giovedì 9 luglio 2009

Una nuova ortografia per i dialetti romagnoli

Le convincenti soluzioni proposte dal glottologo Daniele Vitali

di Agide Vandini

Col patrocinio dell’«Istituto Friedrich Schürr» per la valorizzazione del patrimonio dialettale romagnolo, è uscito da pochi giorni il testo di Daniele Vitali, L’ortografia romagnola, Cesena, Il Ponte Vecchio, 2009. L’autore, glottologo di valore ed autore di importanti opere scientifiche e didattiche, ha inteso con questa pubblicazione prospettare soluzioni percorribili ai problemi di grafia dialettale individuati da tempo, nella considerazione che «scrivere i dialetti romagnoli in modo coerente sia impresa tutt’altro che impossibile, basta mettersi d’accordo sul valore da dare ai segni, cercare di far corrispondere in modo univoco segni e fonemi e utilizzare, per ogni dialetto, soltanto i segni effettivamente corrispondenti ai fonemi presenti».

Il lavoro di Vitali, come sottolinea nel suo ultimo numero «La Ludla» (Anno XIII, maggio 2009, n.4) «dà cospicue indicazioni di lavoro a quei potenziali dialettologi che vogliano dedicarsi a ricerche sui rispettivi dialetti, finché si è ancora in tempo».

E’ proprio questo messaggio che si è voluto cogliere al volo. Per quanto mi riguarda considero molto valide le soluzioni proposte, in grado anche di meglio recepire le differenze fonetiche dei vari dialetti romagnoli, in primo luogo nei suoni nasali che tanto hanno fatto fin qui discutere autori e cultori del dialetto.

Tempo addietro, circa otto anni fa, cercai di sintetizzare le regole ortografiche romagnole più usate in una tavola sinottica, che pubblicai in appendice alle mie poesie dialettali Bëli armunèj. La tavola intendeva essere d’aiuto, con le sue semplificazioni ed esemplificazioni, a chi avesse voluto cimentarsi nella scrittura o lettura del dialetto. Nell’adottare le innovazioni ortografiche di Daniele Vitali (che di seguito riporto in sintesi), ho provveduto perciò ad aggiornare la tavola sinottica, ed a fornire nel contempo alcuni consigli pratici per chi voglia scrivere nel modo più rapido il dialetto romagnolo col Personal Computer.

Le proposte innovative di Daniele Vitali in estrema sintesi:

1. La «a» lunga, presente nel centro urbano di Massa Lombarda che si pone fra la «a» semplice e la «a» accentata, fino ad ora mai segnalata, è da rappresentarsi col segno â (circonflesso) Esempi: Pâs (passo) ML, bâl (ballo) ML[1]. Il grafema â è stato fin qui utilizzato per suoni nasali oggi rappresentati con più efficaci soluzioni (p.15). Vedi al punto seguente.

2. Nei suoni nasali centro-romagnoli la «n» e la «m» non pronunciate non debbono più scriversi, ma la nasalizzazione della vocale va necessariamente indicata con un segno grafico. Le vocali nasalizzate si rappresentano perciò tildate, con: ã, ẽ ,õ, ĩ, ũ come dagli esempi che seguono (tutti ovviamente di RC): cãpa (campa), cãta (canta), bẽ (bene), scarpõ (scarpone), babĩ (bambino), quaicadũ (qualcuno). Il sistema permette anche la rappresentazione dei plurali dei dialetti di Lavezzola-Fusignano: caĩ (cani), saĩ (sani), staĩp (stampi)(pp. 18 ss).

3. Per le consonanti allungate (Ravènna) è consigliato il raddoppio grafico, mentre per la vera e propria doppia consonante è preferibile il trattino che evidenzia il suono staccato (s-sãnta, dis-sët) (p.25).

4. Nella rappresentazione dei suoni c e g, in fine di parola e davanti a consonante, va segnalato, a differenza di quanto si è fatto fino ad ora e per uniformità con altri dialetti regionali, il suono alveopalatale (con l’aggiunta di un apostrofo «’») anziché quello velare (fin qui, in questi casi, si è aggiunta una «h»). Perciò gli alveopatali in fine di parola «secchio», «vecchio» e «dodici» vanno ora scritti con un apostrofo in più: sèc’, vèc’, dòg’. Davanti a consonante, poi, : cuc’tẽ RC, cuc’tèñ FL (spintoncino), pag’lina (pagellina). Allo stesso tempo i velari in fine di parola «secco» e «lago» si scriveranno semplicemente sèc e lêg e non più sèch e lêgh. (p.26).

5. In casi come ing-liš, in cui g e l si pronunciano staccati, onde evitare dubbi nella lettura e per avere sempre grafema diverso di fronte a fonema diverso, va usato il trattino (p. 28).

6. Si consiglia la rappresentazione della j solo allorché si trovi fra due vocali. Quindi: fiòm RC, fiọm FL (fiume) e quaja (quaglia) (p. 28).

7. Le n e le m pronunciate per intero dopo la vocale, senza nasalizzazione, vanno rappresentate con n e m prive di qualsiasi segno diacritico. Fino ad ora si sarebbe dovuto in questi casi apporre un trattino sopra la consonante. La n di nasalizzazione rifiutata, invece, nei dialetti in cui la nasalizzazione tende a sparire (n pronunciata come nelle parole italiane tronche «buon», «ben», ecc.) viene rappresentata con una tilde soprastante ñ (p. 30).

