mercoledì 24 aprile 2019

Una «resistenza» dimenticata


Storia di un filese  ex  I.M.I.  (Internato  Militare Italiano)
di Beniamino Carlotti

In prossimità del 25 aprile, una data che in questo blog si ama particolarmente  ricordare, pubblico volentieri questo bell’articolo dedicato ad un filese che tutti abbiamo conosciuto e benvoluto nel dopoguerra, pur senza conoscerne la storia così sofferta: una vicenda personale che, grazie al lavoro di ricerca dell’amico Beniamino, oggi siamo in grado di conoscere in tutti i suoi passaggi e particolari.
E’ sêrt e la sua storia sconosciuta, possono esserci di molto insegnamento in un mondo come quello di oggi, in cui ancora tanti faticano a capire il valore della Liberazione dal Nazifascismo ed ove talvolta si dà facile notorietà a persone di ben pochi meriti, se non consideriamo tale quello di sapersi mettere in evidenza ad ogni costo.
Non importa se qualcuno può giudicarci un po’ retrò: per quanto ci riguarda, questi personaggi che possono ancora raccontarci così tanto del nostro passato, sono, e saranno sempre, i nostri veri «eroi» (a.v.).


Walter Ravaglia
(E’ Sêrt)
Ci sono ancora tante pagine della «Resistenza», rimaste  per  troppo  tempo ai margini della storiografia ufficiale, pertanto da rivedere e perché no,  anche da riscrivere.
Dopo ben oltre 70 anni, da una scatola piena di vecchi documenti, conservata in soffitta dalla nipote, esce una vicenda umana, fatta di dolore,  abnegazione e stenti, ma sempre sopportati con coraggio e dignità, quella dignità che non barattò  mai per un pezzo di pane e solo Dia sa, quanta fame e quante atrocità  possa  aver sofferto in quei 20 mesi di prigionia .
Vi propongo oggi, la storia di uno di quei 650.000  IMI, che si rifiutarono di aderire, sia alle forze armate tedesche che di arruolarsi nella Repubblica Sociale di Mussolini, preferendo rimanere a tempo indeterminato nei Lager in cui erano stati rinchiusi, in condizioni durissime ed assegnati ai peggiori lavori .
Il regime nazista, non considerò i nostri soldati catturati come prigionieri di guerra, ma li classificò come «Internati Militari Italiani» (IMI), privandoli così delle più elementari tutele, garantite ai prigionieri dalla Convenzione di Ginevra, sottraendoli  pure alla protezione della Croce Rossa Internazionale ed obbligandoli al lavoro coatto.  Era il lavoro infatti, l’obiettivo principale della macchina bellica tedesca nei confronti dei militari italiani catturati, un lavoro che verrà svolto in condizioni disumane, in totale spregio delle leggi di guerra . 

