venerdì 6 novembre 2026

Vecchie foto ritrovate

 

Una foto, una storia (8)

di Beniamino Carlotti

 

Sono due foto inedite davvero importanti quelle ritrovate dall’amico Ben. Si tratta di preziose immagini del primo ‘900  e credo sia giusto pubblicarle con tanto di esaurienti didascalie e opportuno contesto. Mi è particolarmente caro poter offrire la foto di Maria Giovanna ancora bambina, una donna e una famiglia, la sua, a cui sono sempre stato particolarmente legato e a cui ancora mi unisce la bella amicizia col primogenito e compagno di giochi John Briggs, a cui mando un carissimo saluto.

 Spero che, pur dalla lontana Inghilterra, egli possa leggere queste note dell’amico Benny ed emozionarsi, assieme ai fratellini Angela e Paul  (a.v.) [1].

 

In piedi da sinistra: mamma Gemma Vandini (1906-1999). La tiene per mano la prozia Edmea Gennari; seguono le sorelle Margherita, nonna Elodia Terzilla ed Emma. Seduti, al centro, i bisnonni materni: Anna (Annina) Bignardi (1850-1929) e Gennari Luigi (1851-1929) [2]. Il bimbo sulla destra è Mario Baldini, classe 1904, padre di Amedeo (1930), nonno di Daniele (1965) e bisnonno di Claudio (1981).

 

Un ritrovamento fortunato, nel mio sottotetto di casa, ha riportato alla luce un centinaio di vecchie fotografie, dei primi del 900 perfettamente conservate, foto che io stesso vi avevo riposto parecchi anni fa e di cui mi ero completamente dimenticato.

La maggior parte di esse, riguardano la famiglia di origine e la più preziosa vede la presenza di Terzilla, mia nonna materna, assieme a tutta la famiglia patriarcale, con al centro, ovviamente seduti, il "pater familias", con moglie a fianco e, tutt’attorno, figlie e nipoti.

Immagini che, pur nell'ovvietà di quel che rappresentano, costituiscono preziosi frammenti di una realtà passata, tracce di un tempo ormai lontano che ci è sempre caro rievocare.

Da appassionato di storia locale quale sono, improvvisamente ho deciso di cimentarmi in una nuova materia, la "memoria/fotografica". Mi sono chiesto infatti per ognuna di queste foto quale fosse il contesto in cui è nata, nonché quali fossero i tanti aspetti in cui è stata scattata.


Tramite queste banali riflessioni e nel curiosare fra i ricordi dei nonni, sono rimasto ancor più colpito dai tanti particolari e da quanto possono ancora raccontarci quelle desuete immagini di un secolo ormai così lontano.

Vedere quei frammenti di vita trascorsa, è stato quindi come sedersi su di una macchina del tempo e farsi catapultare nel passato, grazie all’istantanea rievocazione storico-familiare, resa facile dalla discendenza diretta, e, forse, da una innata "memoria biologica".

 

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Tra le tante foto ritrovate che esulano dalla cerchia familiare, mi preme postarne una in particolare. È la foto di una ben nota cresimanda, ovvero di Ricci Maccarini Giovanna, classe 1925, figlia di Achille e di Cesira Bellenghi, carissima amica di mia madre, una futura maestrina che nel 1947 sposò a Filo l’ufficiale inglese Bonnar Briggs.


 

La foto, come scrisse di suo pugno Maria Giovanna, fu scattata al!a Chiesa di Lavezzola il 07 Maggio 1934, in occasione della sua Santa Cresima e Prima Comunione.



[1] Della famiglia della Ciŝìra ‘d Maŝàcia, mia vicina negli anni dell’infanzia, ho raccontato tantissimo, ma a chi voglia approfondire segnalo quanto riportato in A.Vandini, Figure del nostro ‘900, Filo, L’Irôla, 2026, pp. 41 ss.

