sabato 12 dicembre 2009

Quel gesto generoso di Sante e Frazcula


Correva l’anno 1900, a Filo, in un macero da canapa…

di Agide Vandini


Ho saputo del fatto pochi mesi fa, facendo visita, a Forlì, ad una lontana e fino ad allora sconosciuta parente, la gentile ed ospitale Verdiana Vandini, cui presentai una ricerca genealogica di famiglia condotta con l’amico Beniamino Carlotti. Fra una chiacchiera e l’altra Verdiana ci mostrò un attestato e una medaglia amorevolmente conservati, conferiti ai primissimi del Novecento, con tanto di Decreto Reale, al nonno Francesco Vandini (1873-1953), conosciuto dai filesi come Frazcula.

Io me lo ricordo bene il vecchio Frazcula. Abitava nei pressi di casa mia a poca distanza dal campo sportivo, anche se all’epoca non lo sospettavo neppure, era un primo cugino del bisnonno Raffaele, e quindi nipote del mio avolo Francesco (1788-1861) di Mosè Vandini. Lui portava proprio il nome dell’avolo e suo nonno paterno, quello che nel primo Ottocento, condusse come colono il grande podere della Garusola, donde il nomignolo di Garušlìr affibbiato al nostro ramo filese dei Vandini.

Ricordo come, in vecchiaia, in quei primi anni ’50, Frazcula camminasse a fatica, ricordo il tremore continuo delle mani che agitava vistosamente in preda al tremendo morbo di Parkinson, al punto che, nel vicinato, chiunque desse il minimo segno di tremore per i rigori dell’inverno o semplicemente per qualche paura, veniva rincuorato con l’immancabile battuta: «T’a n tarmaré miga coma Frazcula...»

Mai però avrei immaginato che, quell’omino piccolo e fragile, in gioventù fosse stato un uomo tanto forte e di indole così generosa da divenire protagonista, col paesano Sante Argnani, di un atto meritorio che, negli albori del secolo passato, valse poi ad entrambi la medaglia di bronzo al valore civile.

Per raccontare fedelmente il fatto, è meglio però lasciar parlare le carte ufficiali, a cominciare da quelle rinvenute in questi giorni presso l’Archivio Storico Comunale di Argenta, grazie alla disponibilità della bibliotecaria Dott. Benedetta Bolognesi, carte che costituiscono il polveroso fascicolo: «Azione di merito compiuta da Vandini Francesco e Argnani Sante»[1].

Ecco la prima versione dell’accaduto di quel lunedì 25 giugno dell’anno 1900[2]:


«Alle ore 11 del giorno 25 giugno p.p. un tal Selva Francesco, contadino di Filo, andato per bagnarsi in un maceratoio, profondo tre metri, d’improvviso, sebbene discreto nuotatore, calava a fondo. Due suoi compagni che l’osservavano di sulla riva, non vedendolo ricomparire a galla, si diedero a gridare al soccorso e nulla più, poiché la grande profondità dell’acqua e la ripidità della sponda del maceratoio presentavano un pericolo grande per chi si fosse gettato in acqua pel salvamento.

In un attimo fu sul luogo una cinquantina di persone, e si tentò tosto con pertiche, funi e rastrelli di ripescare il misero Selva, ma per la struttura stessa del maceratoio, ogni impresa riusciva vana.

In questa sopraggiunsero due giovani, Vandini Francesco e Argnani Sante di questa Borgata, i quali, visti tosto gli inutili tentativi dei primi arrivati, si spogliarono in un lampo, si tuffarono nell’acqua, ed a forza di braccia e nuotando a gran lena, portarono l’infelice Selva alla riva.

Ma ahi!... Egli era già morto!»


