lunedì 16 maggio 2011

I trascorsi filesi di Ziridöni

Nuovi spunti e documenti sul noto personaggio che visse a Filo nel primo Novecento (1900-1917)

di Agide Vandini

Perché Ziridöni. Ho almeno due ottime ragioni per occuparmi del celebre Ziridöni, alias Bartolini Giuseppe (1865-1948) personaggio di notevole risonanza nelle nostre campagne della Romagna Estense, intorno al quale si è scritto come di una figura eccentrica e singolare.

La prima ragione sta nella lunga parentesi filese della sua composita famiglia (1900-1917), la seconda, più curiosa, è una limpida e non troppo lontana parentela personale con la Teresina, ovvero con Teresa Rambelli, che di Ziridöni fu la prima moglie, nonché compagna di vita per tantissimi anni.

La mia ottocentesca bisnonna Benilde Rambelli da Barizèt, infatti, madre di nöna Angiùla, era una zia paterna di Teresa Rambelli seppure ci fosse, fra loro, uno scarto d’età di appena di nove anni. Della Benilde, nella nostra discendenza si conserva ancora un capo di biancheria con le iniziali (B.R.) affidato dalla nonna ad una mia zia che ne portava il nome (anche se da tutti chiamata Serena).

La bisnonna era stata l’ultima nata (9-6-1846) di una bella nidiata di figli avuta in tarda età dai trisnonni Giovanni Antonio Rambelli e Maria Bacchini, tant’è che Benilde venne alla luce un mese dopo il matrimonio (9 maggio 1846) del fratello maggiore Giuseppe, allora già ventenne e futuro padre di Teresa.

Ho appurato la parentela di recente, insospettito dalla comunanza di cognome (Rambelli) e di luogo d’origine (Parrocchia di San Bernardino) fra la mia nöna biša e la moglie di Ziridöni. Ho riassunto discendenza e legame di parentela in una tavola semplificativa:

(cliccare sulle immagini per vederle ingrandite)

Prima di occuparmi a piene mani del personaggio, devo ringraziare parecchia gente, cominciando da chi mi ha gentilmente agevolato la ricerca procurandomi notizie o pubblicazioni, oppure dandomi accesso a documenti d’archivio. Ringrazio quindi Gabriele Andraghetti, Vanni Geminiani, la signora Lia Marzocchi dell’Anagrafe di Argenta, Beniamino Carlotti ed il prezioso e sempre disponibile Don Maurizio, parroco di San Bernardino. Senza di loro avrei faticato parecchio ad orientarmi ed a documentarmi sulla vita di quest’uomo e di tutta la pittoresca famiglia che viveva nella mitica ca d’Ziridöni, casa della quale fin dall’infanzia mi è stata raccontata la nomea singolare, corroborata poi dalla lettura del breve racconto di Giovanna Righini Ricci, la celebrata scrittrice per l’infanzia che fu moglie di Ido Righini (un Picino quindi) nato e cresciuto a Filo.

Battesimo di Teresa Rambelli di Giuseppe di Giovanni Antonio – Parrocchia di San Bernardino

Battesimo di Giuseppe Rambelli di Giovanni Antonio – Parrocchia di San Bernardino

Battesimo di Benilde Rambelli di Giovanni Antonio – Parrocchia di San Bernardino

Basilare soprattutto è risultata la lettura dello scritto in tre puntate di Loris Rambelli, discendente pure lui dal trisnonno Giovanni Antonio, uno scritto pubblicato a puntate nel periodico «Il Ponte» di San Bernardino fra il 2002 ed il 2004 sotto il titolo di Paesaggio con figure. Giuseppe Bartolini, detto Fita, più noto come Ziridön (1865-1948). È questa lettura che mi ha permesso di scoprire aspetti ed aneddoti davvero curiosi ed interessanti: notizie accurate e dettagliate raccolte con pazienza, una meticolosa ed attenta ricostruzione della vita dei personaggi e dei loro spostamenti, una descrizione dei luoghi, al tempo dei fatti, di rara precisione e, infine, una insolita ricchezza di testimonianze, quasi tutte in colorito dialetto d’epoca. Devo aggiungere che lo scritto mi ha stimolato alla rilettura del raccontino di Giovanna Righini Ricci, trovandolo ancora più bello, ancora più toccante.

Sono opere, quelle di Loris Rambelli e di Giovanna Righini Ricci cui dobbiamo davvero grande riconoscenza e che meritano, io credo, una più ampia divulgazione. Ho perciò pensato di curarne la pubblicazione sul web per poter consentire ad un pubblico più vasto quelle stesse emozioni.

Ho esposto così a Loris Rambelli, persona colta e squisita, il mio ambizioso intento. Ha collaborato molto volentieri al mio progetto e di questo lo ringrazio di cuore. Il testo originario degli articoli, corrispondenti alle tre puntate dell’edizione a stampa, è stato da lui stesso rivisto e integrato: vi ha aggiunto le traduzioni in italiano dei numerosi brani in dialetto raccolti dalla viva voce dei testimoni e ha inserito inoltre nuove immagini ed alcuni frammenti che erano rimasti esclusi, per ragioni di spazio, dalle pagine de «Il Ponte».

Al termine di un proficuo lavoro, diviene ora disponibile sul web tutta una bella Raccolta di Scritti dedicati a Ziridöni, scaricabile gratuitamente da http://www.scribd.com/ agli indirizzi che riporterò più oltre.