8. L’uso dell’apostrofo in generale e in particolare dopo le particelle atone, a differenza di quanto si è fatto fino ad ora, si consiglia soltanto in presenza di chiara sincope dialettale, laddove cioè si elimina una vocale altrimenti pronunciabile. Si scriveranno ad esempio, l êšan, l òman e non più l’êšan, l’òman. La l, articolo determinativo maschile singolare usato davanti a vocale, non proviene infatti dal «lo» italiano, ma dall’antico «el» romagnolo. Si manterranno invece l’aqua, l’irôla ecc. (p.31) poiché la l’ indica un sottostante «la», articolo determinativo singolare femminile. A sua volta, l’apostrofo nell’articolo determinativo maschile singolare e’, usato davanti a consonante, indicante la perdita di un’antica «l», potrebbe anche evitarsi, se non che, in tal modo, verrebbe a confondersi facilmente con le e di congiunzione.

9. L’accento grave va necessariamente posto sulla vocale, a meno che non si tratti di parole piane, in cui l’accento cioè cada sulla penultima sillaba di parola terminante in vocale. Si scriverà in sostanza: cavàl, cavala, furmìg, furmiga (p.32).

10. Le «e» e le «o», brevi e chiuse, rispettivamente di brẹt (berretti) (FL) e di rọt (rotti) FL, si consiglia di rappresentarle coi grafemi ed analogamente a quanto si è prospettato per il dialetto di Sarsina (pp.33-35).

11. Per la «e» turbata del Sarsinate è consigliabile adottare il carattere œ se più aperta e ø se più chiusa, scrivendo quindi rœt, rotto, røt rotti, SA (p. 35).

Tavola sinottica delle regole ortografiche per tutti i dialetti romagnoli

alla luce delle proposte formulate da Daniele Vitali [2], adottata da l’Irôla de’ Fileš

(le evidenziazioni in giallo indicano variazione rispetto ai comportamenti precedenti)

Caso

Regola

Esemplificazione

AaVv

[3]

Pagina

DV

[4]

Nota

ACCENTAZIONE

Accento grave su a, i, u,

Va posto sempre sulla vocale tonica che non abbisogna di segno diacritico purché non cada sulla penultima sillaba di parola terminante in vocale.

9

Parole tronche terminanti in consonante

L’accento va SEMPRE posto.

Amstìr, muradùr, sumàr, cavàl, furmìg.

9

Parole piane terminanti in vocale

L’accento NON va MAI posto.

Cavala, figura, supira.

17

9

Parole monosillabiche

L’accento grave va posto solo come segno diacritico se si tratta di vocali toniche brevi e semiaperte (vedi più oltre).

Car, mur, tir, brèt.

9

Parole tronche terminanti in vocale

L’accento va SEMPRE posto.

E’ turnarà, murì, sustnù.

17

9

Parole piane terminanti in consonante

L’accento va SEMPRE posto.

Dišàstar, zàcul (anitra).

17

9

Parole sdrucciole

L’accento va SEMPRE posto.

Pìgura, scàtula RC.

17

9

Segni diacritici sulle a, e, o

In posizione atona sulla parola

Il segno NON va posto.

20

VOCALI TONICHE ORALI

«a»breve

ă (concavo)

Agăst (agosto) RI.

11

«a» lunga di Massa Lombarda

â (circonflesso)

Pâs (passo) ML, bâl (ballo) ML

1

«e» lunga chiusa o con dittongo discendente in «ei»

é (acuto)

Téla, svélta RC FL.

11

«e» con dittongo discendente in «éa» o ascendente in «oe»

ê (circonflesso)

Mêgar, mêl(male), pêla (pala) RC FL.

11,12

«e» lunga estremamente aperta o con dittongo discendente in «èa»

ë (dieresi)

Burdël (ragazzo), cavël (cavalli), tëra (terra) RC FL.

11

«e» breve aperta o semiaperta

è (grave)

Brèt RC FL, caplèt RC FL (cappelletto)

11

«e»turbata nel dittongo «eu»

œ (nessun accento)

rœt (rotto) SA

12

11

«e» breve chiusa

(sottopuntato)

Brẹt (berretti) FL; mẹl (mille) C S SA FL pẹla (pila) SA FL

11

10

«o» lunga chiusa o con dittongo discendente in «ou»

ó (acuto)

Amór (amore), (loro), muradór RC FL.

12

«o» con dittongo discendente in «oa»

ô (circonflesso)

Fôrza, môd (modo), (po’) RC FL.

12

«o» estremamente lunga ed aperta

ö (dieresi)

Böta (colpo), cöt (cotto), farlöt (averla), (può) RC FL.

12

«o» breve aperta o semiaperta

ò (grave)

Còt RC (cotti), pòl RC FL (pollo)

12

«o» turbata, simile alla «eu» francese

o (tagliata)

Brot, pio (più), tot (tutto), røt (rotti) S.

13

«o» breve chiusa

(sottopuntata)

Brọt (brutto-i) FL; rọs (rossi) FL, rọt (rotti) FL, bọñ (buoni) FL

11

10

SUONI NASALI

Con la «n»

Vocali a, e, i, o, u seguite da «n» nasalizzate in un unico suono

Si scrive con una tilde sulla vocale: ã ẽ ĩ õ ũ e non si scrive la «n»

(pane) CB, (pane) RC, bẽ (bene) RC, scarpõ (scarpone (RC)

2

«n» non nasalizzata in corpo e in fine di parola

Si accenta (se necessario) la vocale d’appoggio e si scrive la «n»

Fèna a RC, fẹna a FL (fino a); (fẽna RC , fina FL = fina); Zènt (cento) RC ; (Zẽt RC = cinto); ãn (anno) RC, pãn (panno) RC, a camẽn (io cammino) RC, a sõn (io suono) RC, vèn RC, vẹn FL (viene)

2-7

«n» nei dialetti in cui la nasalizzazione tende a sparire

Si scrive sempre la consonante, rappresentata col segno ñ

cañ (cane) FL, nọñ (noi) FL; bòñ (buono) bọñ (buoni) FL; tavlẹñ (tavolino) FL, vẹñ FL (vino).