L’annotazione di decesso, rinvenuta in parrocchia, indicò semplicemente che il povero Selva «miserrime periit in maceratojo». Qualcosa in più invece si ricava dalle informazioni raccolte sul posto dal Delegato Comunale e annotate nel fascicolo:

«Assunte informazioni particolari e minute del come venne estratto il povero Selva Francesco, perito miseramente in un maceratoio, mi risultò di sapere da testimoni oculari quanto segue:


“Quando il Selva calò a fondo, due giovanotti vicini al luogo, avvedutisene, gridarono aiuto. Accorse gente, e subito si tentò da sulla riva di estrarlo con funi ed uncini, ma inutilmente; e ciò causa la profondità dell’acqua (3 metri circa) e la sponda troppo ripida. Sopraggiunti nel mentre il Vandini Francesco e l’Argnani Sante, senza por tempo in mezzo, si spogliarono del vestito in fretta, si gettarono sotto l’acqua, ed aiutandosi l’un l’altro a nuoto, portarono a riva il Selva, cui ognuno dei presenti credeva salvo, mentre del poveretto non rimanevano che le misere spoglie”[3].


Dalla descrizione e dalla prossimità alle abitazioni di Frazcula e di Sante (i Dossi), si può facilmente dedurre che il macero della disgrazia fosse uno dei due affiancati dei Solè (famiglia Marconi), maceri ampi e profondi eliminati da pochi anni, ma bene individuabili nella piantina militare qui unita.

I due giovani filesi, al termine dell’iter previsto, ebbero il giusto riconoscimento per l’atto di coraggio e di altruismo di cui erano stati protagonisti[4]. Il povero Selva, purtroppo, non poté essere salvato in tempo, ma il gesto nobile, a rischio della propria vita, fu rimarchevole. Lo sforzo, poi, di trascinare dalla profondità di tre metri un corpo inanime, deve essere stato tremendo.

Nel caso del sarto Francesco Vandini, il gesto va altresì considerato alla luce di una menomazione al braccio destro, riportata da soldato e annotata nel libretto militare, che lo portava a scrivere abitualmente con la mano mancina. Quanto al più giovane Sante Argnani (1880-1944), allora appena ventenne (nonno paterno dell’omonimo Sante, marito di Gabriella, che a Filo conosciamo come Renzo), quell’impresa, ormai perdutasi nelle memorie paesane, è ancora ricordata in famiglia e la preziosa medaglia è conservata fra i cimeli più cari. Di lui, di nonno Sante, viene tuttora tramandata la forza proverbiale, capace persino di far tremare, si diceva, un toro preso per le corna.

E’ un atto di valore che fa piacere riportare alla luce in questi giorni prenatalizi. E’ passato più di un secolo da quel fatto, eppure l’ammirazione non può che essere grande. Soprattutto per noi, calati in un mondo in cui dominano e prosperano sempre più Egoismo ed Individualismo, e dove, gesti di disinteressata solidarietà come questo, sono, e forse saranno, io temo, sempre più rari.


Vandini Francesco (Frazcula)

Argnani Sante


Conferimento medaglia al valore a Francesco Vandini (Frazcula)


N.14565. Il Ministro Segretario di Stato per gli affari dell’Interno.

Veduto il Reale Decreto 11 Aprile 1901 con cui fu conferito a Vandini Francesco, Sarto, la medaglia di bronzo al valore civile per la filantropica e coraggiosa azione compiuta il 25 giugno 1900 in Argenta (Ferrara), gettandosi con rischio della vita, in un macero in cui l’acqua misurava l’altezza di circa metri 3, nell’intento di salvare una persona calata a fondo non riuscendo però che ad estrarla cadavere.

Notifica al benemerito Francesco Vandini la sovrana concessione suddetta, e spedisce al medesimo questa notificazione, in testimonianza dell’onore ottenuto, del quale sarà dato annunzio nella Gazzetta Ufficiale del Regno.

Roma, addì 5 maggio 1901.

Il Ministro.




Parrocchia di Filo, Registro Defunti.