Il foglio matricolare (lato A)
Parliamo del filese Walter Ravaglia (e’ Sêrt), di professione sarto, nato a Longastrino, ma residente a Filo in Borgo Case Selvatiche, classe 1915. Così riporta il Foglio Matricolare: «Soldato di Leva classe 1915 Distretto di Ferrara,  lì 4 Giugno 1935 ; Chiamato alle armi,  lì 16 Aprile 1936 ; Tale alla 4^ Compagnia Sussistenza,  lì 17 Aprile 1936 ;  In Congedo Illimitato provvisorio,  lì 2 Ottobre 1937».
E fino qui nulla di strano, la sua vita si era svolta secondo i canoni di quell’onesta e rigida educazione famigliare dell’epoca, fatta di lavoro e rispetto: «Dio, patria e famiglia», propedeutici a  quell’ inevitabile  uscita dall’ambito famigliare, per costruirsi una propria famiglia.
Ma purtroppo, passano pochi anni e le sirene di un’Italia Imperiale, che sgomita per trovare la sua giusta collocazione nel  novero  delle grandi  nazioni, porteranno  ad una nuova, devastante e rovinosa guerra, che produrrà macerie ovunque e milioni di morti, ma che soprattutto lacererà per decenni  il  tessuto sociale nazionale.
Sempre dal Foglio Matricolare: «Richiamato alle armi per effetto del D.M. n° 19810 del 14.9.1940, giunto alla 5^ Compagnia di Sussistenza 24^ Squadra Panettieri forni Weiss, lì 30 Settembre 1940; Tale in territorio dichiarato in istato di guerra, lì 6 Aprile 1941 (Croazia);  Catturato prigioniero dalle truppe tedesche a Spalato (Croazia), lì 8 Settembre 1943; Rimpatriato dalla prigionia, lì 18 Giugno 1945;  Considerato come prigioniero di guerra a tutti gli effetti e “NESSUN ADDEBITO” può essere elevato in merito alle circostanze della cattura ed al comportamento  tenuto  durante la prigionia, lì 7 Agosto 1945».   Inoltre sulla prima facciata del Foglio Matricolare, sono riportate le seguenti annotazioni: «Conferitagli la Croce al  Merito di guerra. N° Concessione 4307 del 18.7.1979; Conferitagli la Croce al Merito di Guerra. N° Concessione 4308 del 18.7.1979; Conferitagli la Croce al Merito di Guerra per internamento in Germania dopo l’8.8.1943, Concessione  N° 2019 del 18.7.1979;  Autorizzato a fregiarsi del distintivo d’onore di Volontario della Libertà, Autorizzazione N° 452/BO del 20.6.1980».
Naturalmente, tutto ciò ha creato in me non poca curiosità,  ho quindi cercato di approfondire  la ricerca, rivolgendomi anche a ricercatori più qualificati ed esperti, e ne è risultato un quadro veramente stupefacente, al di là di ogni prevedibile aspettativa .
Walter, catturato da truppe naziste a Spalato in Croazia l’8 Settembre 1943, dopo un esasperante viaggio in treno, sicuramente durato almeno 15 giorni e 15 notti, fu deportato in Germania, nello Stammlager (Campo di lavoro) VIII A di Görlitz (oggi Gorlice Polonia), poi  trasferito nello Stammlager  VIII B di  Neurode (oggi Nowo Ruda) nei pressi di Lamsdorf (oggi  Lambinowice) ed obbligato al  lavoro coatto in miniera. Nel mese di Settembre 1944,  tutti  gli schiavi-lavoratori attuarono una forma di resistenza, sabotando la produzione.  Fu immediatamente attuata una feroce  rappresaglia nei loro confronti, alcuni furono immediatamente passati per le armi e parte avviati  al  Campo di Sterminio di Mauthausen, fra i quali  Walter.  Liberato dalle truppe americane il  5 Maggio 1945,  curato, sfamato,  spidocchiato e fornito di documento di riconoscimento,  presumibilmente su camion  militari  alleati, portato al valico del Brennero e da qui a Bolzano, Centro di Raccolta per i reduci dalla Germania, quindi con mezzi di fortuna il  rientro a casa.  
Come possa essere sopravvissuto ai campi di lavoro ed al campo di sterminio di Mauthausen è  tuttora un mistero, in quanto,  per  tutta la vita, non  ne parlò mai con  nessuno, neppure con la moglie ed i parenti più stretti, solamente qualche vago accenno a trascorsi  di  prigionia in Germania, ma niente di più. Come la stragrande maggioranza dei reduci dai campi di prigionia di tutto il mondo, Walter al ritorno ha cercato di dimenticare, anzi di cancellare dalla memoria ogni ricordo.  Purtroppo nell’Italia del dopoguerra gli IMI erano uno dei  simboli di una guerra perduta, incarnavano la tragedia di un passato, che la memoria collettiva  voleva  immediatamente rimuovere.
Solo di recente,  gli storici hanno cominciato a studiare il gesto collettivo di resistenza degli IMI, ma purtroppo, devono fare i conti con la scarsità di fonti e di memorialistica.
Anche se con molti anni di ritardo, vorrei ora ricordare Walter,  con questo frammento di saggezza  di un partigiano-scrittore, Nuto Revelli : “Anche noi, i partigiani combattenti, abbiamo tardato a renderci conto che la prigionia nei Lager tedeschi era una pagina della Resistenza almeno nobile ed eroica quanto la nostra guerra di liberazione. Credevamo, sbagliando, che solo la lotta armata meritasse un giusto riconoscimento”.
Ma non basta ricordare, ritengo giusto, anzi doveroso commemorare il suo sacrificio e la sua fierezza d’animo, al più presto, provvederò ad inoltrare alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, richiesta di concessione alla memoria di «Medaglia d’Onore per i cittadini italiani deportati ed internati nei lager e destinati al lavoro coatto per l’economia di guerra nazista (Legge 27.12.2006, N° 296)». Riconoscimento postumo, che la Repubblica Italiana, ha concesso a titolo di risarcimento morale a tutti gli Internati Militari Italiani nei Lager nazisti e che Walter si è  meritatamente guadagnato.

