martedì 29 dicembre 2009

E’ tempo di Tressette …

Trisët, Becacino (o Marafõ) e i suoi derivati in Romagna

di Agide Vandini




E’ da un po’ che volevo dedicare uno «special» a questo bel gioco con le carte romagnole ed ai suoi derivati, ripassandone regole, strategie, usanze e la tipica terminologia dialettale.

Dato il periodo di Festività e il clima invernale che favorisce le serate all’osteria, o trascorse in casa d’amici davanti a un bël bichìr d’Aibãna dólza e un piàt ad zucarẽn, sono certo che, qui e là, si rinnoveranno sfide e tornei in cui, la parte del leone, sarà riservata a questo gioco particolarmente amato dai romagnoli.

Riprendo allora, in buona parte, quanto scrissi nella rassegna dei «Giochi con le carte romagnole», in appendice al mio ultimo libro di racconti, ove ebbi a tracciare anche un po’ di storia delle nostre carte[1]. Qui ho pensato di accorpare le note al testo, di completarlo e dotarlo di qualche termine dialettale in più, il tutto trascritto nella fonetica tipica filese, grazie alla grafia romagnola da poco adottata nel blog.

Dalle nostre parti, come nell’imolese, il gioco è ancora chiamato, semplicemente, trisët. Così del resto lo definiva il celebre dizionario del Morri nel primo Ottocento: «Trisett, Tresette, gioco di carte notissimo che si fa per lo più in quattro»[2]. In quello stesso testo non si fa cenno invece ai termini Becacino e Marafõ, oggi comunemente usati nella Romagna centrale. Ad Argenta, poi, crocevia dialettale fra Romagna, ferrarese e bolognese, il gioco è curiosamente definito al Triònf, ossia «il trionfo», termine che, a quanto si dice, si rifà ad un antico gioco inglese (Triumph) che stabiliva la prevalenza di un seme sugli altri, e quindi padre di tanti giochi come la bẹs-cia (bestia), la Brẹscla (briscola) e, nondimeno, il «tressette con le briscole»[3].

Se oggi, comunque, i termini Becacino, Marafõ e Triònf relegano localmente il significato di Trisët ad una delle sue varianti (il «Tressette con l’accusa, o senza briscole»), nel filese e nella Romagna periferica, fedeli alla tradizione, questo gioco Trisët era, e Trisët è ancora. Tale rimarrà, io credo, finché il dialetto avrà vita.

Ecco comunque, in sostanza, come va condotto a casa nostra il gioco del Tressette e quello dei suoi derivati più comuni.


Trisët (cun al brèscul) detto anche Becacino o Marafõ

Il gioco, assai popolare ed appassionante, è di origine napoletana (sec. XVIII). Il termine tressette pare derivare da una originaria combinazione di tre sette che valeva tre punti.

Normalmente lo si gioca in quattro, a coppie, ma lo si può giocare anche in due o in tre. La classica «partita» all’osteria romagnola, secca o con l’ariùt (rivincita), si compone di una gara a trisët, di tre gare a Brẹscla e, infine, la bëla, se necessaria, ancora a tressette.

Il mazziere distribuisce dieci carte a testa, cinque per volta, a meno che non si giochi in tre, nel qual caso si danno tredici carte a testa scartando un quattro. Se i giocatori sono soltanto due, infine, si distribuiscono le classiche dieci carte, poi si attinge dal mazzo dopo ogni presa, mostrando sempre la carta all’avversario.

La gara si articola in una serie di manche che si susseguono finché una delle coppie raggiunge i 31 punti (41 nella «bella»). La forza delle carte, in ordine decrescente, è la seguente: tre, due, asso (Chêrt ad crẹca), re, cavallo, fante (al figùr), sette, sei, cinque, quattro (i scartẹñ). Su tutte, però, comanda il seme di briscola (e’ cartér) dichiarato dal giocatore di turno (ch’e’ mẹt al brèscul) e per la prima volta da chi possiede il quattro di denari. Il gioco prevede la risposta obbligatoria al seme giocato e la prevalenza della carta più alta.