Trascrizione: Die 25 Junii 1900. Franciscus filius quondam Josephi Selva e Martini Mariae, annorum viginti et octo hodie hora undecima antemeridiana miserrime periit in maceratojo. Ejus cadaver ad Ecllesia delatum, et per solito Ufficio, et mortuorum exequis, humatum fuit die seguenti in pubblico coemeterio. Ita est. Joseph Parochus Cellini.


Traduzione: Il dì 25 Giugno 1900. Francesco del fu Giuseppe Selva e Maria Martini di anni 28, oggi alle undici del mattino perì miseramente in un maceratoio. Il suo cadavere fu consegnato alla Chiesa, per il solito rito ed esequie e fu inumato, il giorno seguente, nel pubblico cimitero. Così sia. Giuseppe Cellini Parroco.



[1] Archivio Storico Comunale di Argenta, segn.285, class. 28.2, “Anno 1900. Titolo XII. Rub. dalla III alla V- Posizione dalla 356 alla 362, data:1900 - Posizione 360: “Atti di valor civile compiuti da Magnani Domenico Girolamo [San Biagio], Vandini Francesco e Argnani Sante [Filo], Malisardi Lucio [Traghetto]”.

[2] Filo, 3 luglio 1900, dichiarazione sottoscritta da Vandini Francesco, Argnani Sante e dai testimoni Squarzoni Emilio e Squarzoni Guelfo.

[3] Filo, 11 luglio 1900. Il Delegato Comunale. Su richiesta del Sindaco datata 10.7.1900.

[4] Il Municipio di Argenta nella seduta del 19.7.1900 deliberò di «segnalare al Governo ed al Re la coraggiosa azione compiuta». Il successivo 7.9.1900 il Prefetto di Ferrara trasmise il verbale a Roma. Con Decreto Reale dell’11.4.1901 furono conferiti i riconoscimenti ai due giovani filesi. L’attestato porta la data del 5.5.1901, cui seguì l’annotazione sulla Gazzetta Ufficiale del Regno.


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venerdì 4 dicembre 2009

La storia di Pépo

I ricordi di naja di Pépo d Mariòn (Giuseppe Taroni)

di Agide Vandini


Giuseppe Taroni

(Pépo d Mariòn)

2009



Ho conosciuto Pépo d Mariòn (all’anagrafe Taroni Giuseppe, classe 1919) in una recente occasione conviviale, ospiti entrambi al pranzo dei sessantenni filesi del ’49. Mi ha raccontato, tra un piatto e l’altro, di quella strana avventura che fu la sua vita militare, una storia curiosa che, io credo, debba essere ascoltata attorno all’«Irôla» filese.

Pépo, contadino della nostra terra, se ne partì un giorno dai campi soleggiati di Filo di Alfonsine per arruolarsi, in quei primi mesi di guerra, nell’Artiglieria Alpina e lì egli dimostrò, poco a poco, doti ed inclinazioni non comuni. Andiamo, però, con ordine, sentiamo come andò la sua storia, pubblicata un paio d’anni fa su La Tradotta con un bell’articoletto di cui mi ha fatto volentieri dono (Ricordi di naja, vol.I, n.4).


«Andai militare di leva a Belluno, nei primi mesi del 1941 all’incirca verso febbraio come Artigliere Alpino . Eravamo tre sezioni, tre obici 75-13 e cercavano i serventi, io mi segnai puntatore e mi assegnarono al primo pezzo»

Qui va aperta una prima parentesi, spiegando a chi non avesse cognizioni di tiro, quanto complesso sia il puntamento indiretto ed il tiro a parabola che si pratica con l’obice, ove si utilizzano apparecchi, congegni, dati e tecniche particolari: alzo, sito, direzione e quant’altro, e si mira ad un punto diverso dal segno, detto falso scopo. Esso comporta logiche e gradi di difficoltà piuttosto diversi dal classico cannone, ove il tiro viene effettuato con puntamento diretto, ove si mira, cioè, al segno come si farebbe con un fucile.