7

«n» non nasalizzata in fine di parola nei dialetti in cui la nasalizzazione tende a sparire

Si scrive la consonante con una normale n

an (anno) FL, pan (panno) FL, a camèn (io cammino) RC, a sun (io suono) FL

2-7

Con la «m»

Vocali a, e, i, o, u seguite da «m» nasalizzate in un unico suono

Come per la «n» si scrive con una tilde sulla vocale: ã ẽ ĩ õ ũ e non si scrive la «m»

stãp (stampo) RC, tẽp (tempo) RC, rõpar (rompere) RC, cũpit (còmpiti) RC.

2

«m» non nasalizzata in corpo e in fine di parola

Si accenta la vocale d’appoggio (se necessario) e si scrive la «m»

Mãma (mamma) RC, gãmba (gamba) RC, bõmba (bomba) RC, falignãm (falegname) RC, strãm (strame) RC

2

«m» nei dialetti in cui la nasalizzazione tende a sparire, in corpo come in fine di parola

Si scrive sempre la consonante rappresentandola con una normale m

Mama (mamma) FL, gamba (gamba), bòmba (bomba) FL, fam (fame) FL, salàm (salame) FL,

7

ACCENTI CONVENZIONALI

3^ pers. sing. / plur. verbo èsar

SEMPRE è

18-19

1^ pers. sing. verbo avé

SEMPRE ò

18-19

3^ pers. sing. / plur. Verbo avé

SEMPRE à

18-19

3^ pers. sing. / plur. Verbo (dare)

SEMPRE

18-19

Dire, dici, dì

SEMPRE

18-19

3^ pers. sing. / plur. Verbo stê(stare)

SEMPRE stà

18-19

Giorno, dì

SEMPRE

18-19

Avverbi di luogo

(là), (lì)

18-19

SEMICONSONANTE«J»

Inserita in una parola o isolata

Solo se fra due vocali

Bajöch, u j è, fòj (foglie) RC, fọj (foglie) FL

6

CONSONANTI

Suono velare «ch»

Va scritto con «ch» in corpo di parola e «c» in fine di parola.

Schê (seccare), Sèc (secco), Sëc (sacchi). Còc (cuculo) RC, Cọc (cuculo) FL, Vàc (vacche)

4

Suono alveopalatale «c»

Va scritto con «c» in corpo di aprola e «c’» in fine di parola

Vëcia (vecchia), Sèc’ (secchio); Cóc’ (spintone)

4

Suono velare «gh»

Va scritto con «gh» in corpo di parola e «g» in fine di parola

Afughês (affogarsi), Lêg (lago)

4

Suono alveopalatale «g»

Va scritto con «g» in corpo di parola e «g’» in fine di parola

Tègia (tegame), Rug’ (grido);

4

«s» e «z» sorde (sarto, marzo IT)

s, z (normali)

Cusẽ (cuscino) RC, Cusẹñ (cuscino) FL, sas (sasso), maz (mazzo), zènt (cento).

22

«s» e «z» sonore (vaso, zaino IT)

š , ž (segnate sopra), oppure:

(sottopuntate, nei font: Tahoma – Arial Unicode)

Cušẽ (cugino) RC Cušèñ (cugino) FL, méš (mese), maž (maggio), žẽt (gente) RC žéñt (gente) FL.

23

Suono «sc» (scena IT)

Si scrive solo nei dialetti che hanno effettivamente questo suono, es. sanmarinese pèssc’ “pesce”, mentre negli altri dialetti non si scrive.

Lasê (lasciare), siẽza (scienza) RC, siéñza (scienza) FL, siöch (sciocco).

23

«s» sorda seguita da «c» alveopalatale

Si scrive s-c

Fis-cê (fischiare), mas-c’(maschio),

s-cèt (schietto).

23

Consonanti allungate

Si scrivono con doppia consonante

Ravènna (Ravenna),

Consonanti doppie o geminate

Si scrivono separate da un trattino che evidenzia il suono staccato.

Dis-sët (diciassette; s-sãnta (sessanta) RC; s-sèñta FL, e’ par-rà (sembrerà).

3

«g» e «l» pronunciate staccate

Vanno separate da un trattino

Ing-liš (inglesi).

5

PARTICELLE ATONE

L’uso dell’apostrofo è consigliato soltanto laddove viene eliminata una vocale dialettale

8

In posizione preverbale

Il pronome soggetto atono

Non va seguito dall’apostrofo.

T é (hai), t fé (fai), l à (ha).

Pronomi, particelle atone, monosillabi consonantici

Si scrivono tutti staccati con o senza vocale d’appoggio sia in presenza di enclisi come di proclisi.

U t amaza, u t diš, la n fa, a v salùt, a i dèg (gli dico) RC, a i dẹg (gli dico) FL; a i vég, a n i vég (ci vado, non ci vado) RC; a i vëg, a n i vëg (ci vado non ci vado) FL; T a m dì (mi dici), t a t fé (ti fai), u n u m fa (non mi fa), t a n u m dì (non mi dici). Me a n ò gnit da dì (io non ho niente da dire), me a n sö gnit (io non so niente).

In posizione postverbale

Parole piane e monosillabiche

Si uniscono al verbo come nella grafia IT

Mètian (metticene) RC; Mẹtian (metticene) FL, dàjan (dagliene), tùtan (prenditene), fat in là, fal (fallo)

26

Parole tronche terminanti in vocale

Si uniscono al verbo come nella grafia IT che conserva l'eventuale accento.

mitìv.