* * *

Ziridöni a Case Selvatiche (1900 - 1917). Per le memorie e le testimonianze del periodo di residenza di Ziridöni nel filese, devo rifarmi alle molteplici fonti scritte e orali, a partire dagli scritti che ho già citato.

In paese, peraltro, ho reperito ben poco di inedito. Tanti ricordano ancora il personaggio e la sua figura bizzarra, ma si tratta per lo più di reminescenze di un periodo più recente, ovvero agli anni ’30: testimonianze dei suoi passaggi in bicicletta per il paese, vuoi per la raccolta di ogni sorta di materiali di recupero, vuoi, per incontrare figliastri e nipoti rimasti a Case Selvatiche.

Egidio Checcoli nel suo Filo della memoria (Prato, Editrice Consumatori, 2002, p.217) riassumeva così questi vaghi ricordi (il dialetto l’ho qui trascritto secondo le regole di Ortografia romagnola di Daniele Vitali):

« Ziridöni, che strano personaggio! Giuseppe Bartolini, meglio conosciuto come Ziridöni o Ziridöñ, nato a Lugo (Ravenna) il 23 settembre 1865, si trasferì a Filo il 17 febbraio 1900, in via Provinciale n. 46, dove abitò per diciassette anni. Sul suo conto c’è un bellissimo racconto nel libro Nel cavo della mano, del 1970, scritto da Giovanna Righini Ricci.

Ziridöni, come ben si vede in fotografia, vestiva in modo stravagante e si racconta che d’inverno portasse sotto il pastrano o la tunica, appeso a una corda che usava come cintura, uno scaldino sempre acceso per riscaldare le gambe nude.

Commerciava in pelli di coniglio, stracci e ossi che passava a raccogliere a casa della gente. I vecchi lo descrivono come una persona eccentrica, ben istruita, educata, che parlava l’italiano in maniera "forbita".

"Godeva fama di stregone e quando passava per le stradette di campagna qualche vecchia superstiziosa si segnava furtivamente", così scrive Giovanna Righini Ricci nel suo racconto.

È simpatica la testimonianza di Aldo Savioli (E’ Gag’ ad Stufadèñ) pubblicata nell’almanacco di Voltana del 1986:

"Dop ch’u s magnét la vóip che mazét, par Nadêl, Tugnôl ad Pavléna, ch l’éra un cazadór, nõ tabachét ai cmandésum: ‘Ohi, Fitta, érla bóna la voip?’ E lo: ‘Purẽ, a l’ò magnêda cardènd ad mètar insẽ al su gãmb, mo u n’à cuntê gnit. L’éra un pô durẽna, mo la s magnéva...".[Dopo che si mangiò la volpe uccisa, per Natale, da Tugnôl figlio di Pavléna, che era un cacciatore, noi bambini gli chiedemmo: ‘Ehi, Fitta - l’altro soprannome di Ziridöni -, era buona la volpe?’ e lui rispose: ‘Bambini miei, l’ho mangiata credendo di acquisirne le gambe (la velocità), ma non ha contato nulla: era un po’ dura, ma si mangiava...’.]Dalle nostre parti, ancora oggi, quando si vuole descrivere una persona vestita in modo strambo si usa dire: "si veste come Ziridöni".»

Proprio dall’articolo cui Egidio Checcoli ha fatto riferimento (Doriano Foschini, Ziridön, «Almanacco di Voltana», 1986, pp. 38 - 42), ho tratto qualche primo spunto, laddove l’autore del paese natio di Ziridöni descrive con efficacia certe caratteristiche del personaggio e cita testimonianze del periodo filese.

Detto, infatti, della sua stravaganza, Foschini ricorda i natali del personaggio a Chiesanuova di Voltana e presenta l’uomo Ziridöni sottolineando l’impronta da lui lasciata nei luoghi che frequentò e che affascinò «con il suo anticonformismo, il suo essere fuori dagli schemi in un contesto sociale molto più rigido e chiuso dell’attuale».

A Case Selvatiche di Filo, egli scrive, «le persone anziane lo ricordano molto bene; di professione šbruzai, cioè carrettiere, viveva di piccolo commercio verso il ferrarese e di altri affari rimasti indeterminati. In ogni modo era considerato una persona a posto, anche se dal carattere già marcato da un pizzico di quella eccentricità che lo rese poi così famoso» «Alto e robusto, un bell’uomo con una certa istruzione e la battuta pronta, cominciò in quest’epoca ad introdurre nel suo abbigliamento certi particolari stravaganti come i cappelli a larghissime tese che rimasero la sua caratteristica».

Oltre ad indossare tuniche a mo’ di «antico romano», pare portasse - aggiunge Foschini - «anelle con grosse monete d’oro alle orecchie e ampi mantelli. Teneva la pipa accesa in una tasca del pastrano, e la fumava attraverso un sottile tubo di gomma».

«Girovagava per la campagna su di una vecchia carretta militare trainata da una mula» e raccoglieva «qualsiasi cosa trovasse lungo i fossi e che pensava potesse tornargli utile, o semplicemente gli piacesse: bidoni di latta, bottiglie e bicchieri rotti, stracci, bambole, madonne, pelli di animali, addirittura lapidi ed addobbi funerari; sempre accompagnato dallo scampanio di una grossa campana fissata sotto il mozzo (campana che poi attaccò alla sella di una vecchia bicicletta da arrotino)».

La sua indubbia diversità faceva sì che incutesse un certo timore, soprattutto nei bambini, ma - conclude Foschini - condusse sempre una vita fondamentalmente onesta e corretta, da galantuomo».