[2] Non è presente nella foto l'unico figlio maschio di Luigi, il prozio Rodolfo, che perpetuerà per due sole generazioni questo ramo della famiglia Gennari, oggi ormai estinto quanto a discendenza maschile.

mercoledì 15 aprile 2026

È in edicola «Figure del nostro ‘900»

 

Storie e personaggi del tempo che fu

di Agide Vandini

 

 

Un viaggio nel tempo alla riscoperta di personaggi e figure paesane divenute ormai leggendarie, attraverso brani, racconti e molte immagini d’epoca.

È un divertito amarcord dedicato a un mondo già relegato alla storia e a tanti suoi protagonisti che, in un colorito contesto rievocativo, ci regalano ancora un po’ di allegria e buoni spunti per riguardare all’interno di noi stessi.

Vuole essere, soprattutto, un omaggio, vero e sincero, a vecchi compagni di strada che, in giorni lontani senza TV, PC, tablet e smartphone, seppero farci meravigliare e sorridere; un tributo a un’epoca e a uno spirito di comunità di cui, per molti aspetti, proviamo tutti un po’ di nostalgia.

Nel testo, una ventina di capitoli a tema, alcune centinaia di illustrazioni e un’appendice dedicata ad approfondimenti in gran parte inediti. (Filo di Alfonsine, L’Irôla Edizioni, 2026: 346 pag.- 403 illustraz. - € 12)

 

 

 

È una raccolta di immagini, di storie di brani e di personaggi paesani a cui mi sono dedicato con passione per mesi, aiutato in questo un po’ da tutti i filesi ed in particolare da Beniamino Carlotti e da Vanni Gemininiani che mi hanno via via incoraggiato alla realizzazione di un’opera che vuole soprattutto ricordare e ravvivare la memoria di un paese che fatica a ritrovare l’anima di sé stesso.

Agli amici, a tutti coloro che mi hanno fornito dati, notizie, fotografie, raccontato storie ed aneddoti, rinnovo ancora, anche qui, i più sentiti ringraziamenti.

I personaggi presentati sono duecento con tanto di foto e dati anagrafici. A fine testo un indice per cognome consente di risalire al capitolo tematico di appartenenza.

L’immagine scelta per la copertina è un dipinto d’epoca di Adele Ravaioli, giovane donna che a fine anni ‘60 soggiornò per qualche tempo in paese alla ‘Càlonga’, e che ci racconta ancora della grande passione sportiva che univa all’epoca tutto il popolo delle osterie filesi.

La lusinghiera prefazione è stata scritta da Benedetta Bolognesi, da molti anni competente ed apprezzata operatrice culturale, argentana doc e, soprattutto, «filese di adozione».

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Il libro è già in distribuzione da un paio di giorni presso le due edicole di Filo

Per chi risiede fuori dal territorio, «Figure del nostro ‘900», come tutti i miei libri ancora disponibili, può essere richiesto via mail all’indirizzo: agide.vandini @gmail.com. Il volume sarà spedito in "piego di libri" all'indirizzo postale del richiedente previo pagamento (secondo istruzioni) del prezzo di copertina di 12 €, senza alcun aggravio di spese di spedizione per le località italiane.

Per i più interessati ai contenuti ed agli scopi dell’opera, trascrivo qui la mia “Introduzione”.

 

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Chi erano, e quanto ci mancano…

 

È un’edizione che avevo in animo da tempo. Un’antologia illustrata dedicata agli eroi delle mie novelle, alle loro gesta stravaganti, figlie d’un secolo passato alla storia e d’un modo di vivere così lontano dallo stile di vita di oggi.

Chi erano davvero costoro? Qualche forestiero, leggendomi, avrà forse pensato a personaggi o storielle nate da una fervida fantasia, ma, tranne limitatissimi casi di palese creatività, quei personaggi sono esistiti eccome…

In qualche caso, va detto, ho dato loro nomignoli ad arte, per discrezione, o per un tocco più consono al personaggio. Così mi comportai ad esempio per l’allocco Gigi de’ Fràb, l’autoironico narratore e negli aneddoti di tradizione familiare, con anonimi protagonisti di paesi vicini.