Unica combinazione utile ai fini del punteggio è la crẹca d brẹscla (detta anche napoletana), costituita da tre, due e asso di briscola. Essa vale tre punti aggiuntivi e va mostrata all’inizio del gioco qualora sia posseduta di chi è di turno. Nel caso in cui questi non possieda, nel seme di briscola, alcuna carta nobile (quënd ch’e’ mẹt fura tọta), l’eventuale crẹca va dichiarata dagli altri alla prima giocata di briscola. I punti ordinari si contano nei rispettivi mazzi soltanto a fine manche . Ne vengono assegnati undici. Ogni punto, in sostanza, vale tre figure. Considerando che i due ed i tre valgono una figura e gli assi ne valgono tre, in palio per ogni manche vengono ad esserci 32 figure (10 punti + 2 figure). A questi punti si aggiunge l’undicesimo, assegnato a chi si aggiudica la mano finale (l’ùltma màñ).

Dal mazzo, proprio o altrui, si può sempre consultare soltanto l’ultima mano. Sono ammesse comunicazioni limitate e sincere fra compagni solo ad ogni inizio di mano (trisët l è e’ žùg di mọt ovvero, il tressette è il gioco dei muti. E’ ammesso il «busso» (a bọs, a bọs fôrt) per richiedere la miglior carta nel seme giocato allorché si ha una buona carta per andare in presa, lo «striscio» (a strẹsi, a strẹsi lòngh), per indicare il possesso di buone carte nel seme giocato (di solito l’asso) e il «volo» (a vùl), per segnalare che la carta giocata è l’ultima posseduta nel seme e che ci si predispone al «taglio», oppure allo scarico di un asso in pericolo. Fra amici si è tolleranti, ma quando si fa sul serio, parole e segni sono severamente proibiti fino a vietarsi anche le parole «busso», «striscio» e «volo». Si battono le nocche della mano destra sul tavolo nel primo caso, si striscia la carta nel secondo e si alza in aria la carta nel terzo.

Nelle strategie di gioco più comuni si tende ad assicurarsi l’ultima mano e ad impedire i «tagli» agli avversari, sicché si cerca di sottrarre loro le briscole fin dall’inizio. Avuto il comando del gioco (quënd ch’u s’è andé in preša) è fondamentale ricordare le carte già giocate, nonché i punti propri e altrui, in modo da potersi «chiamar fuori» all’occorrenza, appena raggiunto il punteggio che assegna la vittoria.

E’ importante altresì osservare la sequenza degli «scarti» del compagno. In questo linguaggio fondamentale per il prosieguo del gioco, si deve sapere, in primo luogo, che lo scarto dell’asso non costituisce mai indicazione di alcun genere. Se, poi, lo scarto è in risposta al seme di gioco e la sequenza è in crescendo (ad esempio, prima lo scartino, poi la figura) allora il compagno sta indicando il possesso di altre buone carte in quel seme. Se, invece, la sequenza è in calando (ad esempio, prima la figura, poi lo scartino) egli indica che in quel seme non ha carte di pregio. Se, infine, lo scarto avviene senza rispondere al seme di gioco, il giocatore, per dare indicazioni al compagno, scarta nel seme in cui si sente più debole.

Tornando ai comportamenti di chi ha l’iniziativa del gioco, allorché si ritrova in mano il «venticinque», ossia il tre ed il due dello stesso seme [4] e almeno altre due carte di quel cartér, egli dà sempre la caccia all’asso, anche per rinfrancare le proprie carte. Gioca perciò in successione, prima il tre, poi il due. Nella stessa situazione, ma con l’asso al posto del due, gioca invece una figura «bussando forte», intendendo invitare il compagno a ciapê e turnê. Se, infine, egli possiede soltanto il due, allora «bussa piano» indicando in tal modo al compagno che il tre è fuori, affinché si regoli e favorisca convenientemente il gioco.