Dagli articoli di Loris Rambelli, invece, mi è parso il caso di estrarre tre frammenti, ossia altrettanti gustosissimi aneddoti che risalgono alla permanenza di Ziridöni in quel di Case Selvatiche:

Angelina Savioli, nata a Filo nel 1910, ricorda così Ziridön: E' paséva in bicicleta, ch'l'avéva una bicicleta élta, cun un campanël tachê d'dri par fês sintì! Mo alóra al strê agli éra tota gêra, la bicicleta la trambaléva e e' campanël e' sunéva sèmpar, ad cuntènuv. D'istê l'avéva un custom ros . E nó tabëch a curìvan ins la strê, a ridìvan. E lo e' dgéva: «I rid, u s'véd ch'j è cuntent». Passava in bicicletta, aveva un bicicletta alta, con una campanella appesa dietro per farsi sentire all'occorrenza. Solo che allora le strade erano ghiaiate, la bicicletta trabalzava e la campanella suonava di continuo. D'estate indossava un costume rosso [canottiera e calzoncini tutti uniti, di lana, come si usava nelle spiagge agli inizi del Novecento]. Noi bambini correvamo sulla strada, ridevamo. E lui diceva: «Ridono, è segno che sono contenti».

La vóš de’ cân la vens cvânt ch’e’ šbagaiè d’a là d'là da Po, ch’e’ stašéva ’ al Ca Salvêdi e ’lóra la žent d’a là i j aiutè e lo e’ fašè e’ dšnê de’ šbagai. Dop a n’so cvent dè, la žent d’a lè i suspitè d’avé magnê de’ cân: i s’impresiunè parchè u ngn’éra ch’i n’stašéva briša ben e i tachè a dì ch’j avéva magnê de’ cân, parò i n’éra sicur anson. Lo e’ badéva a dì «un capretto, un capretto…», mo ló i s’impresiunè e i mitè fura la ciacra. Me a n’e’ so pu… Fat stà che un dè e’ fatór dla tnuda Marcóni a Sa' Banarden, u i des: «Bartolini, si vocifera che lei mangia anche del cane!». E lo, a l'sét cus ch’u i des? «Meglio mangiare del cane, che mangiare addosso agli altri.»

La diceria del cane nacque quando fece il trasloco da Case Selvatiche e offrì a quelli del posto che lo avevano aiutato il "pranzo del trasloco". Dopo qualche giorno, gli invitati cominciarono a sospettare di aver mangiato del cane. Furono suggestionati dal fatto che qualcuno di loro non si era sentito bene e misero in giro la voce che avevano mangiato del cane, però nessuno poteva provarlo. Lui continuava a dire «un capretto, un capretto...», ma loro si erano fatti prendere dalla suggestione e la chiacchiera prese piede. Io non so poi... Fatto sta che un giorno il fattore della tenuta Marconi di San Bernardino gli disse: «Bartolini si vocifera che lei mangia anche del cane!». Lo sai cosa gli rispose? «Meglio mangiare del cane, che mangiare addosso agli altri» (Pasquino Ferraresi, intervistato da Oliviero Casella di Voltana verso la metà degli anni Ottanta).

Terzilla, una delle figlie di Teresina, per divertire i suoi bambini, raccontava loro una storia di nonno Fita, una storia che pretendeva di essere vera (sarebbe, infatti, successa a Case Selvatiche) anche se rappresentava una situazione, comica e sadica insieme, che sembra tratta dalla novellistica popolare.

Cvesta u s’a’ cuntéva sèmpar mi mê, ch’a ridimi tânt!

Una vôlta mi nunen e’ ’ndè ’ là d’dri a fêr i su bšogn, dri a un capânn o dri a un paiér, parchè alóra i gabinet i ngn’éra briša, u s’fašéva acsè. Cvomo, e’ ’ndè a finì so ins un nid ad vësp (adës u s’in véd pôchi, mo una vôlta u j éra ad cal vësp ch’agli andéva sota tëra, ch’agli éra cativi!). Ben, insoma, u s’j ataca sët öt vësp a e’ cul. E ’lóra via, e’ taca a còrar! E’ curéva tórn a ca e pu e dgéva: «Su Mê, aiutim! Aiutim, Su Mê!» Mi nöna la s’fašè ins l’os cun la garnê int al mân, e cvânt ch’u i paséva da dnenz, cun la garnê, la i dašéva una šgarnadlê ins e’ cul! Insèna che lo u n’andè a metr e’ cul a möl int e’ puzet négar di purch. A là, cun e’ cul a möl!… E me e mi surëla a ridimi!

Questa ce la raccontava sempre mia madre, e ci faceva ridere tanto! Dunque una volta il nonno era andato dietro casa per fare i suoi bisogni, al riparo di un capanno o di un pagliaio, perché a quei tempi i gabinetti non c'erano, e usava così. Senonché andò proprio a mettersi sopra un nido di vespe (ai giorni nostri se ne vedono poche, ormai, ma una volta c'erano queste vespe, di una specie che scavava delle gallerie sotto terra, ma erano feroci!) Be' gli si attaccano sette otto vespe al sedere. E allora, via! Incomincia a correre! Faceva di corsa il giro della casa e chiedeva soccorso: «Sua Madre, aiutatemi! Aiutatemi, Sua Madre!». La nonna si fece sull'uscio brandendo la scopa e quando gli veniva a tiro gli assestava un colpo di scopa sulle natiche! Finché non andò a mettere la parte dolorante nel pozzetto nero del porcile, in cerca di refrigerio. Là, a mollo! Ah!... E io e mia sorella ci divertivamo un mondo. (Amos Belenghi, nato nel 1923)[1].