Nella ricostruzione dei fatti, talvolta controversa, qualche concessione alle esigenze letterarie ho dovuto farla, ma, in linea generale, credo d’aver colto l’essenza, l’originalità dei gesti e lo spirito dei personaggi di casa nostra, vista la bonarietà con cui le novelle furono sempre accolte dai paesani. Essi semmai mi rimproverarono di averne taciute altre ancor più suggestive.

A certe amene storie, peraltro, ero affezionato fin dall’infanzia, vuoi per averle vissute di persona, vuoi per averle ascoltate alle case operaie nell’ambiente molto familiare in cui sono cresciuto. Si viveva all’epoca col paesello al centro di tutto, sia pure nelle ristrettezze e nell’umiltà di un dopoguerra pieno di sogni e di speranze. Era un mondo privo di TV, PC, telefoni, Smartphone e anche di pulsioni consumistiche, ove il racconto orale godeva ancora di forte attrazione per grandi e piccini.

Come spiegai introducendo le mie prime novelle, a quel tempo il ritrovo, il «trebbo» e le narrazioni degli anziani, costituivano, unitamente al «cinema Tebaldi», al circo equestre, ai burattini e ai baracconi che di tanto in tanto capitavano in paese, il miglior intrattenimento offerto ai bambini.

In quel piccolo mondo ci si conosceva un po’ tutti e, proprio per questo, alle parole «Adës av cunt un fàt» seguivano storie e amenità capitate a vicini di casa, o a persone incrociate alla fontana, in bottega, dal barbiere, oppure all’osteria. Lì, noi ragazzi spendevamo i pochi spiccioli in un gelato alla crema e sempre lì, divenuti grandicelli, venivamo attirati in un grande «trebbo» per soli adulti, fra fumi d’alcool e tabacco, fra trastulli di ogni tipo e inesauribili ciarle di donne e di sport.

A tanti anni di distanza, ho voluto raccogliere i brani migliori dedicati a quei personaggi e corredarli di volti autentici e dati anagrafici. Fra protagonisti e comparse, i nomi sono tantissimi, ma ho voluto raccoglierli tutti, o quasi, in capitoli tematici, ai quali poter accodare piccole gallerie fotografiche illustrative dell’epoca e del contorno ambientale.

Al testo ho aggiunto una copiosa appendice, con qualche chicca dialettale e alcuni calzanti approfondimenti.

L’insieme di fatti, luoghi e volti un tempo familiari, potrebbe generare emozioni inattese. Figure e sensazioni inghiottite dal tempo, sono suggestioni che riportano, quasi per magia, ad anni remoti. Par quasi di rivivere voci e immagini di un mondo ormai perduto e tutto quel prezioso carico di allegria e di intensità d’affetti, in un coacervo di slanci, passioni e sentimenti.

Sensazioni e suggestioni, forse, per chi ha già un’età... Ma queste pagine, più che un tocco alla corda dei sentimenti, vogliono essere un omaggio, vero e sincero, a vecchi compagni di strada: a chi in tempi tanto grami e austeri, ci fece meravigliare e sorridere, a un’epoca e a uno spirito di comunità di cui, per molti aspetti, proviamo tutti un po’ di nostalgia (a.v.).

giovedì 29 gennaio 2026

Il dialetto romagnolo dalla Bastia ad Anita

 

Le peculiarità dialettali della nostra terra

di Agide Vandini

 


 

Venerdì scorso, nella prima serata dedicata alle parlate storicamente presenti nel territorio comunale di Argenta, ho effettuato il mio intervento relazionando sulle peculiarità del nostro dialetto prima di dar corso ad alcune letture di poesie romagnole.