Quanto all’importanza del primo pezzo di una batteria, la può ben testimoniare chi, come il sottoscritto, si ritrovò, ormai quasi mezzo secolo fa, a comandare proprio un semovente d’artiglieria da campagna con quel ruolo. E’ il pezzo, detto anche pezzo base, che ha il compito di fare l’aggiustamento al tiro. Quando colpisce l’obiettivo, i suoi dati vengono trasmessi agli altri pezzi e con essi spara l’intera batteria.

Seguiamo un altro brano del racconto di Pépo:


«Dopo pochi mesi andammo ai Tiri sul Nevegal: io ricevevo i dati e li trasmettevo agli altri col “baliscopio”. Cominciammo a sparare e con 17 colpi facemmo 14 centri.»

Il termine «baliscopio» mi è nuovo, ma Pépo qui dovrebbe intendere l’apparecchio ottico usato all’epoca per il puntamento, lo strumento in cui i dati venivano immessi. Quattordici centri su diciassette tiri rappresentano senza dubbio una media di assoluto valore, per non dire d’eccezione.

Va da sé che, come dirà più tardi, il merito di una precisione del genere andava condiviso con gli ufficiali, gli specialisti al tiro ed i serventi al pezzo. Riprendiamo comunque la narrazione:


«Dopo pochi mesi andammo al campo e facemmo di nuovo i tiri: con 21 colpi facemmo 17 centri: “mai successo a Belluno”. Con questi risultati premiarono tutti i militari di leva con tre giorni di licenza più il viaggio, mentre gli ufficiali vennero promossi di grado quasi tutti».

Pépo, mi ha raccontato a tavola di grandi festeggiamenti, di una licenza che in quella occasione ebbero in parecchi, ma che lui non poté godere in quanto appena tornato da casa. Ha ricordato con orgoglio una popolarità e una reputazione che si era ormai costruito coi compagni e superiori, che arrivavano a complimentarsi con lui anche per strada. Qui però la storia, nel concludersi, diventa più triste e gli occhi del novantenne filese sembrano perdere il bagliore che ha fin lì accompagnato il racconto:


«Io, come primo puntatore, sarei stato molto valido, ma mi ammalai ai piedi (sudore cattivo) e dovetti cambiare corpo. Questo è il motivo per cui non sono mai partito (per la guerra N.d.R). Quello che è stato fatto è merito di tutti».

Per quanto possa far sorridere, la bromidrosi ai piedi (forte sudorazione sotto la pianta dei piedi con cattivo odore) era, ed è, un guaio serio. Genera dolorosi bruciori nel punto di appoggio con formicolii e contrazioni delle dita. Può venire accentuata da emotività ed ansia, ma, così dicono gli esperti, è sostanzialmente un problema dermatologico che va trattato come tale. Il nostro Pépo, all’epoca non volle correre rischi. Considerate le marce e le fatiche a cui sarebbe stato sottoposto nell’Artiglieria Alpina, chiese ed ottenne di essere trasferito ad altro corpo militare. Finì nei Carabinieri, e lì prestò servizio fino alla fine della guerra.



Tutto sommato, si potrebbe dire, gli andò bene. Dalla sua guerra poté tornare alla campagna romagnola sano e salvo,a differenza, forse, di tanti vecchi compagni dei Reggimenti Alpini finiti in Russia o chissà dove.

Pépo ha l’aria però di uno che non si sia mai rallegrato di questo. Anzi.

Oggi, giunto tranquillamente e in buona salute alla sua bella età, ogni tanto ritorna con la mente ai vent’anni e, camminando su e giù nella sua vecchia stalla, rimugina ancora intorno alle grandi emozioni di quei primi mesi di vita militare, quando, dietro ai rumorosi ed oleosi pezzi d’Artiglieria, riuscì a dimostrare tanto talento, associato, va da sé, alla naturale destrezza contadina.

Colpire il bersaglio con quelle granate e con quell’obice da 75-13 pareva proprio per lui un gioco da ragazzi.