Rambelli racconta poi, riguardo al periodo filese, il «rapimento» della figlia Serafina (1898-1919) ad opera del futuro marito, il lavezzolese Alfonso Landi detto Funsita. Questi abitava in una casupola detta e’ Cašèt de’ Sacramẽt a ridosso del fiume Reno, quando decise ad rubê la Serafina parchè su pê, Ziridöñ, u n l’avléva briša dê [di rubare Serafina poiché il padre non gliela voleva concedere].

Aveva peraltro buone giustificazioni papà Ziridöni, poiché la notte in cui Funsita decise di appoggiare al muro della casa la scala appena prelevata dal suo pollaio per farne scendere la figliola ch la scapè insẽ cun lo [che fuggì con lui], Serafina era poco più che una ragazzina. Lo si evince dall’anno di nascita del figlio Gino Landi (1915), sicché, all’epoca del ratto d’amore, la figlia di Ziridöni non aveva compiuto neppure i 16 anni. Morì, poi, la sfortunatissima ragazza, nel 1919, poco più che ventenne, a causa della “spagnola”.

Risultanze anagrafiche. Nelle schede dell’Anagrafe Comunale di Argenta, Bartolini Giuseppe (di Cassiano e di Cappellazzi Maria, nato in comune di Lugo il 23-9-1865, operaio) e Rambelli Teresa (di Giuseppe e di Lusa Maria, nata in comune di Lugo il 22-10-1855), residenti in Filo, Via Provinciale 46, risultano ivi giunti il 17-2-1900 e da qui migrati nel comune di Lugo, il 17.11.1917.

La casa che accolse Ziridöni a Case Selvatiche è quella davanti alla quale svetta, ancora oggi, il gelso plurisecolare.

I «Fogli di famiglia» riconducibili alla famiglia originaria di Bartolini Giuseppe sono due. Il primo fa capo allo stesso Ziridöni, il secondo al primogenito di Teresa, Ottavio.

Oltre ai due coniugi, intorno al 1914[2] compongono il primo nucleo che risiede in Via Provinciale 46 (in grassetto i figli di Teresa Rambelli):

Ricci Serafino[3], di Serafino e Rambelli Teresa, n. Lugo il 18-10-1888

Landi Antonia [moglie di Serafino], di Domenico e Bucchi Maria, n. Alfonsine 10-12-1888

Ricci Denillo, di Serafino e di Landi Antonia, n. Filo il 28-8-1913

Ricci Tersilla, di Serafino e Rambelli Teresa, n. Lugo il 23.12.1893 (trasf. Com. Alfonsine il 24-7-1920)

Ricci Guerrina, di Ricci Tersilla [paternità ignota], n. Filo il 4.3.1912(trasf. Com. Alfonsine il 24-7-1920)[4]

Di lettura più complicata il foglio inerente il secondo nucleo familiare costituitosi il 1 Novembre 1907, sempre a Filo e in Via Provinciale 46 (n.10 dal 1.10.1932), intestato al primogenito di Teresa. Vi compaiono:

Ricci Ottavio, di Serafino e di Rambelli Teresa, operaio, n. Lugo, l’1-9-1880

Rossi Marcella Adalgisa, di Giuseppe e Aleotti Modesta, casalinga, n. S.Biagio 22-2-1880

Ricci Primo, di Ottavio e di Rossi Marcella, fabbro, n. a Filo, il 7-9-1902

Ricci Oreste [Bécio], di Ottavio e di Rossi Marcella, n. a Filo, il 2-1-1904

Fabbri Maria di Giovanni e Orsini Angela, n. Alfonsine il 7.3.1910

Ricci Otello di Oreste e Fabbri Maria, n. Argenta il 18.2.1832

Ricci Domenica, di Ottavio e di Rossi Marcella, n. a Filo, il 20-1-1915, m. Filo il 5-2-1915

Ricci Valter, di Ottavio e di Rossi Marcella, n. a Filo, il 3-7-1916

Ricci Luigi, di Ottavio e di Rossi Marcella, n. a Filo, il 30-7-1921

Ricci Argia, di Serafino e Rambelli Teresa, n. Lugo il 14-4-1883 (poi coniugata con Lippi Bruni Raffaele)[5]

Ricci Marianna, di Serafino e Rambelli Teresa, n. Lugo il 14-6-1891, m. Filo il 4-2-1908[6]

Nello stesso foglio, poi, vi si trovano aggiunti tutti i nominativi del primo nucleo, inclusi Bartolini Giuseppe e Teresa Rambelli, il che pare indicare passaggi da un nucleo all’altro ed una intervenuta investitura di capofamiglia ad Ottavio, prima del ritorno di Ziridöni e della Terešina in comune di Lugo.

Va detto che Ottavio già al suo arrivo, nell’anno 1900, a Filo aveva la morosa. Forse uno dei motivi che aveva attratto la famiglia nel luogo era stato proprio questo. Sposò infatti nella chiesa di Filo, appena un anno dopo (29.10.1901), Marcella Adalgisa Rossi, filese e sorella di Iàcum (Giacomo Rossi), padre di Amato e fratelli.

Dopo il ritorno della madre a San Bernardino, avvenuto nel ‘17, Ottavio Ricci continuò ad abitare quella stessa casa con figli e fratelli, alcuni dei quali si spostarono poco a poco, a Filo, in altra residenza.