Trattandosi di giocate in silenzio, va da sé che a fine ripresa non può mancare la spietata rassegna degli errori, delle valutazioni sbagliate, dei malintesi e delle circostanze sfortunate, in un gran ciarlare in cui si inseriscono solitamente gli spettatori presenti. Tutti danno fondo alla rituale e chiassosa esibizione di abilità strategica (col senno di poi …), in un fitto e talvolta spazientito botta e risposta, interrotto a fatica dal mazziere, quando questi intende ricominciare la partita e servire i giocatori per una nuova manche.


Trisët (sẹnza brèscul)

Rispetto alla versione appena descritta, le briscole qui non esistono. Si «accusano», invece, (ovvero si dichiarano) entro la prima mano, alcune combinazioni: la crẹca (napoletana) di qualunque seme, oppure il possesso di 3 assi, di 3 due, o di 3 tre, tutte situazioni che fruttano, ognuna, un valore di 3 punti. Fruttano poi un valore di 4 punti il possesso: di 4 assi, di 4 due, o di 4 tre. In questa versione del tressette, poco praticata in Romagna, si può parlare più liberamente.


Arvarsẹñ (Riversino)

Si gioca in quattro, con le regole del tressette, ma ognun per sé. Non vengono dichiarate le briscole, né si assegnano punteggi alle combinazioni di carte. L’obiettivo di ogni giocatore è far meno punti possibile. Si viene eliminati al raggiungimento dei 31 punti. E’ possibile arblês (ribellarsi) anche più volte all’eliminazione, pagando un caffè e ritornando in gara col punteggio più alto dei giocatori rimasti in gara. I punti in palio sono i soliti undici, ossia le 32 figure del tressette nonché l’ultima mano.

E’ una gara in cui si cerca di scartare appena possibile le carte da presa o da punti, ma occorre fare allo stesso tempo attenzione, poiché, se un giocatore si aggiudicasse tutte le prese e desse cappotto, si segnerebbero, solo a carico degli avversari, ben 11 punti. Si vincono i caffè pagati dai perdenti.


Trì-Ọñ (Tre contro Uno)

Pur deformato localmente in Triòñf con l’aggiunta di una «f» malandrina, il termine dialettale originario che definisce questo gioco impegnativo è proprio Trì-Ọñ, ossia Tre giocatori contro Uno.

Si gioca perciò in quattro, a titolo individuale, con le regole base del «tressette con la briscola». Si tolgono preliminarmente i quattro ed i cinque di ogni seme, in modo da giocare con otto carte a testa.

Chi è di turno può «chiamare» (fê una ciamêda), dichiarando il seme di briscola e sfidando gli altri tre al raggiungimento del punteggio maggiore di manche, ossia dei sei punti. Se, invece, valuta di avere carte non idonee, può passare la mano. La «chiamata» dà diritto ad uno scambio con altro giocatore di una carta stabilita dallo sfidante, il quale ne cede una delle proprie. Lo scambio ha luogo allorché nessun altro, consultato in ordine di gioco, è disposto ad assumersi un rischio maggiore «chiamando» carte più deboli, oppure, andando oltre la semplice ciamêda, rischia il di piò, oppure lancia la sfida più coraggiosa: il mêš.

Il giocatore che annuncia a fêg di piò (faccio di più) sfida gli altri tre con le sole carte servite. Chi invece è disposto al rischio massimo, e annuncia al tavolo a fêg mêš, oltre a giocare servito, dovrà aggiudicarsi, per vincere, tutti i sei punti prima che i tre avversari effettuino una sola presa.

Ognuno di questi tre tipi di giocata comporta un diverso premio al vincente e penalità al perdente, con punti ovviamente più alti a seconda del livello di rischio. Nella ciamêda vengono dati o tolti, a seconda dell’esito positivo o negativo, 3 punti allo sfidante ed 1 punto ai suoi tre avversari; nel di piò i punti diventano 6, mentre nel mêš addirittura 12. Se poi lo sfidante dà capöt, ossia gli avversari non realizzano neppure un punto (3 figure), i punteggi a scapito dei tre sfidati raddoppiano.

In concreto, comunque, lo sfidante di ogni mano vince o perde sempre il triplo, rispetto agli sfidati.