26

PARTICOLARITA’

Articoli e pronomi soggetto

Art. determ. masch. sing.(il, lo IT)

Si scrive facoltativamente e’ oppure e

Si mantiene la e’: e’ scartöz (il cartoccio) per distinguerlo dalla congiunzione.

8

Art. determ. femm. plur. oppure Pronome soggetto femm. plur. (le IT) davanti a parola che inizia per vocale

Si scrive : agli

Agli òmbar agli éra lònghi (le ombre erano lunghe) (lọnghi FL).

27[5]

Pronomi relativi, congiunzioni e aggettivi dimostrativi

«Che» congiunz. e pronome relativo davanti ai pronomi diversi da «t’»

Va apostrofato

E’ pê ch’a durmiva, l’òm ch’e’ cor (cọr FL), al dön ch’al fila.

27

«Che» congiunzione e pronome relativo davanti al pronome «t’»

Va scritto per esteso

E’ pë che t còra (cọra FL) tröp, a t prumèt (prumẹt FL) che s t fé e’ bõ (bòñ FL) a t farò un regàl, te (tẹ FL) che t fé

28

Quel IT

Si scrive: Che

Che falignãm (falignàm FL) ch’e’ lavóra.

28

Quella IT

Si scrive: Cla

Cla döna ch’la fila.

28

Quei - quegli IT

Si scrive: Chi

Chi cavël ch’i còr RC (cọr FL). Chi òm ch’i êlza la šbara.

28

Quelle IT

Si scrive: Cal, cagli

Cal rundanën ch’al vóla, cagli aždóri ch’agli ariva.

28

Quell’ IT

Si scrive: Cl’

Cl’òm ch’l andè. RC (andẹ FL) (Quell’uomo che andò IT)

28

Preposizioni semplici

ed articolate

Le preposizioni «int» (in IT) e «ins» (su IT)

Vanno scritte unite e non staccate

Int un bël prê; ins un êlbar.

28

La preposiz. semplice «ad» (= di IT) quando perde la vocale

Va scritta: d

Aqua ad pòz = Aqua d pòz;

ad nöt = d nöt .

28

Preposizioni articolate (del, al, dal e loro varianti femminile e plurale IT)

E’ preferibile scriverle con l’articolo unito.

De’; dl’; dla; di; dagli; ae’; al’; ala; ai; agli; dae’; dal’; dala; dai; dagli.

28-29

Avverbi e suoni particolari

Avverbi di luogo

I due elementi vanno scritti separatamente

A què (qui) RC ( a quẹ FL), a qua (qua), a lè (lì) RC ( a lẹ FL), a là (là)

29

Consonante nasale palatale geminata (ovvero, «gn» rafforzata)

E’ preferibile scriverla senza apostrofi

U ngn è

29

Aferesi (caduta del suono all’inizio della parola)

Può essere indicata con un apostrofo che precede la parola

Al ‘tašẽ d’ascultê, ‘ta bõ, ‘ta zèt RC (Lo stiamo da ascoltare, sta buono, stai zitto IT) ‘Ta bòñ, ‘ta zt FL.

29

LEGENDA:

IT = Lingua italiana; C = Cesena; CB = Castelbolognese; RC = Romagna centrale; RI = Rimini; S = Sarsina; SA Santarcangelo; FL = Filese; ML = Massa Lombarda.

Consigli pratici per una più rapida scrittura del dialetto romagnolo col PC (col Microsoft Word):

1. Usare il corsivo ogni qualvolta sia opportuno distinguerlo dall’italiano.

2. Usare sempre e soltanto fonts ove sia possibile la scrittura di tutti i grafemi dell’ortografia romagnola come il qui utilizzato Times New Roman. Ancor più completi per disponibilità di caratteri il Tahoma e l’Arial Unicode.

3. Assegnare tasti di immissione rapida per ogni carattere non ottenibile direttamente dalla tastiera operando con questa sequenza: Inserisci / Inserisci Simbolo /Altri Simboli /(selezionare il carattere)/ Tasti di immissione rapida/ (premere la combinazione di tasti prescelti) / Assegna / Chiudi

4. Durante la scrittura di un testo, immettere all’occorrenza i caratteri che esulano dalla tastiera tramite i tasti di scelta rapida.

Per l’operazione di cui al punto 3, ecco lo schema utilizzato dal sottoscritto, che consente una facile memorizzazione:

VOCALI TONICHE ORALI

ă

«a» breve

agăst agosto RI

Ctrl + a

Ă

Ctrl + Maiusc + a

â

«a» lunga

păs passo ML

Alt + a

Â

Alt + Maiusc + a

ê

«e» con dittongo discendente in «éa»

mêl, male

Alt + e

Ê

Alt + Maiusc + e

ë

«e» lunga estremamente aperta

cavël, cavalli

Ctrl + e

Ë

Ctrl + Maiusc + e

œ

«e»turbata nel dittongo «eu»

rœt, rotto SA

Ctrl + <

Œ

Ctrl + Maiusc + <

«e» breve chiusa

pẹla , pila SA FL

Ctrl + è

Ctrl + Maiusc + è

ó

«o» lunga chiusa o con dittongo in «ou»

amór, amore

Ctrl + Alt + o

Ó

Ctrl + Alt +Maiusc +o

ô

«o» con dittongo discendente in «oa»