lunedì 24 dicembre 2018

Quel Natale sul Carso


Natale in trincea, il miracolo del 24 dicembre 1916.
 Italiani ed austriaci, non più nemici per una notte ed un giorno. 
Storia di un piccolo gesto di toccante umanità, là dove persino la pietà era morta.
di Beniamino Carlotti

  

Trincea italiana (1915-1918)
C’è la grande storia e ci sono le storie delle persone, le grandi imprese ed i piccoli avvenimenti che l’oblio del tempo ha relegato nel dimenticatoio della storia.
Natale 1916, a Kombresko alta Valle dell’Isonzo (oggi Slovenia), sulle vette di Kobilek, tre umili fanti/contadini ferraresi, fumarono il sigaro più buono della loro vita, anche perché, ne fu sicuramente l’ultimo.
 Angelo Tartarini da Pieve di Cento, Arturo Marchini di San Biagio d’Argenta ed Attilio Roma di Mesola, fanti del 76° Reggimento Fanteria (Brigata Napoli), schierati la notte di Natale 1916, lungo la linea del fronte, in un tratto di trincea che si trovava contrapposta a soldati ungheresi.
All’improvviso si udì un canto, sommesso dapprima, ma dopo un po’ risuonò assordante per l’intera valle.
Finito il canto, accadde qualcosa di incredibile, inaspettatamente i soldati delle due fazioni uscirono disarmati dalle trincee.
Improvvisamente era scoppiata la pace, una tregua spontanea nata dal cuore di soldati, stanchi delle tante atrocità sofferte.
Racconta nel suo memoriale «Schegge di Shrapnel», il reduce Fante Alberto Recanatini da Camerano (Ancona):

«Dopo i canti, dalla trincea nemica, fu lanciato un pacco di sigari, a cui rispondemmo con un lancio di cioccolata. Qualcuno mise fuori la testa dal parapetto, ed i cecchini non spararono. Spuntarono i visi di alcuni ungheresi e delle mani si tesero. Gli ufficiali lasciarono fare stupiti e sconvolti, da quel surreale clima di festa, per una trincea avanzata, nel secondo anno di guerra. Facemmo a gara nel scambiarci qualcosa, un po’ di vino, della frutta secca ed alcune gallette. Povere cose, come povero e triste era il nostro Natale, così come poveri eravamo tutti noi in questa guerra da ricchi. La tregua durò fino a sera, ma l’indomani i comandi ci sostituirono, assegnando il nostro reparto ad altro settore, così fece pure il comando austriaco».

Angelo, Arturo ed Attilio, quella notte, entrarono prepotentemente in quel lungo e dimenticato romanzo delle storie di guerra e del Natale. Ma questo a cui parteciparono i nostri fanti, non fu il solo episodio di fraternizzazione fra combattenti di opposti schieramenti.
Già nella notte di Natale 1914, in Belgio, lungo le trincee delle Fiandre a sud di Ypres, i soldati dei due opposti schieramenti, avevano cessato il fuoco.
Francesi, inglesi e tedeschi, erano usciti allo scoperto e si erano incontrati nella terra di nessuno, si erano parlati, abbracciati e s’erano stretti la mano. Avevano acceso candele, cantato inni e, poi, avevano persino disputato una partita di calcio fra inglesi e tedeschi, quella che passò alla storia come «la partita della pace», vinta dai tedeschi per 3-2.
Certamente si trattò di miracoli spontanei, nati dal basso, da gente che non ne poteva più di quella guerra assurda ed assassina. Non un moto di massa, ma episodi isolati fioriti in alcune parti del fronte, tra nemici che fino al giorno prima si erano uccisi da opposte trincee.
Un miracolo che fece infuriare i comandi di entrambi gli schieramenti che risposero con estrema arroganza e crudeltà, minacciando pene severissime se si fosse ripetuto.
Voglio qui, perciò, in un abbraccio ideale che supera il tempo e lo spazio, far sentire la mia vicinanza ed il mio Augurio di Buon Natale ad Arturo, Angelo ed Attilio e, con loro, a tutti i Fanti che vegliarono, patirono, soffrirono e morirono, nelle trincee di tutti i fronti di guerra nelle notti di Natale 1914-1918.
Questi i nomi e cognomi dei militi ferraresi:

-      Angelo Tartarini, figlio di Guglielmo, nato a Pieve di Cento il 31 Gennaio 1880, Soldato del 76° Reggimento Fanteria “Napoli”, disperso in combattimento il 20 Dicembre 1917, sul Carso. Riposa in quello sconfinato ed ideale Cimitero Militare che amorevolmente accoglie i caduti dispersi di tutte le guerre. Angelo R.I.P.