Considerate le mani ridotte a otto, e la quantità di figure disponibili, il giocatore esperto sa che la vittoria, sia con la ciamêda che con i di piò, si raggiunge con ragionevole sicurezza con cinque tiri buoni (inclusa l’ultima mano), sempre che si raccolga almeno un asso e si abbia in mano uno scartino per gli avversari.

Il principio base del gioco si può comunque riassumere così: le carte in mano allo sfidante s’agli è sgondi al veñz e s’agli è térzi al pérd, ossia le carte «seconde» vincono, mentre le carte «terze» perdono. L’espressione suggerisce che, nel calcolo dei potenziali tiri buoni, si deve sapere in partenza che qualora gli avversari abbiano un massimo di due carte a testa nel seme di briscola (e in quello in cui si vogliono effettuare le prese), le carte vincono. Al contrario, con una distribuzione anomala in cui, anche un solo avversario, avesse tre carte nei semi predetti, la sfida è normalmente persa.

E’ un gioco alquanto cerebrale e per esperti. Ogni punto in palio, qui ha un valore convenuto in denaro, sicché è meglio sconsigliarlo ai neofiti, i quali, non solo potrebbero ritrovarsi a fine gara con una perdita consistente, ma potrebbero trovarsi anche a mal partito per i danni che l’incompetenza e le giocate improprie sono in grado di causare involontariamente agli altri sfidati. Ecco perché i giocatori che lo praticano i fa e’ rudẹn, ossia formano dei quartetti fissi e ben collaudati che, nei momenti di gran voga del gioco, si aspettano e si affrontano ogni sera con passione. E’ un gioco di abilità che è interessante seguire anche come semplici spettatori-apprendisti, a patto naturalmente di osservare educatamente un giocatore alla volta e stare in rispettoso silenzio, evitando di importunare o innervosire i giocatori[5].


Questo è quanto io ho raccolto in materia, ma se c’è chi ha qualche contributo ulteriore da dare, o approfondimento da proporre è, come sempre, apertamente invitato ad utilizzare lo spazio commenti a sua disposizione, cliccando sul simbolo della matita ai piedi dell’articolo. Provvederò alle eventuali correzioni od integrazioni del testo qualora necessario.


Buon divertimento a tutti, allora, cun e’ Trisët. Io ringrazio per l’attenzione ricevuta in questi mesi e, a chiusura dell’annata, voglio porgere a tutti voi i miei migliori


auguri di un felice e fecondo Anno Nuovo !



[1] A.Vandini, La valle che non c’è più, Faenza, Edit, 2006, pp. 145-156.

[2] A.Morri, Vocabolario Romagnolo-Italiano, Faenza, Conti all’Apollo, 1840, p. 810

[3] *Grande Enciclopedia, Novara, De Agostini, 1973, XIX, p. 503.

[4] Le combinazioni vengono infatti definite con la somma dei punti di primiera, ossia: sette = 21; sei = 18; asso = 16; figure = 10; tutte le altre carte = 10 + il valore della carta (es.: il cinque = 10 + 5 = 15).

[5] Come già ebbi a scrivere nel mio libro già citato, devo ringraziare per le note relative al Trisët ed al Tri-Ọñ, il mio caro amico Tarapen (Gino Nanni), ottimo giocatore, a suo tempo davvero generoso di attente osservazioni e spiegazioni sulle strategie di gioco.

sabato 19 dicembre 2009

E’ un bianco Natale …

Versi, riflessioni ed auguri natalizi

di Agide Vandini e Antonina Bambina

Buon Natale!

Cliccare sulle immagini per vederle ingrandite

Due foto da poco scattate davanti a casa mia (ovvero e’ cantòñ de’ Paradìš). Ritraggono l’abbondante nevicata notturna caduta sulla Romagna. La prima l’ho scattata verso mezzanotte, la seconda, nella stessa posizione, stamattina di buonora.

Ci approssimiamo velocemente al Natale. E’ tempo di auguri, di doni, di festa.