môd, modo

Alt + o

Ô

Alt + Maiusc + o

ö

«o» estremamente lunga ed aperta

böta, colpo

Ctrl + o

Ö

Ctrl + Maiusc + o

ø

«o» turbata, simile alla «eu» francese

brøt, brutto SA

Alt + <

Ø

Alt + Maiusc + <

«o» breve e chiusa

rọs, rossi FL

Ctrl + ò

Ctrl + Maiusc + ò

SUONI NASALI

ã

«a» seguita da «n» o «m» nasalizzata

, pane - cãp, campo

Alt + à

Ã

Alt + Maiusc + à

«e» seguita da «n» o «m» nasalizzata

bẽ, bene - tẽp, tempo

Alt + è

Alt + Maiusc + è

ĩ

«i» seguita da «n» o «m» nasalizzata

babĩ, bambino

Alt + ì

Ĩ

Alt + Maiusc + ì

õ

«o» seguita da «n» o «m» nasalizzata

scarpõ, scarpone

Alt + ò

Õ

Alt + Maiusc + ò

ũ

«u» seguita da «n» o «m» nasalizzata

quaicadũ, qualcuno - cũmpit, compiti

Alt + ù

Ũ

Alt + Maiusc + ù

ñ

«n» nei dialetti in cui la nasalizzazione tende a sparire

càñ, cane - nóñ, noi FL

Alt + n

Ñ

Alt + Maiusc + n

«S» e «Z» SONORE

š

«s» sonora come nell’italiano “vaso”

Idem (disponibile in alcuni font come Tahoma e Arial Unicode)

méš (mese)

méṣ (mese)

Alt + s

Ctrl + s

Š

Alt + Maiusc + s

Ctrl + Maiusc + s

ž

«z» sonora come nell’italiano “zaino”

Idem (disponibile in alcuni font come Tahoma e Arial Unicode)

maž (maggio)

maẓ (maggio)

Alt + z

Ctrl + z

Ž

Alt + Maiusc + z

Ctrl + Maiusc + z


[1] Per la precisione, â a Massa Lombarda indica una a lunga che si oppone alla a breve e che non sembra esistere negli altri dialetti romagnoli, per cui pâs, bâl “passo, ballo” versus pas, bal “pesce, bollo”. In effetti in RC tutte le a accentate sono foneticamente lunghe, per cui non c’è opposizione fra a lunga e a breve, mentre a Massa Lombarda c’è, perché “pesce, bollo” hanno a breve laddove gli altri dialetti RC hanno è, ò, es. pès, bòl del ravennate (Nota di Daniele Vitali).

[2] Daniele Vitali, L’ortografia romagnola, Cesena, Il Ponte Vecchio, 2009.

[3] Aa.Vv., Regole fondamentali di grafia romagnola, Ravenna, Mario Lapucci ,Edizioni del Girasole, 1986. Per ogni casistica è indicata la pagina da cui si è tratta la regola da seguire.

[4] Riferimento alle Note in sintesi riportate in premessa.

[5] In Aa.Vv. si raccomanda la grafia in aglj. Viceversa, in G. Camerani, op.cit., p.16, più semplicemente: agli.

lunedì 22 giugno 2009

Omaggio a Francesco Cavicchi

A 54 anni dalla sua grande impresa

di Agide Vandini

Da tempo avevo in animo di dedicare uno «special» a Francesco Cavicchi, eroe pugilistico bolognese dei tempi andati, che alla sua epoca fece scattare in tutti gli italiani un moto d’orgoglio e di grande passione sportiva. Dopo aver constatato che il grande pugile non ha ancora una specifica presenza su Wikipedia, mi sono dato ancor più da fare, preparando questo revival proprio per l’anniversario della sua conquista del titolo europeo dei pesi massimi.

Ero un bambino di neppure 10 anni quel 26 giugno 1955, e mi trovavo nella colonia marina Nullo Baldini di Pinarella di Cervia. Ricordo ancora l’emozione e l’entusiasmo che suscitarono i genitori in visita quando ci dissero che Cavicchi, nostro corregionale e peso massimo fortissimo, aveva conquistato soprendentemente la corona europea battendo, allo stadio Comunale di Bologna stracolmo, il detentore, il tedesco Neuhauss.

Ricordo poi i racconti mirabolanti ascoltati all’osteria, da parte dei filesi che erano andati a vederlo e tutta la passione con cui fu seguito anche negli incontri successivi, fino al precoce e inatteso declino. Si diceva che se avesse avuto un po’ di cattiveria e di malizia, e forse anche un po’ di coraggio in più, con la forza e la potenza che si ritrovava, non ci sarebbero stati rivali al mondo; ma in fondo, poi, anche così com’era, con la sua forza, la sua umanità ed i tanti scrupoli, molti sportivi filesi di allora, fra i quali mio padre, lo amarono quasi alla follia lungo tutti gli anni della sua carriera.

Di quei discorsi d’osteria ho anche raccontato in una mia recente pubblicazione. Il brano riguardante il celebre incontro di Cavicchi, le curiose vicende e i personaggi filesi che vi assistettero, lo si può trovare nell’ultima parte di questo articolo. Qualche preziosa immagine del pugile e del resoconto dell’incontro pubblicato all’epoca su Sport Illustrato, sono invece riportate, a corredo della ricerca, qui a fianco[1].

Ha scritto Franco Gabici che in quel 1955 l’Italia con Duilio Loi e Francesco Cavicchi «prendeva a pugni l’Europa». Cosa intendesse dire con quell’espressione lo spiegava, poi, così: «dentro a quei guantoni si annidava tutta l’Italia desiderosa di combattere e di sconfiggere la miseria»[2].

Quanto questa espressione corrisponda al vero, lo si percepisce ad esempio, da quanto raccontato di recente da un tifoso bolognese a Giorgio Comaschi[3].

Pare, stando a questo racconto, che durante la guerra, la casa colonica di Francesco Cavicchi fosse stata razziata da una pattuglia di militari tedeschi, e che costoro vi avessero rubato l'unico maiale. Davanti al duro colpo l'arzdòura di casa (reggitrice, massaia) si disperò non poco, sapendo che quel maiale doveva sfamare la famiglia per tutto l’anno.