Alternandomi con l’amico Sergio Felletti, relatore a sua volta per l’area «sorella» di Longastrino, credo si sia riusciti a far comprendere al pubblico presente non solo la forte caratterizzazione romagnola del territorio, ma anche l’importanza della conoscenza e della conservazione della nostra lingua madre nonché di tutta la cultura popolare ad essa connessa.

Ovviamente non è stato possibile, nei tempi ristretti previsti, produrre documentazione e approfondimenti che, come promesso durante la bella serata, riporto ampiamente ora qui a beneficio degli interessati (a.v.)  

 

 

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Scriveva un secolo fa la «Gazzetta Ferrarese» (Anno LXVIII N.159, di venerdì 12 giugno 1914) ai tempi della «settimana rossa», ovvero di una insurrezione popolare che ebbe forti ripercussioni nell’alfonsinese e in tutta la Romagna:

 

«Da Argenta apprendiamo che il contraccolpo dei gravi moti rivoluzionari della Romagna limitrofa ha sollevato un vivo fermento in tutti i paesi che più sono in contatto col Ravennate: e la cosa non deve molto meravigliare se si pensa che la parte bassa dell’Argentano è più romagnola che ferrarese per costumi, e che romagnolo puro è il dialetto che parla…»

 

Già dal ’94 nei miei primi scritti dedicati all’aneddotica e al folclore del territorio natio, storicamente appartenente all’autonoma Riperia Padi, fornii elementi di differenziazione dialettale presenti nell’odierno territorio comunale argentano e in quello alfonsinese fra Po Vecchio e Po Nuovo (oggi Reno), difformità tali da configurare aree linguisticamente diverse.

Allo scopo esposi, in un paio di tavole, vocaboli e casi grammaticali che reputai indicativi della parlata comune nelle aree più vicine.

Dalle difformità dialettali fra le tre aree esaminate, sia di tipo morfologico che fonetico, si venivano a delineare:

 -  Un’area ‘romagnola’ costituita dalle frazioni argentane e alfonsinesi di Filo-Longastrino e Anita, nonché dalla frazione di Campotto; 

-  Un’area ‘argentana’ facente capo al capoluogo e alle frazioni di Bando e San Biagio, quest’ultima con alcune peculiarità derivanti dall’influenza romagnola 

-  Un’area di dialetto ‘ferrarese’ presente nelle frazioni di Boccaleone e Consandolo, ma a cui vanno ragionevolmente aggiunte le altre frazioni lungo il Primaro come Benvignante e San Nicolò [1]

 Cliccando sulle immagini potrete visualizzarle a tutto schermo


 Le ragioni storico-geografiche di tali difformità si fondano, in primo luogo, nella diversa appartenenza amministrativa nel corso dei secoli delle tre aree esaminate, aree che furono unite nel comune argentano soltanto in epoca postunitaria.

In secondo luogo, vanno considerati gli sconvolgimenti relativamente recenti apportati alla morfologia del territorio, sistemazioni idrauliche che permisero l’avvio di grandiose opere di bonifica, ovviamente realizzate in più fasi, lavori che trasformarono valli e paludi in un’area oggi prettamente agricola.

La trasformazione comportò significativi flussi demografici verso i nostri centri originariamente rivieraschi, flussi provenienti in massima parte da sud e dalle zone circonvicine che accentuarono vieppiù la storica vocazione romagnola delle terre fra la Bastia ad Anita.

Va ricordato in proposito che le due lingue di terra emersa ai lati del Primaro, rive definite, fin dall’Alto Medioevo Riperia Padi o Riviera di Filo, poste fra le Valli salate di Comacchio e quelle d’acqua dolce ‘di Filo e Longastrino’ (vestigia locali dell’antica Padusa), ebbero sempre (ed hanno tuttora, fino alla linea di Po vecchio) una totale dipendenza amministrativa ravennate, mentre il territorio fra Po vecchio e le Valli salate, divenuto di dipendenza estense a metà Quattrocento, fu per lungo tempo un comune autonomo, fuso non senza contrasti nel Comune di Argenta nella seconda metà dell’800, in epoca quindi relativamente recente.