Quest’anno oltre agli addobbi tradizionali ci ritroviamo, per regalo d’eccezione, una spettacolare nevicata che sa di antico, che evoca in noi ricordi bellissimi di serate di veglia attorno all’«Irôla» col fuoco sfavillante e soprattutto di giochi, di corse, di suoni e termini dialettali ormai desueti, uditi per strade e cortili imbiancati. Eccone un rapido campionario: u j vô e’ palòñ da la nẽv, ciapê i pasarõt cun e’ luèt, ciapên incôra piò tént int al dida…, stà in là ch l’ariva la pujêna…, andèñ a fê al spalê, mo’ ach bël bambòz ad név ch’avì fàt…, l’è óra d tirê fura e’trižẹñ, aténti ae’ švìdar oppure mitìv bèñ al manèz int al màñ tabëc o infine, t’an t léva miga i pì giazé cun l’aqua chêlda ch ut vẹn i sangunêz... **

** Ecco l’immediata traduzione di queste espressioni: occorre la pala grande per la neve, catturare i passeri con le trappole, avere ancor più le dita ingranchite dal freddo, spostati che sta arrivando lo spazzaneve, andiamo a far pallate, ma che bel fantoccio di neve avete fatto, è ora di tirar fuori gli slittini, attenti allo strato di ghiaccio, oppure mettetevi le manizze alle mani ragazzi (guanti fatti in casa dalle nostre mamme con due sole sacche, una per il pollice, l’altra per il palmo e tutte le altre dita) o, infine, non lavarti assolutamente i piedi ghiacciati con l’acqua calda, altrimenti ti vengono i geloni.

Son giorni, quelli che ci aspettano, che richiamano alla tradizione e che nell’intimità familiare, inducono a riflessioni e proponimenti. Va da sé che il pensiero corra a coloro che, ahimè, non possono festeggiare il Natale in serenità, alle prese coi tanti, troppi problemi che affliggono questo mondo, primi fra tutti la mancanza di salute di anima e di corpo, la sempre più ingiusta e disordinata distribuzione delle risorse e, non dimentichiamolo mai, l’assenza di Libertà fondamentali ancora osteggiate ed ignorate in molti paesi.

Al di là di sterili, e talvolta ipocrite, professioni di umiltà che durano lo spazio di un mattino, forse sarebbe il momento di riscoprire, in ognuno di noi, quei sentimenti di autentica solidarietà che, in questa parte del mondo, sembrano talvolta abbandonarci, induriti dalla lotta per la conservazione di un benessere raggiunto con grande sacrificio, una lotta che angoscia, tormenta tanta gente e pare non ammettere concessioni.

Chissà se il bianco Natale di quest’anno ammorbidirà qualche coscienza. Eppure la ricorrenza religiosa vuole semplicemente ricordare ai suoi credenti che, oltre due millenni or sono, il Dio dei Cristiani decise di farsi uomo, di venire fra noi e, soprattutto, che scelse di farlo nascendo nella mangiatoia di una povera stalla, non molto lontano da qui, nella terra oggi martoriata e mortificata di Palestina.

Dovesse prendere una decisione del genere oggi, il Salvatore, io credo che, quanto a luoghi adatti alla sua discesa fra gli umani, non avrebbe che l’imbarazzo della scelta, ma se, puta caso, decidesse di puntare il dito verso la Penisola, difficilmente penserebbe di nascere in un salotto televisivo, o in un campo di calcio, oppure, meno che mai, in uno dei tanti teatrini della politica o dell’economia. Forse sceglierebbe di toccare terra fra le tende disagiate d’Abruzzo o fra le baracche angosciate del messinese, oppure ancora su qualche disordinato accampamento di città, stipato di gente d’ogni colore, venuta piena di disperazione da qualche altro capo del mondo, gente dagli occhi sempre più tristi, le cui tante speranze finiscono quasi sempre in amarezza e sconforto.

Nella nostra «Irôla» virtuale non si vuole certo, con questi discorsi, far presa su chi ha l’animo ormai impermeabile, esacerbato da troppe paure e preoccupazioni per il suo domani. Far prediche, del resto, non è nella natura e nelle aspirazioni di chi scrive.