Il caso volle che, a guerra finita, il figliolo, il giovane Checco Cavicchi, un gran sturnèl (grande e grosso), messosi a fare il pugile con ottimi risultati, dovesse sfidare proprio un tedesco, il robusto Neuhaus, per il raggiungere il titolo europeo dei pesi massimi in un match, come sappiamo, che si disputò in uno Stadio Comunale gremito di bolognesi.

A un certo punto sembrò ai trepidanti presenti che il tedesco avesse la meglio. Fu allora che dalle gradinate si levò, forse da parte di un suo paesano, il grido possente: «Dai, Chécco, ch'l'è al tudàssc dal ninén!» (Dai, Francesco, che è il tedesco che ti rubò il maiale!).

Non si saprà mai se effettivamente Cavicchi sentì l'urlo, ma i testimoni raccontano che dal quel momento si mise a picchiare come una furia, vincendo alla grande l'incontro che lo laureò campione d'Europa e lo fece dispensando pugni portentosi, o meglio, secondo la bella espressione dialettale del tifoso, ch’i éren nusón da sbrislèr al carburro (erano colpi da sbriciolare il carburo, che è un materiale durissimo).

Gualtiero Becchetti, direttore della rivista Boxe ring, organo ufficiale della Federazione pugilistica italiana, racconta così l’Emilian Bull, ricordato a Bologna come una leggenda. «E’ stato l’idolo di Bologna negli anni ‘50. Il pubblico accorreva in massa ai suoi incontri. Molti perché lo amavano, altri perché speravano di vederlo perdere. Era un personaggio che suscitava comunque sentimenti forti»[4].

Come dicevo, comunque, Chécco Cavicchi, che ha combattuto 89 incontri vincendone 71 e 45 volte ha messo k.o. l’avversario, non ha, per ora, una voce specifica su Wikipedia, la celebre enciclopedia del web. Intorno a lui ho trovato comunque in rete queste interessanti note biografiche[5] :

Quando Fleischer"classificò" Cavicchi. Il gigante che fece innamorare Bologna entrò tra i migliori dieci massimi nel 1955. Nella stampa specializzata europea i ranking mondiali, ovvero le classifiche di merito, a metà degli anni 50 non erano molto riprodotte e pubblicizzate da parte della stampa specializzata.

In Francia “Boxe” le citava saltuariamente, in Italia “La Boxe nel mondo” diretta da Nando Pensa, invece, ne faceva uno dei punti di riferimento per quanto riguardava lo “specchio” pugilistico internazionale della rivista.

Pochi ricordano che l’esplosione di Franco Cavicchi (nato a Pieve di Cento il 12 Maggio del 1928) già campione italiano dilettanti dei pesi massimi a Trieste nel 1952 (5 matches in azzurro) interessò molto colui che è stato definito il più importante giornalista del secolo scorso, fondatore di “The Ring” e della “Boxing Enciclopedia and Record Book” e cioè Nat Fleischer.

Cavicchi esordì al professionismo nel 1952 a Bologna e dopo aver battuto Uber Bacilieri nel 1954, in un match valido per il titolo italiano, iniziò ad imporsi all’attenzione continentale. Dotato di una eccezionale compressione fisica, idolatrato dalla folla bolognese, Cavicchi già all’inizio del 1955 era atteso dall’ambiente del pugilato italiano ad un esame “europeo”. Il suo mentore Renato Torri seppe guidarlo abilmente alle soglie del titolo opponendolo ad avversari “giusti”, per una carriera che, nella primavera del 1955, vedeva solo due sconfitte (all’inizio carriera) in una quarantina di incontri ed il contratto con il campione d’Europa Heinz Neuhaus in tasca.

Il campione tedesco, modesto qualitativamente, era in carica da tre anni e non aveva la capacità di affacciarsi fuori dall’Europa. Sul ring di Bologna il 26 Giugno del 1955 Cavicchi gli strappò il titolo. Un match non bello, ma caratterizzato dalla potenza del bolognese che vinse largamente ai punti.

La notizia che l’italiano era divenuto campione d’Europa arrivò a Nat Fleischer che scrisse di Cavicchi.- «Il nuovo campione d’Europa Francesco Cavicchi è un pugile dotato di un fisico imponente e di una potenza notevole. Lo attendiamo però a prove più difficili suggerirei, ad esempio il canadese Earl Walls……»

Comunque sia i ring americani seguirono l’evolversi della carriera di Cavicchi che in piena estate vinse un altro paio di incontri facili (A Rimini contro Whiese, ed a Napoli contro Fanzlau entrambi prima del limite) ed è a questo punto che nelle classifiche mondiali viene inserito Cavicchi: prima al decimo posto poi al nono (vedi roster sotto) un traguardo tagliato solo nel mondo dei pesi massimi da Erminio Spalla nel 1924, e Primo Carnera nel 1933.

La citazione di Fleischer risulta importante perché focalizzata in un momento in cui il campione del mondo era unico e contornato da uno stuolo di “contender” di un certo prestigio.

Poi Cavicchi perse nella rivincita senza titolo con Neuhaus a Dortmund, e fu scalzato dal titolo europeo dal futuro campione del mondo Ingemar Johansson nel 1956, sparendo dalle classifiche ma quel traguardo “Statistico” era stato raggiunto ed è piacevole ricordarlo.

Di seguito altri italiani nel mondo dei giganti si affacciarono nelle varie “top Ten” di sigla (Righetti, Zanon, il campione WBO Damiani che fu comunque tra i primi 15 in tutte e quattro le sigle nel 1990) ma nel 1955 esservi citati era sicuramente una menzione di notevole valore .