Si impongono perciò un paio di considerazioni di notevole importanza soprattutto in area filese:

1.    Nel caso specifico di Filo va tenuto conto che, a partire dagli anni ’60 del ‘900, si è totalmente trasferita nel suo Borgo Maggiore tutta la popolazione del borgo ravennate - oggi abbandonato - di Chiavica di Legno (in origine Cuor delle Vacche) che raggiunse in passato il mezzo migliaio di abitanti e che, oltre alla grande Villa Ghedini edificata negli anni ’30 dell’800, ebbe chiesa, caserma dei Carabinieri, scuola elementare, farmacia, osteria e botteghe locali.

2.    La migrazione avvenuta nel primo ‘800 verso le zone bonificate della ex Valle di Filo e Longastrino a destra Po vecchio, portò nel territorio molte famiglie di mezzadri e braccianti ex scariolanti provenienti dalla bassa Romagna. L’effettiva portata di questo tipo di migrazione si può cogliere facilmente dalle cifre riportate negli Stati delle Anime della Parrocchia di Filo. Eccone una sintesi:

 Nell’anno 1823 le Anime filesi erano 392 in tutto, mentre nel 1862 (prima quindi delle bonifiche - iniziate nel 1870 - nel territorio di competenza ferrarese) risultano triplicate portando gli abitanti a 1.180 persone di cui 711 nella frazione argentana e 469 nella frazione alfonsinese. Sedici anni dopo (1878, ultimo anno di rilevazione completa), con le bonifiche argentane (a nord di Po vecchio) già in atto, gli abitanti totali erano 1.296 (+10%) di cui 816 (+15%) nella frazione ferrarese e 480 (+2%) in quella ravennate.

Fu quindi una migrazione che spostò nel territorio di Filo molte famiglie basso-romagnole col loro dialetto e coi loro soprannomi di famiglia come d’uso in Romagna, nomignoli che, a quasi due secoli di distanza, sono ancora presenti, a parità di cognome, nelle zone d’origine (cito i Pulŏñ-Saiani, i Ravĕt - Signani, i Pustëc’-Grilli, gli Urtlanĕt-Minguzzi, i Clumbarŏñ-Pasini, i Turàza-Fiorentini, gli Spazŏñ-Zanotti, i Blĕia- Melandri, i Luchèta-Roi ecc.).

 Grazie, poi, alla diligenza dei parroci ottocenteschi filesi, che annotarono nel periodo 1849-1879 ‘nomignoli’ e ‘patrie d’origine’ di ognuna delle famiglie dell’epoca (alcune centinaia di nominativi che riportai nel mio testo La valle che non c’è più, Faenza, Edit, 2006, pp. 164-174), si è potuto calcolare che la popolazione autoctona sommata a quella di provenienza basso-romagnola costituiva a Filo il 72% del campione, di fronte al solo 16 % di provenienza argentana e al 7% di provenienza ferrarese.

 



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Aggiungo, a beneficio dei più interessati, una corposa appendice documentaria con gli approfondimenti rimasti inespressi nella serata argentana:

 I - Appunti ed informazioni utili sull’argomento

II - Il vento e il sole, la favola di Esopo

III - Mappe a confronto

IV - Cronologia opere di bonifica nel territorio

V - La diversa morfologia dei dialetti dell’area argentana e zone limitrofe

  

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Appendice documentaria


I - Appunti ed informazioni utili sull’argomento

 