Non fosse stato per quei piedi straziati e doloranti - sembra dirci oggi Pépo con tutta la sua verve e simpatia innata-, quanto mi sarei divertito, accidenti…


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venerdì 27 novembre 2009

Quando l’URSS faceva ancora sognare …

Echi degli anni ’50 da una bella zirudëla

di Agide Vandini

Pochi giorni fa si è celebrato in mondovisione il 20° anniversario della caduta del muro di Berlino, evento che tutti percepiamo come simbolico, oltre che della riunificazione della Germania, della caduta del «comunismo» e dell’URSS, di quel gigante dai piedi d’argilla che nel dopoguerra si contrappose animosamente all’altra grande potenza vincitrice del conflitto mondiale.

Oggi, possiamo dire, l’Unione Sovietica e il suo regime sono più che altro ricordati per le grandi deficienze democratiche di base, una palla al piede che ne impedì il decollo economico e tecnologico. Giorno dopo giorno, quel gap economico-politico determinò una sconfitta che venne a consumarsi al cospetto dei paesi vicini, rimasti ancorati all’economia di mercato ed a tutte le libertà fondamentali.

Col crollo del Muro, si dissolsero così anche le residue speranze riposte dalla nostra classe lavoratrice nel «mondo nuovo», nella «grande Utopia» che avrebbe dovuto, secondo concezioni ottocentesche, creare maggiore ricchezza e, allo stesso tempo, riequilibrare le tante e troppe differenze fra ricchi e poveri.

Seppure la fine di quei regimi non giungesse né improvvisa, né inaspettata, seppure i movimenti e partiti occidentali storicamente ispirati ai valori della rivoluzione d’ottobre avessero scelto da tempo di coniugare Libertà e Democrazia, in quell’inesorabile ‘89 finirono ingloriosamente nella polvere, icone e simboli storicamente cari alle lotte operaie, bandiere e parole d’ordine in nome delle quali in occidente si era lungamente lottato e sofferto. Finirono mestamente nel cestino della storia: falce e martello, bandiere rosse e quant’altro si ispirava al cosiddetto «socialismo reale», icone e simboli che avevano saputo dare, qualche decennio prima, forza ideale a tanta gente, spinto ad ottenere diritti fino ad allora negati, incoraggiato ad opporsi alle prepotenze nazi-fasciste, fino a ridare, in Italia come in Francia, una dignità ad un Paese umiliato, occupato e distrutto. Oggi, nel ricordo di chi visse nel dopoguerra tanti sogni mal riposti, rimane un forte sentimento di tristezza e di frustrazione al pensiero di tante speranze, poco a poco, disilluse.

Eppure nei primi anni del dopoguerra ci fu un momento, breve ed illusorio, in cui sembrò che l’URSS avesse una marcia in più della Grande Potenza Americana. Fu nel ’57 col lancio a sorpresa dello Sputnik, ossia del primo satellite artificiale della terra, un fatto epocale che segnò l’inizio di una nuova era.

Quel bip-bip dallo spazio, mentre i tentativi americani finivano in fiaschi clamorosi, parevano testimoniare di una silente ma efficace macchina tecnico-industriale in grado di far progredire quel grande Paese anche in altri campi. Così almeno sembrò ai nostri paesani, soprattutto a chi trepidava per l’Idea Socialista, a chi, insomma, si sentiva quasi partecipe di un evento che, comunque, stava sconvolgendo l’anima dei contemporanei, stupiti e meravigliati dal fatto in sé, che andava oltre ogni immaginazione.

Un esempio di come lo Sputnik colpì la fantasia dei ceti popolari romagnoli, lo possiamo vedere nella zirudëla che pubblico qui, ritrovata in soffitta proprio in questi giorni. E’ firmata da Giuseppe Baioni, autore di chiare origini longastrinesi, figlio di Erminio e nato ai primi del ‘900 a due passi da Filo.