Oreste detto Bécio, e gli altri figli e nipoti di Ottavio, lasciarono poi il paese nel secondo dopoguerra, trasferendosi con le loro famiglie, chi ad Argenta, chi in altre direzioni.

Testimonianze inedite filesi. È nella casa del Gelso Antico ad Ca Salvèdig[7] rimasta ai figliastri, che Ziridöni si recava in visita, in particolare in occasione della festa patronale.

A Filo è ancora ben vivo il ricordo di quel giorno di Sant’Agata in cui lo strano personaggio scese con la sua bici da arrotino a tọta randa e a cöl fẹc (a tutta velocità e a testa bassa) lungo la ripida discesa che scorre fino ai piedi del gelso.

Incapace di fermarsi in poco spazio (così mi ha raccontato Marino Checcoli da noi tutti conosciuto come Chëli) Ziridöni e’ sfundè la bósla dla pôrta [sfondò letteralmente l’uscio interno della porta di casa] e continuò la sua corsa fino a che non trovò un ostacolo più consistente. Riuscì a fermarsi soltanto nel bel mezzo della cucina, giunto ormai a ridosso della tavola apparecchiata e ad un palmo di naso dai figliastri e dai nipoti che stavano mettendo sotto i denti i tradizionali cappelletti fumanti.

Pare che uno stralunato Ziridöni abbia esclamato in quegli attimi concitati:

«Purtroppo ci ho i freni ritardati...»

Il nostro Elio Brunelli, ovvero e’ Schéz, 93 anni, che nella bottega da fabbro di Bécio imparò da ragazzo i primi rudimenti di meccanica, mi ha invece raccontato un paio di settimane fa al caffè, poco prima di lasciare questo mondo in modo tanto inaspettato ed improvviso, di essere stato anche lui ospite alla Lombardina nella famosa e mitica Ca d Ziridöni.

Quel giorno, il buon Elio, nel nostro solito punto d’incontro domenicale, ricordava con un sorriso i bicchieri col gambo piantato nei buchi della tavola e le latte e lattoni che quasi sempre sbattevano al vento in un clangore singolare e sinistro. Ha anche tenuto subito a sottolineare, l’umanità e l’originalità dell’uomo che, dietro comportamenti indubbiamente bizzarri, celava una sorta di buona cultura ed una gentilezza non comune nei confronti dei bambini, verso i quali mostrava sempre grande sensibilità.

* * *

Intorno ai trascorsi filesi del personaggio non so dirvi di più.

Teresa Rambelli, morì nella casa della Lombardina, all’età di 83 anni, nel 1939; Giuseppe Bartolini detto Ziridöni, si risposò nel 1941, a 75 anni, con la 57enne e ambulante Albina Dalla Casa, detta l’Umbriléra, con la quale andò ben presto a vivere lontano dal luogo natio e soprattutto dalla casa della Lombardina, di proprietà della prima moglie, di quella Terešina che lui chiamava amorevolmente «su mê» e da cui era chiamato, di conseguenza, «su pê».

Finì a Consandolo in un caseggiato che da tempo era di proprietà dell’uomo. Lì morì in circostanze piuttosto misteriose, a 83 anni e alla stessa età della Terešina, il 7-2-1948; la seconda moglie Albina Dalla Casa, che soffriva di asma, lo seguì di lì a pochi anni (Ravenna, 26.2.1952).

Più oltre pubblico in appendice alcuni atti parrocchiali a supporto di tanti eventi qui citati. Il personaggio però va conosciuto ben più a fondo, tramite gli scritti più importanti che lo riguardano, ora affidati al web. Vanno gustati gli aneddoti più belli, seguita l’interessante biografia e compresi i tanti aspetti reconditi e curiosi di un personaggio divenuto così proverbiale.

Forse però, concedendomi una battuta finale, sarebbe meglio dire che «proverbiale» lo è stato fino a che la sua bizzarria e il suo anticonformismo potevano stupire. Oggi, davanti ai comportamenti ed al modo di vestire dei contemporanei, circondati da tatuaggi, anelli al naso e da certi ciuffi multicolori di capelli alla mohicana, «T’a m pér Ziridöni...» è molto più difficile sentirselo dire ...

Chissà mai come andrebbe in giro, di questi tempi, Bartolini Giuseppe detto Ziridöni? Quale stile di vita abbraccerebbe, in quale italiano parlerebbe, come si acconcerebbe e come andrebbe ornato e agghindato?

Risposte a domande come queste sono assai difficili da dare, ma per tentarne qualcuna bisogna prima aver letto ed approfondito Loris Rambelli e Giovanna Righini Ricci.

* * *

Chi vuole può scaricare gli scritti dedicati a Ziridöni, incluso il presente, a questi rispettivi link:

Loris Rambelli, Paesaggio con figure (32 pagine): http://www.scribd.com/doc/55540319

Giovanna Righini Ricci, Ziridöni (4 pagine): http://www.scribd.com/doc/55351186

Agide Vandini, I trascorsi filesi di Ziridöni (10 pagine): http://www.scribd.com/doc/55543424

Avvertenza per i meno esperti (per scaricare lo scritto da scribd) :

. cliccare sulla destra in alto del video il pulsante nero “Download”

. scegliere il tipo di formato (fra PDF-DOC-TXT)

. alla comparsa dell’opzione Aprire/Salvare scegliere quest’ultima e dare OK.