-      Arturo Marchini, figlio di Natale, nato San Biagio d’Argenta, in Via Patuzza 148, il 1° Dicembre 1892, Soldato del 76° Reggimento “Napoli”, morto di fame, di freddo e di stenti, il 22 Ottobre 1918 in un qualche campo di prigionia austriaco. Voglio credere che riposi serenamente nel cimitero degli eroi ignoti. Arturo R.I.P.

-      Attilio Roma, figlio di Giuseppe, nato a Mesola il 31Gennaio 1880, Soldato del 76° Rgt. Fanteria “Napoli”, morto il 20.12.1917 nel Campo di Prigionia di Mauthausen (Austria) per malattia, riposa nel Cimitero Militare di Colonia. Attilio R.I.P. 2018, p. 4.

lunedì 15 ottobre 2018

Una Serata da ricordare


«Guerriero e l’Elvira», presentato a Filo
di Agide Vandini


Un interessante momento della serata di presentazione. Da sinistra Andrea Baldini, Vicesindaco di Argenta, Agide Vandini, Egidio Checcoli, Presidente della Fondazione Primaro, Ivano Artioli, Presidente ANPI Ravenna, Riccardo Graziani, Assessore del Comune di Alfonsine (Foto Andrea Montanari).

L’articolo di «Nuova Ferrara»
11 Ottobre 2018, p. 20.
E’ stata, quella di giovedì scorso, una serata di quelle che non si dimenticano facilmente.
La sala della Casa del Popolo era davvero piena di gente: la famiglia, gli amici, alcuni dei quali venuti da molto lontano, hanno ricreato per incanto un’atmosfera che non si conosceva da tempo.
Pareva che Filo, il paese, la sua gente, fossero tornati indietro di tanti anni, come in un sogno da cui non ci si vorrebbe staccare mai. Un regalo, una magia, così almeno mi piace pensare, che ci è stata donata da vecchi protagonisti della vita paesana come appunto Guerriero e l’Elvira e come mia sorella Carla che, in certi momenti, pareva addirittura lì, presente, assieme a noi, a riparlare a modo suo di quei vecchi tempi, a ricordare quelle persone, quei nostri cari che abbiamo tanto amato.
Tanta è quindi la gratitudine che mi sento di esprimere anche qui verso tutti coloro che hanno partecipato e che hanno reso possibile quest’evento, dal mio editore, ai due Comuni, dalla Fondazione Primaro ai riveriti ospiti della memorabile serata, fino alle generose volontarie che hanno offerto il rinfresco.
A nome mio e della mia famiglia, voglio stringere tutti in un grande abbraccio, pur senza citazioni particolari nel timore di dimenticare qualcuno. Non me lo perdonerei.
Grazie, grazie davvero.


L’articolo di «Gentes» n. 133, Ottobre 2018, p. 4.

mercoledì 3 ottobre 2018

«Guerriero e l’Elvira»


La presentazione a Filo
di Agide Vandini










Organizzata dalla Fondazione Primaro

Giovedì 11 Ottobre, ore 20 e 30

avrà luogo, nella Sala della Casa del Popolo di Filo (FE), la presentazione di

« Guerriero e l’Elvira »
Mio padre e mia madre
di cui sono autore

A fianco, la locandina.
L’evento ha avuto il patrocinio dei due Comuni e vedrà la presenza di autorevoli rappresentanti del territorio.
La cittadinanza è invitata a partecipare.







mercoledì 12 settembre 2018

Da un rogito dell’Anno 1454


Per chi ama la storia locale
di Agide Vandini[1]

N. CCXIII -  Dall’Archivio Arcivescovile di Ravenna, prot. 126, p. 595 excerpt. Dall’Archivio Estense di Modena, litt. N. 26
Concessione enfiteutica fatta dal vicario arcivescovile di Ravenna
a Natale Aleotti di alcuni fondi boschivi e vallivi della riviera di Filo. Anno 1454. 3 Febbraio.
[Traduzione dell’autore dalla Appendice ai Monumenti Ravennati del Conte Marco Fantuzzi (1740-1806),
pubblicata a cura del Canonico Antonio Tarlazzi, Prefetto dell’Archivio Arcivescovile di Ravenna (1859)]





