uno screanzato, voi…] .

A questo punto il battibecco prese subito quota:

«A-l sö mì ch'a si andàda dal prèt ...» [So bene che vi siete lamentata col prete…]

«Sé! Parchè a sì pröpi un brǒt umarĕñ, vǒ ... Ecco cus ch'a sì!» [Sì perché voi siete proprio una brutto ometto… Ecco cosa siete…!]

«A sì vu 'na bruta dunìna ch'a si 'ndada dal prèt a dìr che mì a n m'inchin briša ‘bastanza davanti a l'altàr...» [Siete voi una brutta donnina che siete andata dal prete a riferire che io non m’inchino abbastanza davanti all’altare…]

«Sé, parchè la žént coma vǒ, la sta bèñ int l'aldamér... » [Sì, perché la gente come voi sta bene nel letamaio…]

«No, invèzzi! Parchè mì, tut il matìn, a pàs davanti a i Sant e agh dìgh: “Bongiorno a tuti!” E lór... I è a pòst par tut al dì...» [Assolutamente no, invece! Perché io, tutte le mattine, passo davanti ai nostri Santi e dico loro: “Buongiorno a tutti!...”  E loro sono a posto per tutto il giorno…]

 

***

 

Un dialogo altrettanto memorabile avvenne poi fra la stessa Cišìra e la sua anziana cognata la Baiöca, una donna di franchezza estrema che, a differenza della nostra vicina, non aveva proprio alcun timor di Dio.

Essa venne un giorno in visita al fratello Chilĕñ, marito della Cišìra, in quel momento infermo da giorni e molto sofferente di mal di cuore.

Presa da compassione per le condizioni del fratello, costretto a letto da lungo tempo, ignorando la presenza della Cišìra, si lasciò andare a modo suo:

«T'a t fé beh una brǒta vita veh te... E’ Signór? U s véd pröpi ch'u n gn'è briša, parchè, s'u j fǒs, u n t castigarĕb miga in sta manìra veh!...» [Ti stai facendo davvero una brutta vita, tu… Il Signore? Evidentemente non c’è, perché se ci fosse, non potrebbe castigarti in questo modo…]

A queste parole, anche stavolta, la pia Cišìra perdette le staffe:

«Fura sǒbit d'in ca’ mia!  Vǒ pu, sti quĕl ch’è quĕ, in ca’ mia a n'i ‘gì pröpi briša... Andì mo fùra d'in ca’!» [Fuori subito da casa mia! Voi, queste cose, in casa mia non potete proprio dirle… Andate fuori subito fuori…]

A quelle parole la pur pervicace Baiöca, dovette adeguarsi:

«Me, fùra ai vègh parchè a sö in ca’ vostra...» [Io fuori ci vado perché sono in casa vostra…], disse nell’avvicinarsi alla porta, poi, giunta sull’uscio, si voltò di scatto e, tutto d'un fiato, decretò la sua sentenza:

 «... Mo’ e’ Signor u n gn'è briša!...»[Ma il Signore non c’è proprio…!]

Se ne andò poi sbuffando e imprecando, scendendo a due a due i pochi scalini che conducevano al portone d’ingresso.

 

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Chilĕñ, con buona pace delle due donne, fortunatamente si riprese, tanto che si raccontò proprio nei giorni della sua guarigione, di un dialogo, poi divenuto famoso in tutto il paesello, dialogo che stavolta avvenne fra moglie e marito.

La Cišìra, che, dietro i suoi atteggiamenti battaglieri era una donna di cuore ed ancor più una tenera mamma, sentiva molto la mancanza della figlia, maritatasi a guerra finita con un ufficiale britannico e, a quel tempo, stabilita con la famiglia nel lontano Nord America.

Fu così che un giorno si rivolse al marito in questi termini: «Oh… Da mĕ e tĕ, Chilĕñ, e’ prem ‘d nujétar dù che mùr... Mĕ a vëg in Canadà da la Maria Giovanna...» [Senti, Achille, appena muore qualcuno fra noi due… Io vado in Canada dalla Maria Giovanna…]

Il povero Chilĕñ, a quelle vaticinanti parole, pare si sia rabbuiato parecchio...

 

 

 Cišìra, classe 1896, sposata dal ’24, aveva avuto da Achille Ricci Maccarini, detto Chilĕñ, un influente capomastro della Cooperativa Muratori, due bravi figlioli. Caparbia e premurosa era riuscita a farli studiare entrambi.

Il primo, Libero, molto impegnato fin da giovane nella Resistenza e divenuto poi dirigente nella Cooperazione di Consumo, si era trasferito ben presto con la famiglia ad Argenta; l’altra, Maria Giovanna, bella maestrina filese, aveva sposato a Liberazione avvenuta Bonnar Briggs, distinto ufficiale scozzese dell’esercito britannico seguendolo poi per il mondo..

Rimasta sola col marito, la Cišìra s'era ancor più stretta attorno alla sua devozione religiosa, con una assidua frequentazione della chiesa e delle funzioni, al pari delle sole suore e della fedelissima Vizinzóna, [l’Annunziatina Bosi di cui ho già raccontato in questo blog[1]].

Non mancava mai, perciò, ad alcuna celebrazione, festiva o feriale che fosse. Dotata di discrete doti canore, la sua voce tremula e delicata si distingueva sempre, dolce ed aggraziata, fra i banchi delle signore, durante le cerimonie più solenni.