. attendere il messaggio di scaricamento avvenuto, prima di uscire dal sito.

. Il file ora è presente sul desktop

Appendice documentaria (Dall’archivio parrocchiale di San Bernardino)

A01 - Matrimonio Ricci Serafino – Rambelli Teresa. 29 Aprile 1879 Parrocchia di San Bernardino

A02 - Matrimonio Bartolini Giuseppe – Rambelli Teresa. 4 Luglio 1897 Parrocchia di San Bernardino

A03 - Battesimo Bartolini Serafina. 14 Aprile 1898, Parrocchia di San Bernardino

(con annotazione di matrimonio con Landi Alfonso, a Lavezzola, il 4 Dicembre 1915)

A04 - Stato delle Anime, 1925, Parrocchia di San Bernardino

A05 - Morte di Teresa Rambelli, 19 Gennaio 1939, Parrocchia di San Bernardino

A06 – Matrimonio Bartolini – Dalla Casa, 11 luglio 1940, Parrocchia di San Bernardino


[1] Foschini riporta, intorno all’aneddoto delle vespe, una testimonianza filese che chiama in causa la mula e che riporto trascrivendolo nella fonetica filese: « Drì da che mór u j éra una rata e a lẹ všèñ u j éra di sèm. Sta mọla drì a sta rata la ‘taca a dê d’indrì. Dà d’indrì, dà d’indrì... la cọr in sti sèm cun la bröza ... Tọti agli êv élóra al sêlta adös a sta mọla e pu adös nẽc ‘a lọ. Pôc luntàñ u i éra un mišadùr: Ziridöni élóra us cavè ignacvël d’adös e u s’ì butè indéntar. Lọ e’ fašè un tistòñ acsè, e a sta mọla, la purèta, u i caschè prinsẹna dö dida d’urëcia...» [«Nei pressi di quel gelso c’era una salita e lì vicino c’erano degli alveari. Questa mula lungo la salita comincia ad arretrare. A forza di arretrare, colpisce gli alveari col biroccio. Tutte le api allora saltano addosso alla mula e, poi addosso anche a lui. Poco lontano c’era un macero: Ziridöni allora si denudò e vi si buttò dentro. A lui si gonfiò terribilmente il viso, e alla mula, poveretta, caddero persino due dita d’orecchio...»]. Anche questa è una gustosissima versione, importante soprattutto perché conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, la collocazione della casa di Ziridöni a ridosso del Gelso Antico.

[2] Lo si deduce dall’assenza di Bartolini Serafina di Giuseppe e di Teresa Rambelli (sposatasi nel 1915) e dalla presenza di Ricci Denillo nato nel 1913.

[3] Dovrebbe trattarsi del secondo figlio maschio di Teresa Rambelli, indicato col nome di Luigi negli articoli di Loris Rambelli.

[4] Ricci Tersilla (o Terzilla) ebbe dunque, diciottenne, a Filo e da padre ignoto, la figlia Guerrina prima del matrimonio con un Belenghi avvenuto presumibilmente nel 1920 quando aveva 27 anni. Amos Belenghi figlio di Terzilla e importante fonte di Loris Rambelli era infatti nato nel 1921 (articolo di Loris Rambelli, seconda e terza puntata).

[5] Argia Ricci era detta Tina (v. articolo di Loris Rambelli, prima puntata)

[6] «Marianna morì giovane di polmonite, malattia che stroncò anche il padre all’età di 48 anni (19-12-1894)» (articolo di Loris Rambelli, prima puntata)

[7] E’ questa di Ca Salvèdig, qui trascritta secondo i canoni dell’Ortografia romagnola di D.Vitali, la fonetica dialettale più comune del toponimo filese, seppure la si possa udire talvolta come Ca Salvèdag oppure Ca Salvêdi. Quest’ultimo termine, riportato da Loris Rambelli, non indica però, come taluno ha creduto in passato, l’italiano «Case Salvate», bensì il troncamento del termine medievale Ca Salvadega di cui alla trecentesca novella del Sacchetti Lapaccio e il morto. La località è stata poi indicata in Domorum Selvaticorum nella Descriptio Romandiolae del Card. Anglic del 1371 e, nelle mappe successive, nell’italiano arcaico Ca Salvatiche.

L’origine del toponimo potrebbe essere ancor più antica e provenire dalla deformazione di Silicata, antico villaggio rivierasco del IX-X secolo. Il termine potrebbe essersi trasformato, complice la parlata dialettale, secondo la progressione: Silicata-Ca’Salghêdi-Salvèdigh-Salvadega-Salvatiche-Selvatiche. Si veda in proposito A.Vandini, Filo la nostra terra, Faenza, Edit, 2004, p.37.

domenica 15 maggio 2011

Riproposta la mostra fotografica del 2005

Filo: Lotte agrarie, Antifascismo e Resistenza

di Agide Vandini





E’ stata riproposta con un certo successo in questi giorni ad Argenta, nell’ambito dell’iniziativa “Argenta in fiore”, gran parte della mostra fotografica curata da chi scrive ed allestita per “Filo è festa” nell’anno 2005.

A fianco si riporta l’immagine del pannello introduttivo.

All’epoca misi a disposizione dei visitatori un CD contenente quanto esposto in una mostra che suscitò parecchio interesse e fu visitata da molte persone.

A distanza di sei anni, su iniziativa dei due Consigli di frazione filesi, una scelta di pannelli della mostra ha prodotto nuovo interesse, dato il tema e gli eventi ricordati che stanno evidentemente molto a cuore ai filesi come a tutto il territorio circonvicino.