Sarebbe però il caso di chiedersi, tutti assieme, in un periodo i cui ci si richiama ai valori della tradizione se, nel mondo globalizzato ormai alle porte, ci possa essere davvero un domani per qualcuno e non per qualcun altro, oppure non ci sia, al contrario, un futuro o per tutti, o per nessuno. E’ lì che si va a finire se, dal nostro micro mondo, riflettiamo intorno ad un piccolo Redentore vestito di pochi stracci, riscaldato appena dal fiato di un bue e di un somarello, e ragioniamo intorno ai tanti significati profondi di una festa religiosa che, da secoli, dispensa messaggi universali di pace, e di redenzione per i deboli e gli oppressi, in ogni direzione: ai laici e ai cristiani, ai credenti e ai senza Dio di ogni paese di questa terra.

Per aiutare, molto modestamente, nella riflessione, ammesso che la si voglia fare, ho pensato di proporre qui due poesie dialettali, semplici, eppure immediate, dirette: parole che vanno dritto al cuore.

La prima, in dialetto siciliano, è stata scritta dalla nostra Antonina, una filese d’adozione ritornata anni fa nella sua Alcamo, sicula e passionale nell’anima, poetessa di grande sensibilità e già conosciuta più volte in questo blog, i cui versi dedicati alla Natalità vengono resi ancor più suggestivi dalle tipiche sonorità di un idioma che ha in sé un pathos innato, direi quasi naturale.

La seconda poesia, in dialetto romagnolo, è invece un testo da me trascritto di Ferruccio Tassinari, tratto da pubblicazioni di tanto tempo fa, ma il cui contenuto, di grande vigore e slancio ideale, appare oggi di straordinaria attualità, perfettamente in tema con le riflessioni di cui si diceva innanzi.

La presentazione contemporanea dei due testi, in dialetti così diversi e lontani, vuole essere simbolica anch’essa di valori universali e vuole, in qualche modo, lanciare via rete un caloroso abbraccio alla gente di Sicilia e d’Abruzzo che ancora soffre, che teme, giorno dopo giorno, d’essere dimenticata e a cui, perciò, si vuole far sentire, ancora più forte, tutta la nostra umana solidarietà.

Giunga a voi tutti, italiani di Sicilia e d'Abruzzo, dalla Romagna e da questo umile blog, il più sentito segno d’affetto, nonché l’augurio di un prossimo ritorno alla normalità, alla possibilità, cioè, di vivere quanto prima in case dignitose e accoglienti, soprattutto nei vostri amati paesi e villaggi.

Un affettuoso augurio di Buone Feste ai tanti amici e a tutti gli affezionati lettori di questo blog.

La nascita

di Antonina Bambina

O Matri Santa chi peni patisti?

di Bettilemmi 'n Egittu arrivasti.

Lu Verbu avivi 'n ventri e resististi,

chi 'n ogni porta alloggiu un nni truvasti.

La genti senza cori cumpatisti,

ma friddu e jelu quantu nni pigghiasti?

Tra peni e stenti quasi chi svinisti,

a un passu di lu partu nn'arrivasti.

Dintra 'na rutta scurusa e affriddata

fu la sarvizza di la vostra vita.

Fu l'unicu ristoru ddà jurnata

tra pagghia e fenu sta gioia 'nfinita.

Nascia lu Rè 'nta ddà fridda nuttata,

chiurennuci a ddi Santi la firita.

Brilla 'na stidda la stidda chiù amata,

chi a l'umanità detti la vita.

La vuci si spargì 'nzina all'Urienti

e vinniru viremma li Rignanti.

Purtaru quarchi donu sulamenti,

ma chi foru accittati di ddi Santi.

Nascia lu Sarvaturi di li genti,

jinchennu quarchi cori ch'è vacanti

e 'nta lu munnu fu fattu stu prisenti

e la sarvizza fu' di tutti quanti.

Arvẹsum fradël… L’è Nadël

di Ferruccio Tassinari [1]

(trascrizione nella fonetica filese di A.Vandini)

Se mẹ a bët a la tu pôrta

O a scọr a e’ tu côr,

Parchè a j ò fàm,

A sö stràc,

A j ò frèd e bšògn d scaldêm:

Arvẹsum fradël!