LUGLIO 1955

La classifica di Nat Fleischer

Campione Rocky Marciano

1) Archie Moore - usa

2) Bob Baker -usa

3) Tommy Jackson- usa

4) Nino Valdes -cuba

5) Don Cockel -gb

6) Ezzard Charles usa

7) Earl Walls -canada

8) John Holman - usa

9) Franco Cavicchi - Italia

10) Rex Laine - usa

Sempre navigando con pazienza sul web mi sono anche imbattuto nella tabella con tutti i suoi incontri [6]ed anche in una simpatica e corposa intervista che il campione ha rilasciato poco più di un anno fa, in occasione del suo ottantesimo compleanno. Lì Chécco Cavicchi racconta e si racconta da par suo[7].

Ciò che non è possibile perdersi nel modo più assoluto è comunque il filmato presente in rete con la sintesi del famoso incontro di 64 anni fa. Il commento d’epoca che accompagna le immagini, poi, è una vera chicca, anche se l’audio, deteriorato e disturbato dal sottofondo musicale e d’ambiente, risulta, purtroppo, molto scadente, a tratti addirittura incomprensibile. Per questo ho provveduto ad una paziente e faticosa trascrizione che qui riporto e che potrà essere d’aiuto a chi ama rievocare le emozioni di allora. Il vibrante commento è fedele, essenziale e scorre assieme alle immagini, senza un aggettivo di troppo e senza inutili fronzoli, quasi fosse destinato alla carta stampata. Tutt’altra cosa rispetto agli starnazzanti commenti sportivi gridati oltre misura che si sentono oggi, a una, come a due voci…

27 giugno 1955 - Franco Cavicchi batte Heinz Neuhaus - titolo europeo pesi massimi

(Trascrizione del commento d’epoca. Fra parentesi quadre le parole verosimili che danno senso compiuto alla frase)

Il filmato si trova in: http://www.youtube.com/watch?v=50J58VCYPPk

L’atteso incontro del Campionato Europeo dei pesi massimi ha richiamato allo stadio di Bologna una folla immensa, calcolabile in circa 60.000 persone, uno spettacolo formidabile che si è in precedenza registrato solo per il match Carnera-Paolino. Il primo suono di gong sembra placare, come per incanto, la morbosa attesa del pubblico. I due atleti sono tesi sul quadrato e si insidiano cautamente abbozzando qualche manovra col sinistro.

Il primo [ad andare] a segno è il tedesco, ma Cavicchi è pronto a replicare con due ganci e poi l’arbitro deve intervenire per separare i contendenti che si sono allacciati in uno stretto corpo a corpo.

Poi, all’improvviso, dopo una serie di finte, scatta il destro di Cavicchi che raggiunge Nehauss al cuore. Il tedesco ha toccato terra per un secondo e non ha trovato di meglio che rifugiarsi in clinch. E’ stato un attimo solo, Neuhaus sembra non risentire dell’infortunio, ma il particolare è importante, perché Cavicchi si è liberato dell’emozione che lo attanagliava, e ora sa che può battersi, da pari a pari, col campione europeo. Questi d’altro canto ha capito che l’incontro può essere pieno di incognite e perciò adotta una tattica più prudente di quella che probabilmente aveva concordato col suo manager.

Tuttavia Heinz non desiste dall’attaccare, ma la caduta di Cavicchi non è provocata da un suo colpo, bensì da una scivolata. Nessuna paura per i sessantamila spettatori che fanno un tifo d’inferno per il loro beniamino.

Alla vigilia del combattimento si è sottolineato come l’inesperienza del colosso di Pieve di Cento potesse mettere l’allievo di Venturi in condizione di inferiorità nei confronti del rivale, ma all’atto pratico si può constatare che ciò non accade, anzi, è Cavicchi a far valere la sua splendente condizione fisica e ad imporre il proprio gioco al campione d’Europa. Soprattutto si mostra particolarmente efficace il massacrante lavoro al corpo che l’italiano attua con felice intuito e con notevole potenza.

E’ così che l’incontro assume una fisionomia ben delineata: Cavicchi più veloce, più bandanzoso, più sicuro delle sue possibilità, non consente al tedesco di assumere l’iniziativa e lo tiene costantemente sotto l’incubo delle sue tremende [mazzate]. Neuhaus, la cui struttura fisica è ben diversa da quella scultorea dell’italiano, si difende bene da pugile di classe internazionale qual è, però ad ogni ripresa che passa, il suo trono si fa sempre più vacillante.

La folla non si stanca di incoraggiare l’emiliano, ormai ha capito che il grande sogno di questo sta per realizzarsi e lo incita a voce spiegata, nella speranza che saprà concludere il combattimento con un KO clamoroso. Neuhaus, però, è un atleta che si può battere, ma che non si può umiliare, se non si è campioni di classe eccelsa, e Cavicchi, pur meravigliando i tecnici per la sua formidabile prova, non può ancora essere giudicato un autentico fuoriclasse. Riuscirà a giungere al successo, ma non potrà annientare l’avversario, sempre temibile per le sue improvvise reazioni.