Qualcuno ha chiesto dove e come si poteva avere su carta questo materiale tanto importante per la nostra cultura locale, così come per chi studia o compie ricerche intorno al Novecento basso-romagnolo ed argentano.

Ho pensato allora di pubblicare l’intera mostra sul web, mettendola gratuitamente a disposizione delle persone interessate che ora potranno comodamente scaricarla e stamparla.

Per raccogliere in un Album i 42 fogli formato A4, basterà un comune porta-listini da 25 buste trasparenti.

Questo è il link diretto per scaricare o per visualizzare la mostra:

http://www.scribd.com/doc/55465827

Si tenga conto che il file è di notevole dimensione.



Avvertenza per i meno esperti: Per scaricare lo scritto dopo aver cliccato sul link e non appena compare il frontespizio:

. cliccare sulla destra in alto del video il pulsante “Download”

. scegliere il tipo di formato (fra PDF-DOC-TXT)

. alla comparsa dell’opzione Aprire/Salvare scegliere quest’ultima e dare OK.

. attendere il messaggio di scaricamento avvenuto, prima di uscire dal sito.

. Il file è presente sul vostro desktop

martedì 3 maggio 2011

C’è anche una «poetica» del Lavoro

Le poesie dialettali e i disegni di Settimio Coatti

di Agide Vandini

Le avevo ascoltate, queste poesie, la scorsa estate durante la serata di chiusura del ciclo dedicato ai «talenti» locali. Dalla viva voce dell’autore, mi erano decisamente piaciute. Ora ho avuto i manoscritti, in dialetto tipico filese, dallo stesso Settimio e sono rimasto sorpreso dai magnifici schizzi coi quali ha pensato di corredare i suoi versi. Ho trascritto le sue poesie, secondo i canoni dell’Ortografia romagnola di D.Vitali, e ritenuto di proporle ai lettori di questo blog, affiancate ai disegni originali dell’autore.

Settimio Coatti, classe 1938, è ben conosciuto in paese. Uomo di forte e travolgente passione politica, egli si sente alquanto legato alle lotte ed alle conquiste operaie del dopoguerra. Tornato a Filo da pensionato dopo una vita da operaio metalmeccanico spesa a Bologna, egli, oltre a prestarsi come volontario nell’associazionismo locale, da anni si prodiga anima e corpo in opere dell’ingegno (poesie, disegni, sculture ecc.) ove cerca di far risaltare soprattutto il valore unico, spesso epico, rappresentato dal lavoro; per far questo egli si cala volentieri nei suoi anni giovanili, in quella atmosfera quasi magica che fece rifiorire il paese di Filo nell’immediato dopoguerra.

Credo che le sue opere vadano considerate una testimonianza di quel clima di grande fierezza per le realizzazioni che la «cultura della solidarietà», il cui braccio era costituito dalle organizzazioni sindacali e cooperative filesi, seppe infondere nella nostra gente, almeno fino a quando, pochi anni or sono, il crac fragoroso dei giganti della cooperazione locale, si è portato via, oltre a gran parte dei risparmi dei lavoratori, anche tanto del loro orgoglio e dei loro sogni.

Ci sono però valori che non muoiono mai, tanto meno quelli legati ad una storia di solidarismo e di lotta per l’emancipazione che, in queste terre, ebbe grandi sussulti a partire dalla seconda metà dell’Ottocento. Da allora questi valori hanno saputo superare momenti ancor più difficili di oggi, basti pensare ai grandi scioperi di inizio Novecento e al ventennio fascista, in cui essi furono, proprio qui, a lungo negati e sbeffeggiati. Spirito di sacrificio, anche a rischio di ritorsioni personali e della vita stessa, forte unità e coesione fra i lavoratori furono, nell'anteguerra come nel dopoguerra, le armi che consentirono, ottenuta la Libertà e la Democrazia, il raggiungimento di obiettivi soltanto sognati dai nostri bisnonni, ricette che, a ben vedere, avrebbero tanta valenza anche oggi.

Settimio, nelle sue opere, cerca a modo suo di difendere e ricordare quelle conquiste e quei momenti di orgoglio e soprattutto di esaltare lo “sforzo umano” insito nel lavoro, quello che, sì, nobilita l’uomo e la sua coscienza, ma che, come ci ricordava il grande Jacques Prévert, in un passo de L’éffort humain:

[...] Non

l’éffort humain ne porte pas un petit enfant sur l’épaule droite

un autre sur la tête

et un troisieme sur l’épaule gauche

avece les outils et la bandoulière

et la jeune femme hereuse accrochée a son bras

L’éffort humain porte un bandage herniaire

Et les cicatrices des combats

Livrés par la classe ouvrière

Contre un monde absurde et sans lois

No / lo sforzo umano non porta un fanciullino sulla spalla destra, / un altro sulla testa / e un terzo sulla spalla sinistra / con gli attrezzi a tracolla / e la giovane moglie felice aggrappata al suo braccio. / Lo sforzo umano porta un cinto erniario / e le cicatrici delle lotte / intraprese dalla classe operaia / contro un mondo assurdo e senza leggi.

E’ con questi sentimenti che Settimio scrive poesie che meritano tutto il nostro apprezzamento e che ho il piacere di pubblicare a ridosso del Primo Maggio. Quanto alle altre sue opere, mi riprometto, prossimamente, di dedicargli un appropriato servizio (Agide Vandini).