E nö cmandêm chi ch’a sö

D’indó ch’a vẹgn,

Parchè ogni pêrt de’ mònd

L’è e mi paéš, e’ tu paéš,

E incù l’è Nadël:

Fàm intrê fradël!

Nö guardê coma ch’a sö fàt,

S’a sö bël, brọt, drẹt o stôrt,

Al mi idèj, i mi pinsìr,

E a i mél ch’a pùrt cun mẹ

Pensa sól ch l’è Nadël:

Aiùtum fradël!

Nö badê a e’ culór dla mi pël.

Ch’a sia négar, žal, rös o biènch,

mẹ a sö un òman coma tẹ,

coma e’ tu bàb, coma e’ tu fiôl:

Abràzum fradël!

Spalèncum la tu pôrta,

Arvèsum e’ tu côr,

Parchè mẹ a sö un òman.

Cl’òman ch l’è sèmpar ešistì

Int ogni pêrt de’ mònd,

Ch’u t s asarmẹia.

Una criatura ch la spéra incóra,

Coma da sèmpar,

Che sta nostra tëra,

La turna un sid pr i galantòm

Uguêla par tọt, un sid ad felicitê.

La nascita

di Antonina Bambina

Oh! Madre Santa quante pene patisti?

Da Betlemme in Egitto tu arrivasti

Il Verbo avevi in ventre e poi capisti

che alloggio in ogni porta non trovasti

La gente senza cuore compatisti,

e freddo e gelo... quasi ghiacciasti.

Tra pene e stenti tu quasi svenisti

ad un passo, dal parto arrivasti.

Dentro una grotta, buia e innevata

trovasti la salvezza per la vita.

Fu l'unico ristoro della giornata

tra paglia e fieno, che gioia infinita!

Nasceva il Re, in quella fredda nottata,

chiudendo ai Santi una grande ferita.

Brilla una stella, la stella più amata

che all'umanità, dette la vita.

La voce si spanse fino in Oriente

e vennero insieme, tre Regnanti.

Portarono qualche dono solamente,

ma accettati di gran cuore dai tre Santi.

Nasceva il Salvatore della gente,

riempiendo tanti cuori, ormai svuotati.

Nel mondo intero a tutti apparve chiaro

che era la salvezza per tutti quanti.

Aprimi fratello… E’ Natale

di Ferruccio Tassinari

(trascrizione nella fonetica filese di A.Vandini)

Se batto alla tua porta

O parlo al tuo cuore,

Perché ho fame,

Sono stanco,

Ho freddo e bisogno di scaldarmi:

Aprimi fratello!

E non chiedermi chi sono

Da dove vengo,

Perché ogni parte del mondo

E’ il mio paese, il tuo paese,

E oggi è Natale:

Fammi entrare fratello!

Non guardare come sono fatto,

Se sono bello, brutto, dritto o storto,

Alle mie idee, ai miei pensieri,

E ai mali che porto con me

Pensa solo che è Natale:

Aiutami fratello!

Non badare al colore della mia pelle.

Che sia nero, giallo, rosso o bianco,

Io sono un uomo come te,

come tuo babbo, come tuo figlio:

Abbracciami fratello!

Spalancami la tua porta,

Aprimi il tuo cuore,

Perché io sono un uomo.

Quell’uomo che è sempre esistito

In ogni parte del mondo,

Che ti rassomiglia.

Una creatura che spera ancora,

Coma da sempre,

Che questa nostra terra,

Torni un luogo per galantuomini

Uguale per tutti, un luogo di felicità.


[1] Tratta da La Romagna e i suoi poeti, Estate ’80 a Villa Prati, a cura dell’Accademia dei Benigni e della Coop.Culturale e Ricreativa «Villa Prati», pp.49-50 e, a sua volta, da Ferruccio Tassinari, E’ calzédar, Cesena, Wafra, 1972 e da Ferruccio Tassinari , E’ partighér, Rocca S.Casciano, Cappelli, 1976.