Se ne partì, così mi dice l’amico Sergio Felletti, prima della guerra, lasciando al paese natio i fratelli Mario, falegname, ed Evaristo, fabbro. Andò a Fusignano alle dipendenze di Piancastelli e lì ebbe l’ispirazione per composizioni come questa. All’epoca le rime di E’ Sputnich furono date alle stampe (v. a fianco) e lette, io credo, in qualche occasione conviviale a cui mio padre presenziò. Dovettero piacergli perché poi, la zirudëla tutta spiegazzata, me la portò a casa. Avevo 12 anni nel ’57, ma l’ho sempre conservata incollata ad un foglio del quaderno di scuola. Ora l’ho trascritta per l’occasione in una grafia più coerente e con la fonetica del nostro dialetto locale.

Rileggendola in tutti i suoi piacevoli passaggi, si prova l’emozione di chi, correndo velocemente all’indietro con la memoria, ritrova ragionamenti e pensieri dell’epoca. Ci si imbatte in sentimenti ancora intatti, grazie a quella straordinaria macchina del tempo che può essere la zirudëla, una forma compositiva antica quanto la Romagna che ha sempre consentito ai ceti popolari di esprimersi nell’idioma preferito, nel linguaggio quotidiano.

E’ uno spaccato di vita di mezzo secolo fa, è un pezzettino di noi e delle passate generazioni che riemerge. Ora, in tutta tranquillità e nel ricordo dei tempi dello Sputnik, fuori tempo e fuori luogo per ogni tipo di polemica politica, possiamo regalarci qualche sorriso e gustarci queste rime baciate, magari attorno all’Irôla (non solo virtuale), nelle buie serate autunnali che ci aspettano, fra una manciata di castagne calde e un bicchiere di profumata cagnina. Prosit.

E’ SPUTNIC

di Giuseppe Baioni

Nèñch la Siéñza fẹñ adës

La s’è mẹsa a fê i su pës

Guêrda pu che žira e vôlta

D’ins la têra la s’è tôlta

La s’è mẽsa cun de’ fër

A švulê dagli êtar tër

Int la lóna, int la Cuméta

I vô andê in di étar pianéta.

U s capẽs che ‘sti sienzié

L’univérs i l vô avdé

A sèñ a quà par môd d’un dì

Fra dö ór u s pô murì

U n è mej che i opresùr

Che j invéñta di mutùr

E ch’i s bọta a la cunquẹsta

D’una tëra chi-l’à-vẹsta

U s capẹs che tẽmp indrì

Žéñt chi è mùrt chi éra istruì

Chi ‘scuréva d fê ‘sti fët

I paséva tọt par mët…

U ngn è gnìt ch seia impusèbil

Rioplèñ e dirigèbil

Avtomòbil e rëž vuléñt

L’è dê fura int i ùltum tẽmp

E’ teléfan, e’ vapór

E pu döp un êt lavór,

Int i Stét televišiòñ

Aparẹc’ a reaziòn

E pu döp i s’i è mẹs drì

Un satëlit a l’avdì

L’à žirê intórn a la tëra

L’è pasê par l’Inghiltëra

Òt chilòmitar int un šgòñd

E’ pô andê par dlà de’ mòñd

E pinsê che mẹl èn fa

I vivéva séñza cà

Prẹma d Crèst ae’ tẽmp antìg

I vivéva stra ‘l furmìg

Stra i leòñ, vita selvagia

I durméva avšèñ a la spiagia

I durméva in di fët bùš

Séñza càmbar cun la luš

Int un bùr che a quẹ da nọñ

U ngn è gnënch int al paršòñ

Invézi adës séñza pavura

I s’è mẹs adiritura

Cun e’ studi a cunquistê

L’univérs ch l’è scunfinê

Da la Rọssia l’è partì

Un satëlit bèñ furnì

Cun la radio trašmitẽñt

T pu sintì s’e’ tira e’ véñt

‘Ste gnòc d fër d’acsẹ luntàñ

E’ déscrìv coma dö màñ

Cun un tic e tac speciêl

Che in Italia i n’è bọñ d fêl

In America l’êt dè

Un satëlit e’ scupiè

Cun un ciòc che a Lungastrẽñ

L’è cadù tọt i camêñ

Šgombra via, cus èl stê?