A i nòstar vẹc’

Par quéši una vita intira

La tu mensa l’ira:

Par tèvla e’ cògol de’ fös,

Par scarana un còdul

Par furzina un sprẹc ad tamaréš

E pu döp, ‘fena a sira,

So e žö par l’êržan

A tësta basa

Cun la sóla cumpagnia de’ gnéc

Dla tu cariôla.

La lẹsta

La lẹsta,

Un sèmpliz foj ad chêrta,

Una fila ad nọm,

Un atrèž da tù,

Un pöst d’andê,

Un urêri da cminzê.

E’ foj e’ švulaza,

Férum da un sas,

So int e’ banchêl d ‘na fnëstra.

E la piò braghira in tësta,

La lẹž e la scandés:

« Tẹ t cì a là cun quèst,

e tẹ a là cun st’êtar atrèž...»

Intóran ae’ grọp dal dön,

u s sent a murmurê in aligrèia

e, màñ màñ ch’al s lasa, al vóš al s’élza:

«Admàn pu, a finirò ad cuntêt che fat...!»

E acsè, atóran a ste pcòn d chêrta,

u s fa fësta,

una fësta ch la s’arnuva

admàn e clêtar dè incóra

par dê la vita a qui ch lavóra.

Al dön de’ Coletìv

Una longa fila ad biciclèt

Tọti dön senza una faza ...

«Mọ chi èli?» E’ cmandarẽb un furastìr.

Mọ agli è al nòstar dön,

Al dön de’ Coletìv...

Faz cvérti da un capàñ

Parchè e’ sól un li sfigura,

Faz imprignêdi int e’ sudór,

int l’aria sêlsa dla bunefica,

in cla tëra negra e brọla

che gnit la n t pò dê

se t’a n’i sud inso.

E, a pinsêi bèn, al dön ad Fil,

insèm ae’ bagn de’ su sudór,

nenc e’ sangv e tenti böt agli à mẹs ...

E cla tëra ch’l’ira negra

Adës, piañ piañ, la s tenž ad rös.

L’inmantladura

Quènd che int e’ mëž dla nöt

La fadiga de’ dè

La sta par dvintê alžira alžira,

e trasfurmês in sọgn,

Incora prẹma ch’l’arbómba in zil e’ tròñ,

L’arsóna in pina nöt

L’arciàm ad Buslòñ

E in qua e in là

U s’impeia sòbit ‘na quelca luš.

E da la fnëstra, scrutènd e’ temp,

u s sént: «Fašèñ prèst ...,

Fašèñ prèst, tabachi!»

E incóra cun i blëc in màñ al cọr

Coma ch’u li supiẹs e’ vént

E int un mumént

Agli è ža a lè ch’al cruvẹs e al ripêra

Tènta, tènta dla su fadiga...

Ai nostri vecchi. Per quasi una vita intera / La tua mensa era: / Per tavola il cordolo del fosso / Per sedia una grossa zolla / Per forchetta un ramo di tamarisco / E poi dopo, fino a sera / Su e giù per l’argine / A testa china / Con la sola compagnia del cigolio / Della tua carriola.

La lista. La lista / Un semplice foglio di carta / Una fila di nomi, / Un attrezzo da portarsi appresso / Un posto ove andare / Un orario d’inizio lavoro. / Il foglio svolazza / Tenuto fermo da un sasso / Sul bancale di una finestra. / E la donna più spigliata in testa, / legge e scandisce: / «Tu sei là con questo, / e tu là con quest’altro attrezzo... / Intorno al gruppo di donne / Si solleva un allegro mormorio / e man mano che si lasciano, le voci si alzano: / «Domani, poi, finirò di raccontarti tutto ...!» / E così, attorno a questo pezzetto di carta / Si fa festa, / Una festa che si rinnoverà / domani e l’altro giorno ancora / per dare la vita a quelli che lavorano.

Le donne del Collettivo. Una lunga fila di biciclette, / Tutte donne senza un volto ... / «Ma chi sono?» Chiederebbe forse un forestiero / Ma sono le nostre donne, / Le donne del Collettivo ... / Facce coperte da un capanno [copricapo con enorme visiera] / affinché il sole non le sfiguri, / Facce impregnate di sudore, / nell’aria salsa della bonifica / in quella terra nera e brulla / che nulla può dare se non ci si suda sopra. / E, a pensarci bene, le donne di Filo, / assieme al bagno di sudore, / pure il sangue e tante botte ci hanno messo... / E quella terra che era nera [vuoi perché di bonifica recente, vuoi perché di proprietà di latifondisti di destra] / Ora, piano piano si sta tingendo di rosso [vuoi per il sangue versato, vuoi perché acquistata poco alla volta da una cooperativa di sinistra].

La copertura d’emergenza del laterizio (con arelle di canna). Quando nel bel mezzo della notte / La fatica giornaliera / Sta per alleggerirsi / E trasformarsi in sogno, / Ancor prima che il tuono rimbombi in cielo / Risuona in piena notte / Il richiamo di Buslòñ [La stridente sirena azionata da Leoni Gaetano, che fu uomo di guardia alla fornace di Filo fra gli anni ’30 e gli anni ’60] / E qua e là s’accende subito qualche luce. / E dalla finestra, scrutando il tempo, / si sente: «Facciamo presto ..., / facciamo presto, ragazze!»

E ancora coi vestiti in mano corrono/ Aizzate dal fervor del vento / E in un momento / mettono al riparo / Tanta tanta della loro fatica.