In nome di Cristo. Così sia. Nell’anno dalla Natività, Mille Quattrocento Cinquanta Quattro, Indizione seconda, il terzo giorno del mese di febbraio, nel tempo del Pontificato Santissimo in Cristo Padre e Signore, del nostro Signore Nicolò Quinto Papa della Divina Provvidenza[2]. In Argenta, nella casa di Sir Tommaso del fu Paolo Talassini, Notaio e Camerario del Signore Arcivescovo di Ravenna, sita in Via del Trivio, residenza del sotto indicato signor Vicario, nel luogo in cui per suo diritto egli si concede, alla presenza di Giacomo del fu Dainese e di Serafino del fu Pietro De Zechi, tutti testimoni di Filo come più sotto indicati.
Il Venerabile  ed esimio giurista e Dottore signor Giovanni Francesco Panini Canonico Padovano, il Vicario generale nello spirituale e nel temporale Il Reverendissimo in Cristo Padre e signore del signore Bartolomeo Roverelle col permesso dell’Arcivescovo Degnissimo della Santa Chiesa ravennate, avente il rinnovo del mandato, come appare dal suo mandato in mano a Ser Luca di Montefalco notaio Pubblico e Cancelliere dello stesso signor Arcivescovo da me Notaio sotto descritto visto e letto, in nome e nelle veci del signore arcivescovo della Chiesa di Ravenna, diede e rinnovando concesse a Natale del fu Matteo Aleotti di Filo presente e richiedente per sé ed i suoi figli e nipoti, il diritto di Livello nei prossimi venti nove anni rinnovando quanto la stessa chiesa ravennate aveva convenientemente concesso fino a che i propri dovuti Canoni scaduti non rimasero temporaneamente insoluti, e gli accordi non mantenuti, per non importa quale giusta o legittima causa. La sua richiesta ha trovato con piacere l’assenso da parte di una generosità mai andata persa, per contro i percipienti in perpetuo di ciò che era stato loro dato in arricchimento e quanto sperato come da ciò che è sotto descritto, e in questo modo, e terre, boschi e valli secondo quanto è di diritto della Santa chiesa ravennate ed essa possiede nella Riviera di Filo. Innanzi tutto la terza parte di un pezzo di terra arativa e boschiva non divisibile con Domenico suo nipote e fratelli, indi un’altra terza parte e Antonio e Stefano coi loro nipoti, indi un’altra terza parte di terreno, posta nel territorio di Ravenna al di là del Po, di fronte al Comune di Lombardia, che confina con detto fiume, esattamente ad un lato del Po, dall’altro da quelli di Bonessi, un lato verso Argenta del Domenico predetto per la sua terza parte, l’altro verso Ravenna eredi Antonio Coatti. Parimenti la metà della metà di un pezzo di terra arativa, boschiva e valliva indivisibile con Domenico e fratelli Aleotti e suoi nipoti, per un’altra metà della metà posta oltre Po in territorio di Ravenna, detta la Guidelina, acquistata da Ser Bartolomeo Gennari un tempo di Pietro Natali e per esso degli eredi di detto Pietro. Di quanto predetto metà è verso Argenta, confinante al lato superiore verso Argenta col fratello Salvatore Aleotti, al lato superiore verso Ravenna con Aleotto Aleotti, da un capo al Po dall’altro il [canale] Libollo fino a metà. Parimenti metà delle due parti di una valle ed anche Piscatoria pro diviso con detto Domenico e fratelli con le sue cuore, canali, dossi, vidotariis [sorta di terre emerse?], poste oltre Po, nel luogo chiamato Zancadello, giusto ai confini di detto corso d’acqua verso il Po, Salvatore e fratello di Aleotto, altro verso le valli del Canale Libollo fino a metà, un lato Salvatore predetto dall’altro, acquisizione questa fatta da Cristofalo Amadei. Parimenti metà della metà pro diviso con detto Domenico e fratelli per altra metà della metà, secondo consuetudini, che l’altra metà detengono Tonone e Bertuccio Baressi un pezzo di terra boschiva, pascoliva e valliva, posta in territorio di Ravenna oltre Po, chiamato Bodena, opposta alla Villa di Case Selvatiche, acquistata dagli eredi di Ser Tibelio di San Biagio, giusto ai confini con tutte le metà di Natale, Domenico e fratelli, naturalmente da un lato il Canale Libollo fino ai confini della rotta, l’altro già appartenuto a Giovanni Folicaldi ed ora dei Baressi, un capo di questi Baressi ed eredi Nascimbeni Malandrini Aleotti di diritto del Monastero delle sorelle San Paolo di Ravenna, altro appartenuto al signor Obizzo da Polenta, ed al presente di Bonaventura Bomleis di Ferrara, oppure escluse[?] dalle cose predette, oppure in aggiunta ad altre terre, oppure dei più veri confini. Con le entrate e uscite sue e di tutti i singoli diritti spettanti e pertinenze della cosa o dio qualsivoglia direzione. Di queste cose è stato chiesto il diritto, come premesso, all’elargizione del Vicario ed al Signore del Vicario stesso, come premesso, rinnovando concede, altrettanto giustamente e ragionevolmente chiede e da altre minime trattenute apparenze. Per averle, mantenerle, possederle, usarle, fruirne ed in tutto migliorarle, dietro obbligo di pagamento annuale alla domenica delle Palme della terza parte di un Pissis come sopracitata prima rata. E come seconda rata un Pissis ed un quarto di Pissis nel mese di Marzo. E come terza rata due denari Ravennati nel mese di Marzo. E come quarta ed ultima rata un Denaro nel mese di marzo, oppure restituendo fra l’Indizione della predetta Chiesa di Ravenna, non più tardi, oppure verrebbe considerata negligenza tanto quanto il mancato pagamento obbligatorio, oppure alle migliorie alle cose predette. Neppure è permesso a detto Natale conduttore, ai suoi figli e nipoti, in relazione a dette cose, dare, vendere, o donare, oppure permutare, e neppure abbandonare, né in alcun modo alienare, neppure ad alcun venerabile luogo dare, oppure lasciare, neppure alla Chiesa Ravennate sua Benefattrice […].