Si arriva così alla conclusione dell’avvincente combattimento. Al gong dell’ultima ripresa, Cavicchi si getta nella lotta con rinnovata energia, facendo sfoggio di una freschezza invidiabile. Assale il rivale con decisione, lo stringe alle corde, lo colpisce inesorabilmente al viso e al corpo, un sapiente lavoro [… ]. Neuhaus si difende strenuamente, replica ancora con autorità, tenta l’ultima disperata [difesa] per salvare il suo titolo, ma contro lo slancio di Cavicchi non c’è nulla da fare, l’italiano è più forte, continuerebbe per altre quindici riprese per dimostrare che è veramente il miglior peso massimo del continente. L’ultimo sonoro rumore del gong è coperto dall’urlo fragoroso della folla che anticipa il verdetto dell’arbitro [Pataguera]. Cavicchi è il nuovo campione Europeo del pesi massimi [e l’Italia ha di che gloriarsi di questa vittoria].[…]. Spalla e Carnera hanno trovato in Cavicchi il più degno continuatore delle loro fulgide imprese.

Concludo questo spazio dedicato al grande pugile bolognese con un passaggio dell’intervista che ho citato più sopra in cui, a parer mio, c’è tutto Cavicchi, la sua personalità ed umanità:

Potremmo definirla un pugile gentiluomo, in quanto non infieriva sugli avversari in difficoltà?

Di sicuro non ho mai combattuto per fare del male, forse era proprio lì la mia carenza: la mancanza di cattiveria che occorre nella boxe. Almeno era quello che si diceva. Però io ho sempre detto che non si danno dieci pugni all'avversario se per vincere ne bastano otto.

La voce e il carisma del Barön

Un gruppo di filesi fra i sessantamila del Comunale

(brano tratto dal racconto «Narratori e sportivi d’osteria», in A.Vandini, La valle che non c’è più, Faenza, Edit, 2006, pp.41-50)

[…] A quel tempo, all’Ustareja dla Bianca si incontrava talvolta anche un altro vivace ed interessante narratore d’osteria. Autista di piazza, si spostava in ogni direzione e giungeva quasi sempre al caffé alle ore più impensate.

Era da tutti chiamato e’ Barön, uomo elegante, dall’aspetto aristocratico e dal temperamento passionale, un tipo dalla battuta colta ed accattivante che, pur non avendo mai praticato alcuno sport, aveva grande capacità di attrarre e riscaldare l’animo degli interlocutori.

Grande appassionato di calcio ed affezionato tifoso del Bologna, seguiva ancor più la squadra dilettantistica locale. Chi passava per strada, anche a notevole distanza dal campo sportivo, distingueva nettamente la sua voce fra quella del folto pubblico che, all’epoca assiepava tutto il perimetro di gioco. Il timbro del Barön si alzava infatti forte e distinto sopra le mille voci di fondo ed esplodeva di tanto in tanto in un baritonale e travolgente: «Alé, alé azzurri...»

La popolarità, e la capacità d’attrazione di questo singolare personaggio, apparve ancor più evidente quando, nei primi anni d’osteria, potei ascoltare il racconto di quanto era avvenuto il giorno della memorabile impresa bolognese di Francesco Cavicchi, gigante di Pieve di Cento.

Il pugile, definito frettolosamente il «nuovo Carnera» aveva conquistato a sorpresa, quand’ero ancora un ragazzo, la corona europea dei pesi massimi, battendo proprio a Bologna il detentore, il tedesco Neuhaus.

Era stato, all’epoca, un avvenimento epocale, la cintura europea ad un «massimo» italiano aveva sollevato entusiasmi persino esagerati, se si pensa al reboante titolo di «Stadio» del giorno dopo: «E ora, trema Marciano...».

L’incontro - così mi fu raccontato - era stato organizzato a Bologna, allo stadio comunale assiepato di folla, in una giornata terribilmente afosa in cui gli sportivi erano affluiti in massa nelle ore più calde da tutta la regione.

Nella spasmodica attesa dentro al catino di cemento e nel caldo soffocante, fra spinte furiose che il popolo in piedi si scambiava nel tentativo di avvicinarsi al ring, una sete bestiale si impadronì degli spettatori, una sete che, i rari passaggi dei pochi bibitari, non poteva essere acquietata.

Il consistente gruppo dei filesi, appostatosi quasi sotto le tribune cinque ore prima dell’inizio dell’incontro, era stato previdente. Fra loro si annoverava nell’occasione il florido e rotondo Gigino, il quale, con grande previdenza, s’era portato da casa un paio di bottiglioni d’acqua di fonte.

Questi, che poi mi narrò la vicenda alcuni anni dopo, nel momento più critico, preso dalla sete quando ancora mancavano alcune ore all’inizio dell’incontro, pensò di tirar fuori i bottiglioni fino ad allora ben nascosti in un ampio sportone sotto le sue gambe.

Fu una mossa avventata. Gigino capì subito che poteva finire in tragedia. Non appena infatti i provvidenziali bottiglioni d’acqua fresca passarono da una bocca all’altra dei filesi, s’alzarono proteste da più parti.

Alle rimostranze dei nostri, il popolo degli assetati minacciò di andare in fretta per le spicce pretendendo, senza discussioni, la condivisione di un bene di prima necessità che, in quelle condizioni, non poteva andare ad esclusivo vantaggio di pochi spettatori.

Giunse proprio in quel momento un soccorso insperato.

Dall’alto delle tribune s’udì la voce stentorea del Barön sparito dalla vista ed imbucatosi chissà dove. Gli spettatori in tumulto sul parterre si girarono di colpo e videro sopra di loro un’elegante figura ergersi ai piedi di una delle altissime colonne delle tribune. Ne percepirono subito, dalle maniche arrotolate della camicia bianca, l’atteggiamento aristocratico. La timbrica voce istruiva la folla in modo quasi disinvolto, senza rialzi particolari di tono. Pareva un questore contrariato che invitasse il popolo sottostante alla calma per evitare spiacevoli guai.

Con moto spontaneo la folla minacciosa si ritirò e la tragedia, grazie al provvidenziale intervento del Barön, fu fortunatamente evitata. […]