Di recente le peculiarità delle parlate filesi sono state analizzate ed inserite nel ceppo linguistico romagnolo da studiosi di linguistica come Daniele Vitali[2] e Davide Pioggia in Dialetti romagnoli, Villa Verucchio (RN), Pazzini Editore, 2014. Al dialetto di Filo è dedicato un intero paragrafo (n.30) di 9 pagine (pp. 138 ss), oltre alla trascrizione integrale della novellina esopica «Il Vento di Tramontana e il Sole» nella parlata autoctona e in quella basso-romagnola di area filese (pp. 214-215).  La trattazione da me riportata nel Quaderno dell'Irôla n. 17 del 04.06.21 (10 pag.) reca il titolo: Il dialetto autoctono di Filo fra i «dialetti romagnoli» link:

https://drive.google.com/file/d/13iE4Wy8xTujpFIr5-XKdHUEbf0ssFZbQ/view?usp=sharing

ed è scaricabile gratuitamente dal sito.

Quanto alla storia e all’origine del dialetto romagnolo segnalo in questo blog:

 - Quando e come ebbe origine il dialetto – Una pregevole trattazione di Gilberto Casadio (9.04.2024), link: https://filese.blogspot.com/2024/04/quando-e-come-ebbe-origine-il-dialetto.html: Nell’articolo è presente tutta la trattazione.

 - Da dove proviene la lingua romagnola? - Una lunga fila di vocaboli rivelatori (16.10.23)   

https://filese.blogspot.com/2023/10/da-dove-proviene-la-lingua-romagnola.html


Il Vento e il Sole di Milo Winter (antologia di Esopo, 1919)

 

 

II - Il vento e il sole, la favola di Esopo

 Questa la favoletta utilizzata dai linguisti Daniele Vitali e Davide Pioggia per la loro ricerca dedicata alle nostre peculiarità dialettali. La riporto nelle due versioni affiancate, quella in lingua italiana e quella nella parlata autoctona filese, quest’ultima trascritta con la grafia Vitali scelta da questo blog:

 

Lingua italiana

 

Il Vento di Tramontana e il Sole

 

Un giorno il Vento di Tramontana e il Sole bisticciavano, perché uno pretendeva di essere più forte dell’altro. A un certo punto videro un viaggiatore che veniva innanzi avvolto nel mantello. I due litiganti allora decisero che il più forte sarebbe stato quello che fosse riuscito a far togliere il mantello al viaggiatore.

Il Vento di Tramontana cominciò a soffiare con violenza, ma più soffiava e più il viaggiatore si stringeva nel mantello, tanto che alla fine il povero vento dovette lasciar perdere.

Il Sole allora si mostrò in cielo, e poco dopo il viaggiatore, che sentiva caldo, si tolse il mantello e la Tramontana fu costretta così a riconoscere che il Sole era più forte di lei.

 

Dialetto di Filo

 

La Bùra e e’ Sól

 

Un bël dĕ la Bùra e e’ Sól i tachĕ a bravé, e ignŏñ di dù e’ vléva sté ad cióra da clétar. Pröpi in che mumént i vdĕ un viažadór che gnéva avënti tŏt imbartucê int una caparëla. I du litighént i s mitĕ alóra d’acôrd che e’ pio fôrt, zénza inciùna rimisiòñ, e’ srĕb stê quèl di dù ch'u j avĕs fàt cavê la caparëla d’adös.

La Bùra la tachĕ sŏbit a supiê piŏ fôrt ch'la putéva, mö piŏ ch’la supiéva e piŏ e’ viažadór u s imbartucéva sèmpar piŏ tènt int la su caparëla. E’ fŏ acsĕ che e’ pôvar vént ad Bùra e’ duvĕt tùla pérsa.

E’ Sól pröpi alóra u s mustrĕ in zìl, e sŏbit döp e’ viažadór, che s-ciupéva da e’ chêld, u s cavĕ la caparëla. L'è de pù d'alóra che a la Bùra u i töca d’arcgnŏsar che e’ Sól l’è piŏ fôrt ch'n’è lì.