La qualità però che io, bimbo goloso e birichino, apprezzavo di più in lei era l’incredibile sua attitudine alla preparazione di dolci e torte paradisiache, fantasiose e variopinte, che riservava alle famiglie più facoltose del paese. Non ebbi quindi mai il piacere di assaggiare neppure una di quelle favolose opere d’arte… A me, tuttavia, bimbo piccolo dell’appartamento adiacente, spettava il gradito compito di leccare i suoi magici tegami fino all’ultimo rimasuglio, in particolare quello delle creme: un contenitore alto una ventina di cm, grigio smaltato, più largo di tutto il mio braccio. Cesira sapeva bene che, col ditino che governavo a mo’ di ventosa, avrei ripulito ogni spigolo e tirato a nuovo ogni sua tègia incrostata fin quasi a corroderne le pareti...

«A j ò purtê la tègia da lichê pr e’ babĕñ…»[Ho portato il tegame da far leccare al bambino…] erano le parole della Cesira appena entrata in casa, in un’epoca in cui, fra vicini, non s’usava neppure bussare alla porta. A quel segnale io ovviamente saltavo giù dalla sedia, oppure interrompevo qualunque gioco o compito stessi facendo…

D’altronde i dolci preparati in famiglia a quel tempo erano ben pochi e rari: il latte brulé a Natale e Pasqua, oltre agli zuccherini di Sant’Agata, impastati in casa e fatti cuocere, su annerite lamiere, al forno paesano …

Potevo poi saziare soltanto l’occhio quando la Cišìra qualche ora dopo veniva a mostrarci orgogliosa le sue torte ben guarnite, pronte per la consegna. Erano vere e proprie creazioni artistiche. Mia madre, lì per lì, si sperticava in complimenti, peraltro meritatissimi. Uscita la donna, però, commentava:

«L’à beh dal curioši marcêd veh la Cišìra… La s pôrta sèmpar a fë da vdé stal bëli tórt par i sgnùr, mo' mai e pù mai che la s’in fêga sintì un töc…» [Ha proprio degli strani atteggiamenti la Cesira… Ci fa sempre vedere queste belle torte per i signori, ma mai e poi mai che ce ne faccia sentire una sola fettina…]

A me comunque la donna stava molto simpatica perché, oltre a farmi assaggiare i suoi gustosi avanzi di creme ed intrugli, mi permetteva di raccogliere dal suo fico rigoglioso i frutti che pendevano all’interno del nostro serraglio. Minore simpatia provavo invece per il burbero marito Chilĕñ che un giorno, stanco delle nostre marachelle, rincorse me e Romeo e ci inchiodò contro la rete del suo orto. Ci fece poi un furioso buridòñ [rimprovero severissimo] di quelli, per essere chiari, da farsela nei pantaloni…

Invecchiando, e perso il marito nel ‘57, la Cesira venne sempre più spesso in casa nostra, da lei considerata quasi un’estensione della propria. L’accoglievamo sempre volentieri, con molta condiscendenza da parte di mia madre per ogni ripetitiva lamentela. Ci leggeva quasi in lacrime le lettere della figlia ed io imparai a volerle bene, nonostante, per certe sue insofferenze, fosse talvolta mal sopportata dai vicini.

In quegli anni, ormai divenuto un ragazzino, ebbi anche la ventura di conoscere la famosa figlia Maria Giovanna e tutta la sua famiglia. Lei,  il marito Bonnar e i figli John, Angela e Paul, si trasferirono un giorno dal Nord America all’Inghilterra e, mentre le loro masserizie attraversavano l’Atlantico via mare, fecero tappa in ’Italia giungendovi in aereo e alloggiando per diverse settimane nella natia Filo, presso mamma Cesira.

Romeo era già in seminario, Luisa nel forno di Jàcum, ma io e Benny, che veniva spesso alle "case operaie", diventammo gli amici preferiti di John, quasi nostro coetaneo; imparai qualche filastrocca in inglese, conobbi papà Bonnar, giocai a lungo con la piccola e simpatica Angela e tenni in braccio Paul, il bebè della casa. Le comunicazioni avvenivano con facilità grazie al buon italiano che Maria Giovanna aveva saputo trasmettere ai figlioli.

Tutta la combriccola tornò poi una seconda volta nel ’59 e fu, quella vacanza, l’ultima a Filo di John e famiglia. Poco tempo dopo venne purtroppo meno anche la buona Cesira, passata a miglior vita.

Davvero una bella famiglia, ci tengo a sottolinearlo, quella della singolare vicina di casa. All’anziana signora vado talvolta con la memoria e non manco mai di sorridere rievocando il personaggio che trovo ancora genuino, verace quanto caparbio e pittoresco, in qualche modo tipico di quei tempi lontani.

 


Gruppo di famiglia e di amici al matrimonio fra Maria Giovanna Ricci Maccarini e Bonnar Briggs, ufficiale inglese. A sinistra si riconoscono: Achille (Chilĕñ) padre della sposa e al suo fianco Rina Rocchi. Sopra gli sposi: Alessio (Lésio) e Agide (Gidìno) Mezzoli e Walma Gennari. Sulla destra: mamma Cesira Bonora, Genoveffa Lolli. Accosciato sotto la sposa, Tullio Rossi fra i bimbi Giovanna Mezzoli e Giorgio Rossi.

 

 





 30 marzo 1947. L’atto di matrimonio a Filo fra Maria Giovanna Ricci Maccarini e Bonnar Briggs

 





 Sopra: Anno 1959. Da sinistra: Morena Coatti, Angela, Beniamino, Agide, John e Paul.

  

A fianco: Anno 1957. In piedi da sinistra, io, John, il cugino Renzino Ricci M., Angela che guarda il piccolo Paul in carrozzina. Seduto a terra l’altro cugino di John, Gianni R.M., davanti alla madre Ilde Gambetti.