Dalla traduzione della parte essenziale dell’atto, e dall’osservazione di alcune mappe antiche è stato possibile collocare con buona approssimazione i terreni oggetto della concessione sul nostro territorio.
I beneficiari della concessione enfiteutica sono gli Aleotti, una famiglia legata alla Riviera di Filo ed ai villaggi ne fanno capo. Essi furono per molti secoli grandi possidenti della nostra parte di territorio a sud di Po vecchio (o di Primaro). Ancora oggi quei terreni e quell’area viene localmente indicata come «Aleotta» (in dialetto l’Agliöta).  
Oggetto della concessione sono quattro distinti appezzamenti o partite di terreni che, nella loro parte descrittiva sono stati evidenziati in quattro colori diversi con la sottolineatura dei riferimenti geografici.
Queste le osservazioni effettuate e le relative conclusioni:

Si consiglia, per una migliore osservazione dell'Orma del Canale Libolo,  di cliccare sull'immagine della mappa per vederla ingrandita. Lo stesso consiglio a chi volesse prendere migliore visione del testo latino della Concessione.


1



2










3




4

Rosso



Verde










Azzurra




Viola
La partita è posizionabile nella parte posta nel territorio di Ravenna, a sud del Po, di fronte al Comune di Lombardia [grosso modo all’altezza dell’attuale Borgo Maggiore di Filo]

Anche questo terreno detto la Guidelina [forse Guidolina - da Guido Da Polenta -] sii colloca nel territorio di Ravenna, quindi a sud del Po, fra il fiume ed il Canale Libolo (o Libollo).
Sappiamo dalla Carta Manzieri (1745) dell’esistenza di questo antico canale che, proveniente dal lughese [ricorda nella sua denominazione l’antica Villa Libba posta fra Fusignano e Belricetto], doveva scorrere parallelo ed a sud del Po di Primaro, da Case Selvatiche fino allo sbocco nel Po a valle di Longastrino.
La collocazione più ragionevole di questo terreno viene quindi ad essere, a sud del Po fra Molino di Filo (o Filvecchio) e la Menata di Longastrino.

Anche questo terreno è indicato oltre Po ed è composto da cuore (presenti proprio in quell’area) e valli piscatorie. La descrizione non lascia dubbi che si tratti della parte a sud del Po. Il posizionamento pare potersi collocare di fronte all’attuale borgo di Molino di Filo.

Quest’ultima partita, anch’essa in territorio di Ravenna oltre il Po, in opposizione a Case Selvatiche, si colloca dunque fra detta località ed il canale Libollo che, come già si è detto, aveva un corso parallelo rispetto al Po di Primaro.

             
                                   



[1] Inviata e gentilmente segnalata da Andrea Cariani di Portomaggiore.
[2] Il testo pubblicato riporta erroneamente Papa Niccolò IV. Alla data ed all’epoca della concessione il Papa era Niccolò V.