 

 

 

III - Mappe a confronto

 

Nelle due mappe che seguono si è cercato di evidenziare, con una tinta più scura, il territorio di dialetto romagnolo, prima e dopo le rettificazioni fluviali e delle opere di bonifica:

 


 
 

   

IV - Cronologia opere di bonifica nel territorio

 

 1782 – Rettificazione dell’alveo del Po di Primaro (oggi divenuto Reno) dalla Bastia al Passetto (a un paio mdi Km dal Ponte di Madonna Boschi)

 1782 /1830 circa Prosciugamento dei terreni fra Po vecchio e Po nuovo che per alcuni decenni funsero da Cassa di colmata a sinistra del Po Nuovo [3].

 


Il territorio, a sinistra nel 1850, a destra a tempi d’oggi

 

1872 – Inizio della Bonifica ‘Argentana’ con prosciugamento delle Valli Brancole, dalla strada Porto Vallone - Cascine fino a Bando, nonché della Valle Risara dall’abitato di Filo fino al Canale Circondario Pioppa che va da Fiorana/Rosolo a Menata di Longastrino. L’inaugurazione di questa bonifica avvenne alla presenza del Re d’Italia Vittorio Emanuele II.

 1922-32 – Bonifica ‘del Mantello’ col prosciugamento dei terreni fra la linea del Canale Circondario Pioppa e il Canale Circondario Gramigne Fosse.

 Anni ’60 del ‘900 – Bonifica ‘del Mezzano’ col prosciugamento totale della Valle ad Ovest dell’Argine di Agosta.

 

 

V - La diversa morfologia dei dialetti dell’area argentana e zone limitrofe



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[1] A queste tre aree ne va ovviamente aggiunta una quarta, più lontana geograficamente e storicamente, quella ‘bolognese’ di Codifiume e Traghetto.

[2] Autore del testo dedicato alla complessa grafia dialettale romagnola: Daniele Vitali, L’Ortografia Romagnola, Cesena, Il Ponte Vecchio, 2009, edito a cura dell’Istituto Friedrich Schürr.

[3] Lo si deduce dall’atto di acquisto, da parte di Carlo Soverini, con atto stipulato dal notaio Vincenzo Pallotti di Bologna, dei terreni ove sorse la grande Villa oggi abbandonata. Il 16-11-1837 il facoltoso bolognese acquisì dai Conti e fratelli Giacomo Maria e Domenico Maria Manzoni, al prezzo di 23.000 Sc., tre partite di terreni denominate Aleotta, Arigona e Cacciaguerra facenti parte della Cassa di Colmata di Filo e Longastrino (E. Checcoli, Filo della Memoria, Prato, Ed. Consumatori, 2002, p. 32).

sabato 24 gennaio 2026

A Beccaccino si può bleffare?

  

Precisazioni sulle regole del gioco «Principe di Romagna»

di Guido Tarozzi

Presentazione di Agide Vandini

 

 

L’autore, con un articolo per questo blog del maggio 2021 dal titolo «Il gioco del Beccaccino, Principe di Romagna - Perché si chiama così? Da quanto tempo si gioca?» dedicò a questo amatissimo gioco con le nostre carte una interessantissima e dotta ricerca. Qui ritorna sull’argomento, rifacendosi sempre allo scritto di Dolcini che ne fissò le regole, per sottolineare alcuni aspetti (a.v.).

 

 

   Non ho altra scelta che ricorrere alle fonti ufficiali, per chiarire, definitivamente, se è ammesso o no il bluff nel gioco del Beccaccino/Marafon. A Villa Verucchio, nel 1975, presenti diversi appassionati, si costituì la Lega del Marafon–Beccaccino, presieduta dal Dr. Alteo Dolcini (Segretario Comunale di Faenza); venne approvata la “Carta fondamentale” del gioco e all’articolo 20 della stessa venne esplicitamente sancito che le regole sono quelle pubblicate sul libro tecnico-storico “Il Principe di Romagna”, scritto dallo stesso Dolcini (ove per Principe si intende il gioco del Beccaccino-Marafon). Fino ad allora, per circa un secolo, le stesse furono trasmesse oralmente, da generazione in generazione. Ogni paese, ogni città della nazione Romagna, aveva proprie regole, figurarsi l’anarchia che regnava e le discussioni che nascevano durante i tornei.