E’ srà i Rõs chi s vô mazê…

E pu dòp pu i s n’è adé

L’éra i quẹl di su sienzié

E stal bëlichi idei

Al divẹn da Galilei

Che pu dòp l’è andê a finì

Che in Italia e’ murè inžghì

Sol l’Italia l’à l’unór

D’avé inžghì ste prufesór

E ad tọt quent i òman chi studiéva

I piò tènt i j amazéva

E acsè e’ finẹs la stôria

E l’armasta la mimôria

Ad Galileo Galilei

E pu dòp e vẹns Orfei

E pu dòp Napulajòñ

E Badoglio cun Sandròñ

La Pulögna e Fašulèñ

L’è e’ nöst Gvéran ch’a l’avdèñ…

L’è sêlt fura int i ùltum tẽmp

Ch’i prapêra di armamèñt

I vô fê dal bëš navêli

E pu dòp dagli êt zentrêli

Di’ missili cun di’ vdọl

Da puté ciapê di’ pọl.

LO SPUTNIK

di Giuseppe Baioni

Anche la Scienza ora

S'è messa a fare i propri passi

Ecco infatti che gira e rigira

Dalla terra s’è tolta

E sta cercando con un oggetto di ferro

Di scoprire altre terre

Sulla Luna, sulle Stelle

Vogliono andare in altri pianeti.

Certo che questi scienziati

L’universo lo vogliono vedere

Siamo qui per modo di dire

Fra due ore si potrebbe morire

Non è meglio allora chi gli oppressori

Inventino dei motori

E che si lancino alla conquista

Di una terra mai vista

E pensare che tempo addietro

Se gli istruiti di una volta

Parlavano di fare cose simili

Passavano tutti per matti …

Non c’è più nulla di impossibile

Aeroplani e dirigibili

Automobili e razzi volanti

Sono stati scoperti negli ultimi tempi

Il telefono, il vapore

E poi dopo altre cose,

In ogni Stato la televisione

Apparecchi a reazione

E infine han costruito

Un satellite e lo vedete

Ha girato intorno alla terra

E’ passato sopra l’Inghilterra

Otto chilometri in un secondo

Può andare al di là del mondo

E pensare che mille anni fa

Vivevano senza casa

Prima di Cristo nell’età antica

Vivevano tra le formiche

Tra i leoni, vita selvaggia

Dormivano vicino alla spiaggia

Dormivano in certi buchi

In camere senza luce

In un buio che qui da noi

Non c’è neppure nelle prigioni

Invece adesso senza paura

Sono riusciti addirittura

Con lo studio a conquistare

L’universo sconfinato

Dalla Russia è partito

Un satellite ben fornito

Con la radio trasmittente

Puoi sentire se tira vento

Questa palla di ferro da tanto lontano

Descrive come avesse due mani

Con un tic e tac speciale

Che in Italia non si è capaci di fare

In America l’altro giorno

Un satellite è scoppiato

Con un botto che a Longastrino

Son caduti tutti i camini

Sgombra via, cos’è stato?

Che siano i Russi che ci vogliono ammazzare?

Poi però si sono accorti

Che erano le trovate dei loro scienziati

E queste strane idee

Provengono da Galileo

Che poi andò a finire

Che in Italia fu stecchito

Solo l’Italia ha l’onore

Di avere eliminato questo professore

E di tutti gli studiosi

La maggior parte l’ammazzavano

E così finisce la storia

E rimane la memoria

Di Galileo Galilei

Poi dopo venne Orfei

E poi ancora Napoleone

E Badoglio con Sandrone

L’Apollonia e Fagiolino

E’ il nostro Governo che vediamo …

Si è saputo negli ultimi tempi

Che preparano armamenti

Vogliono fare basi navali

E poi altre centrali

Dei missili con dei pioppi

Per poter acchiappare dei polli.