Renato Guttuso – Giocatori di carte

 

     Nel libro, l’autore stabilì una regola rivoluzionaria e semplicissima: “sia chi battezza le briscole che gli altri giocatori di mano, potranno dichiarare unicamente e singolarmente tre parole: busso, striscio, volo; queste tre dichiarazioni non impegnano il giocatore sulla loro effettiva realtà” (pagina 187); quindi è chiaramente implicito che si può bleffare. Queste innovazioni – sostenne l’autore – renderanno il gioco, più ordinato, disciplinato, divertente, imprevedibile, complicato, frizzante, furbesco.

     La Società del Passatore di Faenza, socia della suddetta Lega, iniziò poi ad organizzare, in molte località della Romagna, al sabato sera, i così detti Tornei del Passatore; chi partecipava doveva impegnarsi a rispettare quelle semplici regole. I partecipanti capirono subito che il gioco, così regolamentato, era meno litigioso e più interessante. Si iniziò così a giocarlo allo stesso modo, nei ritrovi e nei Circoli di quasi tutta la Romagna.

     Tarcisio di Gardo, dirigente aziendale, cesenate, nel libro Maraffone/Beccaccino, riguardo al bluff scrive, a pagina 17, “sarebbe possibile bluffare ma chi decide di farlo, lo fa a suo rischio e pericolo; anche il compagno può essere tratto in inganno, e rivolgendosi a coloro che si sentono maestri super forse, togliendosi un sassolino dalle scarpe, “non mi risulta la presenza di geni fra i tanti giocatori che ho conosciuto, ho visto invece giocatori attenti, molto reattivi, con memoria, intuito e scaltrezza, eccezionale”.

     Un altro autore, il ravennate Pino Melandri, ottimo giocatore, che tutti abbiamo conosciuto, il cui libro è sicuramente il più completo, preciso e puntuale, anche perché è stato scritto quando le nuove Regole si erano, da tempo, sedimentate in tutti i ritrovi. Nel suo libro, ha accolto integralmente le regole del Principe di Romagna e riguardo al bluff scrive che la parola Volo può sotto intendere un volo falso (pag.19), ovviamente, è chiaro che ciò varrà anche per le altre due parole (busso, striscio). Quindi l’opinione che il bluff non è ammesso, è destituita di ogni fondamento.    

     Vi sono tuttora opinione diverse, invece, sul conteggio nella fase finale della ultima mano, dei tre punti della Cricca. Purtroppo, gli autori succitati hanno scritto brevi accenni al riguardo, non esaustivi, per cui debbo ricorrere alla tradizione orale. In alcuni ritrovi, la Cricca viene conteggiata dopo che è terminata la partita, e non ci si può chiamare fuori. In altri, come al Circolo Guerrini di Ravenna, i tre punti vengono conteggiati subito e servono, eventualmente, per chiamarsi fuori, prima della fine della mano; in questo modo la partita rimane incerta ed emozionante.

 

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Articoli pubblicati in questo blog sull’argomento:

 

29 dicembre 2009      Agide Vandini  «E’ tempo di Tressette … - Trisët, Bëcacino (o Marafõ) e i suoi derivati in Romagna» - link per l’accesso diretto:

http://filese.blogspot.com/2009/12/e-tempo-di-tressette.html

 

15 maggio 2021 – Guido Tarozzi - «Il gioco del Beccaccino, Principe di Romagna - Perché si chiama così? Da quanto tempo si gioca?» - link per l’accesso diretto:

https://filese.blogspot.com/2009/12/e-tempo-di-tressette.html